sabato 29 marzo 2014

Il Riullo: il fiume di Suessula




...mentre a NE, su una collina calcarea che sovrasta la fonte di acqua minerale che alimenta il fiume, sono avanzi di un complesso rettangolare con avanzi di fondazioni in blocchi squadrati di tufo uniti senza malta e di muri di terrazzamento e di elevato in opus quasi reticulatum di età tardo-repubblicana, che era con ogni probabilità un santuario extraurbano" (W. Johannowsky, s.v. Suessula, EAA 1973)”.

Werner Johannowsky, archeologo napoletano di origini svizzere, morto 4 anni fa, realizzò una quarantina di anni fa una notevole pubblicazione su Suessula, in un periodo in cui la ricerca archeologica nell'area campana registrava un certo risveglio. Di Suessula e della sua ricchezza storica ne parlerò in un prossimo articolo. Stavolta voglio parlarvi dell'altro elemento citato nel passo sopra riportato: il fiume Riullo.
Il Riullo o Gorgone è un corso d'acqua che scorre(va) in località Calabricito, ad Acerra, a pochi metri dal confine con Cancello Scalo, proprio nell'area retrostante la famosa Casina Spinelli e gli scavi di Suessula. Assieme al Mefite, era uno dei due affluenti a nord del Clanio, e la sua presenza permise l'instaurazione del centro demico permanente di Suessula, a monte di un'area già concentrata attorno al fiume Sebeto. La particolarità del ruscello è quella di avere un'acqua sulfurea, minerale, dovuta al fatto che le sue sorgenti si trovano in prossimità di quelle che si credono essere strutture di terme romane. Grazie a questa sua peculiarità, il Riullo è stato usato nei secoli come “depuratore” naturale di malattie della pelle, essendo le sue acque “dotate di un’efficacia specifica nelle malattie cutanee, ed in particolare nelle erpetiche […] nei morbi uterini e in tutte le forme di nevrosi” [Archivio storico di Capua, opere raccolte da Gaetano Caporale: Bagni di Suessola, in Frammenti storici, vol. VII, 1873].
Il Riullo appena riemerso nel giugno 2013
Ciò garantì acqua per i campi e per i fusari, le vasche da macero per la coltivazione della canapa, fiorente in tutta l'area a nord di Napoli fino a 50 anni fa. L’importanza dell’acqua per Acerra si è riflessa persino nel culto popolare per una divinità legato al controllo delle acque: San Cuono. Altra caratteristica del Riullo era la sua stagionalità: le fonti riportano che esso scorreva “da San Giovanni a San Giovanni”, intendendo con questo che le acque erano presenti dal 24 giugno al 29 agosto, per poi sparire fino all'estate successiva. Tale ciclo, del tutto naturale e ben conosciuto nelle epoche passate, si è interrotto negli anni Ottanta, quando il progressivo emungimento della falda da parte dei pozzi della Regione Campania, presenti sulla collina di Cancello, ha fatto sparire il fiume.Vari interessi non proprio naturalistici hanno fatto sì che i tentativi per ripristinare il corso del fiume siano falliti, e una coltre di dimenticanza ha coperto i campi alle spalle della Casina Spinelli, fino a che nel marzo del 2006 l'acqua, improvvisamente, tornò.
Un evento del tutto inaspettato, e che fu oggetto anche di una specifico Accordo di Programma , siglato il 24 aprile 2006 tra la Regione Campania, il Delegato per l'emergenza Bonifiche, il Comune di Acerra e una impresa privata per adeguati interventi di rimozione dei rifiuti che ostruivano le sorgenti. Ma fu un episodio isolato: nel corso di poche settimane il Riullo sprofondò di nuovo nel sottosuolo. Fino all'aprile dello scorso anno, quando alcuni abitanti della zona si accorsero di un allagamento dei campi, non giustificato neppure dalle abbondanti piogge di quel periodo. Si capì che il Riullo stava riemergendo, e questa volta un gruppo di cittadini decise di non perdere l'occasione. Iniziò l'Archeoclub di Acerra, che organizzò un incontro aperto a tutti presso le sorgenti del fiume, il 1 maggio. Chi scrive prese parte sia a questo incontro sia a quello tenuto alla fine dello stesso mese. Vidi chiaramente le pozze umide di terra del 1 maggio diventare pozzanghere profonde al 30.
Il Riullo il 20 luglio 2013
Dal mese successivo, osservando che il flusso idrico non cessava, iniziarono i lavori di sgombero dell'area, piena di rifiuti gettati da incivili nel corso degli anni. Si formò spontaneamente un comitato di volontari per la salvaguardia delle sorgenti, e anche io ebbi l'onore di dare una mano per alcune ore a pulire lo spiazzo sotto l'autostrada, e a ripulire l'alveo del fiume. A luglio la situazione era decisamente ottimale, e si poteva parlare di un effettivo ritorno del Riullo. La fauna e soprattutto la flora si stavano risvegliando: uccelli, talpe, ma anche piante di pungitopo, edera, perfino flora disintossicante spuntarono lungo i bordi dei vari rami del fiume. Ad agosto le acque iniziarono a ritirarsi, e a settembre erano totalmente assenti, per riemergere a giugno.
La situazione, mentre scrivo, è quindi di stasi: il gruppo di volontari esiste ancora, ma non recandomi da molti mesi in zona non so se i lavori di ripulitura siano continuati, come spero. E un'altra speranza è che il Riullo possa tornare ad allietare, con i suoi gorgoglii, i campi ricchi di storia dell'antica città di Suessula.

(Foto tratte dal mio album personale sul Riullo)

Il Riullo il 1 luglio 2013
Mentre qui c'è il Riullo il 6 luglio di quest'anno






Qui un mio video sul Riullo appena riemerso
https://www.youtube.com/watch?v=oNyLdxbNnHo

Qui invece come si presenta la pozza maggiore quest'anno
https://www.youtube.com/watch?v=AyVd36JNZkc&feature=youtu.be







lunedì 24 marzo 2014

Afragola oscura: il caso dei ragazzi emo




Articolo pubblicato in "Nuovacittà" n. 30, 19 ottobre 2013; "Meridiana Magazine", 12 ottobre 2013

Che Afragola sia sempre stata diversa dalle città vicine, vuoi per il carattere degli abitanti, vuoi per l'essere al centro di tutte le vie di comunicazione da e per Napoli, credo che chiunque se ne sia reso conto. La diversità della nostra cittadina non si manifesta solo nell'aspetto “visibile”, ma anche in quello più nascosto: poche realtà urbane presentano una faccia alternativa così diversa da quella “ufficiale”. 
Potremmo dire che esistano due città, una diurna e una notturna, una visibile e l'altra nascosta, con quest'ultima scandalosamente più interessante della prima. Anche oggi, ci sono angoli o episodi cittadini sconosciuti ai più, oppure conosciuti e facenti parte di quella categoria di argomenti “che si conoscono ma di cui non si parla”. Questa volta cerco di rompere l'omertà, trattando un caso spinoso: i cosiddetti ragazzi “emo”.
Il fenomeno “emo” indicava negli anni Ottanta un sottogenere musicale rock, per poi passare negli anni successivi a delineare uno “stile” di comportamento delle nuove generazioni, caratterizzato da capigliature lunghe e spesso colorate, vestiario dimesso, linguaggio alternativo. Oltre a questi caratteri peculiari, la “cultura emo” si caratterizza anche per una profonda sfiducia nel futuro e per l'autolesionismo, che porta coloro che seguono tale moda a provocarsi ferite, via via sempre più marcate, ai polsi o alle caviglie. Il motivo di tale atteggiamento, secondo gli psicologi, sta nella debolezza di tali individui nell'affrontare la vita in società, e nel conseguente rifiuto di accettarne i codici di comportamento. Dal rigetto delle norme della società si passa alla scarsa considerazione per la propria incolumità, e quindi ad atti di autolesionismo sempre più gravi.
Già da alcuni mesi, entrando in contatto per motivi di lavoro col il mondo adolescenziale, mi era giunta voce che questa perversa moda era giunta anche fra i giovani della nostra città, ma lo ritenni un fenomeno transitorio ed eccentrico, essendo i casi troppo pochi per far creare allarmismi. Ma con la ripresa autunnale, da più fonti mi sono arrivate notizie dell'espansione del fenomeno, soprattutto fra ragazzi compresi tra i 12 e i 17 anni, e la richiesta esplicita di parlarne, se non altro per metterne a conoscenza i genitori. Ho dunque raccolto testimonianze, che mi hanno dato un quadro fosco. Una di queste, rilasciatami da un residente del quartiere S. Michele, Giuseppe D. afferma: “Gli emo si riuniscono ogni venerdì e sabato sera al corso Napoli e nella via di fronte al Gelsomino (via Borsellino, nda) e se ne stanno lì senza fare apparentemente nulla. Sono 10 o 15 in tutto. Parlano dei fatti loro, e si mostrano le ferite che si sono fatti l'un l'altro. Con gli altri si comportano normalmente, anzi lo dicono apertamente di essere emo. Se qualcuno vuole entrare nel loro gruppo, deve farsi tagliare leggermente il palmo della mano o il polso con un pezzetto di vetro”. Apprendiamo quindi che questi ragazzi convivono apertamente con i loro coetanei non facenti parte del “loro” mondo. Alla domanda di come si comportino con i genitori, la nostra fonte dice: “Si comportano normalmente, e per nascondere i tagli si mettono braccialetti ai polsi, perché all'inizio i tagli sono leggeri”.
Divertente, vero? Ma non quando le cose si fanno serie...
Un'altra ragazza, stavolta di piazza Castello, e che non conosce la nostra prima fonte, e che chiamiamo Elena, ci dice: “Si mettono braccialetti colorati in estate per non farsi vedere dai genitori, mentre li tolgono in inverno perché sono coperti da maglie e camicie. I genitori non si accorgono mai di niente, perché sono distratti e pensano che stanno giù a causa della scuola, e gli insegnanti credono il contrario, cioè che stanno male perché in famiglia le cose non vanno bene. Ma di solito chi si taglia viene da famiglie normali, benestanti, senza problemi”. Questa nuova fonte segnala un altro elemento: non sono i figli di famiglie in difficoltà a seguire questa nefasta moda di aprirsi i polsi, ma quelli di famiglie bene, con genitori che magari lavorano entrambi, e che sono troppo distratti per accorgersi della depressione dei figli.
Alla domanda principe, che ho lasciato per ultima, cioè “Perché lo fanno?”, le fonti rispondono pressoché nello stesso modo. Giuseppe: “Dicono che non si accettano e che vogliono cambiare e sentire qualcosa di nuovo, ma penso perché non vengono molto considerati”. Elena: “Alcuni affermano che è per attirare l'attenzione, così i prof o i genitori si accorgono di loro. Altri non dicono niente, non sanno perché lo fanno, gli piace e basta”.
Moda...
Ecco: attirare l'attenzione e per semplice piacere. Nel primo caso, un atteggiamento assunto per reclamare l'attenzione che normalmente non hanno, da parte di insegnanti e genitori troppo presi da altro per rendersi conto della depressione dei figli, nell'altro, a mio parere se possibile ancora più grave, c'è semplice emulazione, un seguire un modello senza domandarsi a cosa serve o perché attragga tanto.
Col pubblicare questo primo contributo a una ricerca sociologica di più ampio respiro su un fenomeno che mai avrei immaginato potesse assumere tali proporzioni, lancio un semplice invito ai genitori: PARLATE CON I VOSTRI FIGLI.

Pubblicato su "Nuovacittà" nel settembre 2013

mercoledì 19 marzo 2014

A mio padre

Le nubi sono sopra di me, sopra di noi.
La felicità altrui mi sembra doppia, se vedo la mia tristezza; la gioia è uscita dalla mia casa, e la noia quasi è benedetta, perché non mi fa pensare alla perdita.
Mi pento di non averti parlato quella sera, mi pento di essermi arrabbiato per un piatto non preparato, mi pento di non essermi fermato a parlare con te a tavola. Ho fatto tutto quello che potevo fare, e non è bastato. Ho pregato e fatto offerte, e la grazia non è arrivata.
Ti posso sembrare freddo e indifferente, ora. Forse pensi che poiché ho pianto poco rispetto agli altri, me ne sia importato di meno. Tutti dicono che mi fa onore. Invece ce l'ho tutto dentro, e non riesco a cacciarlo fuori. Mi infurio per come sto, e mi pento subito dopo: forse che te ne volevi andare così, in 20 giorni, mentre tutto sembrava filare bene? Se mi vedi con gli occhi di fuori e i denti stretti, non è per te: è per questa vita, che ti ha dato sacrifici e poche soddisfazioni, negandoti l'ultima: di vedermi con la laurea, questa maledetta laurea che non ho preso ancora per la crisi e per la mia negligenza.
Ora devo continuare a vivere e a studiare, se non per me, almeno per te, per non far disperdere quanto mi hai dato in 28 anni. Non arriverò mai alla tua altezza, le mie spalle non sono robuste come le tue. Ma sono al tuo posto, e gli altri, il mondo hanno gli occhi puntanti su di me. Se non piango, è per non crollare, non per indifferenza. Mi manchi, papà, o Gesù come mi manca la tua voce profonda. Una parte di me sente che sei ancora qui. Non mi lasciare da solo in mezzo ai lupi, anche così sorridimi e torna a coprirmi con le coperte che di notte mi scostavo sempre. Aiuta questo figlio degenere. Ti voglio bene, papà.

lunedì 17 marzo 2014

La chiesa di Santa Maria la Nova al Salice


Se, uscendo da via San Marco, e svoltando a destra ci si inoltra per via Napoli, si giunge alla rotatoria del centro commerciale “Meridiana”. Svoltando ancora a destra, entriamo nella SS7bis, o Variante alla via Nazionale delle Puglie. Orbene, a differenza di quel che comunemente si crede, tutto il lato destro della strada percorsa fa parte della città di Afragola, dal ponte dell'autostrada fino all'hotel Clinton, e fa parte della contrada Salice. Anticamente tale area era di pertinenza dei casali di Afragola, Casalnuovo e Pollena, anche se una fonte ci segnala che esso potesse essere considerato come un'enclave della stessa Napoli, non essendo lontano dalla Casa dell'Acqua, dove si smistavano le acque e da cui partiva un ramo del Sebeto (vedi QUI). Divisa fra Casalnuovo e Afragola, la zona è considerata erroneamente facente interamente parte della prima città, anche perché il Comune di Casalnuovo vi ha installato un impianto di pubbliche affissioni. Come riporta Lorenzo Giustiniani nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, vol. II p. 306, il Salice era una contrada malsana a causa delle acque risorgive che confluivano nella Casa dell'Acqua, e nonostante i lavori di scolo, l'aria restava “molto grossa vedendovisi spesso vapori assai addensati”

L'arco diruto della chiesa
La nostra chiesa, o quel che ne rimane, si può raggiungere proseguendo dritto alla rotatoria succitata, lasciandosi il centro “Meridiana” sulla sinistra e alla fine della strada svoltando a destra, fin quasi all'altra rotatoria. Anche questo tratto appartiene alla città di Afragola. Il penultimo palazzo bianco a destra presenta una rientranza e alcune costruzioni fatiscenti: sono i resti di Santa Maria la Nova al Salice.
La storia di questa cappella può definirsi il paradigma perfetto di come si siano trattati gli edifici storici afragolesi posti fuori dal centro abitato. Essa era lunga 25 palmi (poco meno di 7 metri), larga 22 (5 m e mezzo), alta 20 (5 m). Molto piccola quindi, e del resto non doveva accogliere che coloni e contadini di ritorno dai lavori agricoli, essendo che il Salice, allora come oggi, non è mai stato molto abitato. Nel 1265, come riporta Matteo Spinelli nei suoi Annali, il re di Napoli Carlo I d'Angiò partì il 24 febbraio da Benevento e nei pressi di questa cappella ricevette le chiavi del Regno dal popolo e dalla nobiltà di Napoli. Da allora essa è diventata una meta fissa dei reali napoletani allorché si spostavano verso le Puglie: come ci dice don Carlo Cicala, il primo a pubblicare descrizioni dettagliate della cappella, partito da Poggioreale il re sostava in preghiera nel tempio, ultima stazione dell'entroterra di Napoli a essere toccata negli spostamenti a oriente dei sovrani, e poi proseguiva senza più fermate fino a Nola o persino Atripalda. Con la perdita dell'autonomia e l'instaurarsi del vicereame spagnolo, iniziò il declino dei casali di Napoli e anche delle periferie ad essi connesse, come il Salice. Addossato alle pareti del tempio, c'era un forno che serviva al sostentamento dell'eremita che lo curava, ma anch'esso cadde in disuso. Come si usava a quell'epoca, anche la chiesetta era di patronato di una famiglia che provvedeva a dotarla di arredi e benefici per l'eremita. 
Dalla Santa Visita cardinalizia di Giacomo Cantelmo del 1698, apprendiamo che il tempio ricadeva nel distretto parrocchiale di San Marco, ma non abbiamo notizie di patronati. Nella Santa Visita del cardinale Spinelli, nel 1742, è altresì indicato come patrono Francesco Arena. Ma doveva essere un patronato aleatorio, se nel 1836, al tempo della Visita del cardinale Filippo Caracciolo, il sacerdote Vincenzo Pecchia affermava che l'edificio era di sua proprietà, non aveva né sussidi né legati beneficiari, e andava avanti solo grazie alle cure dello stesso Pecchia, che celebrava per i coloni anche di altri casali. 
Da allora, silenzio assoluto. Quest'estate, andando alla ricerca del tempio, mi sono imbattuto in parecchie difficoltà, dovute al coacervo di confini di Comuni e nella confusione del titolo della chiesa, indicata come Santa Maria la Nova nelle Sante Visite e Santa Maria Addolorata in "Afragola feudale" di Carlo Cerbone (esiste una cappella dell'Addolorata ad Arpino, a circa 2 km dal Salice, ma non è la stessa chiesa).

Andando con don Carlo, ho finalmente osservato ciò che rimane della chiesa. Appena un arco racchiuso fra una concessionaria di auto e un campo privato, con mure dirute e un vano laterale, forse corrispondente all'antico forno. Nonostante sia in territorio afragolese, anche se ai margini estremi, non è mai stato preso in esame un suo recupero da parte di nessuna autorità o ente culturale, come è accaduto in tante altre occasioni. 

Resti del forno annesso alla chiesa

martedì 4 marzo 2014

Tommaso Credennino, un agostiniano di Afragola


Pubblicato su "Nuovacittà" n. 10, 22 marzo 2014

Abbiamo già visto, studiando la figura del pittore Angelo Mozzillo (vedi QUI), come Afragola dimentichi i suoi figli illustri avuti durante i secoli. Nel caso dell'artista, egli ha avuto almeno intitolata una via e una scuola media, onori che non sono stati tributati a un illustre afragolese sconosciuto del XIX secolo:Tommaso Credennino, Priore Generale dell'Ordine Agostiniano.
Tommaso Credennino
Mi sono imbattuto per la prima volta nel suo nome andando a rivedere la sezione “Uomini illustri” del libro di don Gaetano CapassoAfragola dieci secoli di storia comunale”. Da qui sono partito per ricostruirne la vita, e non è stato facile, visto che Capasso non dice molto e le fonti, anche quelle degli stessi agostiniani, erano difficili da trovare.
Nacque ad Afragola nel 1764 e fu battezzato con i nomi di Giovanni Battista Carmine. Nel 1780 entrò nell'Ordine Agostiniano e assunse il nome di Tommaso.

La scelta del Credennino di entrare in un Ordine e non nel clero secolare ci mostra come, oltre a preoccupazioni più strettamente materiali (diventare sacerdoti era spesso l'unico mezzo per uscire da una vita di stenti), egli fosse spinto anche da una profonda fede, che sentiva essere attratta dal carisma agostiniano. La sua preparazione avvenne nel convento di S. Valentino negli Abruzzi, per poi passare a S. Agostino alla Zecca a Napoli. Nel 1798 divenne sacerdote, ma un anno dopo esplose la rivoluzione anche a Napoli ed fu fondata la Repubblica Partenopea. Nonostante la breve esperienza repubblicana, l'ordine non si ristabilì, e anzi l'avvento dei francesi determino la soppressione degli Ordini religiosi. Durante il decennio francese, padre Tommaso tornò ad Afragola ad attendere gli eventi. 

Ristabilita la monarchia, il 16 febbraio 1818 venne stipulato il nuovo Concordato fra il Regno delle Due Sicilie e Papa Pio VII, e l'Ordine viene restaurato. Padre Tommaso venne chiamato alla redazione delle nuove costituzioni dell'Ordine, e partecipò al Capitolo Generale a Roma del 1820. In quel periodo, la Provincia religiosa di Napoli fu retta da un altro afragolese: Giuseppe Cerbone, reggente dal 1823 al 1827 delle sorti della comunità agostiniana. E' probabilissimo che fu anche per l'appoggio del conterraneo, oltre che per le sue qualità, che Credennino divenne il referente principale della Terra di Lavoro a Roma, essendogli riconosciuta una vasta conoscenza dei problemi della regione e una grande capacità che oggi chiameremmo “manageriale”. Nel Capitolo dell'estate 1835, il Capitolo presieduto dal cardinale protettore Agostino Rivarola, fu eletto Priore Generale.
Per la prima volta un afragolese prendeva la guida di un Ordine religioso. Non era la prima, però, che un nostro antico concittadino arrivava tanto in alto nella gerarchia della Chiesa (nel 1664 divenne vescovo l'afragolese Marco Baccina), né sarebbe stata l'ultima, con il cardinale Alessio Ascalesi nel Novecento monsignor Tommaso Caputo, vescovo di Pompei, oggi.
Credennino si trovò a dover affrontare una situazione difficile: i conventi agostiniani, venivano chiusi in tutta la Spagna e nelle aree del pianeta a questa soggetta. E anche nei territori americani che si erano liberati del giogo di Madrid, come Argentina, Bolivia, Cile. In Europa la situazione era ancora incandescente, e il giacobinismo legalitario cercava a tutti i costi di sottrarre ricchezza e influenza agli Ordini, visti come appendici di Roma. Nei suoi tre anni di mandato, Credennino riconobbe la primazia del convento di San Nicola di Tolentino nel maceratese, e contribuì alla rinascita della Famiglia Agostiniana a Napoli istituendo giuridicamente la Congregazione di San Giovanni Carbonara, il 17 luglio 1838.
Chiesa di Sant'Agostino alla Zecca, Napoli
Fu l'atto più significativo del suo generalato, e anche l'ultimo: alla fine dell'estate dello stesso anno rinunciava alla carica nelle mani di Papa Gregorio XVI. Da allora si ritirò in S. Agostino alla Zecca, dove morì nel marzo 1849.
La figura di Credennino, ancora tutta da studiare e di certo non sviscerata in questo articolo (ho richiesto altre informazioni, che aggiungerò in seguito), è stata completamente dimenticata da Afragola. Capasso, nel libro citato all'inizio, lamentava che nel 1974 non si era provveduto a ricordare il nostro e altri grandi afragolesi con una targa toponomastica. Sono passati esattamente 40 anni e stiamo ancora lì.


sabato 1 marzo 2014

Il sindaco partigiano: Armando Izzo

Nel corso dei miei studi di storia locale, mi sono spesso domandato come mai non si sia mai trattata in maniera scientifica la serie dei sindaci che ressero nel tempo la nostra città. Eppure, tra le prevedibili figure di semplici amministratori (senza offesa alcuna), si trovano dei veri e propri giganti, la cui grandezza travalica di molto i confini di Afragola.
Una figura particolarmente luminosa fu l'avvocato Armando Izzo, il sindaco partigiano, e fautore della vera Ricostruzione della città dopo la guerra. Questa rubrica vuole far scoprire o riscoprire uomini e luoghi ignorati dalla maggior parte degli afragolesi, e spiace che anche l'avvocato debba rientrare in questa categoria.
Nacque il 12 giugno 1916 ad Afragola, e a pochi giorni dalla laurea in legge fu costretto a partire per il fronte ligure, il 1 luglio 1941, al seguito di un plotone che contava tra gli altri Vittorio Cascetta, presidente fanfaniano della Regione Campania nel 1974, e Alfonso De Franciscis, archeologo che sarà poi alla guida della Soprintendenza di Napoli.
Armando Izzo
La scarsa dotazione militare e gli errori nel condurre la guerra maturarono in molti soldati, tra cui Izzo, un ripensamento sulla tenuta e sulla reale capacità del fascismo di guidare l'Italia alla vittoria. L' 8 settembre 1943 lo sorprese come ufficiale di complemento a Imperia, e qui apprese dell'armistizio, e della successiva occupazione tedesca del centro – nord del Paese. Entrò nelle formazioni partigiane e si mise al comando della V Brigata d'Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (intitolata a un partigiano sanremese fucilato nel 1944). Durante questo periodo di macchia, assunse il nome di “Fragola” per ricordare la sua città natale e poi quello di “Doria”. In uno scontro a fuoco l'8 ottobre 1944 contro i nazifascisti a Pigna, frazione di Castel Vittorio (Imperia), fu seriamente ferito, ma riuscì a riparare fra le montagne e a curarsi grazie all'aiuto degli abitanti.
Continuò la lotta contro i tedeschi, ma si oppose anche al tentativo dei francesi di estendere l'area occupata dagli Alleati fin oltre Ventimiglia. Non solo: negli anni successivi alla guerra, si oppose alla monopolizzazione della Resistenza da parte delle forze di sinistra, ricordando che la V Brigata fu l'unica ad avere un cappellano diocesano, don Armando Micheletti, e che la massa dei partigiani della Brigata era aliena alla politica. Alla fine del conflitto, fu congedato con onore e per il suo impegno partigiano, nel 1957 fu decorato con la medaglia d'argento al valore militare, poiché “durante un accanito combattimento contro il nemico notevolmente superiore di forze, alla testa dei suoi uomini contrattaccava decisamente l'avversario” (Decreto della Gazzetta ufficiale del 18 gennaio 1957). Inoltre, fu insignito della cittadinanza onoraria dal comune di Castel Vittorio.

Subito dopo la guerra, tornò ad Afragola e si diede all'impegno politico.
Nel 1948 divenne assessore della Nettezza urbana e del Macello (a quel tempo, Afragola era un paese essenzialmente basato su agricoltura e allevamento) nell'amministrazione del sindaco Giuseppe Iazzetta. Segretario cittadino della Democrazia Cristiana, fu successore dello stesso Iazzetta, diventando sindaco il 13 novembre 1953 a capo di una maggioranza che oggi chiameremmo “di salute pubblica”. Nelle successive elezioni del 1956 fu riconfermato sindaco e detenne la carica di primo cittadino fino al maggio del 1960.
Nei 6 anni e mezzo di governo, Izzo riuscì a dare un volto nuovo alla città, fino alle recenti riqualificazioni urbane: istituì la scuola elementare a Piazza Ciampa, che intitolò al tenente Gennaro Castaldo e la scuola media “G. A. Rocco” in via Firenze; ottenne l'apertura di un secondo ufficio postale nel rione S. Antonio (fino a quel momento, i 45000 afragolesi potevano disporre solo di quello in via Trieste e Trento); fece dotare di fogne e pavimentazione le vie R. Russo, Mazzini, Cavour, Dario Fiore e le traverse Calvanese; fece realizzare l'artistica fontana di Piazza Municipio, e l'apertura di via Oberdan sulla Sannitica; e, nel 1958, conferì la cittadinanza onoraria al cardinale arcivescovo di Napoli Alfonso Castaldo. Nel 1960 fu eletto consigliere provinciale della Democrazia Cristiana, venendo confermato nel 1965. Durante il suo mandato, riuscì a ottenere la costruzione della Strada Provinciale Capomazzo – Cinquevie, con il relativo slargo davanti alla chiesa della Scafatella, e a far realizzare il Monumento dello Scugnizzo napoletano, in ricordo della 4 giornate di Napoli contro i nazisti nel 1943. Il monumento consta in 4 lastre con figure umane tratteggiate e disposte a parallelogrammo. Fu posto in Piazza della Repubblica e lì lo vidi nel 2008, quando sorse in me la curiosità di conoscerne l'autore e il significato e arrivai inaspettatamente a questo mio concittadino. Nel 1970 si ritirò dalla scena pubblica, e continuò a esercitare l'attività forense, e a partecipare ai raduni partigiani in Liguria. Per tutto il resto della sua lunga vita, Izzo continuò a tramandare alle giovani generazioni la passione per i valori e gli ideali della Resistenza, perché, come ebbe a dire una volta, senza la Resistenza non avremmo avuto la Repubblica, e senza la Repubblica non avremmo avuto l'attuale Costituzione”. Il 19 dicembre 2004, il suo cuore si fermò: concludeva il suo cammino terreno un uomo che aveva rischiato la vita per la libertà, e aveva dato tanto alla sua città; in un certo senso, si può dire che l'abbia fondata di nuovo, e dotata di infrastrutture (strade, fogne, scuole, poste, caserma dei carabinieri) degne di un capoluogo.
Ora che sono passati 10 anni dalla morte di Izzo, credo che Afragola possa pagare il suo debito di gratitudine dedicandogli una piazza: un minimo riconoscimento a chi tanto ha dato per il suo luogo natio.


“Chiusero gli occhi perché altri li aprissero alla luce della libertà”

(Lapide sulla chiesetta della valle Argentina di Sanremo, scoperta da Izzo il 21 aprile 1974)