mercoledì 24 dicembre 2014

Natività


"L' Adorazione dei pastori", di Gerard van Honthorst, 1622
Un ambiente rustico. Un'atmosfera raccolta. Un gruppo di persone in ansiosa attesa. La donna guarda amorevolmente il Figlio, che illumina con luce propria i volti attorno, diffondendo un'aura di pace. Il padre, soddisfatto, si appoggia alla testa dell'animale, quest'ultimo incuriosito da quella minuscola figura cui tutti fanno corona. Chi sorride, chi prega, chi manifesta sollievo.
Natività di Gesù. Natività dei buoni sentimenti.

martedì 16 dicembre 2014

Afragola e i tre santi guerrieri - San Martino




Dopo aver parlato di San Michele e di San Giorgio, trattiamo adesso dell'ultimo santo cavaliere venerato in Afragola. Ultimo per trattazione, ma in realtà il suo culto è stato il primo cui si dedicarono gli antichi afragolesi: San Martino. Anzi, le fonti a nostra disposizione farebbero addirittura supporre uno stretto legame tra detto culto e la nascita del casale.


Martino nacque a Sabaria, in Pannonia (odierna Ungheria) verso il 316 da genitori pagani. Figlio di un ufficiale romano, seguì la carriera militare del padre per tre anni. Un giorno incontrò un vecchio mendicante che tremava per il freddo: non avendo denaro, Martino prese la spada e tagliò in due parti il suo mantello, donandone una metà al mendicante. La notte stessa gli apparve Gesù, ringraziandolo del gesto: il mendicante altri non era che Cristo stesso. Martino decise così di cambiare vita: si fece battezzare e seguì la pratica cristiana presso Sant'Ilario, che lo ordinò sacerdote. Fu eletto in seguito vescovo della città franca di Tours: durante il suo episcopato costruì nuove chiese e favorì l'istruzione del clero e del popolo. Visse gran parte della sua vita nel monastero di Maumortier. Morì l'8 novembre 397, al ritorno da una missione di pace a Candes. Fu sepolto a Tours il successivo 11 novembre. Qui gli fu dedicata la cattedrale; le sue spoglie furono bruciate e disperse al vento dagli ugonotti nel XVI secolo.
Il suo culto si diffuse subito in tutta la Gallia, e durante l'epoca carolingia anche nei nuovi territori conquistati dai Franchi fra VIII e IX secolo. In seguito all'assimilazione dei Longobardi nel Regno franco, anche presso di essi si sparse il culto di S. Martino, affiancandolo a quello dell'Arcangelo Michele, con nuove cappelle, chiese e perfino città dedicate a entrambi.
E ora vediamo il caso di Afragola.

Giuseppe Castaldi, a pagina 8 delle sue Memorie (1830), afferma che Afragola sorse “sulla Regia strada di Caserta nel luogo denominato la Regina tra Arcopinto e Cardito (attuale via Sannitica, ndr), dove si costruì benanche una chiesa dedicata a S. Martino (...). Sino alla metà dello scorso XVIII secolo si vedevano tuttora ruderi di antico tempio, una sepoltura simile a quelle che sono nelle chiese, e un forno con case dirute nel luogo medesimo detto la Regina. Tutti questi avanzi di fabbriche, divenute ricovero di ladri furono fatti diroccare nel 1768. Il luogo poi ov'era l'indicata chiesa di S. Martino tuttora dagli afragolesi chiamasi S. Martiniello”.
Le due notizie di questo passo, circa il sito primigenio del casale e la testimonianza di ruderi dell'antica chiesa, devono essere considerate con prudenza. Riguardo al punto esatto in cui Afragola sorse, esso non esiste: è ormai assodato che il casale sorse in seguito all'aggregazione di più pagi agricoli nel corso dei secoli XI – XIII. Arcopinto era uno di essi ed è probabile che fosse stata costruita una chiesa, poi abbandonata in seguito alla fondazione di edifici di culto più ampi. Del resto, toponimi dedicati a S. Martino esistevano pure ad Arcora, altro casale “fondativo” di Afragola, e a Casoria, nel luogo detto “ad Sancto Martino”.
Più certa sembrerebbe la notizia dei ruderi dell'antico tempio divenuti riparo per malfattori, basata evidentemente sui racconti degli anziani, essendo che lo stesso Castaldi nacque verso il 1775 e non vide le rovine. Da cosa si sia dedotto che le mura dovessero appartenere a una chiesa, se solo dalla sepoltura citata o da altro, è impossibile saperlo. Prendendo per buona tale tradizione, comunque, possiamo concludere che la prima chiesa ad Afragola di cui attualmente si ha notizia sia stata dedicata al santo di Tours, ad opera dei coloni abitanti a nord – ovest dell'attuale territorio comunale.

Dalla Visita pastorale del 1542, avvenuta sotto l'episcopato di Francesco Carafa, apprendiamo che nella chiesa di San Giorgio martire esisteva una cappella dedicata al santo di Tours. Ciò ha fatto supporre un legame stretto fra la comunità raccolta nel luodo detto “la Regina” e quella di San Giorgio, la chi chiesa, ricordiamolo, risale alla fine del XII secolo. Nel suo “Chiesa e società ad Afragola fra Cinque e Settecento”, il giornalista Carlo Cerbone avanza perfino l'ipotesi che, in seguito all'arretramento dei primi coloni di Ruggero il Normanno dalla strada regia all'interno, questi ultimi abbiamo fondato la comunità di San Giorgio: l'altare presente in chiesa altro non era che il ricordo dell'antico sito che era stato abbandonato. Ipotesi affascinante, è fuor di dubbio; ma ritengo che sia più probabile che la dedicazione sia avvenuta più come omaggio al santo che come legame di filiazione diretta fra le due comunità demiche. Legato all'altare era anche il relativo beneficio: nel 1542, il beneficiario era Adorisio Gentile, mentre nel 1680 era Antonio Filamarino. Oggi all'interno della parrocchiale di San Giorgio non esiste più un altare, ma una tela dedicata a San Martino: la “Gloria di San Giuseppe con S. Martino e S. Teresa d'Avila”, iniziata dal pittore afragolese Angelo Mozzillo (vecchia conoscenza di questo blog) e conclusa da Giovanni Cimino.

Oggi del culto di San Martino, come della sua antica chiesa, nulla è rimasto. Se San Michele e San Giorgio hanno ancora templi a loro dedicati, è pur vero che ormai si è spento del tutto l'afflato che spinse i nostri lontani padri ad affidarsi, in un mondo violento e in cui la morte per vecchiaia era l'eccezione, a questi tre santi cavalieri, soldati di Cristo, significativa contrapposizione ai soldati terreni. L'origine militaresca di Afragola, se non è finora stata provata dalle fonti scritte, e a mio parere mai lo sarà, riscuote un vivo slancio da queste testimonianze di un'antica fede, che nonostante i secoli, rimangono ancora silenziose a ricordarci da dove veniamo.


martedì 9 dicembre 2014

Arte nascosta


La Vergine incoronata dalla Trinità, fra anime oranti e angeli, secolo XVII
Congrega dell'Immacolata, presso Santa Maria d'Ajello, Afragola

lunedì 8 dicembre 2014

Proteste scolastiche, fra ignoranza e curiosità

Questo articolo apparve sul giornale locale “Nuovacittà” l' 8 dicembre 2012. Ho deciso di ripubblicarlo con alcune modifiche, perché leggendo alcune cronache, vedo che nulla è davvero cambiato.


Anche quest'anno abbiamo assistito, e in alcuni casi ancora assistiamo, al rito prenatalizio degli scioperi e della autogestioni delle scuole superiori italiane. La protesta è legittima in un Paese democratico, ma anno dopo anno non si capisce verso chi sia diretta.

A Palermo gli studenti di vari licei sono scesi in campo per chiedere l'immediata ristrutturazione delle scuole. Ci sarebbe da rilevare che se gli edifici scolastici erano fatiscenti a novembre, lo saranno stati anche a settembre con l'inizio delle lezioni o a maggio con la loro fine, ma tant'è. Alcuni hanno bloccato il traffico per dare visibilità alla protesta, il che mi sembra il minimo, visto che Facebook e Twitter sono usati solo per condividere foto di mozzarelle impanate o scrivere status riciclando le frasi di Charles Bukowski.
Nessuno mette in dubbio che dobbiate pensare.
Ma almeno pensate bene...
A Roma gli adolescenti hanno occupato l'Istituto Virgilio. I rappresentanti d'istituto sono stati ricevuti dalla preside e, dopo la decisione di questi di concedere tutt'al più una settimana di autogestione, sono iniziate le grida da stadio, e così è scattata l'occupazione. Alle lamentele del capo d'istituto, i ragazzi hanno risposto volevano l'occupazione, perché “fa parte dei nostri diritti”. A quanto pare, fra i giovani liceali il diritto allo studio, che è l'unico garantito perfino dalla Costituzione, non è contemplato, o comunque è in secondo piano rispetto al diritto di bloccare la didattica a ridosso della già lunga pausa natalizia. I giovani hanno detto che vogliono fare una forte opposizione al Jobs Act. E' notorio quanto Renzi non riesca a dormire la notte sapendo che i liceali di Roma gli stanno addosso....
Simile motivazione anche dalle parti dei licei Tasso e Manara, con l'aggiunta dei temi della situazione delle carceri e della onnipresente fame nel mondo. Fanno indubbiamente tenerezza, questi giovani con abiti firmati e che comunicano con telefoni cellulari da 700 euro, mentre soffrono per i loro coetanei asiatici e africani, e manifestano “più giustizia”. Si potrebbe proporre a queste giovani menti di partire immantinente verso i luoghi desolati del pianeta, vendendo tutto e portando il denaro per alleviare le sofferenze di “quelli del Sud del mondo”, sulla scia di Madre Teresa di Calcutta, novelli san Francesco. Sarei curioso di sapere se una simile risoluzione partirà prima o poi da queste assemblee democratiche. Anche se penso che tutto si risolverà, nella migliore delle ipotesi, con una lotteria per i poveri, quasi mai quelli di Roma che stanno a un isolato da loro, e con tante frasi strappalacrime da appendere agli alberi natalizi.

Siete già come vogliono loro: ignoranti e manovrabili
In alcune scuole, e questo l'ho constatato di persona si è passati dall'autogestione a una forma curiosa di occupazione. Mentre il nocciolo duro dei rappresentanti di istituto resta “di guardia” al plesso, armato di coperte e cuscini, la maggior parte degli afflitti studenti marca il personale “badge di protesta” in tempo per la cena serale. Nei giorni scorsi, anche qui ci sono stati tafferugli, urla, striscioni del tipo “Non ci fermerete”. Qui nessuno ha intenzione di fermarvi, cari ragazzi: voi potete fare quello che volete, sia chiaro; solo non si capisce perché se uno studente si alza la mattina per imparare e un docente per insegnare, non possano farlo perché a voi non piace. Uno strano esempio di democrazia e libertà, termini che abbondano nei vostri striscioni.
Protestate contro i tagli alla scuola, dite. Protestate contro i tagli alla scuola, dite. E' ammirevole, e in effetti dovrebbero spiegarci perchè ad ogni autunno che Dio manda sulla terra, i tagli riguardano sempre e per prima scuole e università. Ma anche su questo ci sono dubbi, poichè la maggior parte dei giovani che stanno fuori scuola non sanno nemmeno il motivo per cui non si entra, se non per evitare le interrogazioni, su suggerimento dei loro colleghi più “esperti” in fatto di proteste, pronti a guidare le matricole, l'Italia del domani...


Meanwhile, in Hong Kong
Altrove assistiamo a un'altra curiosità (bisogna ammettere che la creatività della popolazione scolastica italiana non ha limiti). Parlando con due ragazzi, e ascoltando la conversazione di altri tre davanti al plesso in fibrillazione, apprendo l'esistenza della “cogestione”: un'autogestione degli studenti, “condivisa” con gli insegnanti. Insomma, non si spiega e non si interroga, ma si può fare quello che si vuole col benestare dei prof. Chiedo se la cogestione riguardo anche lo stipendio degli insegnanti con gli alunni.Risatine a denti stretti, uno di essi mi guarda come se ancora dovesse capire il significato della domanda; ma comunque, poco dopo: “Luì, e l'un jamm a magnà”: è logico, va bene la protesta, ma non bisogna far tardi, il piatto si fredda, e bisogna essere in forma per la protesta di domani, e quella di dopodomani, e quella del giorno dopo ancora... Mentre altrove, ai piani alti del potere, si sorride e si approva. Perchè due mesi di sfoghi inutili oggi, valgono bene un popolo senza teste pensanti domani.

martedì 2 dicembre 2014

La "Castelluccia" di Maddaloni


Torre longobarda di Maddaloni, in falsi colori


Posta a 250 metri sul livello del mare, sulla cima della collina che domina la città di Maddaloni, la Torre Longobarda, detta anche “Castelluccia” fa da guardia alla Terra di Lavoro e ai contrafforti del Sannio da quell'VIII secolo in cui i Longobardi decisero di erigerla, su una preesistente base romana. Faceva parte dell'impianto difensivo del popolo germanico nei punti nevralgici della Pianura Campana, a ridosso del Ducato napoletano di ascendenza greca, almeno formalmente. Era la seconda e più elevata delle torri longobarde presenti nell'incavo fra i monti Tifata (la seconda si trova ancora oggi ad Acerra, in località Suessula) e contornava la più famosa Torre Artus eretta nel XV secolo all'interno del recinto del castello di Maddaloni, presso il santuario, anch'esso di origine longobarda, di San Michele Arcangelo.
Da 1200 anni, dalla cime di questa torre la Storia fa il suo corso, mentre al di sotto di essa cambiano usanze, lingue, e nuove guerra si sostituiscono alle vecchie. Il presente è sempre figlio del passato.


Per il culto di San Michele da parte dei Longobardi vedi qui


English version

Located to 250 mts. above sea level, on top of the hill overlooking the city of Maddaloni, the Tower Lombard, also called "Castelluccia" does guard the “Earth Work” (Neapolitan Plain) and the buttresses of Sannio from VIII century, when the Lombards they decided to build it on a pre-existing Roman site. It was part of the defenses of the German people in the crucial points of Neapolitan Plain, near to the Neapolitan Duchy of Greek ancestry, at least formally. It was the second and higher Lombard towers present in the hollow between the mountains Tifata (the second is still in Acerra, locations Suessula) and it arounded the most popular Artus Tower, built in the fifteenth century within the precincts of the castle Maddaloni, near St. Michael church, also Lombard.
Since 1200 years, from the peaks of this tower History takes its course, while below it change customs, languages, and new war will replace the old ones.
The present is always the son of the past.


domenica 30 novembre 2014

Una grotta




Un antro oscuro. Un ingresso per mondi ignoti. Un passaggio verso il mistero, verso tutto ciò che non è sotto l'umano controllo. Qui, in questa terra che da Plinio in poi requie non ha mai avuto. Qui, dove Virgilio pose l'ingresso degli Inferi per il pio Enea.
Qui. Lago d'Averno.

venerdì 28 novembre 2014

Afragola e i tre santi guerrieri - San Giorgio



Abbiamo visto come il culto di San Michele Arcangelo si sia diffuso in tutto il Meridione d'Italia per opera dei Longobardi. Ma questo robusto popolo germanico venerò anche un altro santo guerriero, prendendolo “a prestito” dalla tradizione sia romana sia bizantina: San Giorgio megalomartire.

La sua storia ci è stata trasmessa dalla “Passio Georgi”, considerata un’opera apocrifa secondo il “Decretum Gelasianum” del 496 del Papa Gelasio I.
Secondo il
testo, Giorgio nacque in Cappadocia tra il 250 e il 281 d.C. e ricevette un'educazione cristiana. Intrapresa la carriera militare, si trasferì in Terra Santa, dove venne arruolato nell' esercito dell’imperatore Diocleziano. Per i suoi meriti e il suo valore arrivò a diventare una delle guardie del corpo di Diocleziano come ufficiale delle milizie. Ma il contrasto con l'imperatore, persecutore dei cristiani, lo portò ben presto a rinnegare pubblicamente la religione romana, e secondo lo storico Eusebio, strappò l'editto di persecuzione davanti allo stesso sovrano. Accusato di alto tradimento, venne arrestato, non prima di aver venduto tutti i suoi averi ai poveri. Fu sottoposto a spettacolari supplizi e in carcere ebbe la visione del Signore che gli predisse sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre volte la resurrezione. Morì nel 303 e fu sepolto in Lydda.
Il culto per il martire iniziò quasi subito, come dimostrano i resti archeologici della basilica eretta qualche anno dopo la morte sulla sua tomba nel luogo del martirio. La leggenda del drago comparve molti secoli dopo nel Medioevo, quando il trovatore Wace (1170 ca.) e soprattutto Jacopo da Varagine († 1293) nella sua “Leggenda Aurea”, fissarono la sua figura come cavaliere eroico, che salvò una fanciulla dalle fauci di un drago nascosto in uno stagno enorme, trafiggendolo da parte a parte con la sua spada. Non prima però, bisogna notare, della conversione alla religione di Cristo del popolo infestato dalla demoniaca creatura.

Il culto del santo cavaliere si diffuse in entrambi i rami della cristianità ed è tutt'oggi fortissimo: basti ricordare che solo in Italia, 21 comuni sono a lui dedicati, e che monarchie potenti come quella inglese si affidarono a lui fin dall'inizio della loro storia. Ma furono le sue qualità guerriere, più che le sue virtù di fede, a interessare i popoli germanici di nuova evangelizzazione. A cominciare dai Longobardi, che nel VII dedicarono proprio a lui la Basilica napoletana di San Giorgio Maggiore, sorta su un precedente tempio cristiano e ancor prima pagano. Si può notare un interessante parallelismo fra le devozioni a San Michele e a San Giorgio, ma non possiamo allo stato attuale della ricerca affermare perchè una intitolazione andasse all'uno e non all'altro santo, visto che le loro qualità erano equivalenti. Tale devozione passò nel XI secolo ai Normanni, cui dobbiamo la diffusione del culto del santo martire in Inghilterra e nel Meridione d'Italia. Le sue apparizioni avevano aiutato i Normanni nella guerra contro gli infedeli, come nella decisiva battaglia di cerami, in sicilia, nel 1063. Furono gli uomini del Nord a dare al guerriero della Cappadocia l'accezione di “protettore dei soldati e delle terre” (Giorgio, tra l'altro, è una parola di origine greca significante “agricoltore”).
Proprio in riferimento a un terra abbiamo il primo toponimo afragolese riguardante il santo: nella nota carta longobarda del 1131, è citato un “campu de sancti Georgi”, che potrebbe riferirsi tanto a una probabile cappella nelle vicinanze del confine agricolo, quanto a una semplice denominazione. Del 1146 è un'altra fonte in cui si cita un tal “Sparanu de Sancti Georgiu” parlando di un fondo ad Afragola. Tali notizie ci fanno ipotizzare la presenza di luoghi di culto preesistenti alle date indicate, ma non si sa se di grandi o modeste dimensioni. Dell'inizio del XIII secolo sarebbe l'antica parrocchiale dedicata al martire, citata come esistente nel 1222 in una pergamena del monastero di Santa Patrizia in San Gregorio Armeno a Napoli. Nel 1380, stando a un documento citato dallo storico e sacerdote Vincenzo Marseglia nel 1942, sarebbe stata ricostruita da capo a piedi, in ragione dell'accresciuta popolazione del rione, a seguito della costruzione del castello angioino antistante la chiesa stessa. I visitatori del 1542 trovarono tutto in ordine, mentre quelli del 1598 segnalarono diverse mancanze, a cominciare dall'acqua sporca presente nelle acquasantiere. Nel 1688 un devastante terremoto fece crollare tutto il tempio. I lavori per la ricostruzione iniziarono due anni dopo, e terminarono nel 1702. Per l'occasione, si spostò la facciata, che si apriva nell'attuale lato sinistro, nell'odierna posizione. I lavori di abbellimento barocchi nel Settecento diedero l'attuale conformazione della chiesa, con una pianta a croce latina e un'unica navata contornata da 4 cappelle per lato. Una di queste cappelle era già nel Medioevo intitolata al terzo santo guerriero venerato in Afragola, addirittura ancor prima di Michele e Giorgio: San Martino.

- San Martino

- San Michele


domenica 23 novembre 2014

Storia di Gunderhausen


La Germania è un grande Paese. Non solo perché è ancora la locomotiva economica d' Europa, benché sia anch'essa in fase di rallentamento, ma per la conservazione di un patrimonio artistico e monumentale che spesso latita da noi. Ovviamente ci sono differenze notevoli: le chiese sono meno splendenti di ori barocchi, gli edifici meno alti e monumentali, le statue meno finemente incise. Mancanza di mecenati paragonabili a quelli italiani? Mancanza di interesse da parte delle popolazioni al nord delle Alpi per l' arte in genere? Può darsi, o almeno è una teoria che spiega ciò che ho visto nei mesi in cui ho vissuto nel cuore della Germania rurale ma al tempo stesso industriale, in quel Lander dell' Assia diretto dal centro della finanza europea, Francoforte sul Meno.
Per chi è abituato a vivere presso chiese barocche, una chiesa cattolica tedesca può paragonarsi solo a una cappellina di montagna sulla strada per il profondo beneventano. Tuttavia, bisogna riconoscere che i tedeschi quando hanno a che fare con un' opera d'arte, la curano, la vezzeggiano, arrivano a formare cordoni sanitari pur di impedirne la corruzione. 

A prima vista, può sembrare che Rossdorf, il paese presso Darmstadt in cui ho vissuto quest'autunno, sia solo un mucchio di caseggiati recenti e senza storia, complici i vasti campi che circondano e separano la cittadina dalle altre. Ma è solo un'impressione sbagliata.
A prescindere dal fatto che il territorio è stato abitato fin dall'epoca classica da orde germaniche che non si riuscì a piegare ai voleri dei Romani nel I secolo d. C., e che quindi abbia subìto tutta l'ondata migratoria dei nuovi Germani nel 7 secolo dell'èra presente, ricaviamo il nome di Gunderhausen, un antico villaggio adiacente a Rossdorf, e oggi frazione della stessa città, in una pergamena del 1250 dell'abbazia di Fulda, riguardante una contesa fra l'abate della ricca comunità monastica e la famiglia von Katzenelnbogen. La vertenza riguardava il possesso di alcuni campi nell'area, rivendicato dai von Katzenelnbogen, che si estendevano fino all'attuale città di Gross Umstadt, e da ciò possiamo dedurre che la zona fosse occupata in maniera stabile almeno dal tardo XII secolo.
Chiesa evangelica di Gunderhausen
La vertenza dovette finire a favore dei Katzenelnbogen, poiché nel 1390, quindi circa un secolo e mezzo dopo, essi erano segnalati come conti di Gunderhausen e Rossdorf, che iniziavano a essere famose per la qualità dei loro vini.
Nel 1520 abbiamo notizia per la prima volta della cappella di Gunderhausen, su cui sorse successivamente la chiesa. Nel 1539, Gundernhausen e Rossdorf passarono al protestantesimo, come il resto della regione dell' Assia. Il territorio viene attraversato due volte dalle truppe francesi durante la Guerra dei Trenta Anni, nel 1622 e nel 1636. In questo periodo, si segnala la totale assenza di abitanti nella zona fra Dieburg e Ober- Ramstadt a causa della peste.
Abbiamo qui un vuoto nelle fonti, dovuto probabilmente al fatto che per decenni nessuno abitò la zona. Solo dalla fine del Seicento abbiamo segnali di una ripresa delle attività economiche, attraverso la tassazione delle attività di mercato che venivano riscosse annualmente dai borgomastri. Non possiamo però dire se questi neue Bauernschaft siano discendenti dei primi abitanti, oppure siano uomini nuovi provenienti da fuori. La chiesa del villaggio fu ricostruita, e la data sulle mura indica il 1750 come data di completamento dei lavori, che interessarono il sito dell'antica cappella cinquecentesca. Nel cortile interno del tempio hanno trovato spazio 7 tombe, dalle scritte incise sulla pietra ormai cancellate nel tempo – le fonti comunali indicano che i sepolti appartenevano alla nobile famiglia von Schrautenbach, che forse deteneva una sorta di patronato sul tempio, come le nostre nobiltà sugli altari interni delle nostre chiese. 
La più antica casa di Gunderhausen
L' attuale arco di ingresso fu realizzato nel 1903. Adiacente alla chiesa c'era il Rathaus, il corrispondente del nostro municipio, demolito negli anni Settanta del Novecento non si sa in base a che criterio modernistico. Da un'immagine posta fuori la chiesa, sappiamo che era a due piani e presentava un ampio ingresso.
Presso la chiesa, troviamo una grande casa col tetto spiovente e la data 1572 indicata nel cuneo delle tegole: è la Glöcknerhaus, l' unico edificio della Gunderhausen cinquecentesca ancora in piedi.
Il villaggio settecentesco fu abbellito anche da palazzi eretti dai nuovi nobili del luogo, i von Atzeheim, cavalieri del Sacro Romano Impero Germanico e signori di Gunderhausen fin quasi a Ottocento inoltrato. la fine dell'Impero, decretata nel 1806 da Napoleone Bonaparte, mise fine a un sistema di governo che aveva retto per oltre 4 secoli. 

Durante il lungo secolo delle rivoluzioni, gli abitanti dell'area furono sottoposti all'invasione napoleonica e coinvolti nelle guerre di espansione prussiana, venendo inglobati nell'Impero tedesco nel 1871.
La "casa con l'orologio", in realtà
la prima scuola di Gundernhausen
Lo sviluppo industriale impressionante di quest'ultimo tocca anche Gunderhausen: nel 1897 viene messa in funzione la stazione ferroviaria, abolita negli anni Ottanta del Novecento, e si installano l'illuminazione elettrica e una moderna rete fognaria, che rendono meno isolato il paese, che contava circa 760 anime e di notte e d'inverno era a lungo isolato.
Il Novecento vede un lungo e lento decadimento del paese: la Seconda Guerra Mondiale porta via 102 cittadini, sconvolge i ritmi agricoli, e induce allo spopolamento del piccolo centro. Negli anni Sessanta si realizza una nuova scuola presso la chiesa evangelica, nuove infrastrutture sorgono sulla collina interna dello Stetteritz ma si abbatte l'antico Rathaus e si chiude la stazione ferroviaria. 
Del cimitero dei soldati russi realizzato nel 1945, pur con la presenza di un grosso cartello che ne testimonia la presenza, si perde ogni traccia. Compare anche il fenomeno dell'immigrazione, prima proveniente principalmente dalla vicina Francia, poi dall'Italia e infine dai Paesi extraeuropei. Dal 1977, Gunderhausen diventa una frazione di Rossdorf.



venerdì 31 ottobre 2014

Chicche di arte tedesca



Ho sempre amato conoscere nuovi luoghi e visitare i centri storici: sono la testimonianza visivamente piu´rilevante dell´arte, e quindi dello spirito, di un popolo. Non sempre pero´il mio personale gusto del bello viene soddisfatto, e a volte opere che ad altri possono sembrare meravigliose a me paiono buone per il ripostiglio. Oddio, sono per il vivi e lascia vivere, e non do lezioni di estetica a nessuno, ma credo che ci siano cose oggettivamente brutte in questo mondo, a prescindere dai parametri culturali di ogni Paese.
Ad esempio, osserviamo questo gruppo scultoreo di una chiesa tedesca, S. Elisabetta a Darmstadt, nell´Assia. La chiesa e´cattolica, quindi partiamo da una base comune del sentire religioso. Il momento rappresentato e´quello preso da Marco 15, 21, dove si parla di "un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna", che fu costretto "a portare la croce" al posto di un Gesu´stremato. Ora, se e´vero che in un´epoca altamente alfabetizzata le immagini non rivestono piu´quelo valore didattico che avevano in passato, e´pur vero che non si puo´neppure offendere il senso comune, rappresentando Gesù con un abito tradizionale palestinese (almeno nell' iconografia), uno dei persecutori come un mercante arabo con tanto di turbante, e il Cireneo come un garzone francese che farebbe una miglior figura in una rappresentazione dei "Miserabili" di Victor Hugo.
L´autore voleva forse rendere più "ecumenico" l´episodio? Oppure pensava che scindere il vero storico dall´arte visiva sia più stimolante per i fedeli?
Ora capisco le fila di tedeschi, anche evangelici, che pagano 5 euro pur di vistare la Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze....




venerdì 24 ottobre 2014

mercoledì 22 ottobre 2014

Afragola e i tre santi guerrieri - San Michele


L'Arcangelo Michele, Principe delle Celesti Milizie

Fin dalla sua formazione in entità demica unificata, nel XIII secolo, Afragola si contraddistinse per la forte religiosità dei suoi abitanti. Accanto a un carattere definito “violento e vendicativo fino all'eccesso” nelle Visite dei Virginiani del 1688, si registra una devozione e una frequentazione alta alle celebrazioni e alle feste religiose, in particolare a quelle delle Rogazioni di maggio. Tale dicotomia si spiega considerando che la nostra realtà è sempre stata prettamente agricola, e eventi come la benedizione degli animali (che si teneva a San Giorgio), quella dei campi (durante le Rogazioni, a inizio maggio) o la processione della Scafatella (in occasione dell'Ascensione) hanno sempre attratto folle speranzose della buona riuscita dei raccolti e della buona salute degli armenti.
La storia religiosa afragolese sta conoscendo un'attenzione continua solo negli ultimi anni, e solo grazie agli sforzi di uno storico insigne come don Giuseppe Esposito. Nel mio piccolo, mi occupai in passato di una figura religiosa di primo piano, il Priore agostiniano Tommaso Credennino, sul quale ho raccolto nuove informazioni che devo verificare. Oggi analizzerò una particolare forma di devozione afragolese che rappresenta un unicum nel panorama degli antichi casali a nord di Napoli.

Dalle “Memorie” del Castaldi apprendiamo che la patrona di Afragola è la Vergine Maria Assunta, a cui è dedicata la chiesa principale della città (Santa Maria Assunta, detta d' Ajello).
La tradizione popolare vuole che patroni, o in questo caso compatroni, siano San Gennaro (il cui culto è caduto in disuso, tanto che in sole due chiese afragolesi se ne conservano statue in memoria) e Sant'Antonio da Padova, in onore del quale si tiene ogni anno per una settimana una processione che attraversa buona parte della città. Accanto a questi protettori ufficiali, gli afragolesi hanno avuto devozione anche per tre particolare santi combattenti, ceh rappresentavano gli ideali dei primi abitanti del nostro territorio.
Inninzitutto, il culto di San Michele Arcangelo è sempre stato vivo in tutto il Piano Campano, e in generale in tutte le terre a sud di Roma. Se pure mettiamo da parte la famosa Rocca dedicata al santo in Puglia, constatiamo che il suo culto è diffuso quasi ovunque.

Ciò in considerazione dell'antica dominazione longobarda presente nel Meridione per il tramite dei Ducati di Spoleto e soprattutto di quello di Benevento. I Longobardi, convertiti nel VII secolo, sulla scia dei Franchi presero come loro patrono proprio il Principe delle Celesti Milizie, che incarnava l'ideale guerriero al servizio della religiosità. Per queste genti germaniche, infatti, la nuova fede cristiana (precedentemente erano pagani) veniva fatta coincidere con il sistema sociale allora in vigore presso di essi: Cristo era il “Re dei clan”, difeso dall' Arcangelo Michele che, in veste di “Duca”, guidava schiere di angeli contro il nemico incarnato dal demonio. Tale parallelismo tra società e struttura dogmatica, che oggi ci risulta surreale, era preso molto sul serio dagli antichi evangelizzatori dei popoli germanici (san Bonifacio su tutti), per rendere loro più semplice l'apprendimento dei dogmi della fede cristiana. Per le genti germaniche da poco passate al Cristianesimo, San Michele divenne il simbolo dei propri valori guerreschi, e ciò spiega l'erezione di templi a lui dedicati non solo dai Longobardi, ma anche dai Franchi, Valdi, ecc...

In Afragola, abbiamo testimonianze di una chiesa dedicata all' Arcangelo già nelle Sante Visite del Seicento. Non conosciamo la committenza dell'antica chiesa, che era posta in luogo diverso dall'attuale, all'incirca dove oggi ha posto l'Istituto “Carlo Alberto Dalla Chiesa”. Dalla Visita del cardinale Acquaviva, apprendiamo che era già eretta nel 1610, e nel 1622 si presentava diruta e convertita “a uso profano”. Prima di questa data, il visitatore annota che la cappella fu profanata e quindi dissacrata, però non specifica come avvenne la profanazione. Di certo tale evento deve essere situato dopo il 1608, quando entrò in vigore il legato di messe per l'anima del defunto Gian Domenico Castaldo, e il 1620. Il beneficio, in seguito alla profanazione, passò all' Altare Maggiore della chiesa di Santa Maria d'Ajello, assieme a un'immagine del Santo titolare. Della cappella del 1622 si vedeva solo un altare in legno, insieme alla tomba del castaldo, morto il 10 agosto 1607, mentre i voti erano stati “rimossi dal popolo”.
Nel 1656, dalla Santa Visita del cardinale Caracciolo, apprendiamo che la cappella era stata ricostruita sulle macerie della precedente. Vi fu immesso un nuovo altare in legno dorato e una nuova immagine dell'Arcangelo, insieme a quelle della Vergine e di San Lazzaro. Anche la tomba del Castaldo fu restaurata, ma non ci sono più testimonianze di legati di messe, e il cappellano scrivente la relazione, Domenico Ciaramelli, sottolinea che il nuovo tempio è curato dalle offerte dei fedeli e dalla sua devozione. Aveva sul davanti un piccolo pozzo e sulla facciata le immagini afrescate di San Michele, San Pietro e San Paolo (lo stesso topos che ritroviamo alla Scafatella).
Tutte queste informazioni sono confermate nella successiva fonte del 3 aprile 1742, durante la Santa Visita del cardinale Carafa.e, una a maggio, che dava motivo di “scandalo”, e l'altra il 29 settembre, più sentita perchè segnata la fine della stagione estiva e l'inizio del raccolto.
Nel 1900 la chiesa fu rasa al suolo perchè cadente, e fu ricostruita nello stesso modo all'incrocio fra le vie Cinquevie e Degasperi, mantenendo la stessa data di fondazione sul frontespizio.

- San Giorgio

giovedì 2 ottobre 2014

Il caso Afragola: prima tessera di un grande mosaico





Da questo mese sarà acquistabile la mia prima fatica storiografica: "Il caso Afragola. Problemi di cura del territorio e del patrimonio culturale".
E' un testo che raccoglie in parte i migliori articoli del blog, notevolmente ampliati e riveduti in alcune parti anacronistiche o sbagliate, e in parte nuovi temi mai pubblicati, né da me né da nessun altro storico locale, che così ricevono la loro prima citazione scientifica in questo volumetto di circa 70 pagine. Le fonti vanno ricercate sia nel materiale già edito, sia in quello inedito, presso gli archivi parrocchiali o delle associazioni locali, confrontate con testimonianze orali quando si è potuto, e a loro volta rigorosamente analizzate in base al criterio storiografico della molteplice attestazione, il primo e più importante degli strumenti di uno storico o, nel mio caso, di un divulgatore storico.
"Il caso Afragola" non si pone. dunque, come l'ennesima storia afragolese, ma come strumento di (ri)scoperta di aspetti oscuri di quella storia: dalla croce templare in San Marco in Sylvis al campo di prigionia nazista a ridosso della Sannitica. Episodi sconosciuti, fili di Arianna non raccolti dagli storici precedenti e che ricevono una prima trattazione solo adesso.
Con tutte le riserve del caso, ovviamente: questo libro è sia uno strumento adeguato per iniziare ad avere un punto di vista diverso dai soliti schemi, sia insufficiente, perché raccoglie solo quanto è emerso finora. Nuove edizioni future renderanno certamente anacronistica questa che si avvia alla stampa - e di già ho raccolto del materiale che può modificarne la struttura. Una prima tessera, dunque, del grande mosaico della storia locale, intendendo con questa non solo quella che si ferma agli angusti confini di Afragola.

Il libro è acquistabile presso le seguenti librerie al costo di 8 euro.

La seconda edizione, arricchita di fonti e immagini, sarà pubblicata tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017.

martedì 30 settembre 2014

Il Santuario di Santa Maria della Foce a Sarno

      
Santuario della Madonna della Foce, prospetto e campanile

Balzata alle cronache nazionali a causa di fatti di cronaca nera una quindicina di anni fa, la cittadina di Sarno merita qualcosa di più della fama di centro per piste di go kart.
Posta al centro di un triangolo ideale fra Napoli, Salerno (della cui provincia fa parte) e Avellino, è circondata a nord est dal monte Saro, visibile da molti punti del piano campano, e attraversata dal fiume Sarno da cui prende il nome, corso d'acqua importantissimo e inquinatissimo nonostante la modesta lunghezza (24 km).
Visitai la cittadina per la prima volta nel 2008, con un ottimo treno della Circumvesuviana (funzionava ancora meravigliosamente) e ci sono ritornato ultimamente, entrambe le volte per visitare il Parco delle Foci del Sarno, che entrambe le volte ho trovato chiuso. Non me ne sono dispiaciuto più di tanto, perché questo mi ha dato l'occasione di visitare uno dei templi religiosi più importanti della Campania, che da solo vale la visita: il santuario della Madonna della Foce.

Fortilizi di Sarno
La cittadina di Sarno è dominata dal monte che presenta ancora torri e fortificazioni quasi intatte. Quanta Storia e quante storie sono passate fra quelle mura! Morfologicamente, penso che poco sia cambiato dai tempi degli antichi Piceni, quando quest'area era oggetto di contese per le rotte commerciali e le tradotte militari. In basso, quasi perpendicolare alla montagna, si trova il palazzo del municipio, nella cui antistante piazza troneggia la statua di Mariano Abignente, un condottiero del XV secolo che prese parte alla Disfida di Barletta, i cui discendenti devono essere stati prolifici, visto che quasi ogni via del centro storico porta Abignente nel proprio odonimo. Avendo il municipio di fronte, basta percorrere la sinistra e proseguire senza svolte per circa 2 km e mezzo, per arrivare fuori dall'abitato e dunque al santuario.
Epigrafe commemorativa

Ricordo ancora la prima volta che giunsi qui, 6 anni fa: un sole da spaccarele pietre, nessuna indicazione e solo l'aiuto di una buona vecchia per giungere a destinazione, superando il portale pomposo ma effimero del cimitero. Di quella prima visita, fatta a piedi, ricordo distintamente il profumo delle arance e dei mandarini, i cui alberi contornavano i lati della strada, unito alla vista della mole azzurra del Vesuvio a metà mattinata. Nel mio secondo viaggio, fatto in auto, non ho avuto il piacere di riscoprire questo profumo, anche a causa di un sole più africano che mediterraneo.
A un certo punto, la mole rosacea del santuario emerge dalle fronde degli alberi, di fronte all'ingresso del Parco delle Foci del Sarno, da cui l'edificio prende il nome.

Il prospetto si presenta diviso in 3 livelli, molto semplice e di intonaco rosa: nel livello basilare si apre il portale d'ingresso, e un cornicione in stucco separa questo dal secondo livello, movimentato semplicemente da un tondo rappresentante la Madonna della Foce col Bambino; il terzo livello, un frontone a capanna, presenta lo stemma della città. Il campanile è anch'esso tripartito, con i piani divisi da scanalature a stucco e aperture a rosone (secondo piano) o a terrazza (terzo piano) che danno slancio alla struttura intera. L'interno si presenta a navata unica, con finestroni che illuminano un ambiente fortemente in penombra. Secondo le fonti, quello che ammiriamo è un rifacimento ottocentesco di un edificio risalente al Cinquecento, nato sopra un'antica cappella forse dedicata a San Michele e fatta ampliare da Mariano Abignente, come ci testimonia una lapide interna. Una testimonianza dei rifacimenti barocchi è il calpestio che si può osservare nella prima cappella destra,
Antico calpestio
risalente forse alla fabbrica originale. Gli altari laterali sono semplici, e i quadri di buona fattura, seppur recenti. L'altare maggiore risale al rifacimento del 1720, e un ipogeo a sinistra conduce alla cripta dove si trova la tomba del condottiero Gualtieri da Brienne, morto nel 1205. Tuttavia la vista corre subito all'altare e all'edicola in cui è custodita la statua della Madonna della Foce, risalente al 1582 e che ricorda l'apparizione miracolosa della vergine durante una pestilenza. Ciò fece del santuario una delle mete di pellegrinaggio principali in età medievale e moderna, e anzi potremmo dire che il culto per la Madonna della Foce resto senza pari almeno fino alla costruzione del santuario mariano di Pompei. Annesso al tempio c'è un convento di frati francescani, e alle spalle del complesso si estende un bellissimo parco alimentato dal Sarno nascente, che qui conserva ancora tutta la sua freschezza.
Non so quando tornerò nuovamente a Sarno: tuttavia, so che passeggiare per il parco retrostante la chiesa, mentre il sole tramonta, è uno degli appuntamenti che mi riservo per la prossima visita.

Madonna della Foce con Bambino







sabato 6 settembre 2014

Renzi. O dell'incompetenza.

Con il progetto dei “Mille giorni” per attuare le riforme necessarie al Paese, si chiude la luna di miele fra Matteo Renzi e gli italiani. Duecento giorni di spot, di sorrisi, di cambiamenti a livello comunicativo e di immobilismo governativo, di distinguo dalla vecchia classe politica e ripresa dei metodi della stessa, di “ora basta” e di “ma anche”, insomma di tanto fumo e niente arrosto, o almeno solo un paio di ali di pollo, giusto per non deludere troppo.
Ricordare quello che è accaduto dal 22 febbraio sarebbe un impietoso maramaldeggiare sull'attuale segretario del più grande e più diviso partito del centrosinistra italiano, che già deve fare i conti con le critiche del suo predecessore Bersani (uno che nel 2013 ha quasi perso le elezioni che ha quasi vinto) e quelle più serie del dinosauro non estinto D'Alema. Ma sarebbe anche un mancare di rispetto a chi legge, e cerca di non ricordare in che modo è messa la democrazia di un Paese che per alcuni si fregia della “Costituzione più bella del mondo” (ah, Licurgo dove sei...).

Già il fatto che questo governo sia nato perché la direzione del Pd aveva sfiduciato il precedente esecutivo guidato da Letta (che era uno dei loro), senza consultarsi con gli altri partiti e ritenendo normale che Palazzo Chigi sia un bene gestito da chi siede al Nazareno, la dice lunga sul grado di democrazia dello Stivale. Aggiungici pure che dall'Empireo quirinalizio nessun grido si sia alzato a deplorare un simile giochetto, sempre in nome della stabilità (ma quando mai in politica c'è la stabilità? Ah sì, quando c'è una dittatura), e sembrerà normale la voglia che hanno tanti, quello con il cervello non ancora slavato, di prendere il primo aereo per destinazione sconosciuta.

Il nostro Presidente del Consiglio
Con Renzi, il presidente del Consiglio (cari Tg1 e Tg5, il primo ministro è un'altra cosa) più giovane di sempre, abbiamo assistito a un mix di vecchie miscele e novità, non sempre apprezzabili. Non dirò della prima figuraccia fatta 10 giorni dopo la nomina, con le dimissioni del sottosegretario Antonio Gentile accusato di aver fatto pressioni su un giornale per non far pubblicare una notizia riguardante il figlio; non dirò dello spostamento della data di inizio delle grandi riforme: 25 maggio, 10 giugno, poi luglio, infine agosto e ovviamente settembre; non ricorderò di come la legge elettorale doveva essere approvata in due mesi e al 6 settembre è stata approvata solo alla Camera; non getterò sale sulla ferita della rivoluzione della PA millantata da mesi e rinviata perché non ci sono coperture finanziarie; né ho voglia di rammentare di come a maggio dovevamo aspettarci un Pil in crescita e ce ne ritroviamo uno in ribasso rispetto alle previsioni ( che poi mi sono sempre domandato: ma questi analisti, si suppone tutti esperti e ben pagati, ma che razza di conti fanno?).
Si potrebbe rispondere a ciascuna di queste domande che Renzi eredita un passato disastroso, l'Europa ci limita, la congiuntura è sfavorevole, una riforma del Parlamento fatta dal Parlamento stesso è assurda, eccetera eccetera, perciò non si capisce perché il Nostro abbia promesso tutte queste cose, stando addentro al sistema da più tempo di me e di chi legge.

Sarei invece curioso di sapere che hanno da dire gli acidi commentatori di Berlusconi, come Sartori e Pasquino, che declamavano il declino dell'Italia a causa di un paio di corna o di un cucù, riguardo alla figura da gelataio fatta dal capo del governo italiano in seguitoall'attacco dell'Economist. Si sa, quel foglio è sempre stato critico nei confronti del nostro Paese, sintomo di grande invidia: solo che non si riesce a capire perché quando scrisse che Silvio era “unfit”, tutti a comprarne copie, mentre quando ha sbattuto in prima pagina una simpatica vignetta col il nostro apprendista stregone con un gelato in mano, tutti a gridare che gli anglosassoni ci odiano. Sarà la vecchiaia che li rendo meno accorti, sicuramente. Non possiamo certo credere che politologi della loro fama considerino una pacca sulla spalla del Cavaliere a Bush un sintomo di idiozia politica, mentre ritengano normale che tre governi non riescano a mettersi d'accordo per far giudicare dai giudici italiani due marò detenuti in India.
Un impegno preciso: più gelati per tutti 
Ma voi direte: parli sempre male di Renzi perché non l'hai votato! Beh, innanzitutto, non l'avete votato nemmeno voi: fino a quando qualcuno non mi dimostra che una firma di Napolitano equivale a un'elezione politica, prendo atto che l'ultima elezione nazionale cui ha partecipato Renzi è stata quella come sindaco di Firenze. E poi mica dico solo male del nostro Fonzie! C'è da dire che uno stacco comunicativo nell'ambito della sinistra c'è stato: si è passati da un Bersani, con quell'aria saputa del professore universitario che crede di aver a che fare con pecoroni senza speranze, a un giovane che sorride e promette un futuro roseo. Che siano solo promesse, poi, questo è un altro discorso...
Con lui sono stati fatti fuori i comunisti dalla sala del potere del Pd (non esistono “ex” o “post” o “catto” comunisti, sono invenzioni giornalistiche: si è comunisti e basta, sempre), e immaginiamo che non deve essere stato facile. Ha vinto le elezioni europee col 41%, un dato storico, che arriva subito dopo un'altrettanta storica “paghetta” di 80 euro in busta paga a chi già guadagna uno stipendio – mica ai poveri, quelli non saprebbero cosa farsene. Ha deposto le armi con la nemesi sinistroide, Berlusconi, salvandolo (ma solo temporaneamente) dal dimenticatoio politico e ha fatto il muso duro ai sindacati.
Tutta un'altra cosa rispetto a Bersani, che nel febbraio 2013, di fronte a un Senato diviso in tre parti uguali, esplose in bestemmie in accento romagnolo: che cazzo hanno combinato gli italiani? Ancora a votare Berlusconi, questi emeriti cretini, quando votando me potevano avere anche la Bindi e Vendola, confezione Gran Risparmio, vota uno e prendi 3? Si sono rivolti al pagliaccio Grillo, come se di clowns in questo partito io non ne avessi? E Fassina e Marino allora che li ho candidati a fare?

Certo, ci sono ancora difetti, smagliature da eliminare nel dinamico governo a guida toscana: bisogna eliminare delle contraddizioni interne, come quella di voler risolvere la crisi del Mezzogiorno pur essendo il governo con meno componenti provenienti da quell'area (solo due) della storia recente; oppure quella di volere un rilancio dell'industria italian, pur consentendo alla fu Fiat di lasciare il Paese impunita, dopotanti decenni di soldi donati graziosamente dai contribuenti.
Ma sono sicuro che si troverà rimedio anche a questi piccoli particolari, e che finalmente si potrà arrivare al vero traguardo agognato da Renzi fin da Firenze: completare l'album di famiglia con le foto di tutti i capi di governo del mondo. Cosa c'è? Perché quella faccia? Credevate che l'obbiettivo di Renzi fosse la ripresa italiana? Poveri illusi, quella non ci sarà per almeno 20 anni, e sempre che tutto vada bene (cioè continui ad andare male).


martedì 2 settembre 2014

La chiesa di Sant'Aniello Abate



E' notorio che il nostro Paese contenga, oltre ai 50 siti ufficiali dell'UNESCO, anche numerose perle d'arte che si trovano spesso fuori dai circuiti turistici, finendo ignorati e quindi dimenticati dal grande flusso degli amanti della cultura e dell'arte. Chi volesse davvero scoprire quanto c'è di bello in Italia, dovrebbe lasciare a casa guide turistiche e classifiche e avventurarsi su e giù lungo le Alpi, la Pianura Padana, la Penisola e le Isole e osservare quanto c'è di non rilevato in quelle guide.
In questi mesi ho spesso evidenziato come tesori nascosti si trovino a portata di mano di tutti, insistendo sull'area di Afragola e in genere dell'area a nord di Napoli. Nel prossimo semestre, gradualmente lasceremo tale area per espanderci oltre ed esplorare altre “terre incognite”.
Iniziamo oggi parlando di un edificio candidato a diventare un “luogo del cuore” del FAI (Fondo Ambiente Italiano): la chiesa di Sant' Agnello a Maddaloni (Caserta).

Interno della chiesa
La chiesa di Sant'Agnello Abate (meglio nota col nome di Aniello), sita in via Maddalena, è uno degli edifici più antichi della città, tra i primi ad essere costruiti al di fuori della cinta muraria del castello. Non se ne conoscono né la data di realizzazione, né la committenza, ma è citato nella bolla di Senne del 1113, documento importante dal punto di vista ecclesiastico in quanto, citando i confini delle diocesi di Capua e Caserta, si trovano descritti o almeno enunciati i primitivi templi cristiani esistenti nella bassa Terra di Lavoro prima del Duecento tra cui proprio la chiesa maddalonese. 
Una tradizione riporta che nelle sue cripte si conservino i resti di Sant'Augusto, vescovo africano del V secolo, e ciò presupporrebbe che la chiesa sorga sul sito di un antico luogo di culto paleocristiano. La scarsità delle fonti, tuttavia, induce a pensare che probabilmente essa sorse in età altomedievale, pur ricoprendo già da subito una tale notorietà da essere citata nella bolla suddetta. Nel 1509, per bolla di D. Giov. Batt. De Petrutiis, Arcivescovo di Taranto e amministratore della diocesi casertana, molte chiese furono congiunte a San Pietro, che divenne collegio dei canonici; la chiesa di Sant'Agnello diventò, così, sua grancia. Nel 1721 essa fu restaurata a spese del Monte dei Morti, già eretto nella chiesa della Maddalena e qui trasferito alla caduta di quella. Nel 1821, per volere di Teresa e Properzia Varrone, fu eretta la cappella dedicata alla Madonna dei Dolori, con altare privilegiato in stucco, ancora visibile nella navata sinistra. Il terremoto del 1980 ha fortemente danneggiato la struttura, provocando il crollo delle volte in mattoni e la sua chiusura ai fedeli per circa un trentennio.
Alla chiesa si accede tramite una scalinata, che conduce all'edificio dalla piatta e rovinosa navata. L'ingresso è un semplice portone, sormontato da un finestrone per l'illuminazione interna. Due tondi laterali, forse risalenti alla fabbrica originaria, fungono della stessa funzione per le navate minori.
Cappella dei Varrone
L'interno consta in tre navate, divise da colonne tozze poggianti da regoli squadrati e sormontate da capitelli quadrangolari in forma diversa, anche corinzia, che fanno da base a loro volta ad archi a sesto ribassato, ognuno sormontato da stemmi recanti forse simboli naturalistici o religiosi. Il tetto è composto da un solaio di acciaio e da assi di ferro disposti a capriate, realizzato in seguito al sisma del 1980 e riconducibili alla primitiva copertura dell'edificio, e la navata centrale termina con un'abside semicircolare in parte coperto da motivi stilizzati riconducibili a una conchiglia, elemento decorativo comune a un po' tutte le chiese di Maddaloni. Le navate laterali presentano nicchie per statue, attualmente mancanti e trasportate nel vicino tempio del Corpus Domini, mentre nella piccola cappella dei Varrone si osservano un altare rovinato e una statua mancante di testa e mani, forse identificabile con la Vergine. Dal punto di visto pittorico, la chiesa presenta lacerti di affresco ai margini della controffacciata, e sugli archi divisori. Attualmente, la chiesa è oggetto dell'attenzione di volontari che si impegnano a ottenerne l'iscrizione nella lista dei sopracitati “Luoghi del Cuore”, per ottenerne anche un restauro. 

martedì 12 agosto 2014

Oh capitano! Mio capitano!


Robin Williams (1951 - 2014)
Salutiamo il prof. Keating, Mrs. Doubtfire, dott. Pach Adams

sabato 9 agosto 2014

Storia (semplificata) di Afragola - III parte

Dalla seconda parte

All'indomani dell'annessione al Regno sabaudo del 2 ottobre 1860, Afragola si presentava come un casale agricolo non dissimile da quello descritto nelle sue “Memorie del Comune di Afragola” da Giuseppe Castaldi trent'anni prima. Nel 1830, il cultore di cose storiche afragolese aveva analizzato le diverse produzione del casale: la canapa e il lino per quanto riguarda l'industria tessile, che una relazione comunale del 1889 segnala ancora cosi florida da dare lavoro ad almeno 200 fra lavoratori e giovinette; frumento, granone, legumi, frutta, melloni riguardo i cibi; scarsa la produzione di vino, e quasi del tutto terminata quella del tabacco. Le industrie principali erano quella tessile e, dal Seicento, quella della fabbricazione dei cappelli, per cui Afragola andava famosa in tutto il Regno borbonico. Nel corso della seconda metà dell'Ottocento, le spoliazioni dell'apparato economico dell'ex Regno ebbero eco anche da noi: la suddetta industria dei “cappellari”, che a fine '700 dava lavoro a 720 persone, un secolo dopo, nel 1889, sfamava appena 25 operai maschi a causa del trasferimento dell'industria altrove e all'aumento dei prezzi.

Il Casone Spena
Dal punto di vista viario, se si escludono le aree corrispondenti alle attuali piazze Belvedere, Gianturco, Municipio e Castello, e alle vie che a queste conducevano, il casale presentava sentieri battuti e poco e male selciati, se si esclude dal conto anche l'attuale via Dario Fiore, ben sistemata già a metà del Settecento. Mancavano le fogne e l'illuminazione per vaste aree del paese, non tutto urbanizzato. Il quartiere di San Marco era ridotto all'attuale piazza di S. Marco all'Olmo, e già la chiesa medievale di S. Marco in Sylvis era circondata da campi e da alberi da frutta, ed era tagliata fuori da ogni contatto dopo il tramonto; piazza Belvedere proseguiva per l'attuale Corso Garibaldi, e non aveva le diramazioni verso il quartiere Oberdan, semplicemente perché esso non esisteva; a nord, oltre la chiesa di San Michele, v'erano campi e un solo sentiero fino al centro di Cardito.

Il centro si “spostava”: non era più piazza Municipio o dell'Arco, ma diveniva piazza Belvedere, vicina all'allora santuario di sant'Antonio e a Casoria: la borghesia iniziava a costruirsi i suoi palazzi lungo Viocciola Sant'Antonio, oggi via Roma, e all'inizio del Novecento Afragola si presenta come un casale “bicefalo”: a sud il nuovo e i centri economici, a nord il centro storico, decisionale e i quartieri poveri. I sindaci cercavano di fare quanto possibile per apportare migliorie: i lavori di Vincenzo Maiello, primo sindaco postunitario nel periodo 1864 – 1870, furono azzerati da una fenomenale alluvione che costrinse il suo successore Nicola Setola a chiedere aiuta ai casali di tutta Italia ( nel 1878). L'istruzione pubblica consisteva in due stanze a lato dell'attuale casa comunale, mentre le organizzazioni religiose erano meglio organizzate grazie alla lunga tradizione dell'insegnamento: pensiamo al “Ritiro” per orfane insediatosi nel castello nel 1875.

Uno dei tanti canali, come il Badagnano,
che scorreva per via Alveo Arena
Un casale di 12000 abitanti, la maggior parte dei quali analfabeti, e almeno due terzi dei quali contadini o di modesta condizione: questo era il quadro di Afragola all'inizio del Novecento, e che si mantenne inalterato, se non peggiorato, sotto la prova del fuoco dei cannoni della prima guerra mondiale. Il sindaco Achille Ciaramelli (1912 – 1920) tenne la barra in quei mesi difficili, e si era arrivati al punto tale di povertà che l'annata del 1918 fu una delle più catastrofiche, in quanto la migliore gioventù locale era partita per i teatri di guerra. L'avvento del fascismo, al contrario diq aunto possa far credere la retorica degli ultimi anni, portò vantaggi al casale: paradossalmente, ciò che non era riuscito in tanti anni di democrazia liberale, riuscì sotto la dittatura e il podestarato di Luigi Ciaramella. Si ampliarono le strade, si ottenne un rafforzamento delle corse della tramvia lungo l'asse De Rosa – Sanfelice (due anni fa interessato da lavori di riassetto urbano), si dotarono di fogne le vie del centro storico, si costruì l'edificio scolastico Marconi, e nel 1935 si ottenne dal governo il titolo di città. Si può dire che mentre nessuno esplose d'entusiasmo per il fascismo, tutti ne godettero i benefici.

All'indomani dell' 8 settembre 1943, la città fu occupata dai tedeschi, che organizzarono un campo diprigionia ai limiti dell'attuale via Sannitica, nel Casone Spena. Esso durò un mese: il 3 ottobre dello stesso anno, i tedeschi fuggirono verso Aversa, e gli angloamericani entrarono in città, costruendo un loro campo POW, il n. 209, che ebbe tra le altremigliaia di prigionieri anche Erick Priebke.
Il ritorno della democrazia, con l'avvento del sindaco Giuseppe Iazzetta ( 1946 – 1953) coincise col il boom economico a livello nazionale. Armando Izzo, partigiano bianco e sindaco dal 1953 al 1960, diede la fisionomia di città ad Afragola, con strade, fogne, sbocchi sulle vie principali di comunicazioni, costruzione di due scuole medie e avvio dei lavori per il primo liceo scientifico. A partire dagli anni Sessanta, infine, si assiste all'inizio della fine per l'ondata di sviluppo afragolese. Il rifiuto di gran parte della popolazione di vendere le proprie terre per insediarvi industrie, preferendo la costruzione di palazzi famigliari, e la miopia degli amministratori che si sono succeduti al palazzo di città, ha prodotto un impoverimento generalizzato della popolazione, e la ripresa dell'emigrazione come alla fine degli anni Venti.
Il sisma del 1980, e l'arrivo di migliaia di persone da Napoli, ha fatto il resto: la crescita della criminalità, la costituzione di un rione, le Salicelle ( dal nome storico dell'area in cui fu costruito) mai davvero collegatosi al centro anche per responsabilità dei nuovi venuti, il “sequestro” della carica di sindaco nelle mani di poche famiglie politiche che se la contendevano a rotazione, produsse lo stop a ogni tentativo di riscatto per la città. Mentre a livello politico qualcosa è iniziata a cambiare dopo la fine della Prima repubblica, con l'eliminazione dei vecchi baroni democristiani e l'avvento di nuove personalità (Salzano nel 2001, Nespoli nel 2008), a livello culturale si osserva da ormai decenni alla ripetizione vieta e trita dei soliti schemi e delle solite “storie di Afragola”, scritte da professori per professori e per allungare un curriculum misero, e all'ignavia delle cosiddette elitè culturali, incapaci di fare davvero cultura e nonostante ciò ancora ascoltate al piano nobile della Casa comunale.

Una città spenta, abbandonata a se stessa, che non vuole cambiare, che si pente di non essersi dotata di industrie e che nonostante ciò continua a inseguire il sogno, ormai realizzabile, di farsi “un nuovo quartino”.



venerdì 8 agosto 2014

Storia e storiografia: una risposta


L'articolo sull'opera di Luigi Catalano ha destato molto interesse e anche qualche perplessità. Il primo fa piacere e le seconde sono state spiegate già in chat privata, ma colgo l'occasione per rispondere al caro amico Amedeo Francesco Mosca, il quale sul suo blog ha dato sue considerazioni su come laStoria venga considerata e trasmessa al giorno d'oggi.
Innanzitutto, egli lamenta che “in Italia per tanto, troppo, tempo la storia è stata vista come semplice lista cronologica degli accadimenti, tramandata non si sa da chi senza citazione delle fonti (come se la sua verificazione non avesse rilevanza), studiata allo stesso modo in cui si studia la letteratura, alla stregua dei miti e delle leggende”. E su questo punto siamo d'accordo: l'insegnamento della Storia in questo Paese non solo è pessimo, ma fa spegnere ogni volontà a un giovane di intraprendere tale studio. Se si può sorvolare sul fatto che essa viene studiata fin dalle scuole primarie, prima come compendio di fatti e poi, man mano che si sale la gerarchia degli studi, in maniera sempre più analitica, non si può transigere sull'oggettiva impreparazione degli studenti universitari che di storia (vista nelle sue tradizionali partizioni: classica, medievale, moderna, contemporanea) alla fine dei loro corsi, ne sanno più o meno come prima di iniziarli, senza aver acquisito metodologie di lavoro alle fonti adeguate.
Il laureato in Storia, sia triennale sia con l'aggiunta dei due anni della cosiddetta “specialistica”, esce dall'Università non conoscendo nulla di metodi storiografici, di critica delle fonti, di accesso agli archivi che caragrazia se avrà visto una o due volte in 5 anni, e si trova per di più proiettato in una società che non solo ignora, ma a tratti anche odia la Storia, perché ricorda a essa i suoi vizi e le sue mancanze rispetto al passato. Tale studioso sarà abbandonato a se stesso, e faticherà ovviamente a inserirsi nel mondo dell'insegnamento, sia perché non saprà accostarsi alle fonti, sia perché l'accesso a questo mondo avviene a un' etàassurdamente elevata.
Nonostante ciò, sento di dover difendere il mio punto di vista in quell'articolo, in cui scrivevo che solo agli storici deve essere dato il compito di scrivere e spiegare la Storia. E questo non per un'accezione corporativista delle competenze, come sembra affermare il mio concittadino, ma per un semplice principio: in un mondo dove gli storici conoscono davvero gli strumenti di critica delle fonti, solo essi sono deputati a trasmetterla. Immaginiamo che a uno storico venga in mente di discettare di principi giuridici e dare sentenze non essendo né un giurista né un giudice: lo si richiamerebbe giustamente all'ordine, invitandolo a lasciare il campo a chi ha le conoscenze adatte in quel campo e soprattutto una lunga pratica all'interpretazione delle norme giuridiche. Ciò sarebbe accettato da tutti: dallo storico, dagli esperti giuridici, dai comuni cittadini.
Erodoto, la storiografia dei 2
livelli: "Ho udito", "Ho visto"
Dunque mi chiedo: perchè non può avvenire il contrario? Perchè tutti possono pretendere (non uso il verbo a caso, si badi) di scrivere di Storia, magari non conoscendone nulla, mentre i divulgatori e gli storici non possono (e giustamente!) fare altrettanto? Significa avere la volontà di chiudere il mondo delle competenze professionali in compartimenti stagni, dire ciò? No, a mio parere: se la Storia, soprattutto quella locale, e sopratutto quella delle realtà a sud di Roma, ha avuto danni enormi, ciò è accaduto perché chiunque la mattina poteva mettersi a scrivere sciocchezze e vederle pubblicare senza che si alzasse una voce critica, dal momento che non esistevano o venivano zittite.

Scrive Mosca, e in ciò concordo: “(Ci sono) due modalità di approccio agli studi storici diametralmente opposte: nel primo caso la storia è vista come una fiaba, cioè un qualcosa che va letto, imparato a memoria e ripetuto a mo’ di pappagallo (come era stato insegnato a scuola), mentre nel secondo si adopera la metodologia che caratterizza lo scienziato sociale, del «finché non vedo non credo». In mezzo tra i due metodi (sempre che si possa considerare tale il primo) si colloca quello dello studioso di filosofia, per il quale il racconto non va solo letto e imparato, ma anche «spiegato» (tanto per rimanere nel gergo della scuola elementare). Probabilmente per il filosofo la storia non è una fiaba ma una favola, e come tale ha anche una morale. Dunque va letta con spirito critico, eviscerata e interpretata. Come se cioè l’indagine astratta attraverso la ragione, peraltro limitata a un testo, potesse sostituirsi agli strumenti di cognizione fattuale”.

E' proprio questo il punto: per troppo tempo scrivere di storia è stata una “prerogativa” di persone che ne sapevano ben poco, e solo negli ultimi anni abbiamo assistito al fenomeno inverso. Troppi “filosofi” hanno discettato partendo da una frase, un marmo, una pietra, senza avere né il metodo scientifico storiografico, né quello deduttivo di Sherlock Holmes, epperò pretendendo che le loro insulsaggini passassero per storia ufficiale e tacciando di ignoranza chiunque le avversasse. Proprio perché nessun storico in passato era davvero uno storico, proprio perchè non si sono difesi gli “interessi di bottega” e si è permesso a chiunque di parlare a vanvera, la Storia è stata considerata come la cenerentola delle materie umanistiche, godendo della luce riflessa delle altre (come riconosce Mosca) invece di brillare di una propria. E purtroppo, parafrasando Arthur Bloch, se un milione di pseudostorici dice una falsità storica, essa non cessa di essere una falsità storica.