lunedì 12 maggio 2014

Quei campi ardenti nel cuore della Campania - I parte

Con l'aggettivo phlegraios, ardente, i Greci solevano designare gran parte della Campania, dal monte Massico ai monti Lattari, e in genere ogni terra che come questa pareva ardere continuamente dal sottosuolo. In epoca medievale, l'espressione “Campi flegrei” passò a designare quel territorio inquieto e stupendo compreso tra Posillipo e Cuma.
Qui, tra gli effluvi delle viscere della Terra e i fruscii misteriosi dei boschi sulle colline formate da antiche caldere, gli antichi collocarono il teatro di innumerevoli miti: qui Caronte accoglieva le anime dei defunti e le trasbordava nell'aldilà; qui Ulisse ed Enea incontrarono le ombre dei loro morti: qui la Sibilla Cumana dava i suoi criptici responsi per mezzo di foglie disperse al vento: Ma qui ci fu anche la sede degli otia romani, della prima “dolce vita” campana, qui ci fu la tappa estrema del Grand Tour settecentesco dei nobili del Nor Europa, che lasciavano per ultime non le vestigia della gloriosa Roma ma quelle della regione “ove i vulcani, la storia, la poesia hanno lasciato più tracce” (Madame de Stael).
E come dare torto alla grande romantica, quando ti ritrovi davanti a un monumento imponente come la Casina vanvitelliana sul lago Fusaro?
La Casina nel dipinto di Hackert (1783)
Realizzata sul finire degli anni Settanta del Settecento, questa casina di caccia ottagonale costituiva un ottimo rifugio per Ferdinando IV Borbone che la fece realizzare. Il sovrano, che successivamente avrebbe fatto replicare un po' ovunque il modello della casina del Fusaro (vedi http://vetusetnovus.blogspot.it/2014/04/le-casine-reali-di-acerra.html), amava non solo la caccia ma anche la privacy, che qui giunse all'estremo di costruire il rifugio su un'isoletta del lago. Nel dipinto di Philipp Hackert del 1783 ne possiamo avere un'idea: la Casina, sospesa tra aria e acqua e raggiungibile solo per mezzo di barche, sembra l'accesso a un altro mondo, distante migliaia di miglia da quel mondo, rappresentato dai cacciatori, che pure le è fisicamente così vicino.
Oggi invece, un anonimo ponte, in parte anche rovinato, collega la Casina al parco antistante e confinante con case private. L'edificio è costantemente chiuso, e si spera da anni in un'apertura illimitata durante l'anno, anche a pagamento, per avere la sensazione di estraniamento che il "Re Nasone" doveva provare quando se ne veniva qui.
La Casina oggi

Allontanandomi dal lago Fusaro e immettendomi in un traffico impazzito, non posso fare a meno di pensare a come dovesse presentarsi la zona 100 e piu anni fa, quando il verde disordinato eppure così pulito della macchia mediterranea la faceva da padrone, in luogo di queste catapecchie scolorite che pretendono di essere villini turistici all'ultimo grido...d'orrore! Mentre evito automobilisti che non danno al precedenza in una rotatoria – forse quando si comprarono la patente non gli spiegarono che quelle strutture circolari non servono a fare giro giro tondo ma a circolare – e pedoni che si lanciano in mezzo alla strada proprio un attimo prima che passo – se sperano in una “lettera”, li deluderei: non ne scrivo da quando stavo in prima media – arrivo a quel miserabile specchio d'acqua, quello stagno lurido e puzzolente che è il lago Lucrino, un tempo ampia insenatura della costa e porto romano, oggi pozzanghera un po' troppo cresciuta e soffocata da ristoranti. Non mi fermo, ho di meglio da vedere: allungo per un viale a basoli e mi immetto nella provinciale “Canneto” che mi porta alla mia seconda vera tappa: il lago d'Averno.
Ospitato in un cratere vulcanico esploso circa 4000 anni fa, circondato da boschi fittissimi, cupo e tenebroso per le sue acquee plumbee, fu per i classici luogo di leggende e di imprese ultraterrene.
Il lago d'Averno e le sue acque
Nei suoi pressi, Enea tentò la discesa negli Inferi; le sue acque esalavano acri vapori di zolfo che uccidevano gli uccelli in volo sopra di esso (da qui il nome: Avernoi, senza uccelli); dalle grotte poste un tempo ai suoi margini, fuoriuscivano nottetempo i Cimmeri, uomini che rifuggivano la luce del Sole e vivevano sottoterra.
Benché i tempi della modernità abbiano intaccato anche l'Averno, pure non è possibile incamminarsi lungo la sua riva senza sentire, anche se in minima parte, l'eco di quegli episodi lontani. Mentre cammino lungo il viale basolato e poi inghiaiato, penso alle generazioni d'uomini che hanno compiuto quella mia stessa passeggiata, e che hanno visto un panorama sempre diverso e sempre identico durante i millenni. Vedo avvicinarsi una mole enorme mentre mi avvio lungo la sponda orientale del lago: un grandioso edificio che un tempo era a due piani: E' il cosiddetto Tempio di Apollo, in realtà una grande aula termale, databile intorno al II secolo d. C., cioè nel periodo d'oro del popolamento romano dell'area flegrea.
Lungolago
Costruito in mattoncini ricoperti poi di malta, presenta ampi finestroni che un tempo dovevano permettere ai termali di affacciarsi sul lago e ricevere luce: Dell'aula è rimasta solo una sezione semicircolare, occupata da vegetazione foltissima all'interno.   Mi avvicino: la rete che circonda l'edificio è contorta, e dall'esterno vedo bottiglie vuote di birra e altro materiale...umano. Evidentemente, se qualcuno voleva proteggere quello che resta di questo palazzo, si è illuso. A tre metri dal torrione principale, c'è la riva del lago: anche in questo caso, posso solo immaginare cosa dovevano vedere i miei coetanei di duemila anni fa, e le urla gioiose, le grida, i discorsi, i pettegolezzi di gente morta e dimenticata da millenni....
Mentre indugio nel prato davanti alla costruzione, noto dei sassi colorati: non sono semplici pietre, hanno una consistenza diversa. Mi viene subito in mente di quando, l'anno scorso, visitando gli scavi di Suessula (Acerra), un archeologo mi disse che i Romani usavano ricoprire di frammenti di marmo, provenienti dall'Egitto, i pavimenti dei luoghi pubblici: basiliche, templi...terme!
Osservo queste pietre bianche, rosse e blu, e vedo che anche la parete dell'edificio ne presenta simili pezzi incastonati tra i mattoncini. Sorrido: è come se quegli antichi villeggiatori senza volto mi mandassero un messaggio attraverso una singolare “macchina del tempo”, l'aula termale. 
Meglio di Michael Crichton!

Ambiente interno dell'aula termale (II sec. dopo Cristo)

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