martedì 29 aprile 2014

Una porta


Eccotela qua, l'antichissima Porta San Gennaro di Napoli, lungo via Foria. Per 4 secoli, dal X secolo ad Alfonso d'Aragona, è stato l'unico accesso nord di Napoli, a quel tempo terrorizzata dagli accerchiamenti di Longobardi, Saraceni e Normanni.
Anche quando le mura furono distrutte e divenne un passaggio secondario, i napoletani si sono sempre dimostrati affezionati a questa porta, che portava alle catacombe del santo patrono. Nel 1656, dopo la terribile epidemia che decimò un terzo della popolazione cittadina, fu posto l'affresco di Mattia Preti. Bisognoso di un restauro urgente, rappresenta San Gennaro, San Francesco Saverio e Santa Rosalia che chiedono alla Madonna la fine della peste. Tre anni dopo, i Teatini fecero porre la statuetta di San Gennaro, a memoria dei morti.
Entrando da questa porta, si accede alla Napoli dei decumani, delle stradine strette di Santa Patrizia, delle urla dalle finestre vicine un metro, del principe San Severo e del mistero della Napoli sotterranea. Una porta che dà accesso a un altro mondo: l'antica Napoli medievale che sopravvive fuori dalla Storia.

Here, the ancient "Porta San Gennaro" in Naples, along  Foria street . For 4 centuries, from the tenth century to Alfonso I of Aragon , was the only access to the north of Naples , at the time terrorized by the encirclement of the Germans, Saracens and the Normans.
Even when the walls were destroyed and became a secondary step , the Neapolitans have always been fond of this passage, which led to the catacombs of the patron saint . In 1656 , after the terrible epidemic that decimated a third of the city population was placed fresco by Mattia Preti. An urgent need of restoration , is San Gennaro , St. Francis Xavier and St. Rosalia asking Our Lady for the end of the plague . Three years later, the Theatines did put the statue of San Gennaro, in memory of the dead.
Entering through this gate, you enter the decumani of Naples , narrow streets of St. Patrick, the screams from the windows, Prince of San Severo's reign and the mystery of the Naples underground . A door that gives access to another world : the ancient medieval Naples survives out of history.

domenica 27 aprile 2014

Bergoglio, i Papi santi e quella strana fretta

I due Papi, uno in carica e l'altro a "riposo"
Periferia di Nairobi. Padre John ci dice che si è impegnato a saperne di più su questi due papi, oltre quello che aveva già fatto durante gli anni di studio: “ Due papi completamente diversi – commenta – Due teologie diverse. Due modi di pensare la chiesa quasi opposti. E come se alla chiesa piaccia mettere insieme le contraddizioni”. P. Anthony è a fianco. E’ pensieroso. Si chiede: “Perché tanta fretta di far santo a Giovanni Paolo II? Sono passati solo pochi anni. Nella nostra cultura africana quando si parla di un antenato si ha bisogno di tempo per conoscerlo, di apprezzarlo, di amarlo. Il titolo di antenato lo si da solo quando la gente capisce sino in fondo il bene che questa persona ha fatto per tutta la comunità. E’ questo significa tempo” (da www.misna.org)

Il succo del problema sta tutto lì: perché arrivare a una canonizzazione lampo, neppure 10 anni, per un pontificato lungo 27, che ha attraversato momenti storici diversi – dagli Anni di Piombo e dalla Guerra Fredda della fine degli anni Settanta all'esplosione della minaccia islamica dei primi anni Duemila – e sul quale la ricerca storica è ancora pressoché agli inizi? E, riguardo a Giovanni XXIII, perché non si aspettato il secondo miracoloso, condizione indispensabile per il riconoscimento anche formale della santità da parte della Chiesa?
Il cardinale Roncalli fuma una sigaretta con il
politico francese Edouard Herriot

Due Papi canonizzati da...due Papi!

Da oggi, Giovanni XXIII Roncalli (1958 – 1963) e Giovanni Paolo II Wojtyla (1978 – 2005) sono iscritti nel Canone dei Santi della Chiesa Cattolica. Da oggi, con una procedura veloce e per alcuni “insolita”, abbiamo due nuovi modelli cui guardare nei momenti bui delle nostre giornate terrene.
Da oggi, con una canonizzazione show che ha pochi eguali nella Storia recente della Chiesa, due Papi sono diventati, per certi cattolici, al di sopra di ogni analisi storiografica che guardi con occhio oggettivo i loro regni.
Una logica sbagliata e a mio parere da reprimere. Il riconoscimento della santità di vita non può essere un ostacolo alle indagini storiche su uomini e pontificati, non lo è stato in passato e non lo sarà in futuro nemmeno in questi tempi così “papisti” e così poco fedeli al Vangelo.
E, parlando di storia, si deve sottolineare una volta di più la straordinarietà di questa giornata. Per la prima volta due Papi vengono elevati insieme all'onore degli altari della Chiesa universale; e per la prima volta – speriamo anche l'unica – il rito viene celebrato da due Papi viventi. Un unicum in due millenni di storia cristiana, che pure ne ha viste di tutti i colori.
Giovanni Paolo II, un "velocista": è stato beatificato
e canonizzato in appena 9 anni dalla morte.

Aldilà delle possibili opinioni personali che si possono avere sui due nuovi santi, non si può non riconoscere che i loro processi canonici abbiano avuto un'accelerazione che ha destato qualche inquietudine e che in alcuni casi è stata francamente contestata.
Da quando è stata formalizzata la procedura canonica per il riconoscimento della santità di vita di una persona, la Chiesa ha sempre usato la massima prudenza e la massima pignoleria nei processi, e ha stabilito tempi certi e lunghi per canonizzare qualcuno, come l'attesa di 5 anni dalla morte prima di aprire l'inchiesta in sede diocesana. Un modo per far sbollire certi entusiasmi alla “Santo subito” e per non piegarsi alle logiche del mondo invece di quelle evangeliche. Ciò può portare a periodi di esame lunghi, talvolta secolari: Santa Giovanna d'Arco, morta nel 1431, fu canonizzata solo nel 1920 da Benedetto XV!
Lei invece ha atteso
ben 489 anni!

Ovviamente il Papa, essendo al di sopra del Diritto canonico, può derogare alle regole: Giovanni Paolo II derogò ai 5 anni di attesa per l'apertura dell'inchiesta nel caso di Madre Teresa di Calcutta, e egli stesso fu oggetto della stessa deroga da parte del successore Benedetto XVI. Grazie a questo, già nel 2011 il Papa polacco divenne beato in seguito al riconoscimento di un miracolo avvenuto per sua intercessione. Se già allora c'erano state critiche per la velocità con cui un pontificato lungo quasi 30 anni era stato analizzato senza approfondirne le ombre e i rapporti con i regimi dell'epoca, con la cerimonia di oggi sono esplosi dubbi e perplessità, tali da condurre persino degli intellettuali cattolici di primo piano a sostenere che le canonizzazioni odierne non rientrino sotto l'egida dell'infallibilità papale.

Su Giovanni XXIII i dubbi sono stati persino maggiori, in assenza del secondo miracolo a lui attribuito, dopo la beatificazione del 2000. Una difficoltà superata grazie al procedimento di canonizzazione equipollente, con cui il Papa può decretare la santità di un beato quando quest'ultimo sia oggetto di un culto riconosciuto e duraturo. Francesco, in poco più di un anno di pontificato, ha già usato tale “escamotage” 6 volte, e così si è potuto procedere per Papa Roncalli. Un Pontefice che provoca ancora discussioni in seno alla Chiesa per l'indizione del Concilio Vaticano II, considerato per alcuni una manna dal cielo per l'istituzione ecclesiastica dopo un periodo di sclerotizzazione e per altri una punizione divina, come la stessa elezione del Papa bergamasco. Un Pontefice che, sospettato di modernismo (vedi sotto) in gioventù e di troppa disponibilità al dialogo in vecchiaia, convocò il Concilio convinto che lo si sarebbe terminato in tre mesi (durò invece tre anni), che avrebbe portato aria fresca fra le mura della Curia (agì invece come il ciclone Katrina a New Orleans) e che sarebbe stato condotto nel solco dei precedenti 20 concili (la cosiddetta ermeneutica della continuità, e sappiamo bene che piega abbiano preso gli avvenimenti sotto Paolo VI e Giovanni Paolo II).
“E un uomo che ha scatenato questo caos, anche se con le migliori intenzioni, è stato fatto Santo invece Pio XII aspetta ancora?” (domanda di un mio amico cattolico francese, il corsivo è mio).
Lui invece attende ancora persino
il primo passo...

Un segnale?

Parlando di questo evento con un mio conoscente di Roma, questi mi dice: “E se questa doppia canonizzazione servisse a uno scopo oltre a quello religioso?”
Invitato a spiegarsi meglio, mi dice di aver saputo da un amico diacono alcune chiacchiere, secondo le quali questa accelerata su Roncalli e Wojtyla, i Papi che più hanno parlato di Concilio e l'hanno messo in pratica come cesura verso il passato, serva a far dimenticare che ad agosto cade il centenario della morte dell'ultimo Papa santo prima di loro, quel Pio X che a inizio Novecento lottò contro il modernismo, la corrente di pensiero che voleva adattare il Vangelo alle nuove logiche del mondo, e che è assurto in certi ambienti (leggi: lefebvriani) a totem della Tradizione preconciliare. Un anniversario che poteva essere usato “politicamente” (questa politica sembra sempre spuntare nei posti più strani per i romani, gli dico) per evidenziare certe “stravaganze” dell'attuale Pontefice sudamericano. Come ad esempio quella frase in una sua intervista in cui afferma che “il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea”.
Francesco modernista? Non arriviamo a tanto. Resta ovviamente il fatto che Bergoglio fa inarcare più di un sopracciglio quando parla, e che ha velocizzato la santificazione di due Papi nel mentre altri predecessori, vedi quel Pio XII, aspettano da un bel po'.

Pio X, l'ultimo Papa santo, prima di oggi



Per la polemica sull'infallibilità delle canonizzazioni:
http://www.conciliovaticanosecondo.it/articoli/giovanni-xxiii-un-papa-imprudente-che-tradi-il-suo-concilio-intervista-al-prof-roberto-de-mattei/

Per l'ermeneutica della continuità e la vera ottica in cui vedere il Concilio:
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/44072








giovedì 24 aprile 2014

Le Casine reali di Acerra


Le Casine di caccia di Ferdinando IV Borbone

Chi segue la mia attività pubblicistica, saprà ormai che, quando ne ho la possibilità, mi piace allontanarmi dai soliti posti per esplorare qualcosa di nuovo. Mi piace, di tanto in tanto, abbandonare i soliti percorsi per percorrere nuove piste: una chiesa abbandonata, un angolo non frequentato, un campo che non sai dove va a finire. Personalmente, mi aiuta ad estraniarmi e a pensare meglio. Da questo punto di vista, la campagna è l'ideale, soprattutto al principio o alla fine dell'estate, quando la natura inizia a riprendersi o si prepara a un nuovo letargo.
Capita così di ritrovarsi a battere nuove zone, anche lontano da casa, e a tuffarsi in avventurosi sopralluoghi, riscoprendo monumenti che stanno in piedi solo per miracolo.

E' capitato così anche alle Casine Reali di caccia di Lanciolla, ad Acerra. Esse sono le sorelle meno famose della Casina Spinelli in località Calabricito, costruita per ospitare i sovrani borbonici che qui venivano a caccia durante i mesi invernali. Con essa però hanno condiviso il destino tetro di monumenti abbandonati all'incuria: la Casina Spinelli divenne prima una base tedesca e poi americana durante il secondo conflitto mondiale, in seguito dormitorio e dunque persino cinema, prima di essere lasciata a se stessa e aver trasportato il poco che si era salvato nel solito buco nero di Napoli; quelle della località Lanciolla, agli estremi confini con Caivano, subirono una spoliazione totale negli anni. Ma passiamo ai fatti.
L'area nel 1859. La Lanciolla si trova nel margine estremo sinistro, alla
confluenza del Lagno e di un canale secondario.

Tutto cominciò con un post di Facebook nell'estate del 2013, in cui venivano visualizzate tre case nel mezzo dei campi a nord ovest dell'antica città osca. Nel post erano ripresi i tre edifici, e li si identificava come le casine di caccia del re Ferdinando IV di Borbone, Re di Napoli (1760 – 1825). Era anche identificato il luogo attraverso uno stralcio di “Google Maps”. Il problema era come arrivarci: la risoluzione non era ampia e da Acerra ignoravo se esistessero strade percorribili senza il rischio di restare impantanati.
Casina per gli inservienti
A marzo di quest'anno, con l'arrivo delle prime giornate limpide, ho deciso di entrare nell'area dall'esterno, percorrendo la Sannitica SS87 fin quasi al Centro Campania di Marcianise e svoltando per una viuzza a fianco di un pompa di benzina, come avevo segnato guardando le riprese satellitari. Superato un ponte autostradale, arrivo nel pieno della campagna caivanese. A destra c'è un panorama piatto, interrotto in lontananza solo dai pini del Lagno e dalla mole azzurra del Monte Somma, oltre che dalle 4 ciminiere del termoconvertitore di Acerra. A sinistra, altre terre e poi il parcheggio del famoso centro commerciale. Inoltrandomi per i campi lungo un sentiero sterrato e abbandonato da Dio, vedo in lontananza il comignolo della casina centrale, che rassomiglia un po' vagamente a quello vanvitelliano della Casina di villeggiatura del lago Fusaro. Guadato a piedi un canale secondario e in parte asciutto del Lagno, giungo finalmente alle tre costruzioni di epoca settecentesca. Dietro di loro, c'è il Lagno, non più d'Acerra ma di Caivano: segna il confine fra le due città.

Casina centrale
Riguardo al loro storia, l'unica fonte finora recepita è quella di Raffaele Manna, “Ricordi storici archeologici della Campania: Acerra e Suessula”, del 1987. In quest'opera, Manna afferma che la Casina centrale fu costruita nel 1779, dopo la Casina Spinelli, e che presentava due camini per il riscaldamento, un bagno e un letto sospeso al soffitto per mezzo di 4 anelli di ferro.
Le casine minori erano sale da pranzo: a destra per il sovrano, a sinistra per il seguito. Afferma Manna che sono stati asportati nel tempo lo stemma reale, l'orologio a muro e la scalinata in marmo, che però io ho visto ancora – e potete notarlo dalle foto.

Soffitto della casine centrale. Sono evidenti i
quattro anelli di ferro che sostenevano il letto reale
Mentre le case laterali sono ormai piene di vegetazioni e col tetto sfondato, quella centrale si è mantenuta abbastanza bene: i 4 anelli nel soffitto ci sono ancora, come le strutture dei camini, mentre quella del bagno è ormai piena di cocci. Il pavimento ha bei motivi marmorei, e l'interno è intonacato di rosso - “rosso pompeiano”, diranno due amici quando ci andremo un mese dopo. Il tutto, nonostante una coltre di abbandono, nonostante i calcinacci, nonostante i marmi a pezzi e i mattoni accatastati nei camini, denota ancora una certa regalità.
Uno dei due camini


Affacciandosi dall'entrata centrale, e osservando il panorama che spazia fin quasi alla collina dei Camaldoli a Napoli, si riesce solo in parte a immaginare cosa dovevano vedere gli occhi di Ferdinando IV, il Re “Nasone”, quando alla luce del tramonto osservava il mondo dallo stesso punto. Immaginava il sovrano che, nemmeno cent'anni dopo, queste costruzioni sarebbero state saccheggiate, passate di mano in mano, per essere poi vendute a uno sconosciuto signore di Villaricca che non avrebbe mai messo nemmeno il piede in questi luoghi?


La Casina Spinelli è giustamente famosa anche per la scoperta della necropoli dell'antica Suessula. Tuttavia, dedicare attenzione anche alle tre Casine della Lanciolla, sarebbe un atto dovuto verso la Storia, non solo di Acerra.


Vesuvio visto dalla Casina reale








venerdì 18 aprile 2014

Il Ventre di Napoli: reportage dal cuore della città - parte III

Lasciati i sotterranei e i menadri soffocanti di Napoli sotterranea (vedi QUI) eccomi di nuovo nel circolo caotico della vita di questa città, che da 3000 anni non conosce davvero la notte e il silenzio.
Mi avvio lungo via Tribunali: ecco il campanile di Pietrasanta, il più antico di Napoli, in mattoncini rossi e marmi scolpiti, indifferente alle masse variopinte che si muovono sotto di lui; ecco il Conservatorio di San Pietro a Majella, ex convento di Celestini, dove risuona musica classica, certamente registrata, a vedere che tipo di gente vi esce, che difficilmente
Il campanile di Pietrasanta, della
omonima Basilica nel centro storico
accosteresti a Bach o Mozart; passo sotto le arcate di Port'Alba, aperta nelle mura della città perchè i napoletani non avevano voglia di farne il giro, e rivedo me stesso mentre sfogliavo con delizia i libri delle bancarelle, i sabati mattina di tanti anni fa. Fu qui che iniziai a infoltire la mia biblioteca con i grandi maestri: Seneca, Giovenale, Cicerone, Stevenson, Conan Doyle, Dickens, Verne, Gide, Balzac, Cornwell... Fu qui che, al prezzo di 1 euro, acquistai una copia dei Promessi Sposi bisunta, risalente al 1891, il testo più antico in mio possesso; e sempre qui passavo al ritorno dalle mie lunghe camminate per la città.
Oggi, nulla è rimasto di allora: la mitica “Guida” ha chiuso i battenti dopo decenni, e davanti alle sue porte vuote c'è la vetrina della vicina friggitoria: tanto è tutto spazio inutilizzato, no? Non c'è più quel signore cortese che mi sorrideva ogni volta che entravo da lui, con i libri scelti dalla bancarella davanti al suo negozio: due giovani spenti l'hanno sostituito. Anch'io, del resto, sono diverso dal me stesso di allora: meno illuso, meno sognatore, meno paziente. Perfino i libri non mi interessano: getto un'occhiata appena alla statua di Dante Alighieri nell'omonima piazza, e scendo di nuovo nelle profondità della terra, ma per prendere la metro.
Con essa torno al Museo Archeologico, e qui cambio linea, diretto verso Mergellina, la contrada che fino a 80 anni fa era composta solo di terra, scogli, casupole e barchette, e che ricorda nel suo nome il mitico Mergoglino, giovane dall'immensa bellezza, morto d'amore per una sirena (ci racconta Matilde Serao).
Vista da Mergellina, altezza Rotonda Diaz
Esco fuori dalla stazione fascista, dalla facciata severa e ridondante. Il sole è esploso: fa un caldo da morire, e osservo la facciata bianca e grigia della Basilica di Piedigrotta.


Piedigrotta: “ai piedi della grotta”, e tale grotta altro non può essere che la Crypta Neapolitana, un tunnel romano costruito nel I secolo per collegare Mergellina ai campi dell'area di Fuorigrotta (anche questo quartiere prende il nome dall'antro), passando attraverso al collina di Posillipo. Ma questo episodio così prosaico e poco poetico non andava bene ai napoletani del Medioevo, che attribuirono la creazione del tunnel a Virgilio. Il dolce poeta latino, sepolto secondo la tradizione proprio davanti all'ingresso della Grotta, aveva per l'occasione aveva posato il pennino e preso il calderone, per realizzare il tunnel, tutto in una notte per di più. 
La Crypta Neapolitana, antico tunnel scavato nel tufo da
Lucio C. Aucto per scopi militari. E' visibile il punto luminoso
che indica l'ingresso da Fuorigrotta, in via Grotta Vecchia
Penso a questo mentre, costeggiando il lato destro della Basilica, e salendo verso il tunnel che porta al Viale Augusto, mi incammino verso il Parco Virgiliano di Mergellina. Meno famoso del suo omonimo a Posillipo, questo parco consiste in due rampe, dove una folta vegetazione mediterranea accompagna il visitatore fino in cima. Eccomi al cancello, ed entro liberamente – l'ingresso è gratis. Una pace davvero secolare scende su tutto, ed è interrotta solo dal lontano frastuono dei treni delle metro. Salendo, incontro dapprima un marmo enorme, che mi ricorda i lavori di Re Alfonso D'Aragona per riattare il percorso della Grotta, e poi un busto di un giovane Virgilio, dove sembra avere non più di 30 anni. Continuo a salire: sulla mia sinistra inizia a delinearsi una massa solida, alta, torreggiante: è la Tomba di Giacomo Leopardi.
"...una tomba ignuda mostravi di lontano"

Lo sfortunato poeta, in presa a crisi esistenziali che metterebbero in difficoltà anche Freud, morì qui a Napoli nel 1837, durante un'epidemia di colera. Era venuto qui a Napoli per guarire dai suoi mali fisici e depressivi, e pare che, col sole la vita gioiosa e un buon quantitativo di gelati e sorbetti che gustava in via Santa Teresa degli Scalzi, ci stesse anche riuscendo. Ma il destino volle diversamente, e poco mancò che finisse in una fossa comune. Il suo ospite napoletano, Antonio Ranieri, che successivamente si dimostrò ben poco caritatevole nello scrivere dei suoi anni passati con Leopardi, ne salvò le spoglie, per custodirle nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta. Quando il tempio andò distrutto, le ceneri del vate di Recanati passarono qui, o almeno così è ricordato da un marmo del Re Umberto I. Osservo l'opera: perfino la sua tomba emana una senso di solitudine, come doveva emanarne l'ospite oltre un secolo e mezzo fa.
Continuo la mia ascesa, ed ecco l'ingresso della Crypta: un antro nero, profondo, da cui spira un vento gelido nonostante il sole. Un punto, minuscolo, tremolante ma visibilissimo, mi segnala l'altra estremità, in via Grotta Vecchia, che andai a vedere due anni fa e trovai coperta da enormi ragnatele. Da anni nessuno più accede all'interno di questa caverna, per molti secoli unico passaggio diretto verso Pozzuoli senza dover attraversare le colline. L'unica concessione ancor più interna all'esplorazione è data dall'acquedotto romano, ormai asciutto, e che passava per di qui, in canali scavati nel tufo giallo, per portare l'acqua a una Napoli assetata.
Interno dell'acquedotto
Il marmo che ne indica l'ingresso mi sembra così anacronistico, così fuori posto, che mi verrebbe voglia di toglierlo. Il cunicolo è stretto, ma arioso; una lampada indica il percorso, anche se non ce n'è bisogno. Arrivo a una specie di soppalco, che si addentra nell'atrio della caverna ma non abbastanza per scavalcare le reti di protezione.

Emana un certo fascino, questa grotta: chissà come doveva essere bello attraversarla, a piedi o in carrozza, immergendosi nella frescura e nel mistero. Fu sede di riti in onore del dio Priapo: in una notte di settembre, ragazzi e ragazze si accoppiavano assieme, nell'oscurità, non sapendo l'un l'altra con chi, in un'orgia divina infinita, che aveva fine prima dell'alba, affinché l'identità dell'amante restasse un segreto. Tale celebrazione si perdeva nella notte dei tempi, e immaginiamo era vista di buon occhio, visto che per una volta all'anno tutti i vincoli dell'energia sessuale e della convivenza civile erano tacitamente sciolti. Un po' come a Carnevale, ma molto più "intrigante".
Edicola con la Madonna e il Bambino, posta dentro
l'ingresso della Crypta Neapolitana

Il cristianesimo non poteva certo permettere simili riti, e se ne appropriò: la grotta divenne una specie di chiesa (e si vedono lacerti di affresco della Madonna e di San Giovanni) e la festa pagana fu sostituita dalla ben nota festa di Piedigrotta. Chissà cosa ne avrebbe pensato il dio Priapo!
Salgo, l'ascesa più pesante per queste gambe non atletiche come anni fa, ma anche più gratificante: eccomi al colombario di Virgilio, dove la tradizione ne individuava la tomba, dopo la morte repentina a Brindisi. E' un ambiente spoglio, con nicchie scavate nell'opus reticulatum, dove venivano poste le ceneri dei defunti. Difficile immaginare che tanto spazio sia stato dato per una sola persona. Inutile anche cercarne i resti: saranno spariti in una delle tante ristrutturazioni cui la Crypta e il colombario sono stati sottoposti. Difatti l'entrata di quest'ultimo in principio era allo stesso livello della prima, ma nel corso dei secoli si è convenuto abbassare il livello della Grotta e cosi il sacello si è ritrovato....più in alto, senza muoversi- cosa che è ben evidente dal piede della struttura.
 Al centro della sala, un treppiede in ferro, che contiene alcuni messaggi. “Virgì, sono Giusy, ti prego di far stare bene Vincenzo e di farmi prende 30 all'esame, un bacio”, oppure “Virgilio, dammi tre numeri al lotto”. Virgilio in sostituzione di Sant'Antonio non si era ancora mai visto, in effetti. Un culto per il poeta latino che ricorda curiosamente quello per le anime pezzentelle del cimitero delle Fontanelle alla Sanità . Qui, fra le mie mani, ci sono testimonianze della fede tutta scaramantica, o piuttosto “pratica”, che i napoletani hanno sempre avuto riguardo l'aldilà.
Tomba di Virgilio vista dal soppalco 


Il pomeriggio sta prendendo piede, è ora di andare. Uscendo da quella tomba aperta, mi volto indietro, osservandone l'interno vuoto. E mentalmente saluto quel grande poeta, e lo ringrazio per aver regalato la luce del latino agli occhi orbi del mondo.

Tomba di Virgilio, interno
Prima parte del reportage: QUI


Secopnda parte del reportage: QUA

giovedì 17 aprile 2014

La colonna romana di Afragola

Reperto di probabile origine romana, sito nel
centro storico di Afragola
Talvolta, quando il lavoro mi lascia ritagli di tempo libero, mi piace passeggiare per i vicoli più intimi della città, visitare le chiese, ritrovare luoghi dove non ho tempo di passare. A volte si fanno scoperte che destano un sentimento che chiamare sorpresa è dir poco (vedi post precedente). Ma altre volte si è fortunati, e si rinvengono oggetti che si credeva persi per sempre.
Da tempo desideravo rivedere le colonne romane che, secondo un volume del 1991, erano state scoperte ad Afragola, all'interno delle case private. Erano 4 in tutto: due nel quartiere San Giorgio, una in via don Minzoni, e un'altra incastonata dietro l'abside di una chiesa. Eccetto quest'ultima, posta per così dire sotto il "controllo" visivo quotidiano e continuato del pubblico, e quella ripresa da me ieri pomeriggio nella foto qui a lato, le altre due sono scomparse. E stendiamo un velo pietoso sul mondo culturale di questa città, e anche sugli autori del libro di allora, i quali si sono disinteressati completamente del destino di quei reperti, impegnati solo a mostrare la loro bravura di scrittori ai colleghi amici, senza mostrare attenzione su quanto scrivevano.
Quello che vediamo qui è un tronco di colonna romana, coperto di scanalature e stecche (asticelle longitudinali incise fra le scanalature), e usato a mo' di spigolo interno di un androne di un palazzo del quartiere San Giorgio. Non era inusuale per i contadini appropriarsi di tali reperti e riutilizzarli per fini più "pratici", ignorandone il valore. Nel contesto storico della città, non sarebbe neppure una novità: già nel Novecento, il poeta Gennaro A. Rocco riferì come avesse trovato un'ara augustea lungo via Olmo, e come questa fosse usata come "scassacarri". Riguardo al nostro tronco, la sua origine è sconosciuta: non sappiamo se sia stato trovato in situ, o venga da scavi delle città vicine, come Atella o Acerra.
Altra prospettiva

Naturalmente, gli autori di un quarto di secolo fa auspicavano "opportuni confronti e sovrapposizioni" fra le varie parti di colonne ritrovati in città in quel periodo, mai realizzati. Ed ecco perché io stesso ero sfiduciato sul ritrovare qualcosa, andando nel luogo da loro indicato. Ma fortunatamente il buon senso di qualcuno, o più probabilmente l'uso pratico di sostegno per il quale da decenni è impiegato, hanno salvato questo marmo dalla distruzione, tanto dei contadini, tanto dei professoroni.
Non rivelo, per adesso, il sito preciso della colonna: chi ha il libro, lo ritroverà facilmente, e chi non l'avesse, può contattarmi in privato. Purtroppo, sono costretto a simili espedienti dall'ignavia di chi c'era prima di me, e dal timore che in una notte possa realizzarsi quello che non è accaduto in duemila anni.






English version

Sometimes, when the work leaves me spare time, I like to walk through the ancient lanes of the city, to visit the churches, to find places where I do not have time to move. Sometimes you make discoveries that arouse a feeling that surprise is an understatement to call (see previous post). But sometimes you are lucky, and you found objects that we were believed lost forever.
It has long wanted to review the Roman columns, according to a volume of 1991, had been discovered in Afragola, in private courts. They were four in all: two in the "San Giorgio" neighborhood, one in via Don Minzoni, and another set behind the apse of a church. Except for the latter, as it were placed under the daily visual "control" of the public, and the recovery from me yesterday afternoon in the photo at right, the other two have disappeared. I disapprove the cultural world of this city, and also the authors of the book at the time, which were totally uninterested about the fate of those finds, committed only to show their "pen- talent" to their friends, without showing attention as they wrote.
We can see a truncated Roman column, covered with grooves and ribs (longitudinal rods carved between the grooves), and used as corner of a doorway of a building in the district of San Giorgio. It wasn' t unusual for farmers to appropriate these findings and reuse them for "pratical" purposes, ignoring the value. About our trunk, its origin is unknown: we do not know whether it was found in situ, or comes from excavations of the nearby towns such as Atella or Acerra.

Of course, the authors of 1991 advocated "appropriate comparisons and overlap" between the various parts of columns found in the city at that time. I was discouraged about finding something, going to the place indicated by them. But fortunately the good sense to someone, or more likely the practical use of support for which is employed for decades, have saved this marble from destruction, the peasants, much of "professors".
Not reveal, for now, the exact site of the column: who has the book, will find it easily, and those who have not, can contact me privately, why in one night can be realized what has not happened in two thousand years.




Aggiungi un posto ...in cappella

Osservate la foto a fianco.
Una bella sala da pranzo: tavolo apparecchiato con tovaglia linde e stoviglie raffinate; pareti ricoperte con carta da parati di ottima scelta; mobilio ben tenuto, con piatti d'epoca e vassoio che fa tanto amarcord dei bei tempi andati; una dispensa, per ora semivuota, con prodotti alimentari di marca e alta qualità; perfino un quadro naturalistico, che ricalca quelli di stile orientaleggiante tanto in voga anni fa. Stupendo, vero? E' la camera che tutti vorremmo. E dove si trova, questo gioiellino? Ad Afragola, città a nord di Napoli. In un centro commerciale? In un negozio di arredamenti? No, niente affatto. SI TROVA IN UNA CHIESA. Sì, questa moderna sala occupa una cappella laterale di una chiesa nel pieno centro storico. Vi starete domandando: perché? Per un'iniziativa della Caritas, mi ha detto il parroco: nel tempo di Quaresima, e fino a dopo la Pasqua, tale arredamento starà a simboleggiare la stanza dei poveri che nulla hanno da mangiare, e che soffrono in questo periodo rispetto alla felicità altrui.
Premesso che L'INIZIATIVA E' ENCOMIABILE e che certamente è originale, mi sorge solo una domanda: era proprio il caso, con tanto spazio a disposizione, trasformare una cappella in un ritrovo che starebbe meglio da Scavolini più che nella casa del Signore?

sabato 12 aprile 2014

Afragola sconosciuta: la croce templare in San Marco in Sylvis


Chiesa di San Marco in Sylvis, in una foto d'epoca (pubblicata dalla sign.a Raffela De Martino)


Da tempo desideravo affrontare una questione storiografica interessante, e carica di potenziali revisionismi della storia della nostra città: la presenza, all'interno della chiesa di San Marco in Sylvis, di una croce in pietra, scolpita secondo il modello delle croci dei cavalieri templari.
Le fonti sul tempio dedicato all'Evangelista non citano tale manufatto: non Luigi M. Iazzetta, parroco della chiesa e autore nel 1897 del primo compendio di notizie storiche raccolte in modo sistematico sul tempio; non Giuseppe Castaldi, nelle sue Memorie, primo testo storico su Afragola; né i vari volumi di Gaetano Capasso, piuttosto generici; né le monografie dell'architetto Catello Passinetti per l' A.R.C.A. realizzate negli anni Novanta del secolo scorso. Oggi cercherò di vagliare in maniera scientifica le due ipotesi possibili sulla presenza della croce, evitando accuratamente il sensazionalismo alla Dan Brown: qui si parla di fatti tangibili, non di cerchi nel grano o cavalieri misteriosi che vagano nella nebbia.


Prima ipotesi: la croce è originaria dell'edificio

Questa ipotesi porta a due domande principali: perché non è mai stata citata nelle varie fonti? E perché tale manufatto, che si ricollega al simbolismo dei cavalieri del Tempio di Gerusalemme, o almeno all'ambiente crociato, è presente in chiesa?
Dobbiamo innanzitutto partire dal criterio metodologico della molteplice attestazione: se un evento, un oggetto è citato da molti, anche se con le inevitabili discrepanze dovute alla soggettività degli individui, dobbiamo concludere che quel fatto e quell'oggetto siano davvero esistiti. Non si tratta di parole vuote o aria fritta: se ci pensiamo, è lo stesso criterio con cui avvengono i processi.
Sull'assenza del reperto nelle fonti locali, dobbiamo ammettere che solo recentemente le opere storiografiche si sono dotate di una certa metodicità nell'analizzare il patrimonio artistico della città, e come dimostra l'esistenza stessa di questa rubrica, essa non ha ancora argomentato circa numerosi aspetti della vita cittadina. Spesso ci si limita a una frettolosa citazione, senza analizzare aspetti che meriterebbero più attenzione. Applicando quindi alle fonti locali il criterio predetto, dobbiamo constatare che esse sono tutte concordi: sì, nel non dire nulla! Quindi il manufatto è stato introdotto successivamente nel tempio? Analizziamo i fatti.

La croce in San Marco in Sylvis

Nello specifico di San Marco, bisogna rilevare che tutti gli storici sono sempre partiti nella loro analisi dal poemetto attribuito a Domenico de Stelleopardis, domenicano vissuto nel XIV e che nel 1390 avrebbe scritto un'opera in cui raccontava della fondazione della chiesa. Secondo tale operetta, l'edificio sarebbe stato edificato per ordine del re Guglielmo e su richiesta degli abitanti del luogo, e sarebbe stato in una notte trasportato dagli angeli dal suo sito primitivo allo spiazzo in una foresta, per coprire i corpi di alcuni martiri della città di Nola, sepolti da secoli in quella boscaglia (da qui il dicatum latinizzante della chiesa, che si presume aggiunto in secoli recenti) . La data del miracoloso trasporto sarebbe quella del 10 aprile 1179, e sarebbe stata segnata dalle croci marmoree fatte apporre dal vescovo di Napoli Sergio III, avvisato solo successivamente del miracolo. Il presunto testo dello Stelleopardis, perduto in tempi antichi, sarebbe stato ristampato almeno tre volte, l'ultima delle quali nel 1682 a opera di un tale “Bocrene”, che aggiunse una sua prefazione in cui, senza citare nessuna fonte se non la tradizione, parla del 1140 come data di fondazione di Afragola da parte del re Ruggiero. Sulla credibilità o meno di questo poemetto e di questa prefazione si sono scritti fiumi di inchiostro; in questa sede, ci limitiamo a dire che, per varie ragioni di metrica e di storiografia, il poema è apocrifo, anche se reca certamente l'eco di tradizioni orali più antiche, e che di conseguenza le date del 1179 e del 1140 perdono di ogni significato.

Eliminato l'incerto, basiamoci sui fatti. La chiesa, come tutti sanno, è a navata unica è ha un impianto rettangolare; presenta poche cappelle con un apparato pittorico notevole, che è databile con certezza almeno al 1521, come è firmato in calce a uno di essi; il campanile è di stile angioino, simile a molti altri presenti in a Nola, Avellino, San Valentino Torio (presso Sarno). Sono proprio il campanile, di epoca angioina (dal 1266 in poi) insieme a un atto privato citato dal Castaldi nelle sue Memorie del 1258, in cui si cita la località di San Marco, a darci le date più antiche riguardo al territorio. E' quindi ovvio che all'inizio del XII secolo la chiesa, o almeno una cappella, esistesse già, e la citazione dei corpi santi del nolano fa supporre che i primi abitanti dell'area fossero proprio di Nola. 
L'affresco del 31 agosto 1521, datato ai piedi delle figure,
il più antico della città
Ora, dedichiamoci alla croce. Essa è di pietra e poggia sopra una mensola anch'essa di pietra, la quale presenta una frattura sul lato sinistro. E' ospitata nella cappella Alfieri, la seconda a destra per chi entra dal portale principale.
Per trovare una conferma allo stile della croce, mi sono rivolto via mail a Barbara Frale, storica medievista, una delle massime esperte al mondo riguardo la storia dei cavalieri del Tempio. Inviandole l'immagine della croce e chiedendole delucidazioni, mi ha risposto: “La forma della croce è compatibile con altre sicuramente dei Templari ritrovate nelle loro commende”, pur aggiungendo “ Le croci dei crociati erano fatte tutte più o meno così, e allora per stare sicuri bisogna che il sito dove è stata trovata sia legato all'ordine”.

Il manufatto è di stile templare, crociato almeno. Ma che legami possono esserci fra San Marco e l'Ordine fatto sciogliere da Filippo IV dopo un processo farsa nel 1314? Non abbiamo dati certi, ma possiamo analizzare quelle che si chiamano “prove circostanziali”.
Il poemetto dello Stelleopardis reca l'eco di un'antica tradizione, e cioè che San Marco copra le tombe di antichi martiri di Nola. Ora, la sede dei Templari più vicina a Napoli, e quindi ad Afragola, era a Cicciano. A soli 3 km da Nola. Coincidenza? Certo, dobbiamo ammetterlo.
I Templari erano soliti erigere cappelle per i bisogni spirituali dei confratelli, arrivando spesso a modificare l'articolazione delle parrocchie del luogo. Con la loro soppressione, molte cappelle divennero poi parrocchie. Scrive lo storico francese Alain Demurger in “Vita e morte dell'Ordine dei Templari”: “La regola costruttiva delle chiese era quella a pianta rettangolare molto semplice”. Come è difatti San Marco in Sylvis.
Soppresso che fu l'Ordine, le proprietà templari, con le cappelle, furono passate ad altri ordini, come per esempio gli Ospitalieri, quasi concorrenti dei cavalieri; ciò spiegherebbe, seppure in maniera labile, come mai le fonti affermino che la nomina del rettore di San Marco era diritto delle monache del monastero dei SS. Marcellino e Desiderio a Napoli. Diritto di cui non si sa l'origine.
Si possono ovviamente avanzare dubbi su ciascuna di queste circostanze, e definirle tutte coincidenze; fatto sta che, se la croce è definita templare o almeno di stile crociato, tali circostanze danno da pensare a una storia diversa da quella finora scritta su San Marco.

La croce ripresa da vicino
Seconda ipotesi: la croce non è di San Marco

Anche questa ipotesi io porta a due domande: come mai è stata portata lì, se non è originaria del tempio afragolese? E come mai nessuno ne ha dato notizia?
La stessa Frale, rispondendo alla mia domanda, chiede: “E stata prelevata da un altro sito?”
Allo stato attuale della ricerca, non è possibile rispondere. Nel mentre le fonti storiche non citano la croce, le testimonianze orali affermano che essa c'è sempre stata. Il parroco don Peppino Delle Cave, da me consultato, afferma che essa èì stata sempre presente in chiesa, e dopo i lavori di restauro per il terremoto del 1980, fu da lui apposta nella cappella.

Chiudendo questo contributo, possiamo avere un dato certo: nella seconda cappella di destra della chiesa di San Marco in Sylvis, è presente una croce di tipo templare, o almeno simile a quel modello. Possiamo fare ipotesi diverse sulla sua presenza lì, e di certo torneremo a occuparcene, convinti che se gli uomini di cultura ne hanno ignorato l'esistenza, altri invece abbiano informazioni preziose. Tutto seguendo ovviamente criteri storiografici: non c'è bisogno di disturbare “Mistero” e Daniele Bossari. Almeno per ora.

La croce di pietra, vista da un'altra prospettiva

N.B.: le foto pubblicate sono di mia proprietà eccetto la prima, di cui ho riportato la fonte

venerdì 11 aprile 2014

Incontri pseudo lavorativi del terzo tipo

Sono sempre stato pessimista di natura.
Ritengo che aspettarsi sempre il peggio da ogni situazione in alcuni casi sia la politica migliore: se la situazione è modificabile, ogni nota positiva sarà ben accetta e spingerà a un prudente ottimismo; se invece gli eventi non dipendono dalla nostra volontà, tale stato d'animo ci aiuta a prepararci ai risvolti negativi.
Sul piano lavorativo, devo constatare che sono in buona e numerosa compagnia: quando milioni di persone sono senza lavoro e altri milioni temono per la stabilità del proprio, non è necessario essere un profeta di sventura per seminare il panico e la preoccupazione. Del resto, in Italia la disoccupazione è sempre stata endemica, cosa paradossale per una Repubblica fondata sul lavoro. il detto "si stava meglio quando si stava peggio"è l'emblema di questa crisi: stavamo meglio prima quando eravamo precari,perché adesso manco più quelli siamo. E' questo non è qualunquismo pentastellato o un sordido clichè boldriniano: è la realtà.

Il lavoro, dunque. Proprio oggi, andando a un incontro informativo a Casoria, ho avuto conferma di come il mondo si divida in chi cerca lavoro e in chi cerca di fottere chi cerca lavoro.
L'informativa era stata organizzata da una grande azienda del settore del benessere, che è quotata in Borsa e ha numerosi sedi in molti Paesi. Si presuppone quindi che, seppur non ti diano un lavoro immediatamente, ci si ritrovi a parlare con personale qualificato. Ma poi ricordi di essere a Napoli, e vedi come anche le multinazionali si adattano ai costumi locali. Nello specifico, all'arte di arrangiarsi; sì, arrangiarsi a trovare degli oratori men che ignoranti, e pure incoerenti.
Entro nella hall dell'hotel che ci ospita, e subito inizia a parlare un giovane che ci spiega che il "multi-level marketing" e la vendita porta a porta non sono assolutamente la stessa cosa, pur avendo identica procedura. Dopo il terzo "A me mi hanno insegnato..." decido sul grado di deficienza della multinazionale, ma attendo ancora. Ci dice che bisogna acquistare i prodotti dell'azienda - "Perché se non sei convinto prima tu che i prodotti funzionano, come fai a venderli?"- e poi, dopo esserci fatti un certo giro, reclutare altre persone che accettassero di lavorare per la "rete".Poi ecco arrivare una serie di "quelli che ce l'hanno fatta", che erano partiti da zero e ora prendono 500, 800, 1000 o 2000 euro al mese. A me sembrano più una sfilza di casi umani, pronti a finire sul palco di  Amici della De Filippi, in mancanza di quello del fu Maurizio Costanzo Show.Solo che i casi dell'uomo senza collo erano interessanti e suscitavano denuncia. Questi ragazzi, queste casalinghe col sorriso forzato e che ripetono la pappardella, suscitano solo pietà.
Maurizio Costanzo. Sentiamo la mancanza dei suoi casi umani.
Questi ultimi almeno avevano un senso.

Infine arriva lui: l'esperto, il grande imbonitore, il Napoleone del prodotto venduto, mentore di tutti gli scimuniti visti finora. Occhio severo, volto serio, abito dal taglio scuro: trasuda professionalità da tutti i pori. Almeno fino a quando inizia a parlare.  Ecco un piccolo sunto:

Ore 19,15: "Faccio questo lavoro di rappresentanza da 18 anni, non chiamatelo porta a porta, oggi guadagno 1300 euro al mese grazie al multi-level marketing"
Ore 19, 30: "Vi assicuro che guadagnerete molto, lavoro con l'azienda da 22 23 anni, e guadagno 2000 euro senza muovermi di casa"
Ore 19, 40: "Vi consiglio di entrare a far parte della nostra famiglia, come me che lo sono da 25 anni e da 10 anni mi alzo 2000 - 2500 euro al mese netti"


Se l'incontro fosse durato fino alle 20, domani l'avremmo dovuto accompagnare all'Inps a prendere la pensione.... Si conclude l'incontro, e termina anche questa mia nuova avventura nel mondo metropolitano e nella giugla del lavoro precario. Domani è un altro giorno, e un'altra battaglia. Speriamo senza polifosfati aggiunti.

mercoledì 2 aprile 2014

Un'isola

Nisida.
L'isola che, per alcuni, isola non è più, da quando nel secolo scorso fu realizzata la lingua di terra che la collega alla terraferma.
Piccola goccia di basalto nel mare azzurrissimo di Coroglio, amata da molti, ignorata dai più, detestata da nessuno.
Nisida. Nome che evoca sere greche, disseccati spruzzi marini, lontane voci straniere, che qui sbarcate si innamorarono della tua pace. "Piccola isola" è il nome che ti diedero: certo, dopo Itaca, i Greci erano a ben altro abituati; ma credo che nessuno, dopo averti vista, avrebbe accettato di tornarsene alla "petrosa" e lasciare il sole dolce, che bacia i visi.
Bella anche quando piove, come la prima volta che ti vidi, quel lontano marzo 2008, mentre il cielo veniva giù, e tu ti stagliavi massiccia - altro che "piccola" ai miei occhi inesperti - nel mare.
Quante ne hai viste, in 25 secoli! Era meglio non farti dono dell'orrido pontile, era meglio lasciarti da sola là, a poche bracciate da Coroglio, protetta dalla vista dello "sterminator Vesevo" dalla collina di Posillipo.
Nisida.
Isola di Napoli. Isola dei sogni.