giovedì 13 febbraio 2014

Il Ventre di Napoli: reportage dal cuore della città parte II

Dei miei anni universitari, ho un ricordo nitido di un episodio successo nel 2007 o 2008. Ero a lezione di Geografia, e si discuteva con la docente Frallicciardi del ruolo di Napoli nel mondo occidentale, con tutti i problemi che la caratterizzavano. Scocciata dall'enumerazione dei difetti che facevamo, sbottò:”Ragazzi, Napoli è candidata a diventare la Regina del Mediterraneo”, indicando nell'evento del Forum delle Culture del 2013 un'occasione per il riscatto della città. Il 2013 è giunto ed è passato, e il Forum si è aperto ed è stato sospeso fino ai mesi estivi del 2014.
Da allora, ne è passata di acqua sotto i ponti. Napoli ha cambiato una sindaca incapace con un sindaco altrettanto incapace, in virtù della parità dei sessi; il 2013 è arrivato e se n'è andato pure, e con esso anche solo il ricordo del Forum; e i problemi restano sempre, se non peggiorati dalla crisi.

A questo pensavo mentre tornavo dal cimitero delle Fontanelle (vedi QUI) e mi lasciavo alle spalle il verace quartiere della Sanità. Avere una mente storica è, per certi versi, una croce: si è sempre portati, in modo automatico, a immaginarsi com'era il luogo che si esplora prima della massiccia urbanizzazione dell'Ottocento e del Novecento. Mentre ripasso sotto il ponte di Murat, penso che, almeno qui, in piazza Sanità, non molto è cambiato; è altrove, è fuori da via Vergini, che inizia il “nuovo”.
Eccomi in piazza Cavour (come si chiamava prima?). Sono indeciso se prendere la metro e andare al Virgiliano di Mergellina, o proseguire per il Duomo e il centro. Opto per questi: mi lascio via Vergini alle spalle e mi inoltro per la larga e alberata via Duomo. La Cattedrale dell'Assunta si erge in mezzo a uno slargo che ho sempre trovato troppo angusto per accogliere le masse napoletane che corrono a vedere il miracolo del sangue. Il tempio è chiuso: del resto, siamo nelle prime ore del pomeriggio, è la “controra”, il sacro momento del riposo pomeridiano. Si dice che Albert Einstein dedicava mezz'ora al risposo dopo pranzo: Andreotti, almeno un'ora. I napoletani, che evidentemente hanno più da fare, la fanno durare dalle 2 alle 4, almeno quelli della vecchia generazione. Io, lavorando di pomeriggio per 9 mesi l'anno da 10 anni e facendo troppo caldo negli altri 3, non so neanche cosa significhi riposo pomeridiano, e spesso mi sorprendo pure che gli altri si riposino. Svolto in via Tribunali, l'antico Decumano greco. Fu in quest'area che fu fondata Neapolis, in contrapposizione alla Palepolis di Pizzofalcone. Spaccanapoli, quando l'antica città non aveva l'estensione attuale, e per davvero la spaccava in due.
Via Tribunali
Via Tribunali, così detta perchè terminava a Castel Capuano, sede appunto del palazzo di giustizia, era chiamata
La via è dritta, e sullo sfondo vedo la Certosa di San Martino. Passo davanti alla chiesa dei Gerolamini, e penso ovviamente alle migliaia di libri trafugati dal suo infame curatore, e a quelli “donati” a cittadini fin troppo consapevoli di quello che portavano via, negli anni Settanta. Anche qui, tutto chiuso: il culto ha i suoi orari, e se questi non combaciano con quelli del fedele, tanto peggio per lui. Proseguo: piazza San Gaetano, con la mole gigantesca dell'omonima chiesa ei negozi pittoreschi: pasta, pomodori, verdure, vino, olio, fritture, pizze, taralli. Del resto qui sbocca via San Gregorio Armeno, che non si ferma mai ed è sempre piena di turisti, interessati in verità più a farsi la foto qui che ai pastori del presepe.
Qui c'è uno dei due ingressi di Napoli sotterranea: la discesa nel cuore della città. Rispetto alle Fontanelle, profondo ma pari al piano della strada, qui si scende davvero. Un cartello reclamizza la visita: 9 euro per “un viaggio emozionante”. La pubblicità al servizio dell'archeologia: ma per una volta sono d'accordo anch'io, e mi unisco a un gruppo di persone, alcuni napoletani, altri forestieri (dall'accento, intuisco che un paio di loro viene dalla Romagna). Appena metto piede sul primo degli oltre cento gradini, mi assale una zaffata di aria calda e umida, soffocante. Andiamo bene, penso: chissà cosa c'è là sotto, e tu sei pure claustrofobico, mi dico. La guida si pone davanti e inizia la processione per gli scalini che sembrano di argilla, mentre la luce dall'alto si fa sempre più fioca e solo piccole lampade illuminano la scala a chiocciola. Il conterraneo ciccione inizia a fare versi strani, a ridere senza senso, aiutato da un paio di suoi compari. Poi dice che uno è razzista e d'elitè se pretende di poter vedere qualcosa di pura cultura senza sentire pernacchie fatte con l'ascella...
Discesa al centro di Napoli
Arriviamo in una vasta sala, tutta interamente di tufo giallo. La guida inizia a spiegare: le cavità erano antiche cisterne d'acqua realizzate dai Romani, e collegate ai palazzi in superficie da pozzi. I cunicoli che permettevano lo scorrere dell'acqua sono stati in uso fino al tempo del colera del 1886, per poi essere progressivamente abbandonati. Solo negli anni Settanta del Novecento, con l'improvvisa epidemia di colera, furono del tutto abbandonati anche in altre aree della città. Durante la seconda guerra mondiale, le cavità dismesse divennero il rifugio di intere famiglie sfollate o semplicemente paurose degli attacchi americani, e infatti ne vediamo i resti nella sala successiva: giocattoli, graffiti, attrezzi, perfino biancheria. C'è qualcosa che mi turba, in tutto questo, ma non è la storia degli anni passati da persone di tutti i ceti sociali in questi anfratti. E' qualcosa che non arrivo a identificare. La ragazza continua a parlare e ci fa notare su cosa camminiamo. Io non vedo altro che terra battuta, e infatti il romagnolo glielo dice. Lei risponde che è così, ma che se scavassimo in profondità troveremmo...immondizia!
Il problema dei rifiuti a Napoli è sempre stato endemico, e i buoni partenopei, trovando faticoso andare oltre le mura che erano poste lungo via Foria per gettare le immondizie, le facevano precipitare per le cave vuote, in modo da risparmiare tempo. Qui il passato ritorna sempre, evidentemente, e quando si parla di rifiuti, sembra proprio che si è ancora ai tempi del buon Carlo III:
La guida ci fa attraversare un cunicolo: è abbastanza largo per passarci uno alla volta, ma avvisa che successivamente dovremo stare attenti. Sbuchiamo in un'altra caverna, più illuminata delle altre, e ci si para davanti nientemeno che un carro armato. Siamo infatti nel luogo dove avvenne uno degli episodi più curiosi del periodo bellico: un matrimonio in piena regola per due giovani sposi, che non potevano permettersi uno sposalizio in piena regola. Si fece dunque il matrimonio, cui parteciparono tutti gli abitanti delle caverne e come regalo di nozze questi li lasciarono per una notte in un cunicolo da soli. La mancanza di spazio, in relazione, alla folla, era tale che praticamente non esisteva più la privacy, e perfino i bisogni fisici era espletati con uno che faceva la “guardia” per eventuali pedoni. La presenza del blindato mi fa intuire la mia strana sensazione di prima, e chiedo alla guida: non è tutto un po' “costruito”? Insomma, passi per le bici, per i materassi, che pure sembravano or ora comprati dal rivenditore del Vomero, ma questo carro di certo non c'era nel 1943: perché alterare l'ambiente storico? “Perché così è più scenografico per chi viene” risponde quella, con un'espressione talmente ebete che capisco come nessuno gli abbia posto questa domanda...
Il tempo doveva pur passare, là sotto...
Eccoci al clou della visita: il cunicolo stretto. La ragazza ci dice che per questo cunicolo ci possono passare solo i magri, e solo con una candela: il ciccione che ride da tre ore è quindi escluso. Questo protesta, ma non c'è niente da fare: non può venire, e verremo a riprenderlo dopo. Ognuno riceve una candela, e attraversiamo di profilo il cunicolo.
La sensazione claustrofobica mi assale, temo che ci si blocchi: penso all'aria umida, ai palazzi a 40 metri sulle nostre teste, alla strettezza del passaggio che mi fa talvolta falciare l'aria con le gambe perchè non c'è neppure spazio per i piedi. Ecco lo sbocco, finalmente l'aria. Mi ritrovo su una passerella che circonda una piscina, alimentata da uno sgorgo continuo dell'acqua nella parete di tufo. E' un esperimento per farci rendere conto di come i pulitori dell'acqua dovessero vivere a queste profondità, con l'acqua torbida che scorreva e con la sola luce di una candela. Vedo i romagnoli estasiati, mentre i compari del ciccione hanno l'occhio spento: evidentemente non si divertono. La ragazza ci racconta a questo punto della leggenda del “munaciello”, il fantasmino che regalava soldi a gente fortunata a patto che questi non parlassero. Sorride vedendo le facce emozionate degli altri, guarda me che non sorrido e si volge imbarazzata. La conosco, la storiella del monaco, che altro non era che l'amante di piccole libertine dei palazzi nobiliari che abbiamo sopra la testa, che entrava e usciva dagli appartamenti attraverso i pozzi. Il racconto del fantasma fu inventato proprio da queste poco nobili donne, e mi piacerebbe sapere la versione dei mariti quando queste spiegavano l'apparizione dei soldi con la presenza del fantasmino. La pubblicistica tace su questo punto: forse perché quella del “munaciello” era un segreto di Pulcinella noto a tutti meno che a chi spaccia queste cose come leggenda?

Usciamo fuori, e recuperiamo il ciccione, che è imbronciato. Peccato, in fondo mi era simpatico, e in questo ambiente dove Storia e finzione si incrociano, potrebbe fare carriera. La visita è finita, e ora arriva il peggio: gli scalini di prima bisogna risalirli tutti... Ma il travaglio delle gambe vale bene una visita nel ventre più oscuro di Napoli.

Questa la prima parte del reportage: Cimitero delle Fontanelle, clicca QUI

Questa la terza parte: Tomba di Virgilio e Leopardi, clicca QUA

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