lunedì 17 marzo 2014

La chiesa di Santa Maria la Nova al Salice


Se, uscendo da via San Marco, e svoltando a destra ci si inoltra per via Napoli, si giunge alla rotatoria del centro commerciale “Meridiana”. Svoltando ancora a destra, entriamo nella SS7bis, o Variante alla via Nazionale delle Puglie. Orbene, a differenza di quel che comunemente si crede, tutto il lato destro della strada percorsa fa parte della città di Afragola, dal ponte dell'autostrada fino all'hotel Clinton, e fa parte della contrada Salice. Anticamente tale area era di pertinenza dei casali di Afragola, Casalnuovo e Pollena, anche se una fonte ci segnala che esso potesse essere considerato come un'enclave della stessa Napoli, non essendo lontano dalla Casa dell'Acqua, dove si smistavano le acque e da cui partiva un ramo del Sebeto (vedi QUI). Divisa fra Casalnuovo e Afragola, la zona è considerata erroneamente facente interamente parte della prima città, anche perché il Comune di Casalnuovo vi ha installato un impianto di pubbliche affissioni. Come riporta Lorenzo Giustiniani nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, vol. II p. 306, il Salice era una contrada malsana a causa delle acque risorgive che confluivano nella Casa dell'Acqua, e nonostante i lavori di scolo, l'aria restava “molto grossa vedendovisi spesso vapori assai addensati”

L'arco diruto della chiesa
La nostra chiesa, o quel che ne rimane, si può raggiungere proseguendo dritto alla rotatoria succitata, lasciandosi il centro “Meridiana” sulla sinistra e alla fine della strada svoltando a destra, fin quasi all'altra rotatoria. Anche questo tratto appartiene alla città di Afragola. Il penultimo palazzo bianco a destra presenta una rientranza e alcune costruzioni fatiscenti: sono i resti di Santa Maria la Nova al Salice.
La storia di questa cappella può definirsi il paradigma perfetto di come si siano trattati gli edifici storici afragolesi posti fuori dal centro abitato. Essa era lunga 25 palmi (poco meno di 7 metri), larga 22 (5 m e mezzo), alta 20 (5 m). Molto piccola quindi, e del resto non doveva accogliere che coloni e contadini di ritorno dai lavori agricoli, essendo che il Salice, allora come oggi, non è mai stato molto abitato. Nel 1265, come riporta Matteo Spinelli nei suoi Annali, il re di Napoli Carlo I d'Angiò partì il 24 febbraio da Benevento e nei pressi di questa cappella ricevette le chiavi del Regno dal popolo e dalla nobiltà di Napoli. Da allora essa è diventata una meta fissa dei reali napoletani allorché si spostavano verso le Puglie: come ci dice don Carlo Cicala, il primo a pubblicare descrizioni dettagliate della cappella, partito da Poggioreale il re sostava in preghiera nel tempio, ultima stazione dell'entroterra di Napoli a essere toccata negli spostamenti a oriente dei sovrani, e poi proseguiva senza più fermate fino a Nola o persino Atripalda. Con la perdita dell'autonomia e l'instaurarsi del vicereame spagnolo, iniziò il declino dei casali di Napoli e anche delle periferie ad essi connesse, come il Salice. Addossato alle pareti del tempio, c'era un forno che serviva al sostentamento dell'eremita che lo curava, ma anch'esso cadde in disuso. Come si usava a quell'epoca, anche la chiesetta era di patronato di una famiglia che provvedeva a dotarla di arredi e benefici per l'eremita. 
Dalla Santa Visita cardinalizia di Giacomo Cantelmo del 1698, apprendiamo che il tempio ricadeva nel distretto parrocchiale di San Marco, ma non abbiamo notizie di patronati. Nella Santa Visita del cardinale Spinelli, nel 1742, è altresì indicato come patrono Francesco Arena. Ma doveva essere un patronato aleatorio, se nel 1836, al tempo della Visita del cardinale Filippo Caracciolo, il sacerdote Vincenzo Pecchia affermava che l'edificio era di sua proprietà, non aveva né sussidi né legati beneficiari, e andava avanti solo grazie alle cure dello stesso Pecchia, che celebrava per i coloni anche di altri casali. 
Da allora, silenzio assoluto. Quest'estate, andando alla ricerca del tempio, mi sono imbattuto in parecchie difficoltà, dovute al coacervo di confini di Comuni e nella confusione del titolo della chiesa, indicata come Santa Maria la Nova nelle Sante Visite e Santa Maria Addolorata in "Afragola feudale" di Carlo Cerbone (esiste una cappella dell'Addolorata ad Arpino, a circa 2 km dal Salice, ma non è la stessa chiesa).

Andando con don Carlo, ho finalmente osservato ciò che rimane della chiesa. Appena un arco racchiuso fra una concessionaria di auto e un campo privato, con mure dirute e un vano laterale, forse corrispondente all'antico forno. Nonostante sia in territorio afragolese, anche se ai margini estremi, non è mai stato preso in esame un suo recupero da parte di nessuna autorità o ente culturale, come è accaduto in tante altre occasioni. 

Resti del forno annesso alla chiesa

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