giovedì 20 febbraio 2014

Un volto

Deposizione di Cristo
Chiesa di Santa Maria d'Ajello, Afragola
Un volto. Meraviglioso.
Di tutto colpiscono gli occhi, semichiusi, ritratti nel momento della confusione massima: né morte né vita, sono gli occhi, è l'espressione di chiunque esca da un sonno lungo, o stia per cadervi.
La mascella tirata, il rivolo di sangue alla tempia, il pomo d'Adamo in rilievo e la barba incolta: tutto ciò rende realistico questo volto. Ma a renderlo reale è quell'occhio semichiuso, sintesi delle sofferenze non solo di Costui che soffrì per gli altri, ma anche di tutti i sofferenti di ogni epoca. Ogni volta che lo vedo, penso: cosa pensava? Nell'ultimo istante, che pensieri fece? Pensava, come chiunque attraversi quell'istante, a coloro che amava.
E dunque, pensava a noi.

domenica 16 febbraio 2014

Il pittore degli angeli: Angelo Mozzillo

La Crocifissione (particolare), 1770 circa, molto rovinata prima cappella sinistra in S. Maria d'Ajello, Afragola


Pochi afragolesi sono così conosciuti fuori da Afragola e quasi del tutto ignorati in Afragola quanto il pittore Angelo Mozzillo.
La storia di questo artista può essere purtroppo da esempio della scarsa attenzione che Afragola ha avuto per i suoi veri notabili. Benché gli siano state dedicate una scuola media e una via nel centro storico, la maggior parte dei suoi concittadini, come ho potuto constatare di persona, ignora chi sia e fin dove sia arrivato a dipingere Mozzillo. Questo anche e soprattutto a causa della mancanza di un vero e proprio studio scientifico della sua vita e delle sue opere.
Angelo Mozzillo nacque il 24 ottobre 1736 nel distretto della parrocchia di Santa Maria d'Ajello da Crescenzo Mozzillo e Maria Abate, e il battesimo avvenne nello stesso giorno, avendo per madrina Maria Tuccillo (APSMD, Libro dei battezzati, vol. XII a. 1736 f.33 n. 173)*. Sembra concorde presso gli storici che abbia trascorso un periodo di apprendistato presso la bottega di Giuseppe Bonito, pittore stabiese che lavorò alla corte dei Borboni. Subito dopo, Mozzillo iniziò a produrre in autonomia, e proprio a partire dalla sua città natale. Ad Afragola, ci sono ancora due tele: “L'Addolorata ai piedi della Croce” in Santa Maria d'Ajello e “San Giorgio che abbatte il Tempio di Apollo” in San Giorgio Martire, oltre alla famosa edicola della Madonna delle Grazie”
L'edicola di via Morelli
con la parte superiore ancora in buono stato di conservazione, che tutti possono ammirare in via Domenico Morelli, all'incrocio con via Pigna. Negli anni Settanta del '700, Mozzillo si trasferì a Nola, dove si sposò con una giovane del posto e dove visse stabilmente per il resto della vita. Ed è proprio questo il motivo per cui, mentre Nola abbonda di documentazione e opere del maestro, Afragola ha persino perso la memoria di lui. A Nola fece parte della Confraternita degli Artisti, e dipinse un notevole "San Francesco di Paola" nella chiesa dell'Immacolata.
Il nostro fu chiamato a dipingere soprattutto affreschi in varie zone della Campania, man mano che la sua fama si ingrandiva. Tra le città dove operò, quasi tutte in chiese ma non solo, ci furono: Napoli , Nola, Caivano (lavorò al santuario di Campiglione e nella Congrega del Sacramento presso la Parrocchia di S. Pietro), Acerra, Casoria, Cimitile, San Vitaliano, San Paolo Belsito, Palma Campania, Cicciano (affresco del 1770 raffigurante l’Arcangelo Michele nel Santuario della Madonna degli Angeli), Pago Vallo del Lauro ("Vergine Maria di Costantinopoli" nella chiesa S.Maria di Costantinopoli), Castellammare di Stabia ("Vergine che libera le anime del Purgatorio, nella concattedrale di Maria Santissima Assunta), Sparanise, Ottaviano (gli affreschi realizzati nel Castello mediceo su richiesta del principe Giuseppe III Medici)) Rocchetta e Croce ("L'Annunciazione" datata 1800 nella Chiesa dell'Annunziata) Calvi Risorta, Marigliano, San Giuseppe Vesuviano ("La Pietà" autografata e datata 1793 nella Chiesa Parrocchiale di Santa Maria la Pietà), Polla, Gragnano, Agerola e Massalubrense, dove il suo “San Pietro” per la chiesa di Monticchio, del 1807, è l'ultima sua opera arrivataci. Non si sa quando sia morto, ma una notizia indiretta recepita nell´elogio funebre di un noto pirotecnico veneziano sembra confermarne la scomparsa per il maggio 1810**.
A Napoli operò nelle chiese di S. Gioacchino o dell’Ospedaletto, di S.Nicola alla Dogana o di S. Lorenzo Maggiore. Aveva lavorato al restauro della Basilica di S. Lorenzo, dove, sul portale, vi era una nicchia con affresco, datato 1787, "Il martirio di San Lorenzo" .
Pietà, S. Maria dell'Arcora,
Casalnuovo
 
Nel 1785, nella Chiesa del Sacro Cuore (o della Trinità) affrescò "La cupoletta" del piccolo ambiente, che rappresenta tre fanciulli : Anania, Misal, e Azania, che furono gettati fra le fiamme di una fornace e miracolosamente salvati da Dio. Ma il suo nome resta famoso nell'antica capitale per il ciclo di “Storie” della “Gerusalemme Liberata”, dipinto nell'ex educandato di Sant'Eligio in piazza Mercato (attualmente non visitabile) e per la “Gloria” dipinta sul soffitto della Chiesa del San Salvatore nell'Eremo dei Camaldoli, datata e firmata al 1802. E' stato recentemente attribuito a Mozzillo, da parte del restauratore Aldo Guida, il dipinto "Madonna addolorata con angeli", che si trova nella chiesa di San Nicola Magno (sorta 250 anni fa) a Santa Maria a Vico, nel casertano. Lo stesso Guida ha attribuito al nostro anche le opere "Il battesimo di Cristo" e "Il primato di San Pietro".
Tutta la sua produzione, apprezzata per la sua velocità d'esecuzione, fu incentrata sulle rappresentazioni sacre e sulla ripetizione di motivi e di soggetti quasi identici fra di loro, al punto da sospettare l'utilizzo di “cartoni” (immagini standard di angeli, santi, madonne che venivano usati a ogni nuovo quadro cambiando solo colore e abito).
Si sa che a Nola fondò una sua bottega, ma si ignora se altri allievi abbiano avuto successo al pari del maestro. Una tradizione nolana afferma che lasciò una figlia che riprese i metodi del padre, e che fungeva da restauratrice delle opere paterne. L'incendio del Duomo di Nola, avvenuto all'indomani della conquista della città nel 1860, distrusse opere anche di questa presunta figlia del Mozzillo, di cui resterebbe una tela conservata nella chiesa di San Francesco a Nola, che non mi è stato possibile visitare.
Arcangelo Michele, sant. Madonna degli
Angeli, Cicciano. Data e firma sono
a sinistra, sotto il mantello dell'angelo
In attesa di notizie di nuove opere, c'è da salvaguardare quelle note, che soffrono di una prolungata assenza di ogni intervento restaurativo, soprattutto l'edicola sopra ricordata, da quasi 300 anni esposta agli agenti atmosferici e con la parte inferiore, laddove c'era il lumicino che nelle ore notturne ne indicava la presenza, quasi del tutto scomparsa. O anche l'affresco di San Vincenzo Ferrer, da me ritrovato nell'androne di un palazzo in via Plebiscito. Particolare la storia di questo affresco: in una guida ai monumenti della città del 1993, si fa riferimento a quest'opera dicendo che è accompagnata, nella seconda parte dell'androne, da un'altra dedicata a San Michele, sempre di mano del nostro pittore. Intervistando però gli abitanti del palazzo, ho saputo che il San Michele fu rimosso o imbiancato con lavori immediatamente successivi al terremoto del 1980. Quindi gli autori del 1993, molto noti in quanto appartenenti all'elitè culturale della città, non si erano neppure degnati di andare a visionare di persona quello che scrivevano, e avevano dato per esistente un affresco scomparso 13 anni prima!               
Un tipico esempio su chi e su come è stata trasmessa cultura in questa città negli ultimi decenni. Particolare anche il palazzo: esso sarebbe il luogo natio del primo vescovo dato da Afragola alla Chiesa, quel Marco Baccina o Vaccina che divenne vescovo di Trevico alla fine del Seicento, dic ui mi occupero´appena avro´piu´fonti certe.
Mozzillo è stato ed è ancora dimenticato, farne scomparire le opere sarebbe un ennesimo colpo postumo alla sua memoria.

San Vincenzo Ferrer, nell'androne di palazzo Baccina
in via Plebiscito ad Afragola



Madonna addolorata con angeli,
Santa Maria a Vico (CE)


Affresco della volta del piano nobile del Castello Mediceo a Ottaviano
(per gentile concessione del sign. Antonio Laurenza)

Apoteosi di San Romualdo
Eremo dei Camaldoli di Nola, 1792

Chiesa del Ss, Salvatore, Eremo dei
Camaldoli di Napoli, 1792

 Presentazione al Tempio, chiesa dell'Immacolata, Nola, 1779


*E' dunque falsa la tradizione che lo vorrebbe nativo di Orta di Atella, pur essendo il ceppo dei Mozzillo oriundo di quella cittadina.
** La notizia e´stata pubblicata in "Il caso Afragola", Borè editore, 2014



giovedì 13 febbraio 2014

Il Ventre di Napoli: reportage dal cuore della città parte II

Dei miei anni universitari, ho un ricordo nitido di un episodio successo nel 2007 o 2008. Ero a lezione di Geografia, e si discuteva con la docente Frallicciardi del ruolo di Napoli nel mondo occidentale, con tutti i problemi che la caratterizzavano. Scocciata dall'enumerazione dei difetti che facevamo, sbottò:”Ragazzi, Napoli è candidata a diventare la Regina del Mediterraneo”, indicando nell'evento del Forum delle Culture del 2013 un'occasione per il riscatto della città. Il 2013 è giunto ed è passato, e il Forum si è aperto ed è stato sospeso fino ai mesi estivi del 2014.
Da allora, ne è passata di acqua sotto i ponti. Napoli ha cambiato una sindaca incapace con un sindaco altrettanto incapace, in virtù della parità dei sessi; il 2013 è arrivato e se n'è andato pure, e con esso anche solo il ricordo del Forum; e i problemi restano sempre, se non peggiorati dalla crisi.

A questo pensavo mentre tornavo dal cimitero delle Fontanelle (vedi QUI) e mi lasciavo alle spalle il verace quartiere della Sanità. Avere una mente storica è, per certi versi, una croce: si è sempre portati, in modo automatico, a immaginarsi com'era il luogo che si esplora prima della massiccia urbanizzazione dell'Ottocento e del Novecento. Mentre ripasso sotto il ponte di Murat, penso che, almeno qui, in piazza Sanità, non molto è cambiato; è altrove, è fuori da via Vergini, che inizia il “nuovo”.
Eccomi in piazza Cavour (come si chiamava prima?). Sono indeciso se prendere la metro e andare al Virgiliano di Mergellina, o proseguire per il Duomo e il centro. Opto per questi: mi lascio via Vergini alle spalle e mi inoltro per la larga e alberata via Duomo. La Cattedrale dell'Assunta si erge in mezzo a uno slargo che ho sempre trovato troppo angusto per accogliere le masse napoletane che corrono a vedere il miracolo del sangue. Il tempio è chiuso: del resto, siamo nelle prime ore del pomeriggio, è la “controra”, il sacro momento del riposo pomeridiano. Si dice che Albert Einstein dedicava mezz'ora al risposo dopo pranzo: Andreotti, almeno un'ora. I napoletani, che evidentemente hanno più da fare, la fanno durare dalle 2 alle 4, almeno quelli della vecchia generazione. Io, lavorando di pomeriggio per 9 mesi l'anno da 10 anni e facendo troppo caldo negli altri 3, non so neanche cosa significhi riposo pomeridiano, e spesso mi sorprendo pure che gli altri si riposino. Svolto in via Tribunali, l'antico Decumano greco. Fu in quest'area che fu fondata Neapolis, in contrapposizione alla Palepolis di Pizzofalcone. Spaccanapoli, quando l'antica città non aveva l'estensione attuale, e per davvero la spaccava in due.
Via Tribunali
Via Tribunali, così detta perchè terminava a Castel Capuano, sede appunto del palazzo di giustizia, era chiamata
La via è dritta, e sullo sfondo vedo la Certosa di San Martino. Passo davanti alla chiesa dei Gerolamini, e penso ovviamente alle migliaia di libri trafugati dal suo infame curatore, e a quelli “donati” a cittadini fin troppo consapevoli di quello che portavano via, negli anni Settanta. Anche qui, tutto chiuso: il culto ha i suoi orari, e se questi non combaciano con quelli del fedele, tanto peggio per lui. Proseguo: piazza San Gaetano, con la mole gigantesca dell'omonima chiesa ei negozi pittoreschi: pasta, pomodori, verdure, vino, olio, fritture, pizze, taralli. Del resto qui sbocca via San Gregorio Armeno, che non si ferma mai ed è sempre piena di turisti, interessati in verità più a farsi la foto qui che ai pastori del presepe.
Qui c'è uno dei due ingressi di Napoli sotterranea: la discesa nel cuore della città. Rispetto alle Fontanelle, profondo ma pari al piano della strada, qui si scende davvero. Un cartello reclamizza la visita: 9 euro per “un viaggio emozionante”. La pubblicità al servizio dell'archeologia: ma per una volta sono d'accordo anch'io, e mi unisco a un gruppo di persone, alcuni napoletani, altri forestieri (dall'accento, intuisco che un paio di loro viene dalla Romagna). Appena metto piede sul primo degli oltre cento gradini, mi assale una zaffata di aria calda e umida, soffocante. Andiamo bene, penso: chissà cosa c'è là sotto, e tu sei pure claustrofobico, mi dico. La guida si pone davanti e inizia la processione per gli scalini che sembrano di argilla, mentre la luce dall'alto si fa sempre più fioca e solo piccole lampade illuminano la scala a chiocciola. Il conterraneo ciccione inizia a fare versi strani, a ridere senza senso, aiutato da un paio di suoi compari. Poi dice che uno è razzista e d'elitè se pretende di poter vedere qualcosa di pura cultura senza sentire pernacchie fatte con l'ascella...
Discesa al centro di Napoli
Arriviamo in una vasta sala, tutta interamente di tufo giallo. La guida inizia a spiegare: le cavità erano antiche cisterne d'acqua realizzate dai Romani, e collegate ai palazzi in superficie da pozzi. I cunicoli che permettevano lo scorrere dell'acqua sono stati in uso fino al tempo del colera del 1886, per poi essere progressivamente abbandonati. Solo negli anni Settanta del Novecento, con l'improvvisa epidemia di colera, furono del tutto abbandonati anche in altre aree della città. Durante la seconda guerra mondiale, le cavità dismesse divennero il rifugio di intere famiglie sfollate o semplicemente paurose degli attacchi americani, e infatti ne vediamo i resti nella sala successiva: giocattoli, graffiti, attrezzi, perfino biancheria. C'è qualcosa che mi turba, in tutto questo, ma non è la storia degli anni passati da persone di tutti i ceti sociali in questi anfratti. E' qualcosa che non arrivo a identificare. La ragazza continua a parlare e ci fa notare su cosa camminiamo. Io non vedo altro che terra battuta, e infatti il romagnolo glielo dice. Lei risponde che è così, ma che se scavassimo in profondità troveremmo...immondizia!
Il problema dei rifiuti a Napoli è sempre stato endemico, e i buoni partenopei, trovando faticoso andare oltre le mura che erano poste lungo via Foria per gettare le immondizie, le facevano precipitare per le cave vuote, in modo da risparmiare tempo. Qui il passato ritorna sempre, evidentemente, e quando si parla di rifiuti, sembra proprio che si è ancora ai tempi del buon Carlo III:
La guida ci fa attraversare un cunicolo: è abbastanza largo per passarci uno alla volta, ma avvisa che successivamente dovremo stare attenti. Sbuchiamo in un'altra caverna, più illuminata delle altre, e ci si para davanti nientemeno che un carro armato. Siamo infatti nel luogo dove avvenne uno degli episodi più curiosi del periodo bellico: un matrimonio in piena regola per due giovani sposi, che non potevano permettersi uno sposalizio in piena regola. Si fece dunque il matrimonio, cui parteciparono tutti gli abitanti delle caverne e come regalo di nozze questi li lasciarono per una notte in un cunicolo da soli. La mancanza di spazio, in relazione, alla folla, era tale che praticamente non esisteva più la privacy, e perfino i bisogni fisici era espletati con uno che faceva la “guardia” per eventuali pedoni. La presenza del blindato mi fa intuire la mia strana sensazione di prima, e chiedo alla guida: non è tutto un po' “costruito”? Insomma, passi per le bici, per i materassi, che pure sembravano or ora comprati dal rivenditore del Vomero, ma questo carro di certo non c'era nel 1943: perché alterare l'ambiente storico? “Perché così è più scenografico per chi viene” risponde quella, con un'espressione talmente ebete che capisco come nessuno gli abbia posto questa domanda...
Il tempo doveva pur passare, là sotto...
Eccoci al clou della visita: il cunicolo stretto. La ragazza ci dice che per questo cunicolo ci possono passare solo i magri, e solo con una candela: il ciccione che ride da tre ore è quindi escluso. Questo protesta, ma non c'è niente da fare: non può venire, e verremo a riprenderlo dopo. Ognuno riceve una candela, e attraversiamo di profilo il cunicolo.
La sensazione claustrofobica mi assale, temo che ci si blocchi: penso all'aria umida, ai palazzi a 40 metri sulle nostre teste, alla strettezza del passaggio che mi fa talvolta falciare l'aria con le gambe perchè non c'è neppure spazio per i piedi. Ecco lo sbocco, finalmente l'aria. Mi ritrovo su una passerella che circonda una piscina, alimentata da uno sgorgo continuo dell'acqua nella parete di tufo. E' un esperimento per farci rendere conto di come i pulitori dell'acqua dovessero vivere a queste profondità, con l'acqua torbida che scorreva e con la sola luce di una candela. Vedo i romagnoli estasiati, mentre i compari del ciccione hanno l'occhio spento: evidentemente non si divertono. La ragazza ci racconta a questo punto della leggenda del “munaciello”, il fantasmino che regalava soldi a gente fortunata a patto che questi non parlassero. Sorride vedendo le facce emozionate degli altri, guarda me che non sorrido e si volge imbarazzata. La conosco, la storiella del monaco, che altro non era che l'amante di piccole libertine dei palazzi nobiliari che abbiamo sopra la testa, che entrava e usciva dagli appartamenti attraverso i pozzi. Il racconto del fantasma fu inventato proprio da queste poco nobili donne, e mi piacerebbe sapere la versione dei mariti quando queste spiegavano l'apparizione dei soldi con la presenza del fantasmino. La pubblicistica tace su questo punto: forse perché quella del “munaciello” era un segreto di Pulcinella noto a tutti meno che a chi spaccia queste cose come leggenda?

Usciamo fuori, e recuperiamo il ciccione, che è imbronciato. Peccato, in fondo mi era simpatico, e in questo ambiente dove Storia e finzione si incrociano, potrebbe fare carriera. La visita è finita, e ora arriva il peggio: gli scalini di prima bisogna risalirli tutti... Ma il travaglio delle gambe vale bene una visita nel ventre più oscuro di Napoli.

Questa la prima parte del reportage: Cimitero delle Fontanelle, clicca QUI

Questa la terza parte: Tomba di Virgilio e Leopardi, clicca QUA

mercoledì 12 febbraio 2014

Terra dei fuochi: un'eredità sessantottina che nessuno vuole



Articolo pubblicato in "Nuovacittà" n. 32, 2 novembre 2013 e in "Meridiana Magazine" 28 ott. 2013

Non mi sono mai piaciute le marce che ultimamente proliferano, contro i “roghi tossici”. Benché non abbia nulla da eccepire sul senso civico dei partecipanti, le ritengo inutili. A tratti, dannose.

Prima che i soliti esponenti della “società civile” mi qualifichino come “collaborazionista”, faccio una semplice considerazione. E' bello che migliaia di persone manifestino per la propria salute; è giusto che si chieda al Nord, dopo averci tolto storicamente l'indipendenza, di riprendersi i propri fusti inquinati, è persino doveroso che la popolazione manifesti contro un sistema Stato che ignora volutamente il problema, perché non può/vuole risolverlo. Ma se tutti coloro che hanno responsabilità devono presentarsi al banco degli imputati, i primi a doverlo fare sono i cittadini campani stessi. E in ciò già vediamo la prima, grossa contraddizione del movimento che vuole manifestare contro i roghi tossici: la mancanza di autocritica.
Il fenomeno dei rifiuti tossici del Nord sepolti nella Piana campana è iniziato, come tutti concordano, 20 o persino già 30 anni fa. Un territorio vasto, vera riserva agricola del Meridione, privo di grosse industrie inquinanti, che però è paradossalmente più inquinato di altri ad alta industrializzazione perché trasformato in una pattumiera, con forse 13 milioni di tonnellate di scarti industriali messi a “stagionare” sotto terra. Come sia accaduto tutto ciò, ormai è verità storica, anche se non ancora giudiziaria: grossi poli industriali del Nord venivano a seppellire gli scarti di produzione in Campania, con la collaborazione della criminalità organizzata e il silenzio assenso del sistema politico che ha retto la regione dagli anni Ottanta in poi: Dc prima, Ds e Pd poi. Su questo sono tutti d'accordo. Meno invece sulla responsabilità dei cittadini.
L'Italia di quel tempo viveva un boom economico e occupazionale da rasentare i livelli degli anni Sessanta: aumentava il potere d'acquisto, aumentavano i consumi, aumentavano le comodità delle famiglie. Un altro mondo, soprattutto paragonato a questo periodo di crisi.Ai giovani campani di quel tempo non importava molto dell'ambiente in cui si viveva, visto che per loro la priorità era il godimento immediato e non futuro. Mentalità tipica della cultura sessantottina, dell' “Ora e subito”, senza pensare minimamente alle conseguenze future.
Un'eredità in fumo
Un mondo godereccio in cui contava solo il benessere, da raggiungere a ogni costo, e si ignorava volutamente o inconsciamente la liceità dei metodi per raggiungerlo. L'omertà, vuoi per paura di ritorsioni, vuoi per un distorto concetto del “vivi e lascia vivere”, ha senza dubbio giocato un ruolo nel fenomeno collettivo del mettersi la testa sotto la sabbia, ma non è stata la sola causa dell'ignavia di quei cittadini.
Trent'anni dopo, quei giovani che hanno consentito tutto questo, voltandosi dall'altra parte o pensando a godersi la vita, si sono improvvisamente riscoperti ambientalisti. Anzi, alcuni si sono messi a capo dei movimenti contro il fenomeno dei roghi tossici dei rifiuti, e sfidando ogni residuo senso di dignità hanno iniziato a rumoreggiare contro lo “Stato assassino” (non lo era quando garantiva loro una vita con pochi debiti) e contro le nuove generazioni, accusate di viltà e disinteresse. Alla domanda che qualcuno ha provato a fare loro: “Ma voi, dove eravate?”, hanno risposto: “ Io non ne sapevo niente, non potevo saperne niente”.
Come se in 30 anni, dicesi 30 anni, gli unici che sapevano degli scarichi fossero solo camorristi e politici venduti al soldo nordico, in un'area a quel tempo in gran parte agricola e dove file di camion non sarebbe passare inosservate....se si fosse voluto non farle passare inosservate.
Insomma: i corresponsabili del disastro dei rifiuti sepolti fra le province di Napoli e Caserta, coloro che vedevano e non hanno impedito che ciò avvenisse, che hanno dato in eredità ai giovani d'oggi un territorio avvelenato, e che riacquisterà il suo equilibrio ecologico solo fra un secolo (ammesso che parta la bonifica di massa), accusano i giovani d'oggi di essere poco motivati a difendere l'ambiente, e pretendono di comandarli, ordinarli, schierarli. Ecco perché, preoccupato come e più di loro di quello che mangio, come e più di loro di come cresceranno i miei figli, dico a chiare lettere che proprio loro non hanno la faccia per guidare o anche solo per commentare azioni sacrosante di protesta su questo tema, che se hanno un difetto è quello di non svolgersi direttamente sotto le industrie del Nord e in maniera permanente, tali da costringerne i dirigenti a parlare almeno delle proprie colpe. Perché queste sono azioni che segnano il successo di una mobilitazione civica; tutto il resto, termina quando il Napoli scende in campo al San Paolo.



martedì 11 febbraio 2014

Afragola sconosciuta: le cripte del Ss. Rosario


Articolo pubblicato in "Nuovacittà" n. 8, 2 marzo 2013


La nostra città ha una particolare caratteristica: da un lato appare caotica, con le sue piazze, vie e vicoli sommersi dal traffico, dall'altro presenta singolarissime oasi di pace, che sono misconosciute alla stragrande maggioranze della popolazione. Per alcuni di questi luoghi, si tratta di un vero peccato, in quanto potrebbero costituire un punto di attrazione sia dal punto di vista civico sia da quello turistico, e potrebbero venire valorizzati, cosa che attualmente non sono: per altri, invece, questa “ignoranza” della loro presenza è una vera manna, dal momento che potrebbero essere invasi in maniera non proprio pacifica. 

Afragola sotterranea. Nulla a che vedere, purtroppo, con i famosi cunicoli tufacei di Napoli, ma anche essa degna di menzione. Oltre a una città superficiale, infatti, se ne snoda sotto i nostri piedi una oscura e mai definita con esattezza, formata da grotte vaste e da anfratti minuscoli, che collegano fra di loro varie zone della città. Dalle “Memorie storiche del Comune di Afragola” di Giuseppe Castaldi, edito nel 1830, apprendiamo che esse servivano alla conservazione del vino e degli alimenti, in mancanza di frigoriferi, ancora di là da venire. Ogni palazzo gentilizio aveva la sua grotta, che era tanto profonda quanto più alto era il palazzo stesso. Questo perché l'edificio veniva costruito con i materiali sotterranei, e dunque sotto restava il vuoto. Ci sono però anche spazi sotterranei alle chiese della nostra città, vale a dire le cripte in cui anticamente, prima dell'editto di Fontainebleau (1804), venivano sepolti parroci, collegiati e notabili. I sistemi di cripte più noti sono quelli delle chiese di Santa Maria d'Ajello e del Santissimo Rosario. Il primo, da cui si accede tramite un ingresso posteriore all'ex Confraternita dell'Immacolata, è chiuso da anni, mentre il secondo è usufruibile previo il permesso del parroco del Rosario, attuale padre Paul Crochat.
Corridoio e colatoi
La cripta del Rosario, posta circa 5 metri sotto il piano di calpestio, consta di vari ambienti, tutti nati dall'esigenza di dare sepoltura privata ai morti appartenenti alle famiglie con giuspatronato laico, cioè famiglie che possedevano una cappella in chiesa e potevano farvi celebrare una messa tutta per sé da sacerdoti scelti da loro. Di tali cappelle, quella più importante dell'ex collegiata del Rosario è quella Castaldi, con probabilità la prima a dotarsi di una cripta sotterranea, coeva alla costruzione dell'edificio sacro (XVII secolo).
Le cripte del Rosario si sviluppano in maniera longitudinale: a partire dalla cappella Castaldi, la terza a destra e la più riccamente decorata, per terminare sotto la sagrestia. Oggi l'accesso alla cappella Castaldi è tappato da una lastra trasparente, e dunque si può scendere solo da quello della sagrestia. Superata una stretta scala, si accede a un vasto ambiente umido e freddo, con un piccolo altare e alcune lapidi commemorative. Da qui parte un corridoio che immette nelle sale adiacenti, tutte areate da una finestrella che collega allo spiazzo a lato della chiesa, e tutte caratterizzate da una lunga fila di sedili di pietra, con un foro al centro, che corrono lungo tutte il perimetro di due delle tre stanze successive. Sono i colatoi, su cui erano adagiati i defunti (come se fossero seduti) e messi ad “asciugare” (mi si perdoni l'espressione): attraverso il foro centrale, i liquidi corporei del defunto scorrevano a un canaletto che portava a un foro, ancora visibile in mezzo alla stanza, collegato alla fogna.
Colatoi
Dopo un periodo variabile, che poteva durare anche diversi mesi, il corpo rinsecchito del morto era sepolto. I corpi erano messi in successione, e possiamo immaginare che coloro che erano addetti a trasportare là sotto nuovi ospiti, mentre gli altri già presenti deperivano silenziosi, non erano proprio da invidiare. Il motivo di tale usanza è presto detto: si cercava di ritardare il deformarsi dei volti dei defunti, in modo da ottenere un processo simile all'imbalsamazione (la scarsa umidità dell'ambiente sigillato non permetteva la proliferazione di microbi aerobi). Come detto, tali sedili sono presenti nella seconda e nella terza sala; in quest'ultima, al centro, è presente un contenitore trasparente che contiene ossa e teschi umani, forse antichi ospiti dei colatoi,e lì lasciati per pietà cristiana. Il quarto ambiente conduce alla scala che sale alla cappella Castaldi, il cui ingresso è sigillato. In realtà, di ambienti ce ne sono 5: la quinta stanza delle cripte è però sigillata e porta direttamente sotto l'altare maggiore.
Gli afragolesi di 400 anni fa
Qui ha termine la nostra visita. Come detto all'inizio, la cripta non è accessibile liberamente ma solo col permesso del parroco. E non posso dirmi contrario: luogo sacro e dedito al raccoglimento per i fedeli, interessante “macchina del tempo” per lo storico locale, essa è un piccolo luogo di ristoro della mente e dei sensi dal caos soprastante. Ed è necessario che rimanga tale, per quanto mi riguarda.



domenica 9 febbraio 2014

Foibe. Un ricordo.

Italiani protagonisti di un genocidio dimenticato.


« Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze. Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un masso di almeno 20 kg. Fummo sospinti verso l'orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, c'impose di seguirne l'esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella foiba, il masso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di circa 10 m. e una profondità di 15 sino la superficie dell'acqua che stagnava sul fondo. Cadendo non toccai fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. »
Questa è la testimonianza di un sopravvissuto all'eccidio comunista delle foibe,che tra il 1945 e il 1947 costò la vita a migliaia di istriani,colpevoli solamente di essere italiani. Ciò che accadde rende perfettamente la confusione che si viveva nel nostro Paese in quegli anni, e la vergognosa omertà della sinistra italiana. Nell’estate del 1945 i comunisti jugoslavi,agli ordini del Maresciallo Tito,occuparono Trieste,l’Istria e la Venezia Giulia, allora regioni italiane. Gli occupanti attuarono una minuziosa pulizia etnica in quei territori, massacrando circa 5000 italiani,rei di essere fascisti sconfitti o di appartenere a un Paese sconfitto. La viltà dei titini arrivò al punto di nascondere i cadaveri delle loro vittime in cavità naturali delle montagne istriane, dette foibe in dialetto friuliano, per evitare accuse da parte della comunità internazionale, riorganizzatasi proprio in quegli anni nell'ONU. Molte vittime non furono neppure ferite,come possiamo dedurre dalla testimonianza sopra riportata, ma semplicemente gettate ancora vive nelle fosse,profonde centinaia di metri. La folle volontà di Tito di annettere la Venezia Giulia dimostrando che non ci fossero abitanti italiani,facendoli direttamente sparire, è una delle prove più orrende di come quando la ragione dorme, il mondo si riempie di mostri. E le nostre autorità? Esse sapevano bene quello che accadeva nel nord- est,ma non intervennero per non veder persi quei territori durante i negoziati di pace. L’appena nato MSI era figlio della destra militarista appena sconfitta, e non aveva poteri. La DC di De Gasperi si nascose dietro la panacea di tutti i mali diplomatici, la famosa "ragion di Stato". Il PCI di Togliatti,dobbiamo riconoscerlo,fece meglio di tutti: lodò pubblicamente gli eccidi e si dolse delle lagnanze istriane e friulane. Sue furono le parole:« Noi consideriamo come un fatto positivo,di cui dobbiamo rallegrarci .Questo vuol dire che I comunisti devono prendere posizione contro tutti quegli elementi italiani che agiscono in favore del nazionalismo italiano ». Colui diventato famoso per aspettare le veline da Mosca prima di fare ogni dichiarazione,fosse anche quella su una partita di calcio, elogiò Tito e iniziò una damnatio memoriae dei morti istriani. Dopo decenni di ignominioso silenzio, anche per questi morti,senza nome,senza colore,senza ricordo, arrivò il momento di giustizia: nel 2004 il II Governo Berlusconi istituì la Giornata del Ricordo, ricorrente ogni 10 febbraio,per ricordare che ci fu una seconda fase della guerra che tutti dimenticano,e che durante essa degli italiani inermi persero la vita,senza che nessuno,nemmeno la Chiesa che tanto si adoperò per gli ebrei,intervenisse. Nella speranza che un giorno tutti i nostri morti possano essere ricordati in un unico giorno.

Ringrazio l'amico Enrico Guazzini per la testimonianza riportata all'inizio del testo.
















venerdì 7 febbraio 2014

La guerra ad Afragola II: Erick Priebke e il campo 209


Nel precedente post del blog, parlando del campo di prigionia tedesco posto nel Casone Spena (vedi QUI), ho accennato all'altro campo, quello alleato, denominato con la sigla “campo 209”, e posto nelle vaste campagne di San Marco, grosso modo nel triangolo compreso tra via Saggese, contrada Masseria S. Teresa e via Alveo Arena. Nonostante le numerose testimonianze dei militari italiani che vi sono passati dal 1944 al dicembre 1946, tale campo ha avuto finora poca attenzione da parte della storiografica locale: negli ultimi anni, se si eccettua un articolo poco omogeneo apparso su una rivista locale nel 2010, proprio nulla, come il suo omologo tedesco dell'Arcopinto.
All'armistizio del 1943, i tedeschi organizzarono un campo di prigionia per gli italiani nel Casone Spena e lo tennero per un mese, per poi fuggire verso Nord all'arrivo degli Alleati. Questi, per gestire al meglio la situazione degli ex militari italiani che si fossero arresi o che fossero stati fatti prigionieri, allestirono un campo di prigionia nelle vaste campagne a sud, a direzione inglese. Il campo era di transito, vale a dire che deteneva i prigionieri per un periodo che andava da pochi giorni a diverse settimane, in attesa di inviarli verso altre destinazioni. Dalle testimonianze che ho raccolto, sia nelle fonti sia di persona, la destinazione finale per molti ospiti era il POW (prisoner of war) di Algeri, e dunque molti transitavano verso Taranto per l'imbarco.
Le notizie sul campo 209 sono frammentarie: le uniche notizie che abbiamo derivano dalle biografie dei prigionieri. Come ad esempio Luigi Sitia, un torinese, che raccontò nel volume “Mettiti sull'attenti, carogna!” (Grego & Grego editori, 1992): “Il Lager di Afragola era un ex campo di concentramento, costruito dagli Italiani per i prigionieri alleati. Fummo sistemati in ottimi capannoni di legno, coperti da tetto in lamiera e contenenti lettini a castello, a due piani, completi di materasso e coperte. Prima di convogliarci in queste baracche fummo fatti spogliare e spediti sotto una benefica doccia. Finalmente ripuliti, ricevemmo persino un po’ di cibo e ci sembrò di toccare il cielo col dito, dopo tanto digiunare. (...) La permanenza nel Campo di Afragola non durò; alcuni giorni dopo fummo incolonnati e raggiungemmo in silenzio la stazione ferroviaria. Stipati in carri bestiame come animali da portare al macello, senza viveri e senza acqua, arrivammo a Taranto, in condizioni fisiche abbastanza provate(...) Tolta la breve parentesi di Afragola, in cui ricevemmo lo stesso trattamento del soldato inglese, per il resto fu sempre e soltanto fame”. 
Quindi un lager già esisteva, come sembra di capire dalle parole del Sitia, ben prima del suo trasferimento. Inoltre, e in ciò la testimonianza è suffragata anche da altre, il regime di vita era migliore almeno rispetto agli altri POW, forse per l'atteggiamento paternalistico inglese. 

Erich Priebke al tempo della guerra

Nel 2010, sul numero 18 di “Archivio afragolese”, apparve un articolo di Francesco Giacco dedicato al POW afragolese. Non presentava molto: si limitava a riportare accenni di alcuni detenuti, che citavano di passaggio il 209 per poi descrivere le condizioni inumane ad Algeri. Citava anche una querelle fra gli ospiti del campo e il colonnello Alfredo Boratto, un piemontese dal carattere rigido, accusato di maltrattare i prigionieri e di aver ignorato per giorni la richiesta di avviare indagini sulla distruzione di una lapide che ricordava i morti afragolesi per mano tedesca, distrutta da tal Umberto Giacomelli.
Ma l'ospite più importante che il campo di Afragola ebbe è appena scomparso, lasciando dietro di sé una scia di polemiche. Erich Priebke, il capitano delle SS che partecipò, e per questo fu processato tre volte, per l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Il militare tedesco fu ospitato nel campo 209 nell'agosto del 1946, dopo essere passato per quello di Ancona, catturato in seguito a una rocambolesca fuga verso l'Alto Adige. Nelle cabine del campo, fu interrogato nel giorno 28 agosto dai responsabili inglesi del campo circa la strage del 1944, e raccontò dell'uccisione per sua mano di due uomini e dello sterminio dei civili. La prima testimonianza riguardo i fatti di Roma, quindi, è stata rilasciata nella nostra città, e nessuno se n'è ricordato: segno evidente di come la memoria stessa del campo 209, di cui Priebke fu uno degli ultimi ospiti, sia scomparsa nella memoria collettiva.

Un'ultima annotazione: perché il campo fu realizzato proprio nelle terre di San Marco? Le fonti non lo dicono, né lo accenna Giacco. Ma personalmente credo che il 209 fu messo in piedi in quel punto sia per la presenza di un edificio già presente, per quanto fatiscente – l'ex lazzeretto – sia per la vicinanza alla via Nazionale delle Puglie e quindi a Napoli, rispetto al Nord ancora instabile. E con questa supposizione, che tale rimarrà, chiudiamo questo contributo alla storia del POW 209 di Afragola.

Aggiornamento: Una storia dal POW 209- clicca QUI

giovedì 6 febbraio 2014

La guerra ad Afragola I: il Casone Spena


Il Casone Spena, prospetto da via Vesuvio

Che la nostra città abbia testimonianze storiche abbandonate a se stesse, l'abbiamo detto così tante volte che ripeterlo può sembrare un argomento vieto e trito. Ma questa volta parliamo di un luogo, legato al buio periodo dell'occupazione nazista della città, persino dimenticato sia dalle istituzioni e dalla popolazione (il che non sarebbe una novità) sia dall'elitè culturali afragolesi, che ne avevano decretato persino la scomparsa.
Parliamo del Casone Spena, nome anonimo dietro al quale si cela il luogo del campo di prigionia tedesco ad Afragola. Innanzitutto, distinguiamo: un campo di prigionia è un luogo provvisorio dove raccogliere derrate alimentare o reclusi per poi trasferirli altrove, diversamente dal campo di concentramento, nozione tristemente famosa con le camere a gas. Afragola ne ha avuti ben due: uno angloamericano, conosciuto come campo 209 e posto nella vasta campagna di San Marco (vedi QUI), presso l'ex lazzaretto, e uno tedesco, più improvvisato e posto nel Casone Spena, grande masseria posta all'Arcopinto.

Il periodo compreso fra l'8 settembre 1943, giorno dell'armistizio, e il 3 ottobre dello stesso anno, quando dalla Sannitica giunsero i carri armati degli Alleati, fu il più difficile per Afragola all'interno del già gramo contesto della Seconda Guerra Mondiale.
Il podestà Luigi Ciaramella, che tanto aveva fatto per il casale, fino a guadagnargli il titolo di città nel 1935, era stato sostituito già da alcuni mesi da Roberto Rosano, commissario di Caivano, assente in quel frangente. I tedeschi, avuta notizia dell'armistizio, iniziarono a reclutare in maniera violenta e coatta manodopera civile, preferendo soprattutto operai specializzati. L'obbiettivo dei quadri militari tedeschi, che già presentivano la resa italiana, era quello di trasportare in Germania quanto più deportati potevano, per compensare i tedeschi che venivano chiamati al fronte.
Il Casone Spena, posto amministrativamente in territorio di Casoria ma adiacente ai confini afragolesi, fu scelto, a mio parere, per diversi motivi: primo, era una masseria piuttosto vasta, utilizzata un tempo come cava dai contadini, e permetteva di raccogliere un gran numero di persone e di capi di bestiame; secondo, era fuori dall'abitato e collegato alla Strada Sannitica, quindi era facilmente collegato con un'importante asse viario; terzo, non aveva necessità di grandi aggiustamenti, proprio perchè era considerato un punto di raccolta provvisorio per inviare i prigionieri in Germania. Una volta rastrellati gli uomini e sequestrate le derrate, i primi erano rinchiusi per almeno due giorni prima di essere inviati a Maddaloni e da lì partire per il Nord, mentre le seconde erano consumate o inviate al seguito della retroguardia tedesca.

Mura di contenimento. Il Casone era una masseria ottocentesca.

Il campo restò attivo un mese scarso, poiché il 3 ottobre i militari angloamericani giunsero in città e la occuparono. Il lungo intervallo di tempo trascorso (70 anni) ha quasi del tutto cancellato la memoria di quegli anni, ma qualche notizia ci arriva da alcune testimonianze. Almeno due di esse riferiscono che presso il campo erano raccolte anche acque piovane in grandi vasche, e era stato messo su un recinto per raccogliere i capi di bestiame, ma anche le attrezzature confiscate. C'è poi quella di Raffaele Scafuto, raccolta da Armando Izzo, partigiano e sindaco di Afragola nel dopoguerra (vedi QUA) e trascritta nelle sue carte private, di cui ho ottenuto una copia grazie alla gentile concessione del figlio, Antonio Izzo. Riferisce Scafuto: “I tedeschi rastrellarono 21 di noi giovani, e ci trasportavano al Casone Spena, sul prolungamento di via Dario Fiore. Lì ci rinchiusero in un capannone, con una sentinella che vi girava attorno(..). Scavammo e ricavammo un piccolo passaggio nel terreno, e quando la sentinella era dall'altro lato, fuggimmo tutti (…). I tedeschi formarono, poco prima del 3 ottobre, una linea di difesa con cannoncini mobili che partiva dal Casone Spena e arrivava nelle campagna a nord di Afragola, fino ad Acerra”. Da queste parole possiamo supporre che il Casone accogliesse diversi capannoni, e che fosse un punto nevralgico per la debole difesa tedesca contro i carri armati alleati, provenienti da Casoria sulla Sannitica. Il subitaneo abbandono del luogo permise poi saccheggi da parte della popolazione prostrata dalle privazioni, e verosimilmente anche la distruzione delle recinzioni.
Con l'arrivo degli Alleati, l'attenzione si spostò a est del territorio: gli angloamericani stabilirono il loro campo di prigionia, più grande e duraturo di quello tedesco, negli ampi spazi del rione San marco e nelle Cinquevie, famoso e testimoniato da diversi “ospiti” (parleremo anche di esso prossimamente).
Da quel momento, il silenzio scese sul Casone Spena, non interrotto neppure dagli storici locali. Armando Izzo afferma che esso non era più esistente, e con lui anche l'elitè “culturale” della città.

Quest'estate, confrontando una mappa dell'IGM del 1957 con una attuale di Afragola, sono riuscito a individuare i resti dell'antica masseria divenuta stalag. Si trova dietro il complesso “I Pini”, in via Gran Sasso, e chiude strada. Presenta un doppio arco d'ingresso, e al suo interno, dal poco che ho visto (non sono riuscito a rintracciare i proprietari, se ancora esistono), vi pascolano le pecore. Esso, come detto, sorge per poche decine di metri all'interno dei confini di Casoria, ma rappresenta una pagina storica, per quanto triste, della nostra città. Recuperarlo o, almeno, rendere noto che esiste ancora e che là dentro tanti nostri concittadini hanno passato ore terrificanti, con la paura della deportazione o della fucilazione, sarebbe encomiabile da parte delle istituzioni e delle associazioni del territorio, che troppo in fretta ne avevano sancito la scomparsa.

Doppio arco d'ingresso. il Casone Spena è una masseria privata. 

mercoledì 5 febbraio 2014

Il sito miceneo di Afragola



Articolo pubblicato in "Nuovacittà" n. 33, 9 novembre 2013
(vedi l'aggiornamento in fine articolo)


Fece molto scalpore, nel 2006, la scoperta di reperti archeologici di origine micenea nella campagna afragolese, in località Cinquevie, avvenuta del tutto casualmente mentre si stava operando sul tracciato del Tav. Gli esperti della Soprintendenza archeologica di Napoli, infatti, portarono alla luce piatti, vasi e coppe, sepolti a circa 5 metri di profondità, i cui frammenti erano dispersi all'interno del recinto di una capanna, ancora più antica della ceramica stessa.
La presenza di testimonianze archeologiche di molti secoli precedenti alla data del 1140 in cui la leggenda situa la nascita del casale non era una novità: già Giuseppe Castaldi, nelle sue “Memorie storiche” del 1830, testimoniava di aver ritrovato tombe “con monete e vasi antichi”, collegandone la presenza alla vicinanza con Acerra, città di stirpe ausona (XIV sec. a.C.) poi osca (VI sec. a. C.); mentre Gaetano Capasso, in “Afragola. Dieci secoli di storia comunale” del 1954, parlava di una villa romana trovata al Canterello e di ritrovamenti nell'area delle Cinquevie di una necropoli del IV secolo a. C., forse osca. La novità del 2006 era costituita dall'epoca dei reperti: fino a quel momento si era sempre pensato che sul territorio della futura Afragola c'erano stati pagi (piccoli villaggi di poche capanne) di origine osca, a causa della vicinanza con Acerra, e al più qualcuno aveva azzardato qualche infiltrazione etrusca. La presenza di materiale miceneo, datato intorno al XIII secolo, e costituito da frammenti di ceramica, da anelli bronzei e dai resti di capanne, ha invece sconvolto questo quadro, in quanto si riteneva che i Greci non si spingessero mai oltre l'immediato entroterra delle colonie che fondavano, posizionate sempre nei pressi del mare.
Sito miceneo
Le prime teorie, che restano per ora anche le ultime, ipotizzano che la ceramica fosse sia d'importazione, arrivata fin quaggiù tramite le tratte commerciali, sia del luogo, il che presuppone la presenza di laboratori atti alla loro produzione. E' possibile che gruppi di greci si siano spinti nell'entroterra e abbiano fondato un piccolo villaggio, attratti dal clima salubre del luogo, ben soleggiato e non molto distante da un corso d'acqua, il Clanio, che in quell'epoca era davvero un fiume, non il rigagnolo maleodorante di oggi. Il motivo di creare fin laggiù, a 15 km circa dalla costa, un proprio insediamento poteva essere dettato dalla volontà di aprire relazioni commerciali, e forse anche “diplomatiche”, con i vicini Ausoni, stanziati intorno all'area dei Monti Tifata e che saranno poi i fondatori di Acerra.
L'entusiasmo degli archeologi per la scoperta dei reperti micenei era ben giustificata: quelle fibbie e quei vasi potevano far riscrivere completamente la storia degli insediamenti greci nel Meridione d'Italia, e dare notorietà a livello mondiale. Ma ben presto tale slancio accademico incontrò il peggior nemico di ogni storico, archeologo e uomo di cultura in genere: l'indifferenza.
Prima di tutto, con gradevoli eccezioni, la cittadinanza mostrò un tenue interessamento, subito scomparso. Il fatto che degli antichi Greci, degli uomini provenienti dal Mediterraneo orientale, potessero essere vissuti e sepolti nel territorio della propria città, non destò molta attenzione negli afragolesi. Poi, la cosiddetta elitè culturale della città, che pur prendendo atto della notevole importanza della scoperta, non la pubblicizzò, non mantenne desto l'interesse, continuando a occuparsi del buon vecchio Ruggero il Normanno. Infine la politica: quando fu comunicata alle agenzie la presenza di testimonianze greche ad Afragola, c'era la commissione prefettizia, e quindi eravamo in una sorta di limbo amministrativo. Ma nemmeno in seguito c'è stata molta attenzione su un tale argomento.
Così, il silenzio coprì nuovamente le opere di quegli antichi uomini, primi veri afragolesi, sia pure “ante tempore”. Fino a quando, in uno sciagurato giorno, si procedette alla sepoltura vera e propria.
Avete letto bene: il sito riportato alla luce è stato nuovamente interrato. Evidentemente la mancanza di una sana “lobby” culturale che ne curasse il mantenimento ha prodotto disinteresse, e dopo l'asportazione di materiale finito forse al solito Museo Archeologico di Napoli, dove viene risucchiato tutto quello che viene trovato da noi, l'antica capanna è stata coperta di terriccio, foglie e “speriamo” nient'altro. Ovviamente, non un grido, non uno strepito da parte degli uomini di cultura, anche se ormai continuarli a chiamare così è un'offesa a chi cultura la diffonde davvero. Oggi il sito giace degradato in un campo laterale al prolungamento di via Arena, andando in direzione di Acerra.

Non ho foto del sito scavato, che ho visto presso alcuni fortunati cittadini, di cui taccio il nome ma che invito a pubblicarle nei modi e luoghi dovuti; Allego dunque la foto del sito ricoperto e degradato: almeno noi possiamo dire di non essere stati in silenzio.

Aggiornamento: vedi QUI

English: The Mycenean site in Afragola

In 2006 there was the discovery of archaeological finds of Mycenean origin in the countryside of Afragola (Naples)  while some workmen were working on the track of TAV.  Experts of the Archaeological Superintendence of Naples  brought to light dishes , vases and bowls , buried about 5 feet deep, whose fragments were scattered inside the fence of a hut , even older than the pottery itself. The presence of archaeological evidence was not a new : already Giuseppe Castaldi , in his " Historical Memoirs " of 1830, testified that he found the graves " with coins and vases ancient " , connecting to the vicinity of Acerra , a city Ausona (XIV century BC.) then Oscan (VI cent . BC. ); while Gaetano Capasso, in "Afragola . Ten centuries of local history " of 1954, spoke  of a necropolis of the fourth century BC of a Roman villa founded in the area of ​​"Cinquevie". In the territory of the future Afragola there were pages ( small villages of a few huts ) of Oscan origin , due to the proximity of Acerra , and as someone had fetched some Etruscan infiltration . The presence of Mycenaean material, dated around the thirteenth century, and consisting in fragments of pottery , bronze rings and the remains of huts, on the other hand has upset this picture, because it was believed that the Greeks ever they go beyond the immediate hinterland colonies that were founded , always positioned near the sea.
Early theories , which remain for now the latest , suggest that the pottery was both import came down here through the trade routes , both of the place , which implies the presence of laboratories for the production. It ' possible that groups of Greeks are pushed inland and have founded a small village, attracted by the healthy climate of the place , partly cloudy and not far from a river , the Clanio , which at that time was really a river, not the stinking gutter today. The reason to create down there , about 15 km from the coast, a just settlement could be dictated by the desire to open trade relations , and perhaps even " diplomatic " with the neighbors Ausoni , settled around the area of the Monti Tifata and that will be then the founders of Acerra .
The enthusiasm of archaeologists to the discovery of Mycenaean artifacts was well justified : those buckles and those vessels could be completely re-write the history of the Greek settlements in Southern Italy , and give notoriety worldwide. But soon there was encountered the worst enemy of every historian , archaeologist and man of culture in general: indifference .

First of all , with pleasant exceptions , citizenship showed a lesser interest , immediately disappeared. The fact that the ancient Greeks, men from the eastern Mediterranean , could be lived and buried in the territory of their own city , not aroused much attention by citizen . 
Thus, the silence again covered the works of those ancient men , the first true afragolesi. Until, in a wretched day , they proceeded to the burial itself.
You read that right : the site was re- excavated basement. Clearly, the lack of a healthy "lobby" cultural cared that the maintenance has produced indifference , and after the removal of the finished material perhaps usual Archaeological Museum of Naples , where it is sucked up everything that is found by us , the old hut was covered with dirt , leaves and " hope " nothing . Obviously, not a cry , not a roar from the men of culture, even if they are to continue that call it is an offense to those who spread the culture really . Today the site lies in an area degraded lateral extension of Arena road, going in the direction of Acerra .
I do not have photos of the excavated site, which I have seen with some lucky people , the name of which I am silent but that invitation to publish them in the ways and places due. So I attach the picture of the site covered and degraded. 

Update: see HERE

lunedì 3 febbraio 2014

Il Ventre di Napoli: Reportage dal cuore della città – parte I


Chissà se il greco Eumelo Favelo (il nome è già mitico), nel fondare il villaggio sulla collina di Pizzofalcone, immaginava che storia avrebbe avuto il suo piccolo emporio, nei secoli a venire. Chissà se, nel suo legittimo orgoglio di padre, immaginava che il nome della sua amata figlia morta, Partenope, che lui dava al villaggio, sarebbe stato attuale ancora 2500 anni dopo quel VI secolo in cui lui e un gruppo di altri Greci sbarcavano sulla spiaggia di Megaride.
Oggi, a vederla così com'è, nella sua mescolanza disordinata fra vestigia del passato e palazzi moderni che già sembrano vecchi di secoli, si potrebbe pensare che Napoli, diretta derivazione di quell'antico villaggio posto sulla collina di fronte Castel dell'Ovo, pur essendo una città diversa dalle altre metropoli per il suo folclore e il suo mare, abbia ben poco altro da offrire.
Eppure, a chi sappia ben vedere, e a chi abbia ancora voglia di esplorare senza condizionamenti delle solite guide turistiche da quattro soldi, Napoli offre una fisionomia così particolare, con le tante stratificazioni artistiche e perfino linguistiche, che poche altre città possono competere con essa. Forse, solo Roma, del resto ieri come oggi sempre Caput Mundi.
Per il resto: Firenze è essenzialmente medicea, quattro – cinquecentesca, e ha un centro storico che, allorché lo visitai un paio d'anni fa, mi sorprese per la sua poca estensione; Milano si concentra attorno al suo Duomo, cui preferii il Castello sforzesco quando visitai la città; Vienna è quasi esclusivamente asburgica, ordinata quanto vuoi, ma “nostalgica” del suo impero, il cui ricordo per i viennesi si riduce al marchandising e per me a una noia epica; Londra non è manco più imperiale, essendo stato distrutto da un incendio l'impianto edilizio dei tempi di Elisabetta I, e oggi è una città che ha la Borsa, ha attrazioni nuove, ma è uguale a se stessa in ogni sua parte.
Solo Napoli presenta ancora le chiare impronte della polis greca del V secolo sorta quando, divenuto insufficiente il villaggio di Pizzofalcone, un gruppo di Cumani fondò un nuovo polo nel sito dell'attuale centro storico. Esso prese il nome di “Neapolis” (città nuova); il primo, quello fondato da Fevalo, fu chiamato “Palepolis”(città vecchia).
Ma questa città è come una donna; offre le sue grazie solo a chi si dimostra interessato a essa, e sopratutto, sa come cercarle. Non pretendo di diventare io stesso una guida per Napoli: ognuno deve saper corteggiare da sé questa signora vecchia di 25 secoli eppure ancora così bella. Mi limiterò a dare un filo: seguirlo poi sarà compito di chi legge.

Innanzitutto, esistono due Napoli: una luminosa e superficiale, l'altra oscura e sotterranea, con quest'ultima, a tratti, più interessante della prima. E' da qui che bisogna partire, da questi luoghi appartati, intimi, se si vuole conoscere lo spirito caotico eppure sempre creativo dei napoletani.
Il nostro reportage parte da un luogo simbolo: il cimitero delle Fontanelle, all'interno del rione Sanità, uno dei più veraci dell'antica capitale. Eccomi a piazza Cavour, davanti a via dei Vergini: sto per entrare in un quartiere che, diciamo, non è noto per la pedissequa osservanza della legge, e per la non troppa signorilità degli abitanti. Inutile attendere: entro.
La prima cosa che noto, appena faccio 100 metri nella via, è un'antica arciconfraternita, chiusa chissà da quanti decenni, il cui campanile è diventato sede di case private, a giudicare dai balconi che vi spuntano. Certo che qui non si butta via niente: un campanile diventa un condominio, un paio di pali indicativi delle fermate del bus si trasformano, più avanti, in un'altalena per bambini... Ecco un bivio: svolto a sinistra, mentre una vecchia reclamizza le sue ortaglie dal bancone, e 5 o 6 motorini sfrecciano a velocità fantastiche, evitando pedoni, auto, cani. Proseguo, e in questa giornata soleggiata stranamente vedo poche persone in giro, almeno in questa via. I palazzi sono grandi, e molti hanno archi a bugnato larghi tanto da far passare un camion tranquillamente. Ce n'è uno ad angolo, molto profondo, e con due sirene o mostri marini come sostegno al balcone del piano nobile. Chi ci vive(va), doveva aver conosciuto tempi migliori: nonostante l'architettura massiccia, gli archi grandiosi, la scalinata ampia che vedo nella corte interna, tutto è ricoperto di una patina grigia, sudicia. Vado avanti: la strada è stretta, e in fondo vedo più luce.
Basilica di Santa Maria alla Sanità
E infatti, eccomi a Piazza Sanità, dominata dall'omonima basilica (di cui parlerò in altra occasione), oltre che dal Ponte di Murat e dalle bandiere del Napoli.
Qui c'è vita: ragazze e ragazzi, vecchi e bambini, operai, baristi, ambulanti, studenti, vigili urbani: sembra che tutto il rione si sia dato appuntamento qui. E qui è il mio di appuntamento, con la comitiva diretta al cimitero delle Fontanelle. Insieme a turisti emiliani e a qualche conterraneo mai stato laggiù, ci avviamo per via Fontanelle, arrivando al cuore della Sanità. Mentre cammino sul marciapiede, ecco un vecchio uscire da una porta, sederci ad angolo e gustarsi i suoi spaghetti. Do un'occhiata dentro, di passaggio: in un'unica stanza c'è una tavola al centro, un letto ad angolo, tre mocciosi per terra e una tenda che forse nasconde un'altra apertura. E' un basso, uno di quei famosi vasc di cui Matilde Serao 100 e più anni fa descriveva il degrado. Mi guarda e dice: “Vuò favurì guagliò”? “No, buon appetito”, e mi guarda con comica compassione, come a dire: non sai che ti perdi. Ci avviamo dentro un budello con edifici bassi, non monumentali come quelli di prima, e man mano che saliamo per il lieve pendio, vedo la collina di Capodimonte farsi più imponente. Finalmente, eccoci arrivati all'ingresso della caverna. Perché una caverna è, questo immenso ossario posto in quella che era la necropoli pagana, fuori dalle mura della Napoli greca prima e romana poi. Si apre a fianco a una chiesa intitolata alla Madonna del Carmine, e migliora patrona, oltre a San Gennaro, non poteva esserci per queste ossa di poveri sconosciuti, qui raccolte pazientemente negli ultimi anni dell'Ottocento da alcuni fedeli guidati da padre Gaetano Barbati. Entro nell'antro, scavato nel tufo giallo e dalla forma pressoché trapezoidale. Narravano le antiche cronache che qui, a partire dal Settecento, venivano depositati i corpi di coloro che non trovavano spazio nelle chiese, e che, prima dei lavori del Barbati, a ogni temporale un po' più forte degli altri, regolarmente, la zona si allagava e le ossa confluivano giù per la città, arrivando perfino sotto le botteghe di via Toledo, trasportate da veri e propri fiumi chiamate “lave”.
Fa freddo, qui. Subito, all'ingresso, si dipartono due staccionate che corrono lungo le pareti tufacee: vedo, protetti da staccionate, i teschi delle anime pezzentelle, illuminati da luci elettrice alternate a candele: sono gli uni sugli altri, piccoli e grandi, integri e rotti.
Tetra catasta di ossa raccolte nell'Ottocento
Il cimitero è formato da varie cave, una decina in tutto: in una, una tetra catasta di tibie, saranno migliaia, che riempiono ogni spazio disponibile; in un'altra, un fantoccio di San Vincenzo Ferrer, O' Munacone come veniva chiamato, con le ali e senza testa, regge un fiore appassito; nell'ultima in fondo, un crocifisso di legno, sbiadito, impolverato, con un altare privo del Tabernacolo, con accanto statue della Sacra Famiglia, che hanno visto anch'esse tempi migliori. Qui c'è la tradizione di adottare un teschio: ecco quello del Capitano, che si dice riveli i numeri vincenti al lotto per chi lo cura; ecco quella di donna Concetta, ma a differenza di quel che si dice, non lo vedo “trasudare”; forse a causa dei troppi curiosi che con i flash non fanno godere di niente.
Perché, difatti, con tutti questi turisti dell'ultima ora, l'unico assente qui dentro è il silenzio, che dovrebbe permeare tutte le cave. Mi avventuro in un'apertura, e finalmente sono solo: qui, lontano dai maniaci della foto “da tanti like su Facebook”, sono al silenzio, nel buio che lascia spazio solo alla luce soffusa di qualche candela. I napoletani di 400 anni fa, che perirono durante la peste del 1656, e quelli delle epoche più recenti, mi guardano. Mi sembra che gli faccia piacere qualcuno che si soffermi a osservarli e non rompa con i flash, che abbia rispetto per una cosa intima come la morte.
Memento mori
Da quelle occhiaie vuote, dense di un'ombra piena di secoli, traspare quasi curiosità per il visitatore. Non è uno spettacolo macabro, anzi: malinconico, certo, ma non brutto. E' un pensoso memento mori, un “ricordati che devi morire”, non festoso come quello di Laurenti su Mediaset. Questi “volti” una volta sorridevano a un amico, si incupivano per una disgrazia, si contraevano per la povertà, erano tesi per l'incontro con l'amata o l'amato. E ora? 
Eccoli, da tempo privi di ogni espressione, indicati a dito eppure sconosciuti, senza nome, famosi ovunque eppure ignori. Così, dunque, tutto ha termine? Una vita di stenti e dimenticanza, per poi finire esposti ai posteri? "Questo è il mondo? Questi i diletti, l'opre, gli eventi?". Sì, verrebbe da dire. Il freddo si fa più acuto, qui. 
Torno alla luce. La visita mi ha lasciato un non so che di vuoto, un rimescolamento totale. Ma lasciamolo sedimentare. E' ora di tornare sui propri passi: altrove, ridiscenderemo nel ventre di Napoli, altrove avremo modo di pensare ancora a tutto questo.
Memento mori.


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