venerdì 30 maggio 2014

La chiesa della Scafatella ad Afragola


Cappella rurale di Santa Maria di Costantinopoli, detta Scafatella, ad Afragola
Terra di antica evangelizzazione, la Campania presentava fino a un secolo fa un territorio agricolo punteggiato da numerose cappelle e chiese rurali. Ma di esse rimangono pochi ricordi e ancor più pochi esempi. Lo sviluppo demografico postbellico ha portato a un'esplosione edilizia che ha avuto spesso effetti deleteri, modificando o facendo sparire del tutto le campagne.
Ad Afragola l'unica cappella rimasta è quella col titolo di “Santa Maria la Nova”, chiamata anche col dicatum “Scafatella”.

Origine e titolo

Si tratta dell'unico edificio sacro non ancora incorporato dal tessuto urbano, costruita per dare un punto di riferimento ai numerosi contadini che un tempo lavoravano nelle campagne orientali. Della sua origine e del suo committente non sappiamo nulla, ed è dai registri della Visite degli arcivescovi di Napoli presso la parrocchia di Santa Maria d'Ajello ( di cui la cappella è una rettoria) che troviamo le prime, scarne notizie sul tempio, spesso ridotte a semplici annotazioni.
Non è un caso raro, questo: nei secoli soprattutto medievali, la fondazione di un tempio permetteva una polarizzazione attorno ad esso della popolazione sparsa fra i pagi. In tal modo si poteva attuare un controllo capillare sugli abitanti del contado, e ciò si rivelava un'ottima occasione di elevazione sociale per le famiglie fondiarie prive di ascendenza aristocratica. La chiesa garantiva la cura d'anime che altrimenti sarebbe stata impossibile in aree così lontane dalle città, e garantiva il popolamento (o il ripopolamento) di zone disabitate, per il vantaggio del signore che si garantiva in tal modo manodopera per i suoi terreni.
Il campanile a due fornici della cappella
I nuovi templi erano dotati dai committenti, che potevano essere signori o complateari (cioè fedeli di una zona), ed erano da questi affidati a un sacerdote di loro scelta. Costui era indipendente dal clero diocesano, pur non potendo amministrare tutti i sacramenti, diritto che spettava al vescovo nella cui diocesi la chiesa ricadeva. La prosperità di queste chiese dipendeva dalla dotazione iniziale e dalle offerte dei figliani, spesso insufficienti per sostenere il clero. Si ricorreva dunque alla cessione di benefici individuali, consistenti nel diritto di percepire in perpetuo i frutti di un patrimonio ecclesiastico, in cambio dell'adempimento di obblighi di culto sacro,come la celebrazione di un certo numero di messe di suffragio. Tali benefici erano stipulati per garantire al clero rurale il proprio mantenimento,ed erano soggetti al divieto di cumulo con altri benefici. Essi erano solitamente erogati dalle signorie fondatrici, in modo da non perdere il controllo della chiesa, e a partire dal XVI si trasformarono progressivamente in giuspatronati laicali.
Con il passaggio dall'Alto al Basso Medioevo, e la rinascita delle città e dei casali, le chiese e cappelle rurali persero il loro ruolo di polo accentratore delle masse, e vennero abbandonate, insieme ai villaggi con cui erano sorte, e gli eventuali benefici ad esse annesse erano decaduti o trasferiti ad altri templi. Non tutte, ovviamente, seguirono tale destino: alcune sopravvissero, come la Scafatella, divenendo luogo di culto per i contadini nei periodi estivi, quando i lavori nei campi diventavano più duri, e diventavano punti di riferimento per nuove suddivisioni territoriali basate sulle masserie, una nuova struttura aziendale di tipo agricolo, sviluppatesi soprattutto nel Meridione italiano. Spesso, tuttavia, ciò portava alla perdita delle antiche funzioni ecclesiali, essendo adoperate perlopiù come magazzini per le derrate alimentari o stalle per il bestiame. Dal XVI secolo, in alcune fonti vengono indicate anche le figure degli eremiti, custodi di questi templi vetusti.
La cappella afragolese deve aver subito lo stesso percorso ( non abbiamo fonti per dare certezze) e deve essere sorta con ogni probabilità intorno al XIII secolo, essendo che, pur ricadendo nel distretto parrocchiale di San Marco, istituito nel 1356, appartiene da sempre a Santa Maria d'Ajello. Alcune evidenze, tuttavia, portano a considerare l'attuale costruzione come databile al più al XVI secolo.

Citata come Santa Maria la Nova nelle succitate Sante Visite (come in quella del cardinale Giacomo Cantelmo nel 1698), è conosciuta anche col titolo di "Madonna di Costantinopoli", che apparteneva anche a un'altra chiese afragolese, di cui restano solo le mura (vedi QUI) Non ci sono fonti a supporto, ma ritengo che il titolo sia passato alla cappella in seguito alla distruzione della chiesa del Salice. Il curioso termine “scafatella” (che significa sia “vaso” sia “piccola barca priva di vela”) si pensa derivi dal fatto che per raggiungere la zona dove sorge, in occasione di allagamenti, si dovesse far uso di piccole imbarcazioni, delle “scafatelle” appunto, appellativo poi passato a indicare la chiesa stessa (altri avanzano l'ipotesi che si possa riferire ai vasi di terracotta ritrovati in zona).
Per raggiungere la chiesa si deve percorrere tutta via Arena, o la strada provinciale Capomazzo, in modo da trovarsi all'incrocio fra il sentiero che porta all'edificio e l'ingresso al parco commerciale "Le Porte di Napoli".

Descrizione

La sua posizione marginale, al confine con la città di Acerra, ha avuto la duplice funzione di isolarla sia dal resto del circuito ecclesiastico presente nella nostra città, sia di preservarla da restauri non necessari.
La cappella presenta una facciata piatta e adornata solo da due grandi nicchie, con pochi lacerti di affreschi, che un tempo dovevano rappresentare San Pietro e San Paolo. Al loro interno, sono visibili monofore murate, che tradiscono l'origine medievale del tempio (un'altra è presente sul lato sinistro). Sopra l'ingresso, in un'edicola, è presenta l'immagine della Madonna che salva la città di Costantinopoli da uno spaventoso incendio. Caratteristica principale della chiesa è il campanile a vela a due fornici, privo di campane, che rappresenta un unicum nel panorama degli edifici sacri afragolesi. La facciata presenta inoltre tre epigrafi marmoree: una del 1961, che testimonia la donazione di 100000 lire fatta da Criseide Gargiulo a favore della chiesetta; le altre due della famiglia dei custodi, Pietro Russo nel 1925 e il nipote Pietro catalano, morto nel 2009 nella cappella. 
Sant'Isidoro Agricoltore
Appena entrati nell'unica navata, terminante con un abside semicircolare, alle pareti troviamo affreschi rovinati risalenti alla metà del Settecento, opera del pittore afragolese Giovanni Cimmino: a destra “
Sant'Isidoro Agricoltore, santo spagnolo dell'anno Mille protettore degli agricoltori, rappresentato come un vecchio contornato dagli angeli, e a sinistra la “Vergine di Foggia, episodio che ritrae l'apparizione miracolosa della Madonna a Foggia sopra un albero, con accanto una pentola di olio e ai piedi un nobile e un contadino. Entrambe le opere sono rovinate dalla forte umidità del luogo, ma sono ancora recuperabili. Dietro l'altare, troviamo una copia dell'affresco originale del XVI secolo della Madonna con Bambino, il cui ritrovamento è un vero e proprio caso. Infatti, negli anni Sessanta esisteva un affresco con diverso soggetto risalente al Settecento, che però fu rubato e mai più ritrovato; andando a rompere la parete durante alcuni lavori in un pomeriggio domenicale, come mi fu riferito da Michele Tuccillo, con una "sciammarella" (piccola picozza), fu ritrovato questo più antico, ora conservato in Santa Maria d'Ajello e portato in processione durante la festa dell'Ascensione. Una porticina sulla destra ci porta alla sagrestia e quindi al locale superiore, che scopriamo essere una vera e propria camera.
La Vergine di Foggia
Difatti, fino al secolo scorso, la cappella fu custodita da un eremita, che qui risiedeva e curava l'edificio. Da secoli
la famiglia Russo, ora Catalano, custodisce e tiene in buone condizioni sia l'edifico quanto lo slargo antistante.

Affacciandosi dalla piccola finestra della stanza, si gode di un panorama unico: in un solo sguardo, l'occhio spazia dalla mole azzurra del Vesuvio, alle fronde degli alberi della campagna, al campanile di Santa Maria d'Ajello, che nei lunghi pomeriggi estivi di solitudine, doveva ricordare al custode la sua missione in quelle terre dove, dopo il tramonto, non c'era nessuno.
Un luogo legato al passato agricolo della nostra città, a una vita dure e trascorsa in gran parte tra le fatiche della terra, ma in cui c'era un'attenzione non indifferente per il sacro. Mezzo millennio dopo l'intuizione dell'anonimo committente, la Scafatella si presenta degradata in un contesto degradato, ma ancora resiste, nonostante indifferenza e restauri malcondotti, dimostrando una volta di più come l'arte può sopravvivere non solo agli autori, ma anche ai suoi cultori.



Icona della prima metà del Cinquecento della Madonna con Bambino, ritrovata nella Scafatella





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