lunedì 18 settembre 2017

Chicche di arte tedesca (3).

Casa a traliccio in Gross Bieberau (Assia).

Chicche di arte tedesca: 1 (LINK) e 2 (LINK).

Gli edifici a traliccio sono una delle caratteristiche più note della Germania. La tecnica costruttiva consiste nel costruire un’intelaiatura di travi lignee disposte in varie direzioni (orizzontale, verticale o obliqua) lasciata a vista, riempiendo gli spazi con pietre o mattoni. Oggigiorno gli edifici di questo tipo adornano i centri storici delle città tedesche grandi e piccole, mentre nei moderni quartieri residenziali si preferisce l’utilizzo abitativo dei condomini o le abitazioni a isola senza travi visibili. Nel corso della mia permanenza in Germania, nel 2014 e sopratutto nel 2016, mi avvidi di come l’architettura a traliccio non riguardava solo le abitazioni, ma anche le sedi istituzionali, finanche qualche chiesa (abbandonata). 
Casa a traliccio in Gross Bieberau
La cura di queste costruzioni è attentissima, come sempre in questi casi. Un giorno io e un mio zio imbianchino che aiutavo nel lavoro passammo, in auto, per Gross Bieberau, cittadina linda e carina dell’Assia, Germania centrale, non distante da dove vivevo (Reinheim). A causa del traffico ci fermammo in coda alle altre auto accanto alla casa della foto accanto e mi disse che per ripitturare la facciata di un edificio del genere bisognava stare attenti a lavorare solo all’interno dei riquadri, senza mai toccare il legno a vista, pena una multa salatissima e una cattiva nomea negli affari. Nel corso delle mie esplorazioni a piedi, sono tornato a Gross Bieberau, e ho fotografato sia la casa sia l’edificio della foto in apertura, che ospitava una sede istituzionale. Magari si vedessero cose simili in questa Italia meridionale sempre più africanizzata.

domenica 17 settembre 2017

La Storia, ricerca di se stessi.



Nessun uomo è un'isola.
Nessun essere umano vissuto su questa Terra è tanto estraneo agli altri, da non volere, almeno una volta nella sua vita, sapere chi l'ha preceduto in questo mondo, cosa ha fatto nella sua vita, cosa abbia lasciato a chi sarebbe venuto dopo di lui. Il più svogliato studente, il più indifferente dei finanzieri, il più cinico dei politici, il più opaco degli intellettuali, sente il bisogno, di tanto in tanto, di incuriosirsi per i fatti del passato, siano essi scritti in un libro, in un blog, in un articolo visto su un social.
Perché, questo? Perché l'uomo sente questo desiderio di conoscere il proprio passato? Viviamo in un'era ipertroficamente tecnologica, in cui con un click riusciamo ad avere tutte le informazioni necessarie per fare, realizzare, condurre una cosa in porto. Non ci servono, apparentemente, le esperienze passate degli altri: abbiamo le notizie per realizzarci bell'e pronte.
In realtà, tutti noi sentiamo qualcosa di più profondo: sentiamo che la Storia passata, quella che gli Illuministi criticavano e che i Futuristi volevano cancellare, ci riguarda da vicino.
La Storia siamo noi, e chi ha fatto di questa frase il titolo di una trasmissione televisiva meriterebbe il Premio Pulitzer, categoria “Idea vincente”.
Dei circa 80 miliardi di esseri umani che potrebbero essere vissuti sulla Terra nell'ultimo milione di anni, tutti, anche il più umile, ha lasciato un segno del suo passaggio. Tutti, anche i neonati vissuti poche ore, o il più nullafacente degli esseri umani. Prima negli affetti, poi nelle opere realizzate, visibili o nascoste (pensiamo forse di aver ritrovato tutti i manufatti custoditi sotto la crosta terrestre?) e infine anche geneticamente, per chi è arrivato ad avere discendenza. Studiare o anche solo interessarsi alle storie del passato, siano esse epiche avventure o aneddoti paesani, significa per noi non solo onorare gli avi, ma anche ritrovare le proprie radici linguistiche, genetiche, culturali. Come i salmoni che risalgono controcorrente i fiumi, così noi risaliamo le acque del Tempo per arrivare alla fonte. La differenza fra l'uomo comune e lo studioso di Storia, alla fin fine, è che il primo si ferma alla prima cascata, magari alla successiva; mentre il secondo tende a risalire fino alla vetta del monte. Entrambi cercano di arrivare alla sorgente dei fatti, entrambi sanno che non ci riusciranno mai del tutto. Ma a entrambi fa piacere percorrere la salita, chi per pochi minuti, chi per tutta la propria esistenza. Perché ricercare la Storia è ricercare le nostre radici profonde nella pelle della Terra.
E' ricercare l'intimità con noi stessi.

sabato 16 settembre 2017

Un Papa duro, non "pazzo".

Papa Francesco.


Tre episodi con tre spiegazioni.

In principio furono i suoi confratelli di Buenos Aires: tornato Jorge Mario Bergoglio dalla Germania, dove si era recato per avviare una tesi di dottorato su Romano Guardini (mai completata), lo spedirono immediatamente a Cordoba, a 800 km dalla capitale, “perché malato, pazzo”. 
Poi ci furono le indiscrezioni apparse sul “Quotidiano Nazionale”, riprese da vari altri giornali, nell’ottobre 2015, circa il tumore al cervello di Bergoglio, eletto Papa due anni e mezzo prima. Fu intervistato un oncologo giapponese, il professor Fukushima, che negò decisamente la ricostruzione apparsa sul quotidiano. 
Adesso abbiamo le parole stesse del Pontefice, che afferma di essere stato in cura per 6 mesi da una psicologa ebrea quando aveva 42, nel 1978.
Tre fatti, in apparenza anodini, che insistono tutti su un punto: la psiche dell’attuale Vicario.
A una prima occhiata, tutti questi episodi hanno o possono avere una spiegazione razionale. Bergoglio fu definito “pazzo” per la sua gestione della Compagnia di Gesù all’epoca del suo incarico come Superiore provinciale dei Gesuiti in Argentina, che provocò gravi dissi in seno all’Ordine e la fuoriuscita di centinaia di confratelli, alcuni dei quali passati perfino all’agnosticismo e a un’aperta opposizione alla Chiesa Cattolica. 
Riguardo alle voci di un tumore al cervello, esse furono interpretate successivamente come “segnali” mandati a Bergoglio da certi settori della Curia a mezzo stampa, a causa del ritardo nell’applicazione delle riforme. Impossibile accertare (e, per quanto mi riguarda, anche accettare) la fondatezza di tale interpretazione, che porrebbe sul banco dell’accusa gli elettori progressisti del Papa. Fu però curioso notare, all’epoca, che a difendere il Papa da queste insinuazioni furono gli ambienti cosiddetti “tradizionalisti”, quelli più pesantemente sanzionati da alcune scelte del pontificato del gesuita argentino. 
Infine, riguardo la rivelazione papale di essere stato in cura presso una psicologa, dobbiamo ricordare che quelli erano anni difficili in Argentina: Bergoglio ricopriva incarichi di responsabilità, doveva governare fra le Scilla e Cariddi della dittatura militare e le infiltrazioni della Teologia della Liberazione (da lui avversata) nel clero argentino e fra gli stessi gesuiti. Nulla di strano che ricorresse a un aiuto, sia pure fa specie che un uomo di fede si rivolga a un medico per ritrovare la tranquillità del proprio Io interiore. Ma è da rilevare come Papa Paolo VI, nel 1967, concesse la possibilità per i sacerdoti di ricorrere a “all’aiuto di un medico o di uno psicologo competenti”, quindi l’allora superiore non violò nessuna regola della Chiesa. Certo, fa effetto sapere che colui che siede sul Seggio di Pietro è stato un paziente di una psicologa, per sua stessa ammissione, cosa che ricorda in modo impressionante un film degli ultimi anni, opera mediocre di un mediocre registra, in cui l’attore che interpreta il Papa si fa psicanalizzare, anche in questo caso da una donna (perché poi proprio una donna?).

Il Papa tra la folla, quando è spontaneo e quindi è più se stesso.

Malattia mentale? No. Ma...

Questi episodi suggeriscono tutti un’idea: l’instabilità mentale del Papa, la sua debolezza psichica rispetto al grave compito di guida delle coscienze di un miliardo e passa di esseri umani su questo pianeta. E riaprono la questione della possibile rinuncia all’esercizio della funzione pontificale da parte di Bergoglio.
Tale questione è tornata alla ribalta in seguito ai fatti suesposti, ma abbiamo visto come essi, se pure insistono nel sottolineare una presunta deficienza di cognizione del Papa, hanno spiegazioni che fanno uscire di scena il medico e fanno entrare in campo le voci di corridoio, gli inciuci di carta, gli equilibri di potere nella Città Leonina.
Bergoglio non è pazzo, ma sicuramente è molto furbo. Se qualcosa non va nella sua personalità, sempre rispetto alla carica che ricopre (fosse rimasto cardinale, neppure avremo affrontato la discussione, poiché non c’è nulla di personale contro di lui), è il suo mostrare due volti, uno pubblico e l’altro privato. Della famosa intervista di Miguel Ignacio Mom Debussy, ex gesuita e intimo dell’attuale Papa ai tempi del provincialato in Argentina, mi è rimasto nella memoria questo passaggio: “Bergoglio politicamente è molto abile ed è una persona molto intelligente. È molto capace di muoversi tra due acque e far sentire tutti vicino a sé”. Non avessimo avuto riscontri nel corso di questi anni a quanto detto in questa intervista dell’aprile 2013, l’avremmo volentieri classificata come il rigurgito d’odio di un ex gesuita un tempo amico del Papa – che a mio parere ben fece a rompere i rapporti con questo terzomondista voglioso di compagnie e non della Compagnia. Ma visto che gli episodi a conferma del carattere poliedrico del Papa ce ne sono stati a bizzeffe, dobbiamo riconoscere che, con tutto il suo odio verso ciò che un tempo aveva venerato, questo ex gesuita divenuto agnostico ci aveva avvisati per tempo. O meglio: aveva avvisato per tempo chi non conosceva Bergoglio, chi non aveva letto qualcosa di lui dopo il conclave del 2005, chi s’era affrettato ad applaudirlo la sera dell’elezione. Perchè l’autoritarismo, il piglio forte, il carattere adamantino, l’attendere per le “soddisfazioni” personali di essere in posizione di potere, l’ambiguità del “ma anche” erano tutte cose già note della pastorale dell’arcivescovo di Buenos Aires a chi si occupava di Chiesa prima dell’Abdicazione benedettiana.

Sa aspettare e sa quello che vuole. Sa che deve costruirsi un’immagine bonaria, e l’ha fatto fin dal primo affaccio dalla Loggia delle Benedizioni. Non che la cura dei poveri e dei diseredati lo lasci indifferente, anzi, fa parte del suo modo d’essere e gli va reso merito per questo, ma sa che esse sono anche un mezzo per accattivarsi l’opinione pubblica, la mediaticità di facciata e far passare i suoi affondi verso gli altri come “opere necessarie alla riforma”, come scrivono i lacchè. Ecco la furbizia di Bergoglio, il suo “muoversi tra due acque”, la sua poliedricità nell’operare a seconda dell’interlocutore e della situazione – del resto, il poliedro è la sua figura geometrica favorita. Volontà di operare, volontà di procedere, studio attento della situazione, stroncature giuste al posto giusto: fossero queste qualità indirizzate nel solco dell’ortodossia, sarebbe finalmente il Papa domatore della Curia che si attendeva dai tempi del primo Wojtyla. E starei qui a scrivere un panegirico, perché sono un realista e so che per governare un’istituzione serve polso fermo e talvolta anche un pugno d’acciaio. Indirizzate invece, come sono tali qualità di governo, contro i settori ortodossi di questa Chiesa sempre più pazza – essa sì che lo sembra – ci impensieriscono, e ci preoccupano.

venerdì 15 settembre 2017

giovedì 14 settembre 2017

La peste del 1656 e lo sterminio degli afragolesi.

Pagine dell'agosto 1656: sono indicate le morti di Felice Cimmino (il secondo a six) e di sua moglie (la terza a dex)

Avvertenza. 
Il seguente articolo è una sintesi di uno studio condotto sui Registri dei Battesimi, dei Matrimoni e dei Defunti relativi all’anno 1656 della parrocchia di Santa Maria d’Ajello. Si tratta di uno studio mai intrapreso, e che vedrà la luce definitiva, con corredo di note, nella 2a edizione de “Il caso Afragola”, nel capitolo relativo alla parrocchia matrice di Santa Maria d’Ajello. La pubblicazione, che doveva avvenire nel corso di questa primavera, è stata spostata a inizio 2018, a causa dell’abbondante messe di materiale che nel frattempo mi è giunto. Il presente articolo riguarda quindi solo una parte del triplice studio, e riguarda solo i Registri dei defunti. Costituisce comunque un unicum nel suo genere, visto che l’argomento non è mai stato affrontato in città, con una sola eccezione che cito nel testo. Inutile dire che ogni notizia tratta da questo testo deve essere citata con gli opportuni riferimenti.


L’inizio, lo sviluppo e la fine dell’epidemia di peste del 1656 in Afragola costituiscono un tema che la storiografia locale non ha mai seriamente affrontato. Un primo saggio, riguardante la parrocchia di San Marco, fu realizzato da Romualdo Cerbone, morto nel 1991, e parte di quella ricerca fu pubblicata nel n. 1 della rivista “Archivio afragolese”, nel 2000. Cerbone analizzava lo sviluppo dell’epidemia procedendo con lo spoglio dei registri dei defunti della parrocchia marciana, e riuscì a individuare l’inizio dell’ecatombe in località Salice, costituente ancora oggi l’estrema punta meridionale della parrocchia e del territorio comunale di Afragola. La sua pregevole ricerca, che difettava di metodo storico ma che non per questo va sottovalutata (fu criticata solo da Carlo Cerbone, un giornalista noto autore di libri copia di altri libri, che ogni tanto si dilettava a fare lo storico), non ebbe seguito. Dopo la pubblicazione del 2000, nulla più fu scritto riguardo quell’antica tragedia, neppure dagli stessi giornalisti di “Archivio afragolese”. Tanto più importante diventa quindi la ricerca che ho condotto nei mesi di luglio e agosto di quest’anno, procedendo con lo spoglio dei registri di battesimi, matrimoni e defunti della parrocchia matrice di Santa Maria d’Ajello. Ottenuto il consenso del parroco don Luigi Terracciano, aiutato dal custode del tempio Ciro Boemio, ho passato 11 pomeriggi nello sciorinare le pagine vecchia di 400 anni compilate dal parroco dell’epoca, don Sebastiano castaldo, arciprete di Afragola.
Non è stata una ricerca facile, e non per il lavoro in sé. Sono ormai abituato a lavorare in archivi tenuti in condizioni pietose – e l’Archivio di Santa Maria d’Ajello è uno di quelli custoditi meglio – e a decifrare calligrafie illeggibili. 
La difficoltà principale è stata di tipo ontologico, sentimentale se vogliamo: nel corso dei silenziosi pomeriggi in chiesa, rotti solamente dal fruscìo delle pagine svoltate e dal click della digitale, leggevo di interi nuclei famigliari distrutti nel giro di poche settimane, di gente morta il giorno dopo aver seppellito i propri figli, di neonati estinti appena nati. In quelle righe scarne, che indicavano il nome del defunto e appena appena di chi era figlio, marito o moglie si poteva leggere l’evolversi di un’ecatombe che a memoria d’uomo mai si era abbattuta su Afragola e su quel distretto parrocchiale. Mi figuravo il parroco, don Castaldo, che vedeva venirsi incontro 15 o 20 cadaveri ogni giorno, volti anneriti e tumefatti di persone che aveva sposato o battezzato appena un mese prima. Cosa provava, quell’antico sacerdote? Cosa pensava? Immaginava che la fine dei tempi fosse giunta, come immaginò qualche suo fratello di consacrazione? E il popolo, il popolino agricolo che viveva della terra, cosa pensava di questa ondata di morti?
Le fonti tacciono su ciò: Afragola non era Napoli, i suoi abitanti non meritavano di veder ricordati in qualche carta le loro paure o le loro idee. Qualcosa sono riuscito a trovare, consultando fonti parallele, ma non è questa la sede per trattarne adesso.

Un’ecatombe progressiva.

Dallo spoglio del III Registro dei Defunti dell’Archivio parrocchiale di Santa Maria d’Ajello (d’ora in poi APSMA), si è evidenziato come il morbo si sia manifestato nel distretto dopo la metà del mese di giugno, anche se è probabile che il contagio fosse già avvenuto a partire dalla fine del mese precedente. L’epidemia esplose in Santa Maria a luglio ed ebbe fine in autunno inoltrato. 
Ma procediamo con ordine. 
Il 1656 inizia al foglio 75r del Registro, con Marco Puzio, morto il 10 gennaio e sepolto nell’oratorio dell’Annunziata. Nel periodo gennaio – maggio muoiono 14 figliani, cioè parrocchiali: la peste, nello stesso periodo, stava devastando la Spagna, per essere poi portata in Sardegna dai marinai spagnoli, e da qui a Napoli.
Il mese di giugno non presentò numeri di rilievo nel conto giornaliero dei defunti: ci furono 22 morti in tutto. Si celebrarono esequie solo in 14 giorni sui 30 del mese, meno della metà, e nessuno nella settimana tra 4 e 12 giugno. Se l’epidemia era già iniziata, dovette manifestarsi in maniera episodica e a partire da fine mese. L’incubazione del morbo, velocissima, darà le prime conseguenze demografiche serie con il mese successivo. 


Giorno
N. morti
Note
1


2
2

3
5

4
4
Tra cui una tale “Catarina napolitana”
5
3

6
4
Tra cui “un fyglio e una fyglia di Giulio Raia”
7


8
6

9
4

10
3
Tra cui una “creata del qm Giulio Capone” e un defunto non segnato (c’è una riga bianca)
11
5

12
7
Fu seppellito dentro St. Ant. Delli frati di St. Francesco il S.m D. (illeggibile) Pallavicino napolitano”
13
3

14
1

15
7

16
9

17
3

18
4

19
11

20
7

21
13

22
5

23
4

24
11

25
14

26
12

27
19

28
16
Fu seppellita Isotta Corcione figlia di Matteo”
29
14
Fu seppellito Gaetano Corcione figlio di Matteo”
30
14

31
11

Totale su 29 giorni
221



Il mese di luglio contò 221 vittime, esclusi i giorni 1 e 7. Non è esplicitata la causa della morte, ma l’alto numero dei defunti in un distretto parrocchiale pur popolato come quello di Santa Maria non lascia dubbi sulla suddetta. Il giorno peggior fu il 27 luglio, 19 morti in una sola giornata, tutti sepolti nelle cripte della chiesa. Da notare come il parroco abbia registrato le sepolture di cittadini napoletani. La peste nei casali fu portata proprio da questi, in fuga dalla Capitale dove infuriava l’epidemia (e dove si contarono circa 460000 decessi in dicembre a causa del morbo).

Ventotto morti in una sola pagina comprendente due giorni.

Giorno
N. defunti
Note
1
12
Fu seppellito viro Napolitano”
2
10

3
11

4
9

5
19

6
15

7
16

8
10
Fu seppellito nell’oratorio del S.mo Sacramento Antonio (illeggibile) marito de Locretia de Nozano nap.na”
9
10

10
16

11
9

12
16

13
9

14
15

15
4
Seppellito figlio di Francisco Signaley, spagnolo
16
11

17
9

18
6

19
7

20
14

21
20

22
11

23
16

24
5

25
6

26
9

27
13

28
10

29
5

30
14

31


Totale su 30 giorni
327




La peste nel distretto di Santa Maria raggiunse il culmine nel mese di agosto, con 20 morti il giorno 21, il dato più grave di tutto il periodo. Il 15, giorno di festa patronale, sono registrati solo 4 defunti, non si saprà mai se per disattenzione del parroco impegnato nelle celebrazioni o se per un effettivo calo della mortalità dovuta a una “grazia” della Vergine nel giorno della sua festa. Vero è che proprio in quel giorno è sepolto in chiesa uno spagnolo, proveniente ovviamente dalla capitale.
Il mese di settembre conta 178 morti: la virulenza dell’epidemia è trascorsa, anche grazie all’acquazzone che il 14 agosto si abbattè su Napoli, allagando le vie della città e trascinando a mare sia i cadaveri insepolti degli appestati sia i topi, portatori del morbo per il tramite delle loro pulci.


Morti in ottobre (una parte)

Il mese di ottobre vide il decrescere deciso della mortalità, pur attestata su valori eccezionali rispetto al tasso abituale del distretto parrocchiale. Si nota anche la comparsa di giorni privi di riti funebri, segno che il contagio era esaurito e i figliani morivano per le conseguenze della malattia già presa precedentemente. Sono segnate storie tristi anche in questo mese: il 25 muore “Felice Cimmino, marito di Giovanna Capone” e soli 4 giorni dopo, il 29, muore la stessa “Giovanna Capone, moglie del quomdam Felice Cimmino”. 


I napoletani vengono a morire in Afragola.

Nel mese di novembre l’epidemia è terminata nel quartiere e il numero dei defunti cala sensibilmente. E’ probabile che il loro numero, elevato se si pensa alla media di inizio anno, sia dovuto alla mortalità secondaria dei figliani, dai fisici indeboliti dalla peste e quindi con difese immunitarie debolissime ed esposte a ogni attacco patologico – siamo in novembre, l’autunno è inoltrato, e con esso il freddo. 
Il mese di dicembre conferma il ritorno a un tasso di mortalità esiguo e in linea con l’inizio dell’anno. In base ai dati raccolti, si può concludere che nel distretto parrocchiale di Santa Maria d’Ajello l’epidemia durò da giugno a ottobre, raggiungendo l’apice il 21 agosto.
Nel solo distretto di Santa Maria d'Ajello, i morti furono 1006 in 5 mesi.