giovedì 20 luglio 2017

Alles Gute zum Geburtstag, Pfarrer Hassemer!

Padre Franz Josef Hassemer di Reinheim (Hessen) nel giorno del suo 75esimo compleanno, 17 luglio 2016.


In memoriam: LINK

Padre Hassemer, scusa il ritardo. So che hai – avresti - compiuto 76 anni lunedì, ma il caldo e il lavoro estivo mi hanno tenuto lontano dalla ricorrenza e da Reinheim. Un anno fa ci conoscemmo, curiosamente nel giorno del tuo compleanno. Non potevamo sapere che dopo due mesi avresti celebrato un’altra nascita, quella al cielo, il tuo dies natalis. Ti ricordo con questa foto, scattata il 17 luglio 2016, alla festa per il tuo 75esimo compleanno. 
Stammi sempre bene, padre Hassemer, con mio padre e tutti coloro che mi hanno preceduto nel viaggio finale. E cantiamo insieme, vivi e morti, il tuo canto preferito: “Lobe den Herr, meine Seele!”.

lunedì 17 luglio 2017

Studio di un documento. Il testamento Fatigati del 1882.

Prima pagina del testamento Fatigati.

I miei 4 lettori che mi leggono da tempo sanno già dai precedenti articoli a quale fonte storica do la mia preferenza. Gli archivi parrocchiali sono una miniera di informazioni storiche, economiche, sociali, culturali, perfino topografiche che difficilmente si può sottovalutarle nel trattare di Storia. Ma essi non sono una fonte unica. Altra fonte primaria per la ricerca storica e storiografica sono gli archivi notarili, che sono altrettanto ricchi di informazioni per lo storico o il divulgatore storico che sa interpretarle, come anche del semplice lettore che con curiosità si accosta alla lettura di documenti del passato.
Un esempio è il documento testamentario – in copia conforme- che ho davanti alla scrivania, stipulato dal notaio Giuseppe Castaldo Tuccillo nel 1882 per conto della signora Vincenza Fatigati. Tratto di questo testamento con il consenso di uno dei discendenti, Domenico Fatigati. Visto che a noi interessano solo le notizie storiche e sociali che il testo offre, tralascerò volutamente gli accenni a dinamiche interne della famiglia Fatigati e farò un sunto delle ben 6 pagine uscite fuori dall'analisi dello stesso.

I Fatigati di Afragola: breve accenno storico.

I Fatigati costituiscono una famiglia storica di Afragola, essendo testimoniati nelle fonti finora spogliate sin dalla seconda metà del XVI secolo. Essi si insediarono nell’area adiacente il castello trecentesco, probabilmente nel sito dell’attuale palazzo di famiglia in via Manzoni e dunque tra i nuclei di San Giorgio e San Marco. Non sono infatti citati a Santa Maria d’Ajello, il polo demico più numeroso del casale di Afragola alla fine del Cinquecento1.
Sabatino Fatigato (“Fatigato” è forse la variante originaria del nome, con la o finale trasmutata in i per errori di copia) fu parroco di San Marco fra il 1604 e il 1625, quando la sede parrocchiale era ancora nella vetusta chiesa angioina delle periferie orientali, comunemente chiamata “San Marco vecchio” o “in Sylvis”2. I 20 anni di parroccato di don Fatigato (nato nel 1555 e morto il 7 luglio 1625, a 70 anni) 3corrisposero a una grande mobilità al vertice della Chiesa napoletana, retta in successione dai cardinali Ottavio Acquaviva e Decio Carafa, mentre sul piano locale il casale delle fragole manteneva la sua dimensione di ente demico indipendente dal potere baronale, in seguito alla compravendita del feudo dei Bozzuto avvenuta nel 1576 da parte dell’università.
Una Geronima Fatigato è citata come madre di un altro parroco di San Marco, don Francesco Antonio Castaldo (1674 – 1749, parroco dal 1740) nel registro dei battezzati della parrocchia di Santa Maria d’Ajello. I genitori (il padre era Giovanni Lorenzo Castaldo) si erano però uniti in matrimonio nella chiesa di san Giorgio nel settembre del 16734, e quindi nell’area “ancestrale” dei Fatigati, che nel Settecento appaiono già come notevoli proprietari terrieri.
Un Alessandro Fatigato è citato in un sacro patrimonio per titolo ecclesiastico nel 17615.
Un Fabio Fatigati è citato da Giuseppe Castaldi nella sua opera su Afragola riferendosi a un testo di Chiocchiarelli, ma ne scrive solo per affermare di non aver trovato nulla su questo “Fabius Fatigati Fragolensis” che “philosophus fuit6.
Ma l’avo più noto dei Fatigati attuali è senza dubbio Gennaro Fatigati, nato in Afragola il 2 maggio 1711 da Agnello e Santa Zanfardino. Confessore e amico di Sant’Alfonso Maria dei Liguori, cofondò con Mattia Ripa, nel 1732, il “Collegio de’ Cinesi”, antesignano dell’attuale Università “L’Orientale” di Napoli, divenendone Rettore nel 1746. Il 21 settembre 1763 fu nominato vescovo di Cassano allo Ionio, ma rifiutò l’elevazione, volendo restare ad occuparsi del Collegio. Morì il 19 maggio 1785.

Un testamento senza scontenti.

Il documento che analizziamo è un testamento, cioè una libera volontà di un privato cittadino, trascritta davanti a un pubblico ufficiale, in questo caso il notaio Giuseppe Castaldo Tuccillo, fu Gaetano, erede di un’altra famiglia storica di Afragola, i Castaldo- Tuccillo, di cui parleremo ancora tra qualche settimana. Il documento è una copia conforme di testamento pubblico: l’originale è da ricercarsi evidentemente nell’archivio notarile dei Castaldo- Tuccillo, se ancora esiste.
Il notaio annota con scrupolosità il tempo e il luogo dell’incontro con la testatrice e i testimoni: siamo al 4 luglio 1882, “regnando Umberto I, nello studio notarile posto in casa mia in via Maiello ora San Giorgio n. 8, e propriamente nella stanza a mezzogiorno, dalle ore sei alle ore nove pomeridiane di Francia”.
Iniziamo con le inferenze, che sono di carattere generale e localistico al tempo stesso. Umberto I di Savoia regnava da 4 anni e mezzo, succeduto a Vittorio Emanuele II, e ne regnerà altri 18, fino alla sua uccisione a Monza nel 1900. Lo studio è posto nella casa privata del notaio, ed è esposto verso sud, quindi verso Napoli. Credo di aver individuato l’edificio, ma sarà oggetto di un altro articolo. Il riferimento alle “ore pomeridiane di Francia” è mutuato dagli usi piemontesi. Casa Savoia regnava sia sul Piemonte e sulla Sardegna sia sulla Savoia, regione francofona posta aldilà delle Alpi: in Piemonte si usava contare le ore sul meridiano francese, più attardato di quello inglese, e con la piemontizzazione del Sud Italia tale uso fu introdotto anche da noi.
La testatrice è Vincenza Fatigati, nubile, analfabeta “nata e domiciliata in Afragola in via Manzoni, già Fatigati”, e ciò è un indizio ulteriore per la localizzazione del sito di attecchimento ancestrale dei Fatigati in Afragola, il quartiere San Giorgio.
Vincenza Fatigati è accompagnata da 4 testimoni, e rilascia le sue proprietà in maniera certosina:
  • A Carmine Fatigati, fu Domenico, lascia una porzione di territorio e “un basso” in Afragola, con obbligo di far celebrare per 6 anni nel giorno del di lei decesso messe piane da un sacerdote scelto da lui7. Per “messe piane” si intendevano messe celebrate da un solo sacerdote con a fianco un chierichetto, definizione che per noi, vissuti dopo quella catastrofe nota come Concilio vaticano II, non ha più valore.
  • A Luigi Fatigati, di Carmine, lascia la nuda proprietà di metà del basso donato al padre carmine, con l’obbligo di dare alla propria sorella Emilia Fatigati “lire 425 pari a ducati 1008 alla maggiore età.
  • A Domenico Fatigati, di Carmine, lascia la nuda proprietà dell’altra metà del basso donato al padre Carmine.
  • A Michele Fatigati, fu Domenico, lascia l’usufrutto della stanza che possiede in via Manzoni, già Fatigati.
  • A Raffaele Fatigati, fu Domenico, lascia 340 lire.
Ho volutamente tralasciato, come annunciato all’inizio, particolari intimi della famiglia dell’epoca (il testamento è di 7 pagine fitte) che interessano i discendenti ma non lo scienziato storico.
Nessuno fu lasciato escluso, quindi, dalle ultime volontà della Fatigati, tra fratelli e nipoti, onde evitare dissidi famigliari facili a nascere quando si trattava di frazionamenti di proprietà.
Vincenza Fatigati era accompagnata da 4 testimoni:
  • Giovanni Calvanese, fu Raffaele, proprietario, nato e domiciliato in Afragola, in piazza Castello n. 10.
  • Andrea Firelli, fu Giovanni, canapaio, nato e domiciliato in Afragola, in piazza Castello n. 10.
  • Aniello Rocco, fu Giuseppe, venditore di generi di privativa, nato e domiciliato in Afragola, in piazza Castello n. 10.
  • Angelo Cuomo, fu Nicola, proprietario, nato e domiciliato in Afragola, in via Rosario n. 9.
Possiamo notare una certa omogeneità fra i testimoni scelti dalla Fatigati per presenziare all’incontro con il notaio: due proprietari, un canapaio e un venditore di “generi di privativa”9, vale a dire generi di monopolio (tabacchi, sali, valori bollati)10. I cognomi sono tutti di famiglie bene in vista nell’Afragola di fine Ottocento, che stanno cominciando ad abbandonare la terra per dedicarsi alle arti liberali o quantomeno favorire i propri figli nella scalata sociale nel secolo del positivismo e della borghesia. La testatrice, i testimoni, lo stesso notaio sono esponenti di un’Afragola che tende ad aprirsi, almeno ai livelli medio- alti della società, alla libera professione, avendo però sempre una solida base terriera.
Anche i domicili dei quattro ospiti mostrano una omogeneità quasi assoluta – e tradiscono il “piccolo mondo” nel quale si era probabilmente svolta la vita della signora Fatigati: tre su 4 vivono in piazza Castello, addirittura nello stesso stabile, e forse hanno legami di consanguineità fra essi. Fa eccezione Cuomo, residente più distante da tutti gli altri, in via Rosario.
Angelo Cuomo. Un nome che richiama alla mente un altro episodio storico di Afragola, più antico del testamento firmato da quelle 6 persone in quell’assolato pomeriggio di luglio di 135 anni fa.
Un episodio ancora poco analizzato. Ma di cui parleremo un’altra volta.

Note:


1 Santa Visita Apostolica dell’Em.o Arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo, 1598.

2 Lo spostamento della sede parrocchiale nell’attuale tempio, fatto costruire dai Gesuiti proprio ai tempi di Fatigato, avverrà solo nel 1668.

3 Giuseppe Esposito, I parroci di Afragola ieri e oggi, 2008, p. 53.

4 Ibidem, p. 66.

5 Ibidem, p. 69.

6 Giuseppe Castaldi, Memorie storiche del Comune di Afragola, 1830, p. 86.

7 Testamento Vincenza Fatigati, pagina 3.

8 Ibidem, foglio 4.

9 Testamento Vincenza Fatigati, pag. 6.

10 “Privativa, e”, voce Enciclopedia Treccani.   

sabato 15 luglio 2017

lunedì 10 luglio 2017

Afragola fascista - I parte.

Benito  Mussolini. 



Una premessa piccola ma significativa.

La storia di Afragola ha molti vuoti. Periodi non trattati perché non esistono fonti di alcun tipo in grado di aiutarci nella ricostruzione oggettiva di quei periodi (l’Alto Medioevo) ovvero perché i documenti sono molti, contraddittori fra loro o inaccessibili perché custoditi in archivi non sempre aperti e non sempre consultabili.
Ci sono poi periodi rimossi dalla memoria collettiva, quasi come se nulla fosse accaduto; ci si limita a una veloce elencazione di episodi storici e si passa immediatamente a parlar d’altro. Il periodo fascista ad Afragola è uno di questi. Il ventennio che va dalla presa del potere del podestà Luigi Ciaramella (1923) alla sua defenestrazione (1943) diventa nelle pagine dei cultori storici locali una mera elencazione delle opere compiute da Ciaramella per l’allora casale di Afragola, per poi passare a trattare subito del periodo postbellico, ignorando anche le conseguenze della guerra e dell’armistizio in città. Nessun cultore di cose storiche, eccetto uno, si è occupato finora del periodo fascista e bellico in città, se non per limitarsi a scrivere che nel 1935 Afragola divenne città. L’unica eccezione è costituita da don Gaetano Capasso, e gliene do atto, nonostante anche lui si sia limitato a riportare fonti senza commentarle o incrociarle con altri dati.
Vetus et Novus”, blog tanto copiato quanto disprezzato dai cultori di storia locale (essendo che mi sono sempre rifiutato di scrivere anche gratuitamente per chi non ha neppure la buona educazione di salutare pur conoscendoti) ha cercato in questi anni di illuminare questa oscurità con articoli a tema: basta digitare su qualsiasi motore di ricerca “Vetus et Novus blog tag Guerra” per leggere gli articoli che trattano delle conseguenze del conflitto in Afragola e fuori. Non pretendo certo di aver dimostrato tutto: la passione da sola non può sostenere una seria ricerca storica anche in periodi a noi vicini, perché il detto “Mentre Roma discute Sagunto cade espugnata” riguarda anche le tasche di chi fa divulgazione in questo Paese retto sul precariato dei giovani. Chi vuol capire, capirà.

Tante strade passano per Afragola.

Afragola fascista, dunque. Ma cosa intendiamo per fascista? L’adesione ideologica e politica al Partito Fascista di Benito Mussolini (1883-1945), ovviamente. Ma quanti afragolesi (e potremmo chiedere anche: quanti italiani) erano davvero aderenti, in anima e corpo, al Fascismo? Inizialmente pochi, man mano molti, alla fine quasi tutti.
Il Fascismo, a differenza del nazismo tedesco, si impose negli strati sociali bassi della popolazione senza resistenze, poiché per il contadino, l’artigiano, il manovale, il bracciante, il canapaio, il fruttivendolo, il pescatore un governo valeva l’altro, e tutti erano pessimi. L’avvento stesso del nuovo regime fu “morbido”, senza contraccolpi almeno per i primi due anni, con l’ingresso nel governo dei giolittiani e la supervisione stretta del re che aveva rifiutato di firmare lo stato d’assedio a Roma, ponendo fine all’esperienza dei governi liberali. Agli occhi della gran parte degli italiani, l’incarico dato a Mussolini di formare un governo di coalizione fu un incarico come un altro, senza tanti scossoni. Anche la sostituzione dei sindaci con la carica dei podestà non generò proteste o rivolte: la maggior parte degli afragolesi non votava, e comunque la carica di sindaco era ricoperta sempre dalle stesse persone o dalle stesse famiglie (come poi avverrà negli anni ottanta del Novecento, in piena democrazia).
Una foto d'epoca delle campagne dell'area napoletane.
L’Afragola degli anni Venti era una casale interamente agricolo, privo di mura perimetrali (e sia detto questo a chi insiste nel definire la città delle fragole come un “borgo”), immersa nei campi che la circondavano da ogni lato. Due assi viari principali da e verso Napoli la tangevano: la via Sannitica, che dall’ex Capitale conduceva a Caserta, che costituita la linea di confine con Cardito, a est, e la via Nazionale delle Puglie, che da Poggioreale conduce a Benevento (e a Bari, sotto altre denominazioni), che taglia in due la località Salice, generando una confusione sull’appartenenza degli abitanti della zona, Afragola o Casalnuovo, che perdura ancora oggi, a sud.
Un lungo viale si dipartiva a Cardito, presso l’attuale Piazza S. Croce, e si snodava per i campi, attraversando il centro storico di Afragola e giungendo a Casoria, indi a Napoli. Il viale esiste ancora, pur se con diversi nomi e diverso percorso, e corrisponde all’asse attuale corso Meridionale – De Rosa- San Felice – Corso Garibaldi.

Un’Afragola contadina.

La “Guida Generali Stellacci di Napoli e Provincia” del 1932/X è una fonte di primo livello per avere un quadro delle attività produttive presenti a Napoli e nel suo entroterra a metà in piena èra fascista. Riguardo Afragola, ecco cosa ricaviamo:

Sindacati (tutti con sede in Piazza Belvedere o nelle vie adiacenti):
  • Sindacato Fascista degli Agricoltori
  • Sindacato Fascista Appaltatori
  • Sindacato Fascista Comunali

Professioni:
  • Agronomi: 2
  • Avvocati: 6
  • Chimici: 2
  • Farmacisti: 3
  • Ingegneri: 2
  • Docenti elementari: 8
  • Medici chirurghi: 6
  • Notai: 1
  • Ostetriche: 3
  • Veterinari: 1
  • Canapai: non indicato, ma dai dati incrociati risulta un numero presso le 100 unità lavorative.


Per adesso fermiamoci qui (la Relazione continua ma ne daremo conto nei successivi articoli).
Il numero esiguo di professionisti ci informa, indirettamente, che la maggior parte dei quasi 20000 abitanti di Afragola del 1932 viveva del lavoro della terra: braccianti, zappatori, raccoglitori, operai a giornata, latifondisti, canapieri. Possiamo tuttavia rilevare come qualcosa “si muova”: l’ascesa di una classe media (è improprio chiamarla borghesia) che con i proventi dello sfruttamento della terra dà un’istruzione superiore ai propria figli e li specializza in un’epoca dove i “dottori” e i “professori” erano rari nei contadi. Mentre la presenza di operatori del mondo del diritto (avvocati, notai) non ci sorprende, essendo un’eredità del mondo ottocentesco, è curiosa la presenza di un veterinario, certamente chiamano non per cani o gatti ma per la cura dei capi bestiame. Chimi e ingegneri denunciano un interesse scientifico da parte degli strati alti della società afragolese che non verrà mai più meno fino ad oggi. La presenza di un solo notaio in città si spiega con la dipartita di quelli precedenti al momento della Relazione, e ne rende ancora più facile la identificazione.
Ma di ciò parleremo in un prossimo articolo.

martedì 4 luglio 2017

Gregorio VII e la libertas ecclesiae.

Gregorio VII


Il 22 aprile 1073 il popolo romano gridò nella Basilica Laterana il nome di Ildebrando da Soana come degno alla carica papale, che così fu eletto. Curioso come il deus ex machina della Curia, l'ispiratore delle riforme ecclesiastiche degli ultimi 25 anni, fautore della tanto desiderata riforma elettorale papale che dava solo ai cardinali il diritto di scelta del successore di Pietro, sia stato eletto con modalità difformi da quella riforma stessa (e sarà del resto l'ultima volta, per molti anni almeno).
Ildebrando era nato a Soana (Toscana) in un anno imprecisato tra il 1020 e il 1025: al momento dell'elezione era un uomo di mezz'età dal corpo piccolo e ingobbito, se dobbiamo dar retta ai libelli degli ultimi anni dell'XI secolo (a lui avversi).
Non sappiamo nulla della sua famiglia, la tradizione riporta che fosse di umili origini, e si sia fatto strada nella Chiesa solo in grazia alla sua intelligenza e alla sua tenacia - due qualità caratteriali che, si badi bene, erano riconosciute anche dai suoi avversari. La sua entrata nella scena europea avvenne nel gennaio 1047, quando l'imperatore Enrico III esilia in Germania il Papa Gregorio VI, al secolo Giovanni detto Graziano, per aver comprato la carica da Benedetto IX. Gregorio VI era con tutta probabilità suo maestro, e Ildebrando figura accanto a lui come suo cappellano. Il giovane accettò di seguire il maestro nel suo esilio a Colonia, anche se successivamente ammise che la decisione gli pesò. Ildebrando appare quindi inizialmente sulla scena del mondo dalla parte sbagliata, confessore di un esiliato, ma la trasferta tedesca gli servirà moltissimo per la conoscenza della Chiesa aldilà delle Alpi. Nulla sappiamo della permanenza di Ildebrando in Colonia, durata meno di un anno poiché Gregorio VI morì nello stesso anno del suo esilio, nel dicembre 1047; di certo conobbe l'arcivescovo Hermann II, custode dell'ex Papa per conto dell'imperatore, e probabilmente anche il suo successore, Annone, anni dopo protagonista del colpo di Stato di Kaiserewerth (leggi : QUI). Nel 1048 lo ritroviamo a Cluny, in Borgogna, dove si informò della situazione della Chiesa francese e riprese il contatto con i riformatori. A Cluny conobbe il vescovo di Toul, Brunone, divenuto Papa Leone IX nel 1049. Fu lui a richiamare Ildebrando da Cluny a Roma, dando inizio a una carriera ecclesiastica con pochi eguali nell'evo medievale.


Siamo nel 1049, dunque. Leone IX, intenzionato a incidere profondamente nel corpo della Chiesa, si circonda di uomini dotati di profonda fede e animati da spirito inflessibile davanti alle storture sorte in un secolo e mezzo di lassismo. Riprese l'afflato riformatore di Clemente II, morto dopo appena un anno di pontificato, e chiamò Ildebrando.
Questi tornò a Roma, dopo un'assenza di due anni, e vi tornò non da accompagnatore di un Papa esiliato ma su invito della Sede stessa. Seguendo le fonti a disposizione, pare che lo stesso Leone l'abbia creato suddiacono, aprendogli le porte della carriera nella Curia e nella Chiesa.
Il primo compito di responsabilità che gli ve
nne affidato fu come legato ad acta in Francia centrale, nella Loira, per appianare i contrasti sorti tra Berengario di Tours e Lanfranco di Canterbury per le affermazioni eretiche del primo sulla natura dell'Eucarestia. Ildebrando tornò in Francia, e presiedette al giudizio del filosofo, che venne condannato e imprigionato nel 1050 (ritratterà in seguito le sue affermazioni). Risolta la questione, Leone lo trattenne in Francia col mandato di attuare la riforma laggiù, realtà che tanto lui quando Ildebrando conoscevano bene. Il legato ordinò processi e e impartì provvedimenti disciplinari contro i simoniaci e i concubini.

Nel giugno del 1054 giunse la notizia della morte di Leone. Ildebrando si recò quindi alla corte imperiale in Magonza, in Germania, per trattare la successione (era ancora vigente il Privilegium Othonis) e la scelta di Enrico III ricadde sul vescovo di Eichstatt, che assunse il nome di Vittore II. Il neoeletto confermò Ildebrando nella carica di legato in Francia.
Morto anche Vittore, i cardinali a Roma elessero Federico di Lorena, l'abate di Montecassino, che assunse il nome di Stefano IX. L'eletto non aveva ricevuto il riconoscimento imperiale, e Ildebrando fu inviato come legato del Papa a Magonza per ottenere l'approvazione della reggente Agnese. La missione diplomatica ebbe successo, e ciò depone a favore delle abilità di Ildebrando, giudicato rigido ed eccessivamente severo verso la corte tedesca - giudizio dovuto ai fatti che accadranno nel suo pontificato. Nel 1058, al momento della morte di Stefano, ritroviamo il nostro con la carica di diacono e ancora in Germania. Il Collegio cardinalizio, su esplicita richiesta di Stefano, attese il ritorno a Firenze del legato, mentre veniva eletto l'antipapa Benedetto X. Nel 1059 fu eletto, per ispirazione di Ildebrando, Gerardo arcivescovo di Firenze, che scelse il nome di Niccolò II. Il Papa ringraziò il suo grande elettore creandolo cardinale, e sotto la sua influenza indisse il Concilio lateranense che approvò la bolla In Nomine Domini che affidava al solo Sacro Collegio il compito di eleggere il successore di Pietro. Alessandro II (1061-1073) fu l'ennesima "creatura" di Ildebrando, ormai eminenza grigia della Curia che godeva del riconoscimento e apprezzamento unanime dei riformatori, in maggioranza nella Chiesa bassa anche se non nell'episcopato, e della Corte imperiale retta da Annone di Colonia. Si era a tal punto quando Alessandro II morì.

Ildebrando, il nuovo Gregorio.

Il 21 aprile 1073 Alessandro II morì. Il giorno dopo, durante i suoi funerali in Laterano, una voce si levò dal popolo riunito: "Ildebrando vescovo". Questi mosse verso l'ambone per far tacere i presenti, ma fu preceduto dal cardinale Ugo Candido che pronunciò un'allocuzione che esaltava il ruolo avuto dal diacono negli ultimi 25 anni di Storia della Chiesa. A quel punto cardinali, preti "et populo, omni senatu pariter collecto, uno omnium voto, pari consensu" pronunciarono la formula tradizionale: San Pietro ha scelto Ildebrando per Papa. L'interessato fu costretto a vestire i paramenti sacri e fu intronizzato in San Pietro in Vincoli. L'elezione, se da un verso sottolineava ancora il ruolo del popolo romano nella scelta del proprio vescovo, dall'altro era una chiara disattesa di quel decreto del 1059 che lo stesso Ildebrando aveva contribuito a far approvare. Disattesa almeno in senso formale, visto che la sua elezione fu riconosciuta legittima e i cardinali, che pure parteciparono al voto "per ispirationem", furono citati a parte nel verbale, riconoscendo loro uno status particolare e di preminenza.
Non mancò la conferma imperiale, richiesta per lettera dallo stesso Ildebrando: evidentemente il neoeletto non volle contestare subito i diritti della corte di Magonza, cosa che depone a favore una volta di più sulla sua duttilità davanti alle situazioni contingenti. Ildebrando, durante la consacrazione in S. Pietro in Vincoli, il 30 giugno successivo, assunse il nome di Gregorio per ricordare il primo Pontefice di questo nome.
L'impronta benedettina, unita al suo temperamento focoso e angoscioso, segnò tutta la sua azione che, lungi dall'essere dominata dal calcolo politico, era animata invece dalla volontà di salvare quante più anime a Dio, anche arrivando a estremi morali e spirituali. Il suo pessimismo sulla caducità delle cose create, la sua angosciosa - e angosciante, per chi legge le sue lettere- ricerca di vescovi degni di Dio. il suo insistere sulla "libertà della Chiesa" che si traduceva in teocrazia, tutto ciò fu una novità per i medievali e per gli stessi uomini di Chiesa, la quale non aveva un capo così decisamente convinto delle proprie prerogative assolute dai tempi di Niccolò I - e parliamo del IX secolo!
Le prime difficoltà per il neoeletto non vennero dalla Germania, ma dall'interno dell'Urbe: la sua attività riformatrice contrastava quella criminale di tal Cencio di Stefano, che nel Natale del 1075, con alcuni suoi seguaci, attaccò il Papa mentre questi celebrava messa in Santa Maria ad Nivem (S. Maria Maggiore). Gregorio fu salvato dalla reazione popolare che impedì a Cencio di condurre il Papa fuori Roma: il sacrilego fu costretto a fuggire in Lombardi, dove c'erano altri nemici del Papa. Quest'ultimo intanto faceva copiare e distribuire uno strano e particolarissimo testo, scritto di suo pugno o almeno ispirato da lui: il Dictatus Papae.


Il Dictatus Papae, inserito nel Registrum epistolare di Gregorio, compare sulla scena europea nel 1075. Esso non era un programma di teocrazia, ma un indice di una collezione canonica raccolta da Ildebrando per affermare la supremazia della Chiesa sui poteri laici. Le 27 brevi, concise frasi costituirono tuttavia un motivo di malessere anche per molti suoi seguaci, perché portavano all'estremizzazione il principio della "Libertas Ecclesiae", che era così libera da imprigionare gli altri poteri. Delle 27 enunciazioni, furono due a scatenare l'ira del giovane Enrico IV: la XII "Quod illi liceat imperatores deponere" (Che gli è permessoal Papa, ndr - deporre gli imperatori) e la XXVII "Quod a fidelitate iniquorum subiectos potest absolvere" (Che può sciogliere i sudditi dalla fedeltà agli iniqui, intendendo con questo i sovrani). 
Enrico, già alle prese con le ennesime ribellioni dei principi e duchi tedeschi all'autorità imperiale, non accettò una tale diminuzione del suo prestigio, né volle venir meno alla consuetudine di nominare vescovi nelle terre imperiali, unico mezzo di contrattazione rimasto alla corona imperiale in vaste zone soggette nominalmente al suo controllo. 
Enrico IV
Convocò quindi un concilio a Worms il 24 gennaio 1076, e ottenne la deposizione di Gregorio da parte dei vescovi tedeschi, con l'appoggio di Ugo Candido, un tempo amico di Ildebrando, adesso suo nemico. Il concilio fece il paio al sinodo dei vescovi lombardi svoltosi in Piacenza, e un'ambasceria fu inviata a Roma, guidata da Rolando di Parma. Era il 22 febbraio 1076, festa petrina per eccellenza, e Papa, curia e imperatrice Agnese erano riuniti in Laterano. Allorché Rolando comunicò la deposizione del Pontefice per mano di una sparuta minoranza di vescovi tedeschi e italiani, i "cives romani, commoti" di fronte a tale affronto insorsero e colpirono i legati imperiali. Dovette intervenire lo stesso Gregorio a salvarli, a rischio della propria incolumità personale, poiché la folla inferocita non aveva più freni.
Il giorno dopo, il 23 febbraio, Gregorio pronunciò davanti al clero romano, alla Curia, all'ex imperatrice e a Matilde di Canossa la sentenza di scomunica verso Enrico e proclamò sciolti i sudditi tedeschi da ogni giuramento di fedeltà intercorso precedentemente fra essi e lo scomunicato. Per sudditi, prima ancora che al popolo, bisogna pensare ai grandi feudatari, che costituivano già una spina nel fianco al potere imperiale. Gregorio dichiarò altresì deposti tutti i vescovi che avevano partecipato all'assise di Worms. Il gesto fece un'impressione enorme ovunque, e in Germania indusse i principi al passo definitivo: riunitisi a Tribur, in Assia, per eleggere il nuovo re tedesco, ebbero dissenso sul nome, e fu questo a salvare Enrico. L'assemblea di feudatari gli ingiunse (lui svernava a Oppenheim, sull'altra riva del Reno) di ottenere il perdono papale entrò il 23 febbraio 1077, altrimenti il trono sarebbe stato considerato vacante. Inviarono contemporaneamente un'ambasciata a Gregorio chiedendogli di presiedere lui stesso un nuovo incontro in merito, ad Augusta.
Era ottobre: Enrico sapeva di avere poco tempo. Così, fallita una mossa conciliatoria presso il Papa, l'imperatore si mise in viaggio verso l'Italia.


CANOSSA.

Enrico scese dunque in Italia per ottenere la revoca della scomunica prima del termine fissato dai principi tedeschi a Trebur. Passate le Alpi, attraversò la Lombardia - a lui tutta ostile - e giunse a Canossa, nei domini di Matilde, fedele alleata della Chiesa, che ospitava nel suo castello Gregorio. Questi attendeva la scorta dei principi tedeschi a Mantova, ma quando seppe dell'arrivo di Enrico preferì rifugiarsi presso Matilde onde evitare colpi di mano del Re dei Romani (Enrico non aveva ancora ottenuto l'incoronazione, e formalmente non era ancora imperatore). Accompagnato dalla suocera Adelaide di Susa, dal cognato Amedeo II di Savoia e dal marchese Alberto II d'Este, Enrico restò accampato per tre giorni e tre notti, dal 25 al 27 gennaio 1077, fuori le mura del castello, vestito con un semplice saio in segno di penitenza.

L?umiliazione di Canossa

L'episodio ebbe subito (si fa per dire, visti i mezzi e i tempi di comunicazione di allora) immediata risonanza in tutte l'Orbe cristiano. La Chiesa usciva moralmente vincitrice nello scontro con l'Impero, e per molti secoli Canossa fu lo spauracchio dei poteri civili nelle lotte giurisdizionali con la Chiesa.
Tuttavia, sfrondato l'episodio di Canossa dall'aurea romantica di cui fu per secoli circondato, bisogna riconoscere che Enrico aveva tolto di mano l'iniziativa al Papa, riconquistando immediatamente il terreno perduto. Gregorio aveva riammesso il Rex Romanorum nella Cristianità, ma non aveva revocato la sentenza di deposizione. Per cui i principi tedeschi elessero nuovo imperatore Rodolfo duca di Svevia. Enrico cercò di tornare in Germania per sventare questo che lui vedeva come il secondo colpo di Stato della sua vita (dopo Kaiserwerth) ma si trovò i passi alpini sbarrati, e solo con l'aiuto del patriarca di Aquileia riuscì a varcare la corona alpina.
Rodolfo si mantenne abbastanza saldo sul trono per tre anni, e Gregorio e i suoi legati temporeggiavano per osservare l'evolversi della situazione. Alla fine, nel 1080, Papa Aldobrandeschi si decise per Rodolfo, e scomunicò nuovamente Enrico, in lotta contro i vassalli infedeli. Il 15 giugno questi, furente contro Roma, dichiarò decaduto Gregorio e fece eleggere da un sinodo a Bressanone un suo fedele come nuovo Papa, Guiberto arcivescovo di Ravenna, che assunse il nome di Clemente III. Nell'ottobre dello stesso anno Rodolfo morì sul campo di battaglia: principi e Papa si ritrovarono privi del loro campione e subirono per di più una serie di sconfitte militari.
I tempi della vendetta erano maturi: nel febbraio 1081, Enrico muoveva verso Roma.


"Ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità".

Preceduto da lettere adulatorie verso i romani, Enrico scese in Italia e si accampò fuori le mure dell'Urbe il 21 maggio 1081. Non risolse nulla, e dopo 40 giorni, nel pieno dell'estate laziale, dovette andarsene. Ritornò nel 1082, con più uomini, e dopo 7 mesi d'assedio riuscì a far capitolare la Città Leonina. Un aiuto fondamentale venne dai romani stessi e da alcuni riformatori, che cominciavano ad essere dubbiosi della bontà delle causa gregoriana e stanchi dell'inflessibilità del Papa toscano. Enrico fece insediare il suo protetto, Clemente III, in Laterano giusto in tempo per il 29 giugno 1083, festa dei Ss. Apostoli, nonostante metà città fosse ancora nelle mani dei gregoriani. Il Papa e la Curia si erano intanto asserragliati in Castel Sant'Angelo, e Gregorio dovette subire l'affronto di veder insediato l'avversario proprio nel giorno della memoria di San Pietro. Per la primavera del 1084 anche le ultime resistenze erano venute meno, e solo la fortezza adrianea resisteva. Tanto bastò ad Enrico per considerarsi soddisfatto e chiedere finalmente la corona imperiale: il 31 marzo 1084, giorno di Pasqua, veniva finalmente incoronato imperatore, IV di nome Enrico, per mano di Clemente. Fu una gloria passeggera: nell'estate dello stesso anno giunsero in soccorso di Gregorio i Normanni guidati da Roberto il Guiscardo, padrone del Meridione d'Italia (come poi diremo in un post successivo, dando una panoramica della situazione europea). Enrico lasciò Roma poichè era inferiore di forze, e i Normanni si precipitarono per le strade, saccheggiarono tutto, incendiarono chiese, distrussero palazzi, fecero prigionieri migliaia di romani. Gregorio fu liberato e alla fine di quell'anno infausto riprese possesso del Laterano, ma la popolazione gli era ormai avversa, perché lo considerava responsabile del sacco della città. Decise quindi di lasciare l'Urbe, probabilmente per tornarvi dopo qualche tempo e riprendere la battaglia contro Enrico, ma non vi potè più tornare. Mentre Clemente si insediava nuovamente in Laterano, avendo buon gioco nel presentarsi come difensore di Roma dalla barbarie portata da Gregorio, questi seguì i suoi liberatori a Salerno, dove continuò a scrivere lettere contro l'imperatore e a chiamare tutti i sudditi alla disobbedienza. Ma era solo e isolato, e la fatica dell'ultimo anno si fece sentire su un fisico ormai avanti con gli anni. Sentendosi avvicinare la fine, chiamò a sè i cardinali riformatori, indicò tre suoi possibili successori alla carica (contravvenendo, curiosamente, alle disposizioni elettorali che aveva contribuito a redigere), perdonò i suoi avversari, escluso Enrico, e spirò.
Era il 25 maggio 1085: si chiudevano contemporaneamente una fase della riforma ecclesiastica e una fase della lotta per le investiture. Non si sa se pronunciò effettivamente le parole: "Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità, perciò muoio in esilio", che un suo biografo gli attribuisce. Certo, come scrive Indro Montanelli, toscano come lui: "Aveva amato la Chiesa. L'aveva amata fino all'iniquità".


Con Gregorio VII moriva il deus ex machina della riforma ecclesiastica della seconda metà dell'XI secolo.Cappellano di un Papa sconfitto (Gregorio VI), consigliere di un Papa coraggioso (Leone IX), creatore di Papi di adamantina volontà (Niccolo II, Alessandro II), Ildebrando fu eletto al Soglio quasi "naturaliter", essendo il capo carismatico della Curia da 30 anni. Fu totalmente devoto alla Mater Ecclesia e la sua azione fu ispirata da un forte senso divino, al punto da leggere le azioni dei singoli e il decorso della Storia solo in prospettiva teologica. Il suo sogno era di attuare una "Christianitas" dentro la quale le forze umane e sociali collaborassero in vista del bene spirituale; il suo ideale politico fu la costituzione di un Regno di Dio sulla terra. Fu per questo che cercò di sviluppare un rapporto di "fidelitas" con tutti i sovrani d'Europa e non solo (conserviamo sue lettere indirizzate ad Anazir, re di Mauritania), e fu per questo che arrivò allo scontro colossale con Enrico. Scrisse a proposito delle sue fatiche : "Noi siamo sovraccarichi di tante faccende, che molto spesso la vita ci è di peso e la nostra carne desidera la morte; ma quando il povero Gesù, vero Dio e vero uomo, ci tende la mano, egli rende la gioia a chi è oppresso. In me certamente muoio sempre, ma tuttavia in Lui io vivo".



sabato 24 giugno 2017

Un Belvedere d'altri tempi.

Piazza Belvedere nel 1886.


Penultimo appuntamento con il ciclo di dipinti realizzati da Augusto Moriani nel 1886 per decorare il piano nobile del Palazzo municipale (di cui ci occuperemo a luglio con un articolo dedicato).
Dopo le piazze delle tre storiche chiese parrocchiali, il pittore ritrae il cuore dell’Afragola moderna (moderna ai suoi tempi). Piazza Belvedere.
Annesso il Regno duosiciliano a quello sabaudo, Afragola si ritrovò con una nuova amministrazione vicina ai potenti arrivati nel 1860. Il primo sindaco del nuovo corso fu Vincenzo Maiello, indagato per brigantaggio e camorra pochi mesi dopo aver preso la carica. Di lui e del fenomeno del brigantaggio ad Afragola parleremo nel corso dell’estate, verso la fine della stagione, ma ai miei quattro lettori non dò scadenze fisse perché una ricerca seria richiede tempo e discernimento delle fonti, e io non vivo solo per Vetus.

Tornando al tema di oggi, Afragola dopo l’annessione vide svilupparsi un nuovo quartiere, proiettato verso sud, lungo l’asse viario che conduceva a Casoria e quindi a Napoli. Il centro storico fu abbandonato dalla “borghesia”, termine improprio per indicare quell’insieme di artigiani, proprietari terrieri, commercianti, liberi professionisti che nell’Afragola ottocentesca non riuscirono mai a costituire la classe media così come viene storicamente intesa. L’area adiacente al Santuario di Sant’Antonio, un tempo in aperta campagna, si urbanizzò, e ancora oggi costituisce l’unica “agorà” di Afragola (in compenso nel corso del Novecento i grandi proprietari si trasferirono in gran parte nei nuovi quartieri residenziali dell’Oberdan e del Gelsomino). Piazza Belvedere, di cui già scrivemmo a proposito delle trasformazioni ottocentesche (leggi qui: LINK, e vedi foto a fine articolo), si pose quindi come nuovo sbocco cittadino e come nuovo centro residenziale.
Il dipinto (che come gli altri tre è un soprapporta) è del 1886. In esso sono evidenti le influenze della Scuola di Posillipo napoletana in Moriani: il cielo, di un azzurro vigoroso e punteggiato dalle nuvole, il verde dei pini mediteranei, il rosa intenso del palazzo. Il lato destro è occupato da Palazzo Cocco, quasi ad angolo con lo slargo di Piazza Gianturco, e per questo visibile fin dall’inizio del Rettifilo, dal punto dove sorge l’aiuola della ghiera metallica a Casoria. In fondo vediamo la mole di Palazzo Ciaramella, di cui distinguiamo appena i due livelli, quello di base occupato oggi da un esercizio commerciale e la loggia superiore.
Il lato sinistro della piazza non è edificato (come possiamo vedere anche dalle foto sottostanti) e l’unico struttura edilizia presente è un lungo muro che corre verso ovest. L’elemento più caratterizzante del dipinto è certamente il tram a vapore sul lato destro. Il tram sta arrivando da Napoli e intravvediamo nella cabina di locomozione il macchinista, mentre due persone stanno aspettando il momento della fermata per salirci. Dall’altra parte della piazza, all’ombra dei palazzi, si muove una carrozza, che trasporta a sua volta altri passeggeri. C’è davvero un tocco da “vetus et novus” in questa illustrazione: il “nuovo” della macchina a vapore e il “vecchio” della carrozza a traino animale.
La Tranvia Caivano – Napoli, passante per Afragola lungo l’asse delle attuali vie Murillo di Cardito – Corso Meridionale- De Rosa – Morelli – Sanfelice e sboccante al Belvedere, iniziò le corse nel 1881 e le cessò definitivamente nel 1957, tagliando fuori da allora il centro storico da ogni collegamento di trasporto pubblico con la parte nuova della città.


Ci resta da trattare, riguardo al Moriani, il grande affresco del Salone del Palazzo di città. Ma lo faremo un’altra volta.


Piazza Belvedere negli anni Venti del Novecento.

Piazza Belvedere negli anni Cinquanta circa del Novecento.

martedì 20 giugno 2017

Una nuova Chiesa. Non cristiana.

Papa Francesco

Ormai gli episodi aumentano, sono quasi quotidiani. Il lento, progressivo disfacimento di duemila anni di Fede e di Storia ha subito un’accelerata. Sanno che, avendo il Capo superato gli 80 anni, hanno poco tempo, ormai. Sia che sorella morte visiti il Vaticano, sia che ci sia una seconda abdicazione, i componenti vecchi e nuovi del conciliabolo di San Gallo sanno che sono alle battute finali. E stanno passando all’azione.

Francesco II sempre più vicino.

Con la creazione di 5 nuovi porporati, le creature di Bergoglio diventano 61 in seno al Collegio cardinalizio. Non abbastanza per eleggere da soli il prossimo Papa, ma sufficienti per ostacolare l’ascesa di un esponente dell’ala benedettina e quindi un ritorno al passato pre- Bergoglio. Allo stato attuale delle cose, l’emergenza elettorale prossima ventura si concluderà con l’elezione di un candidato di compromesso: in tal senso, in pole position ci sono Tagle, arcivescovo di Manila, e Montenegro, prelato ad Agrigento. Il primo è esponente della famigerata “Scuola di Bologna”, il gruppo di studiosi con a capo Alberto Melloni, che propugna una visione discontinua del Concilio vaticano II (la stessa che nei fatti vediamo ogni giorno); il secondo è uno dei cardinali più in vista riguardo le massicce ondate di clandestini, eufemisticamente chiamati “migranti” dai mass media, e quindi è “in tono” con ciò che i Palazzi propugnano per i popoli europei. In entrambi i casi, non si prospettano buone notizie per il futuro della Chiesa di Cristo.

Un quadro fosco.

Ma possiamo ancora definirla così? Possiamo ancora definire “sposa di Cristo” quell’insieme di preti presenzialisti in tv, suore cantanti, frati gaudenti col mondo, vescovi che parlano di clandestini e non conoscono neppure la Bibbia? Chiese vuote, ateismo e agnosticismo galoppanti (anche se nella gran parte dei casi chi ci definisce ateo o agnostico non sa neppure di cosa stia parlando, sopratutto fra gli under 35 con lauree e master e tanta ignoranza), cristiani perseguitati nell’Africa sahariana, in Indonesia, in Pakistan, perfino alle Maldive, gerarchia ecclesiastica scollegata dalla realtà. Un Papa che non risponde a chi gli chiede chiarimenti sull’Amoris Laetitia (ne parleremo nei prossimi giorni), che martella gli italiani e gli europei ogni mercoledì e ogni domenica blaterando di accoglienza indiscriminata, che preferisce accogliere in Vaticano 9 famiglie di musulmani lasciando alla frontiera macedone altri profughi di fede cristiana – e non si urli alla discriminazione, perché se Bergoglio avesse voluto essere davvero superpartes avrebbe accolto sull’aereo papale famiglie di entrambe le fedi.
Vicario di Cristo che di Cristo non parla, perché il centro dell’attenzione deve essere lui, il vescovo venuto dalla fine del mondo per insegnarci come interpretare il Vangelo, con l’aiuto dei manuali di don Milani e del cardinal Martini, insegnarlo a noi che l’abbiamo diffuso da tempo immemore su tutta la Terra.
E la Curia ai tempi di Bergoglio non è da meno. Divisa fra ultrà franceschisti e conservatori benedettiani, è unita soltanto nel terrore che il Capo suscita, i primi per il timore di perdere posizioni, i secondi per i nuovi attacchi al Depositum Fidei che il custode dovrebbe, di norma, conservare integro per i secoli a venire.
Abbiamo porporati ambiziosi che accusano altri di volere il Potere, con quel contorsionismo retorico per il quale bisogna accusare gli altri di ciò che si vorrebbe fare in prima persona: è il caso di Oscar Rodriguez Maradiaga, uomo dal passato ambivalente (non si è mai saputo con esattezza il suo ruolo nel 2009, quando nel suo Honduras avvenne il golpe che depose il presidente democraticamente eletto Manuele Zelaya e la Chiesa honduregna, da lui capeggiata, appoggiò il colpo di Stato), che accusa l’omologo Raymond Leo Burke di essere affamato di potere, quando in effetti a Maradiaga, segretario del C9, a non essere più presente nella propria diocesi in quanto di stanza a Roma.
Galantino e il cardinal Bertello
Abbiamo vescovi affetti da protagonismo mediatico che si slanciano davanti a ogni microfono e telecamera che i compiacenti giornalisti di Rai e Mediaset pongono davanti alle loro labbra, uscendosene con affermazioni surreali. E’ il caso di Nunzio Galantino, un tempo professore di Teologia Dogmatica, secondo il quale Sodoma non fu distrutta da Dio in grazia ad Abramo lì presente. E lo dice davanti a una platea di giovani, facendo passare nelle loro menti il messaggio per il quale basta una raccomandazione divina per salvarli dai peccati più odiosi.
Abbiamo preti che si spiano fra di loro, che denunciano chi esprime opinioni diverse da quelle del Capo, che gridano al mondo “C’è stato un Concilio!” e non sanno neppure che in nessun rigo delle costituzioni del CVII c’è scritto di dare l’Eucarestia in mano, far portare il Santissimo a ragazzine, abbattere antichi altari, affidare le chiavi del ciborio a donne laiche. Un’umiliazione prima come sacerdoti, quindi depositari dello Spirito, e poi come uomini, costretti a mendicare da una donna la chiave per aprire il Tabernacolo.

Fine del cattolicesimo. O forse no.

La pietra tombale per il cattolicesimo è già pronta, con la messa unificata per cattolici e protestanti. Prove tecniche di tale abominio si sono avute 10 giorni fa circa in Spagna, e non dubitiamo che surrettiziamente le nuove norme siano introdotte in tutto l’Orbe cattolico. 

Intanto le voci dissidenti vengono tacitate: Sandro Magister cacciato dalla Sala stampa vaticana, Antonio Socci fatto oggetto di sberleffi dai commentatori di “Vatican Insider”, la Pravda bergogliana. Altri si sono volutamente silenziati in questi tempi in cui esporsi genera polemiche infinite, e si conservano per tempi futuri: Antonio Margheriti il Mastino, da un anno assente da Facebook, ha chiuso il suo “Papalepapale”, Francesco Colafemmina ha lasciato attivo il suo “Fides et Forma” ma non vi scrive da mesi, e i padri dell’ “Isola di Patmos” oscillano fra una difesa di Bergoglio e una sua critica, in contrasto a loro volta con altri difensori della normalità nel caos in cui è caduta la Chiesa.
L’onda sta per abbattersi inesorabile sul cattolicesimo romano, che ciò accada in questo scorcio di pontificato o nel successivo poco importa. I mass media, controllati da poteri politici e finanziari, sono riusciti a costruire un’immagine popolarissima, con l’aiuto anche del diretto interessato, per cui attaccarlo frontalmente è infruttuoso ed espone sacerdoti e vescovi a ritorsioni, come in ogni regime che si rispetti. Altro non resta, a noi fedeli della prima ora, consacrati e laici, di conservare la Tradizione che ci è stata tramandata, ricordandoci che essa non verrà mai meno anche se fosse rimasta una sola chiesa in tutta la Terra e celebrare la Cena secondo la volontà divina e non secondo quella umana. Non si tratta di ribellione alla don Milani, il prete che invitava all’anarchia, oggi esaltato dalla neochiesa; si tratta di obbedire alla gerarchia non nascondendo alla stessa le sue deficienze, perché “La verità vi farà liberi” (Gv 8, 32).

E alle Sue parole possiamo credere, anche se non c’erano registratori nelle vicinanze a riprenderle.