lunedì 22 gennaio 2018

L'Americano (noioso) di Henry James.

L'Americano, copertina di una delle tante edizioni.


Titolo precedente della rubrica: “La locandiera: una storia contro le donne?” (LINK)

Lo ammetto: se dovessi giudicare la prosa di Henry James dal solo romanzo uscito dalla sua penna che io abbia letto finora, “L’Americano” (1877), rischierei di catalogarlo nella sezione “Romanzieri sopravvalutati” della mia biblioteca. Ma io non sono né un critico letterario a pagamento né un redattore della pessima rubrica “Billy” del TG1, quindi non farò questo errore e mi limiterò a ragionare solo sul suddetto romanzo. Come al solito, diamo conto prima della trama.

Un americano troppo ingenuo.

Christopher Newman, commerciante americano in vasche, giunge nella Francia del Secondo Impero per iniziare un giro culturale dell’Europa. Non un “Grand Tour” stile XVIII secolo, solo una lunga e proficua vacanza. La storia si apre con le prime conoscenze francesi del 34enne imprenditore, la famiglia Nioche, padre e figlia, uomo d’affari impoverito il primo, pittrice di scarso talento e desiderosa di emergere la seconda, nelle sale del Louvre. Nello stesso museo Newman ritroverà una sua vecchia conoscenza, il signor Tristam, che ritroverà sposato a una donna dalla sottile ironia che lo introdurrà nel mondo altolocato della Parigi di Napoleone III, che disprezza i parvenu napoleonidi e vivono come se sul trono sedesse ancora un Borbone. Newman, spinto dalla Tristam, per sfida e per orgoglio corteggia una giovane vedova aristocratica, madame De Cintrè, nata Belleguarde, con il consenso del più giovane dei fratelli, Valentin, e con il gelido assenso della madre e del fratello maggiore, Urbain. Il corteggiamento dura 6 mesi e quando finalmente tutto è pronto per le nozze, i Belleguarde ritirano l’assenso al matrimonio. La giovane finisce in un convento di Carmelitane, divenendo suor Catherine, contro il parere di un disperato Newman e degli stessi parenti, sui quali grava un terribile segreto riguardante la morte del padre avvenuta anni prima. Una strana e repentina morte, come suggerirà Valentin in fin di vita, colpito a morte durante un duello originato dalla gelosia per mademoiselle Nioche, l’arrivista del Louvre che aveva finalmente trovato modo di far fruttare le sue doti presso il bel mondo, non quelle artistiche evidentemente. L’amico morto e l’amata in convento, morta al mondo anche lei: crolla così tutto il “piano di conquista” di Newman in quell’Europa che sembrava facile ad aprirsi e che invece, proprio sul più bello, si è chiusa a riccio. Il romanzo finirà con il ritorno definitivo a San Francisco del commerciante di vasche, non prima di aver scioccamente bruciato la prova fondamentale dell’azione turpe di madame de Belleguarde. E fa niente che vi ho spoilerato il finale: questo romanzo non vale il tempo impiegato per leggerlo.

Un libro indigesto.

E’ stata una lettura difficile, sia per il contesto sia per l’opera in sé. Iniziato il 1o dicembre 2017, il giorno dopo aver terminato la 3a rilettura di “IT” di King, in una situazione di salute non proprio ideale, con colite galoppante e preoccupazioni per il futuro, il romanzo mi ha annoiato fin dalla prima pagina, l’ho abbandonato diversi giorni, l’ho ripreso a Natale, l’ho riabbandonato e ripreso, concludendolo la settimana scorsa. L’attacco è troppo lento, le descrizioni di James troppo prolisse (in questo sembra Honorè de Balzac senza avere però lo stesso stile del grande francese), la caratterizzazione dei personaggi davvero parca all’inizio ed eccessivamente sottolineata nel corpo dell’opera, a costo di inutili ripetizioni. Newman appare come un sempliciotto, un uomo descritto come deciso e che sa quello che vuole ma che si lascia impelagare nei bizantinismi della piccolissima corte dei Belleguarde, crede di trattare con gente franca e diretta e che conquistare una famiglia della nobiltà francese sia come acquistare titoli in Borsa a Wall Street. Un uomo che appare così indifferente all’inizio e poi si mostra debole per l’amore di una donna conosciuta da neppure un anno, non si sa quanto irritato per l’amore perso o per l’orgoglio ferito. Uno sciocco che si priva pure dell’ultima soddisfazione di umiliare quella famiglia di arroganti ed è costretto alla fine a tornarsene sulla Costa Ovest sperando di dimenticare le sue avventure europee. Un fallito, almeno in questo senso.
Curiosamente gli antagonisti e i personaggi minori sono descritti meglio. Madame de Belleguarde è una vecchia strega che per poco non ha ucciso il marito, oppostosi al primo matrimonio della figlia, un’altera e fredda vecchiaccia che pronuncia i discorsi migliori, stilisticamente parlando, di tutto il romanzo, con frasi che sono gioielli sia della sintassi sia della fierezza nobiliare sublimata in un’arroganza da schiaffi, come “Eravamo sul punto di fare a meno dell’onore” nel ricevere il mancato genero. Il lettore attenderà invano che tanto disprezzo venga a sua volta disprezzato: la mummia la farà franca, ringraziate il Newman dai buoni sentimenti. Poi c’è il signor Tristam, che nella sua non intellettualità si mostra molto più sensibile del patetico protagonista, diventando l’eroe di tutti noi che ci eravamo stancati di leggere di patemi d’amore per una che è descritta come una dea in terra e poi pensa più alla famiglia che all’amato, di quadri, di visite in chiese, di discorsi contorti e privi di senso. Monsieur Nioche, anziano francese succube della figlia, una prostituta d’alto bordo, nella prima parte dell’opera suscita simpatia, poiché pur nella povertà non viene meno al piacere della conversazione e all’urbanità tipica dei francesi. I personaggi e gli ambienti sanno di “già letto” - non a caso ho citato Balzac – e non c’è originalità nella storia stessa, se non nei dialoghi (e non in tutti).Vi sono poi accenni che tradiscono come l’opera abbia avuto varie possibilità di sviluppo, poi non proseguite. Ad esempio, quando Tristam presenta Newman alla moglie, James scrive: “Non sapendo che lui (Tristam) un giorno si sarebbe pentito di aver fatto entrare quell’uomo in casa sua”. Si potrebbe pensare a una futura tresca amorosa tra il protagonista e la consorte, cosa che non avviene e che quindi lascia quella frase priva di senso.
Niente da fare, “L’Americano” non mi è piaciuto. E mentre il prossimo libro arriva sulla mia scrivania bianca, saluto Henry James, sperando di ritrovarlo in una situazione migliore.

domenica 21 gennaio 2018

Hype One: la musica è arte.

Carmine Moccia, in arte HypeOne.


Articolo correlato: Kimidori e la magia del Natale (LINK).

Proseguiamo il nostro nuovo ciclo di interviste con Carmine Moccia, in arte Hype One,classe 1996, giovane cantante che ci parla della sua passione per la musica. L’intervista ha luogo il 26 dicembre 2017.

1. Salve Carmine, presentati ai nostri lettori.

R. Sono Carmine Moccia, sono un giovane afragolese nato e cresciuto qui, ho una ragazza, Emanuela Favella, con la quale sono fidanzato da due anni e mezzo. Mi sono approcciato alla musica in generale e in generale al rap fin da piccolo. Ho cominciato a scrivere testi nel 2011 e nel 2012 ho pubblicato la mia prima canzone, “Crack Track”. All’inizio registravamo a casa di amici con microfono, mixer e cuffie. Dal rap sono passato a qualcosa di più pop, di più cantato.

2. Perché “Hype”?

R. Il nome “Hype” ha vari significati. L’hype è quello che si crea attorno ad un progetto musicale, ad un film e mi è sempre piaciuta quella sensazione di impazienza ed ansia. Il motivo dal quale nasce il nome però è che la parola “hype” in italiano si traduce con “montatura”, e in un certo senso “Hype” è un personaggio creato ad hoc per riuscire a dire tutto ciò che Carmine non riesce a dire. Poi, a prescindere, mi piace un sacco la parola “hype”!

3. Le tue prime esperienze sono avvenute quando frequentavi la scuola. Come la prendevano i tuoi compagni di scuola?

R. I miei compagni di scuola mi appoggiavano molto. Grazie alla musica mi sentivo anche accettato, riconosciuto. Mi fermavano per strada per farsi fare l’autografo da me, cosa che gratifica molto.

4. La prima canzone come la scrivesti?
R. Ascoltai una base su Internet, “Stan” di Eminem, una canzone molto introspettiva. Quando cominci lo fai per un bisogno, fondamentalmente. Ho scritto questo testo di tre strofe di getto.

Hype
5. Cosa senti nel momento in cui scrivi?
R. Soddisfazione, perché è la cosa che più amo fare nella vita. Nella vita l’aspirazione più grande è fare della propria passione un lavoro. Mi piace estrapolare da me tutto quello che sento, sia positivo sia negativo.

6. Hai avuto maestri?
R. No.

7. Hai modelli?
R. Coez il mio artista preferito. Un ex rapper romano, che ha cominciato come rapper e ha proseguito come autore pop. In un certo senso, nelle dovute proprozioni, rivedo il mio percorso. Io ho cominciato con un rap molto "underground", poiché venivo da un ambiente, quello di Casoria, molto delineato riguardo al rap e quindi sentiti questo bisogno di evolvermi, fare un altro tipo di musica che non sia veicolato dal rap.

8. La musica può guarire da malattie interiori?
R. Sì. Io stesso ho passato qualche momento buio, e la musica mi ha aiutato veramente tantissimo. Scrivere è come confidarsi con una persona, molte cose che non hai il coraggio neppure di dire al tuo migliore amico.

9. Da “Non mi scorderai mai”  (clicca qui: LINK) riporto una tua frase: < In fondo è la perdita la misura di un amore>. Quanto c’è di autobiografico in questo testo?
R. Questo è un pezzo che scrissi per la prima storia seria. All’inizio non ci accorgevamo di ciò che vivevamo, e quindi è un testo autobiografico per me e per lei. Quando perdiamo qualcosa, riscopriamo il suo valore.

10. Il pezzo “Quello che ho nella testa” era anch’esso autobiografico?
R. No, era più goliardico, pensai a un prototipo di ragazza acida e snob, il video stesso è volutamente trash.

11. A proposito, come realizzate i tuoi brani?
Le mie canzoni sono state realizzate con due carissimi amici di infanzia: Giuseppe de Vita, in arte Piv8, esperto in producing, e Christian Vespa, in arte Camera's Dog,, specializzato nei videomaker. Curiosamente, senza pianificazione, ci siamo ritrovati ad essere impegnati tutti nello stesso ambiente: io cantante, Giuseppe produttore, Christian montaggista. In particolare con Giuseppe abbiamo dato vita a un duo, Hoddog. Adesso abbiamo un progetto in cantiere per quest’anno. I testi sono chiusi, per gennaio puntiamo a registrare 3 o 4 pezzi di 6 totali ed entro il 2018 il progetto sarà online. Usiamo varie location: nel pezzo “Quello che ho nella testa” una villa privata (ringrazio la mia amica Viviana), in “Non mi scorderai mai” è uno scantinato bianco con una sedia con un proiettore puntato al muro (anche qui ringrazio la mia amica Maddalena).

12. Uno spettacolo pubblico è in programma?
R. Qualche volta mi sono esibito al cinema “Gelsomino”. Mi piacerebbe che ci fosse più spazio ad Afragola per i giovani, i pochi spazi sono monopolizzati da chi ha conoscenze.

13. Vorresti fare di questa tua passione un lavoro?

Certo, anche se già so che sarà una strada particolarmente difficile. Dovrò spostarmi ovviamente, anche perché è il paese stesso che non ti offre la possibilità di non emergere.

14. Come vedi Afragola?
R. Afragola è una città con un enorme potenzialità. Abbiamo la capacità di organizzare serate straordinarie, ma è la mentalità che non cambia. Un esempio: mentre nei concerti dei big a Napoli o altrove si esibiscono i giovani per farli conoscere, qui no, a meno di non avere conoscenze o di essere già conosciuti dal “giro”. Manca la cultura aperta e così i giovani se ne vanno.

15. Come vedi la tua generazione?

In due categorie: da una parte ragazzi apparentemente non interessati a niente ma che aspettano solo di essere stimolati; dall’altra ci sono quelli attivi che si interessano e si attivano per fare qualcosa di buono e migliorare la società. Qui vedo troppa chiusura da parte di chi ha la possibilità di organizzare eventi e fare crescere questi ragazzi.

16. Che messaggio vuoi lanciare ai tuoi coetanei?

R. Appassionatevi, interessatevi a ciò che vi circonda. Noi siamo il futuro, se non ci interessiamo noi alla vita collettiva non lo farà nessuno. Dedicatevi all’arte: l’arte è la massima forma di espressione, può esprimere te stesso attraverso un mezzo. Dedicatevi alla musica, informatevi, siate attivi!

  • Grazie Carmine, cioè Hype One. A risentirci, per un nuovo traguardo!

sabato 20 gennaio 2018

Sussurrano a Roma...




Mentre l’abbraccio mortale fra media e Vaticano non accenna a sciogliersi, con la gerarchia d’Oltretevere sempre più avvinta fra le spire del politically correct; mentre si assiste al crollo delle presenze in Piazza San Pietro agli Angelus domenicali e alle udienze generali infrasettimanali; mentre si osservano chiese semivuote ovunque, eccetto che in Africa, Oriente asiatico e America centrale; mentre accade tutto questo, a Roma succede qualcosa. 
Succedono tante piccole cose, insignificanti forse, ma che tradiscono impazienze, nervosismi, manovre in atto.
Sussurrano che Nosiglia, arcivescovo di Torino, abbia finalmente deciso di “mettere la testa a posto”, dal punto di vista di Santa Marta, ovviamente: la sua supercazzola sui clandestini, che la narrativa dominante chiama “migranti”, con un affronto alla sintassi dei verbi che la prona Accademia della Crusca ha fatto finta di non notare, ha suscitato qualche sorriso. Un amico della diocesi del Papa ha sorriso anche lui riferendomi la notizia ma per pietà, non per soddisfazione. “Sai, entro quest’anno si liberano 6 posti nel Collegio per via dello scattare degli 80 anni dei cardinali”. Così dice lui, così vi riporto io.

Sussurrano che quel Sinodo dell’Amazzonia previsto per l’anno prossimo, cavallo di Troia per lo sdoganamento della consacrazione di uomini ammogliati per sopperire alla mancanza di preti, sia stato una sorpresa anche per alcuni degli esecutori più vicini a Bergoglio, segno che alcuni rapporti considerati stretti tali non sono.
Nunzio Galantino a Napoli nel 2019?
Sussurrano che Nunzio Galantino, segretario della Cei, sia ancora nelle grazie del regnante ma “scivolato” di qualche posizione, e che si prepari la sua fuoriuscita in modo onorevole dall’Urbe. Già si parlava, mesi fa, dello scontro avvenuto fra il direttore del giornale dei vescovi italiani e il monsignore, per l’assunzione di un vignettista non propriamente cattolico al giornale. Le voci che danno Galantino come prossimo arcivescovo di Napoli sembrerebbero dar ragione a chi credere che l’invio nella città di sant’Aspreno e san Gennaro sia più un modo per sbarazzarsene che per promuoverlo, visto che con l’attuale Capo del Vaticano sembrano non esistere più “sedi cardinalizie” per automatismo. In tale ottica bisognerebbe leggere anche la recente nomina di monsignor Giacomo Cirulli a vescovo della diocesi campana di Teano – Calvi, avvenuta lo scorso 14 settembre: Cirulli proviene da Cerignola, la stessa città di Galantino, e la sua elezione alla diocesi campana non sarebbe altro che una “preparazione” alla nomina dello stesso Galantino a Napoli, alla fine di quest’anno. Cirulli “testa di ponte” di Galantino, promosso ma rimosso da Roma a Napoli? Chissà; è un sussurro. 
Sussurrano che, man mano che il Papa si addentra nella vecchiaia, diventi sempre più imperioso, ascoltando sempre tutti ma decidendo sempre da solo o confrontandosi solo con Pietro Parolin, cardinale Segretario di Stato, che alcuni – ecco un altro sussurro – danno per successore di Bergoglio al Soglio.
Va da sé che ciò porta a un’atmosfera da “1984” che il mio succitato amico conferma esserci: chi non si piega “delicatamente”, come ricordato dallo stesso Francesco nel suo ultimo discorso alla Curia Romana, è licenziato o ridimensionato.

Sussurri, come leggete. A Roma si sussurra molto perché si ha paura di ritorsioni. Poche le voci estranee al coro mieloso e univoco di elogio all’attuale Capo del Vaticano. “Stilum Curiae”, blog di Marco Tosatti, è una di esse, una delle poche isole di ragionevolezza nell’oceano di analfabetismo funzionale, di isterismi e di opposti estremismi che costituisce il web.
Altro approdo felice, da anni, è quel “Settimo cielo” diretto da Sandro Magister che davvero fa respirare aria di corretta informazione, scevra dai veleni scaricati ogni giorno da turiferari e pennivendoli Repubblica – Corsera – Rai – Mediaset ogni giorno. Infine “Lo Straniero” di Antonio Socci, impegnato nella duplice battaglia per la Chiesa e per questa povera Italia, che paradossalmente era più laica quanto c’era Camillo Ruini di quanto sia adesso con Gualtiero Bassetti. Restiamo orfani di “Papale Papale” e della penna sapiente e asprigna di Antonio Margheriti Mastino.                                                                                                                          
Il resto è da dimenticare, come quel sacerdote, divenuto tale in tarda età dopo una vita di lussuria, che si permette di opinare sull’ortodossia di sacerdoti e laici che criticano l’attuale corte dei miracoli di Santa Marta, irridendo al contempo lo stesso Pontefice: un colpo al cerchio e uno alla botte, così sono tutti sistemati e si passa per maestri di teologia al di sopra delle parti agli occhi dei meno attenti quando, scava scava, dietro il profluvio di parole e frasi artefatte c’è il nulla. Gente di questa risma, che avrebbe fatto meglio a sfruttare altrimenti i propri talenti, che rivendicano a ogni piè sospinto il proprio status di consacrati peccando d’orgoglio, che bastonano la galassia tradizionalista per la passione per le cappemagne e ignorano gli scandali che si consumano nel centro della Cristianità, sono quelli che per il Poeta “sono spiacenti a Dio e ai nimici suoi”. 
E non vale la pena vengano ricordati.

Un Papa duro, non pazzo : LINK.

sabato 30 dicembre 2017

Un giorno, migliaia di anni fa, nella futura Afragola...

Foto 1.


Il 21 luglio di quest'anno io e l'amico Paolo Sibilio ci recammo a bordo della sua moto nelle campagne antistanti la stazione AV di Afragola. Avevo ricevuto una soffiata due giorni prima da parte di un altro amico (essere divulgatore storico è garanzia di povertà ma anche di contatti umani stretti e diversificati) e decidemmo di affrontare i 39 gradi di mezzogiorno per verificare la notizia. Ecco cosa trovammo: scavi archeologici in corso, stratificazioni di epoche nel terreno (nelle foto 1 e 3 si vedono bene), perfino quella che poteva essere una canaletta di scolo (come ipotizzò Paolo, ben più esperto di me). Eravamo a soli 100 metri in linea d'aria da quella stazione coperta di insulti in tutti questi mesi: inutile, cattedrale nel deserto, spreco pubblico, contenitore di rifiuti. La monnezza tombata non è stata trovata perché non c'era mai stata, in compenso da sotto terra sono emersi i resti di un nucleo demico, di un villaggio, forse (anzi, probabile) legato quello trovato nel 2005 poco più a nord di questi scavi. Decidemmo di comune accordo di porre l'embargo sulla notizia e sulle foto fino a quando non si sarebbe risolta la querelle sui rifiuti, alimentati da politici locali con l'aiuto di pennivendoli che in un normale Paese sarebbero anche loro impegnati nei campi, ma per altre attività. Questo mese l'embargo che ci eravamo dati è caduto: Paolo ha pubblicato parte delle foto in un gruppo social, io ne riporto altre qui. Scattammo una settantina di foto e feci io stesso un paio di video (tutto salvato in memorie esterne, inutile che cercate di rubarmi il pc). Previo il consenso di Paolo, un giorno (forse) saranno pubblicate.

Foto 2.
Foto 3.

Foto 4.


mercoledì 27 dicembre 2017

Kimidori e la magia del Natale.

Antonio Carboncino, in arte Kimidori.


Premessa.

Nel dicembre 2011 iniziai una serie di interviste a 12 giovani afragolesi dalle più disparate passioni: dal cinema alla politica, dal calcio amatoriale alla partecipazione alle attività della Protezione Civile. Quel ciclo di interventi, conclusosi nel dicembre 2012, furono caricate su un sito di notizie riguardanti Afragola con cui collaboravo all’epoca. Inutile ricercarle: il curatore di quel sito le ha cancellate al tempo della mia prima permanenza in Germania (2014) nel trasferimento dello stesso da un dominio all’altro. Io le ho conservate tutte, non è escluso che le ripubblichi, ma non è previsto al momento: solo con 4 di loro mantengo rapporti, gli altri si sono persi di vista e poi sarebbero anacronistiche e solo riempitive nei momenti di pausa del blog. Veniamo ad oggi. L’antica idea di riprendere quel ciclo non mi ha mai lasciato in tutti questi anni, ma le mie vicende personali mi avevano distolto dal progetto (e da tanti altri progetti, a dire il vero). Non che abbia abbandonato la pratica delle interviste, come sa chi segue il blog; tuttavia quest’anno ho deciso di riprendere quel ciclo in maniera continuativa – anche se, avendo ora un blog mio, posso gestire io le scadenze di pubblicazione.
Il primo intervistato del nuovo ciclo è Antonio Carboncino, classe 2000, studente del liceo “Filippo Brunelleschi”, da me conosciuto nella prima metà dell’anno grazie alla partecipazione ai progetti dell’ Alternanza scuola/lavoro. Antonio ha una passione particolare e al tempo stesso molto in voga presso i giovani: la magia. La nostra conversazione ha luogo nei locali del lounge “Contropiano”, in Afragola, nel pomeriggio del 14 dicembre.


1. Ciao Antonio, innanzitutto grazie per avermi concesso questo incontro. Lascio a te la parola: presentati ai nostri lettori.

R. Sono Antonio Carboncino, ho 17 anni e frequento la V C del liceo scientifico statale “Filippo Brunelleschi”. Ho un nome d’arte, Kimidori, nome composto da “Ki”, chiaro, e “midori”, verde. che deriva dal giapponese e significa “verde chiaro”. Essendo amante del Giappone e della cultura giapponese, ho trovato che sia una parola troppo bella e poi il verde chiaro è il mio colore preferito. Ho due stupendi genitori, un fratello, Pasquale, che saluto, e una fidanzata, Letizia.

2. Come ti sei avvicinato al mondo della magia?

R. Da un episodio capitatomi da piccolino. A poker perdevo sempre, piccole somme ma ovviamente mi arrabbiavo. Su Internet trovai dei modi matematici per vincere a poker e a Black Jack: contando le carte che man mano uscivano, si può calcolare quanto puntare e limitare le perdite. E’ un metodo veloce e che necessita di rapidi calcoli mentali. Vidi, nella mia ricerca, un video di un ragazzo che faceva apparire e scomparire le carte.
Lì nacque l’interesse, ampliato quando un mio compagno di classe, Angelo Russo, che saluto (e lo saluto anche io, ndr), mi aprì le porte di questo mondo, dandomi dei consigli e facendomi conoscere un altro amico, Stefano Celardo. Avevamo una bella società, che però si sciolse per vari motivi. Intanto avevo conosciuto il mago Saykon, che cercava un assistente. Mi piace molto collaborare con lui. Innanzitutto mi sono sciolto: prima avevo difficoltà nelle relazionarmi con le persone, a causa della mia timidezza. Poi mi ha spiegato come i movimenti del mago siano necessari per la riuscita del numero, con la “misdirection”, cioè portare l’attenzione dello spettatore altrove rispetto al centro del numero. La postura, il tono di voce adeguato sono fondamentali in un’esibizione.

3. Ci deve essere anche una fede da parte dello spettatore.

R. Sì, quella è la cosa piu importante. Il mago mi ha consigliato numerosi libri per impratichirmi, come “L’ arte nella magia”, “Cinque punti della magia” e altri.

4. Quante ore dedichi ad allenarti?

R. Quasi tutta la giornata, pure in classe.

5. Ecco, questo non va bene. A prescindere dal fatto che i docenti se ne accorgano o meno, a scuola si studia.

R. Sì lo so, ma lo faccio nelle pause. Spesso ripeto lo stesso movimento così da perfezionarlo.

6. Torniamo al mago Saykon. Come l’ hai conosciuto?

R. Il mago lavora per “Fabbricamagia” e stava in uno stand all’Auchan di Giugliano. Lo contattai per una festa ed è iniziato tutto da lì. Mi ha preso con sé e dopo mi interrogava in auto: mi chiede “Hai visto come mi sono comportato?”, “Hai notato cosa ho fatto?”. Un mago non si vede dalla sua bravura nel fare le cose ben fatte, ma dalla sua bravura nel rimediare agli errori. Saykon ha 15 anni di esperienza, talvolta può sbagliare ma la sua esperienza lo fa uscire dalla situazione. Mai far vedere che si tentenna. Poichè la persona si fida del mago, non si accorge di un eventuale errore e la sua attenzione è sviata. Il mago Saykon mi spiega sempre come fare le cose, sistemare i microfoni, quando recuperare gli oggetti, ecc.

7. Quando tenesti il tuo primo spettacolo con Saikon?

R. Il primo spettacolo fu la terza domenica di maggio i quest’anno andammo in un locale a Casoria. Preparai gli attrezzi, mi tranquillizzò quando sbagliai a posizionare il microfono ( e da allora non ho più sbagliato), e lo aiutavo nel sistemare gli oggetti già usati o da usare mentre il mago fa i suoi numeri. Il mago Saykon è un vero maestro, oltre ai consigli che mi dà nel lavoro mi dà suggerimenti anche nel migliorare me stesso, dicendomi di non lamentarmi troppo poiché io pretendo molto da me stesso.

Kimidori.
8. Cosa provi mentre ti esibisci?

R. Io provo una sensazione bellissima, anche quando faccio quattro spettacoli di fila non sento la stanchezza, mi piace di vedere le reazioni delle persone, mi piace far conoscere quest’arte e far cambiare la loro concezione dei maghi. La maggior parte delle persone alle quali mostro i numeri sono scettiche, poi cambiano idea quando vedono magie più grandi. Le persone restano affascinate.. Un mago fa diventare l’immaginazione realtà, suscita la curiosità delle persone che hanno sia paura sia emozione nel vedere come termina un’esibizione.

9. Cose ne pensano i tuoi?

R. Mio padre ogni tanto vede i miei numeri, mia madre invece non approva. Ma quando hanno visto dei risultati, si sono ricreduti.

10. Quali sono le tue prospettive future?

R. Dopo il liceo, continuerò a fare spettacoli col il mago Saikon e poi cercherò di crearmi un pubblico tutto mio. Saikon è un maestro anche di vita, e lui mi consiglia di intraprendere tentativi anche in altri campi della magia che lui conosceva ma pratica poco. Proprio per questo sto insegnando in un corso presso “Fabbricamagia”, diretta da Antonio Battaglia, una persona squisita, che mi accolto benissimo al corso. Antonio ha permesso la realizzazione di questo progetto e gliene sono grato.

11. Come il 17enne Antonio vede Afragola?

R. Beh, c’è un a mentalità chiusa e un’ ignoranza dilagante paurosa. Vedo molta volontà di lamentarsi in giro ma senza che ci sia poi senso civico.

12. Cosa pensi della tua generazione?

R. Premetto che sono cresciuto con i miei nonni quindi ho idee che magari possono essere definite “antiche”. Fortunatamente anche la mia ragazza, Letizia, che la pensa nel mio stesso modo. La gente dice che siamo dei tipi all’antica, ma a noi non interessa la loro opinione. Vedo una generazione persa dietro l’abuso di tecnologia, se non di droghe. Una generazione senza stimoli o obbiettivi, con tutti i distinguo possibili.

13. Che messaggio vuoi lanciare ai tuoi coetanei?

R. Invece di lamentarsi e di stare dietro a un pc, muovetevi, fate qualcosa! Bisogna fare i sacrifici per raggiungere gli obbiettivi, bisogna muoversi per puntare in alto. Bisogna essere più attivi e più ottimisti.
  • Grazie Antonio, in bocca al lupo per l’esame di Stato a giugno e per il tuo percorso futuro. Ad maiora!

domenica 24 dicembre 2017

Natività.

Natività, XV secolo, tondo di Sandro Botticelli, abbazia di Montecassino.

In questo Natale 2017, con uno spirito natalizio al nadir e molto simile a quello di Ebenezer Scrooge prima della conversione, rinfranchiamoci gli occhi con questa splendida opera, da me fotografata nella visita all'Abbazia cassinese nel 2012.
Buon Natale ai lettori del blog.

sabato 16 dicembre 2017

Afragola d'arte. Il Castello - Nota storica.

Prospetto del castello.


Simboli del passato guerresco e pericoloso dei secoli medievali, i castelli sparsi nelle città odierne sono il retaggio di un’epoca che ancora affascina e pone interrogativi agli storici. Meno affascinanti sono invece le condizioni strutturali in cui questi manieri giacciono: se il castello di Acerra è stato complessivamente ben mantenuto grazie anche alle riattazioni per farlo divenire sede del Municipio nei decenni passati, quello di Afragola è invece oggi irriconoscibile e si mostra come un caseggiato rivestito di orridi mattoncini rossi sulla facciata che dà su Piazza Castello, mentre il resto è clamorosamente “scoperto”, privo di coperture di sorta. Eppure, fra i castelli costruiti in epoca medievale dai governi di Napoli nel suo immediato circondario, quello di Afragola presenta la storia più lineare, rispetto agli altri. Ne troviamo un primo accenno in un’opera anonima medievale, il “Cronicon Siculum incerti Authori ab anno 360 ad annum 1396”. In quest’opera – famosa perché è la prima che riporta il prodigio del sangue liquefatto di San Gennaro – si narra che il 18 gennaio 1388 i soldati di Margherita di Durazzo, vedova di Carlo III d’Angiò e reggente del Regno di Napoli per conto del figlio minore Ladislao, giunsero nel casale di Afragola e conquistarono il “fortillicium”. Qui è da intendersi non come maniero vero e proprio ma più come una struttura difensiva appena abbozzata eppure così importante che il suo possesso era necessario per mantenere il controllo del territorio a nord di Napoli (né è riscontrabile l’idea che ci si potesse riferire al presunto fortilizio di via Alighieri, in realtà una masseria).
Una vera e propria fortificazione è descritta invece in una fonte del tardo XV secolo: parlando delle guerre che opposero i francesi di Carlo VIII a Ferdinando II d’Aragona, la fonte riporta che il 5 ottobre 1495 i francesi “venero a la Fragola et pigliarono lo Castello”. Quindi nel corso di poco più di un secolo il “fortillicium” era diventato un vero e proprio maniero. Esso apparteneva alla famiglia dei baroni Capece – Bozzuto, e fu valutato in 5000 ducati nell’atto di cessione del 1576, che rendeva Afragola uno dei pochi casali privi di baronato dell’area a nord di Napoli. Al momento del passaggio alla pubblica proprietà, il maniero aveva giardini, appartamenti spaziosi e 4 torrioni per ogni vertici della sua struttura quadrangolare. Ma appena 150 anni dopo, nel 1726, venne rivenduto a soli 1000 ducati al Duca Gaetano Caracciolo del Sole, abbandonato e con un solo torrione ancora in piedi. Eviedentemente l’incuria per i beni patrimoniali del demanio non è caratteristica solo dei nostri giorni. Dobbiamo a questo curioso personaggio, Gaetano, la leggenda degli amoreggiamenti della regina Giovanna II e del suo primo ministro Giovanni Caracciolo nel castello: nessuna fonte certifica la veridicità delle scappatelle di Giovanna che da Napoli si portava nel casale delle fragole per dare libero sfogo alla passione con il suo favorito, quindi bisogna concludere che si tratti di storie inventate da Gaetano, 400 anni dopo la morte dei protagonisti, per dare lustro alla sua casata.

Neppure i duchi ebbero per molto la proprietà del castello, ormai trasformato in residenza privata ma dotato di un oratorio intitolato a Maria Addolorata: nel 1805 lo cedettero in enfiteusi al sacerdote Jengo per il ricovero di orfanelle e poveri del casale, e nel 1875 lo stabile passò alle Suore Compassioniste di Maria che vi impiantarono una scuola. L’ultimo fugace ritratto delle vestigia del maniero originario è visibile nel soprapporta dipinto nel 1886 da Augusto Moriani e oggi posto al piano nobile del Palazzo di città: un edificio grande, con la torre dell’orologio, dotato di arcate e con la luce che lascia intravvedere il giardino interno. 
L’attuale aspetto è dovuto ai rifacimenti degli anni Sessanta del Novecento: ne parleremo, seppur a malincuore e solo per dovere di trattazione, nel prossimo articolo della rubrica.