mercoledì 25 giugno 2014

Gaetano Capasso: fu vera gloria?

Don Gaetano Capasso
E' surreale, davvero, che con tutto quello che accade nel mondo, uno riceva mail o messaggi Facebook con cui si invita gentilmente e reiteratamente il sottoscritto a dedicare le proprie forze “al più grande storico di Afragola”. Che non sarebbe Giuseppe Castaldi, il primo a scrivere organicamente qualcosa su questa città nel 1830; né Luigi Catalano, il secondo in ordine di tempo, negli anni Trenta; né gli autori di questi anni. No: secondo il mio interlocutore il più grande storico sarebbe don Gaetano Capasso (1927 – 1998), il quale benché fosse nato, vissuto e morto a Cardito, ha scritto ben 4 libri su Afragola.
Tuttavia, decidendomi di tracciarne il profilo come cultore di cose storiche ( non biografico, tanto le notizie sulla sua vita si possono trovare in Rete), ho chiesto un incontro a un mio conoscente, professore per anni nelle scuole medie della città, e buon conoscitore di un po' tutta l'elitè culturale che regna sovrana da anni. Non vuole essere citato, ma vuole che trascriva tutte le sue parole, ragion per cui mi porto il registratore (che altro non è se non il mio cellulare, ndr).

Mi accoglie nella sua casa di via Po con la solita simpatia, anche se non risparmia una tiratina d'orecchi cattedratica -“C'era un errore di grammatica nel tuo ultimo articolo”- e un vero e proprio rimbrotto sulla vicenda del giornale online -“Testone, ti avevo detto di farti pagare i tuoi articoli”.
Parliamo per una mezz'ora di cose nostre e di vecchie conoscenze, e quindi passo al motivo della mia visita.

  • Parliamo di don Gaetano Capasso, sacerdote carditese ma che si considerava figlio di Afragola. Che uomo era, innanzitutto?
  • Bisogna distinguere fra il Capasso sacerdote e il Capasso uomo. Il primo era di una religiosità che non ho tema di dire fosse intensa e a tratti quasi mistica: amava Cristo, come ogni buon sacerdote della vecchia scuola, e si irritava quando qualcuno mancava di rispetto alla “forma” e all'aspetto da tenere in chiesa. L'uomo, invece, aveva un caratterino direi pepato: molto geloso dei suoi libri, che non donava e raramente prestava, e col vizio di considerarsi unico custode delle informazioni storiche di Afragola. Sia ben chiara una cosa: ognuno di noi, nel suo profondo, crede di essere meglio degli altri. Ma quando intraprendi una carriera pubblicistica, delle critiche te le devi aspettare, e non si può replicare con attacchi di bassa lega.

  • Cosa intende con “attacchi di bassa lega”?
  • Facciamo prima il punto della situazione. Don Gaetano inaugura i suoi libri sulla nostra città nel 1956 con “Afragola, dieci secoli di storia comunale”, riprendendoli vent'anni dopo con “Afragola. Origine vicende e sviluppo di un casale napoletano”, del 1974. Il primo desta interesse. Ciò non significa che fosse corretta e completa: ci sono alcuni errori nelle date, e soprattutto la vita civile della città durante la guerra viene del tutto ignorata. Il Casone Spena, diventato tanto famoso dopo che tu l'hai riscoperto e ci hai scritto un articolo, non viene minimamente preso in considerazione dal Capasso. Ma pazienza: allora non si era cosi vogliosi di storia, e il nostro del resto lavorava solo su quella già nota. Io stesso, che anni dopo ebbi in mano quel libro, lo apprezzai, ignorandone i limiti. Diversa la faccenda per il secondo libro. Il quale ha rivelato tutti i limiti storiografici del buon sacerdote, che tutto fu, meno che uno storico.
  • E' un' affermazione pesante, prof.
  • Lo so bene, ma non meno vera. Prendiamo la leggenda della mitica fondazione di Afragola da parte di Ruggero I, nel 1140, e il nome stesso della città, che come taluni sciocchi credono ancora, significherebbe “senza fragole”. Questa doppia idiozia è ripetuta in base a ciò che scrive Giuseppe Castaldi nel 1830. Capasso crede di fare colpo quando, parlando del dipinto del Moriani nella sala principale del Palazzo di città, che rappresenta dei soldati che omaggiano di fragole il re Ruggero, afferma che questa è la prova che il territorio di Afragola desse fragole già mille anni fa. Ma l'opera è del 1886, e richiamava la leggenda, e non può quindi essere una fonte storiografica. Vi aggiunge poi...un attimo (prende il volume e ne sfoglia le pagine)...ecco, afferma poi, in seguito a questa sua “scoperta” : “Dobbiamo riconoscere che Castaldi, discutibile storico, era poco e male informato”. Ora, uno storico prende fonti coeve al periodo di cui sta trattando, per asserire teorie, cosa che non fa il nostro buon prete, il quale però accusa Castaldi di essere un mediocre. Piuttosto singolare, non trovi?
  • In quel libro, don Gaetano quando parla dei feudi presenti ad Afragola, afferma però con obbiettività che anche la Chiesa ne possedeva, e che sulle loro terre i coloni vivevano precariamente.
  • Ma Capasso tentava di darsi un'immagine di uomo indipendente, criticando la Chiesa che aveva terreni, e dimenticandosi che i fitti ecclesiastici erano meno pretenziosi, nella larga parte dei casi, di quelli signorili, e che era del tutto naturale la condizione dei coloni nel Medioevo, ma queste del resto son cose che tu potresti insegnare a me. Se fosse stato uno storico vero, simili errori se li sarebbe risparmiati, mentre invece, essendo solo un raccoglitore di notizie che trovava su altri libri, senza verificarli e senza quasi visitare gli archivi, vi è caduto in pieno. Una cosa di lui che non ho mai tollerato era la sua assoluta mancanza di umiltà, che lo portava a compiere quegli attacchi di cui dicevo prima.
  • Eccoci al punto. Cosa l'ha fatta arrabbiare?
  • Nel secondo volume, Capasso scrive di Angelo Giacco, un mio collega, che diede alle stampe nel 1938 un volumetto sul convento francescano. Aveva quindi preceduto il nostro sacerdote nel trattare di cose storiche, ed ecco che scatta la macchina del fango. Giacco è definito: “ un modesto insegnante del luogo, il quale aveva la pia curiosità di scrivere ogni tanto di cose che non conosceva, se non per sentito dire, d'altra parte mai era stato uomo di studio o storico, dava a stampa nel 1938 un lavoretto scadente, non ancora esaurito, e che allora era in vendita al prezzo non piccolo di 4,80 lire”. Ecco tutta la malignità venire fuori: definire il proprio concorrente un ignorante, che scriveva a caso, senza sapere cosa scrivesse; e sottolineare che le copie del lavoretto erano rimaste invendute tradisce che il vero motivo di questo attacco fu una mera questione di successi editoriali.
  • Secondo lei, Capasso scrisse questo solo per motivi di vendita?
  • Scrisse questo e altro su altre persone, perché era fondamentalmente geloso e voleva essere riconosciuto come unico vate storico della città, principalmente dall'elitè cittadina. Ecco perchè definisce Castaldi male informato e Giacco un ignorante: avevano avuto la colpa di precederlo.
  • Giacco replicò?
  • Non potè. Era già morto quando Capasso scrisse questo.
  • Morto?!
  • E' proprio l'espressione che fanno tutti quando glielo dico. Da quando lessi questa cosa, non ho più visto di buon occhio il sacerdote carditese: dei morti si parla solo bene, o non se ne parla affatto. E in quanto prete, la mancanza di tatto di Capasso è doppiamente negativa.
  • Anche noi però non stiamo tratteggiando un buon quadro di don Gaetano, del resto.
  • Ma Giacco non ha avuto la gloria mondana del nostro, gli elogi e la glorificazione imperiale quasi da vivo che ebbe il nostro carditese. Mentre il lavoro del primo è ignorato, anche perché ormai datato, quelli del secondo sono ancora citati in calce a tutte le note che parlano di questa città, anche se pochissimi hanno davvero letto le sue opere, persino fra gli addetti ai lavori. Gli fu dedicato anche una monografia di un'importante rivista di studi locali, e ce ne fosse stato uno che abbia riconosciuto gli errori e le inesattezze di Capasso.
  • Ma allora perché ha ancora tanto credito presso chi fa cultura in questa città?
  • Leggendo il suo volume del 1974, noterai come lui citi personaggi a quell'epoca sulla cresta dell'onda: consiglieri comunali, sindaci di allora o che lo sono stati poco dopo, uomini della cosiddetta cultura in quel momento pieni di promesse e voglia di fare. Noterai di certo come tutte queste brave persone, nonostante siano passati 40 anni, sono ancora attive nella politica, nella magistratura, nelle manifestazioni culturali, e gira e rigira te li ritrovi sempre tra i piedi. Capasso soleva infarcire capitoli e capitoli con operette dei suoi conoscenti, spacciandoli per poeti o uomini di alto valore, e per costoro è diventato quindi un punto d'onore difenderne la memoria.
  • Ma non si offende certo la memoria di don Gaetano dicendo che ha compiuto inesattezze nei suoi testi.
  • Ragazzo, cosa vuoi che importi loro delle inesattezze del nostro? Sono solo interessati alla propria immagine: se diciamo che non vale la pena leggere quei libri, nessuno leggerà i loro nomi, e allora come faranno a rivendicare un diritto di “primazia” sulla cultura cittadina?
  • Insisto: già oggi quasi nessuno legge Capasso, quindi a che pro?
  • Non significa nulla. A questi professori interessa solo essere consultati da ricercatori che ne hanno trovato il nome su quei testi e metterli sotto il loro mantello protettivo, si fa per dire ovvio, in modo da stroncare sul nascere ogni ipotesi di concorrenza. C'è n'è uno in particolare che, appena vede qualcuno muoversi indipendentemente da sé e dai suoi, subito si agita e cerca di convincere l'estraneo a essere inglobato (e qui mi guarda in modo significativo: abbiamo capito entrambi di chi si parla, ma il tacere è bello). Correggere don Gaetano, significa sminuire anche le pagine in cui si è parlato di loro. Tu sorridi, ma ti assicuro, per esserci stato con loro, che alcuni ragionano proprio in tale maniera.
    Eccetto poche pagine davvero ammirevoli, non abbia scritto nulla che valga adesso.
  • Prof, lei sa che questa intervista, se letta dagli “addetti ai lavori”, darà scalpore? Diranno certo che non possiamo permetterci di attaccare un totem come don Gaetano.
  • Lasciali parlare. Ormai mi avvio verso la vecchiaia e ho imparato che uno dei vizi principali degli abitanti di questa città è quello di credersi detentori delle secrete cose. Ognuno pensa di avere la verità in tasca, quando non sa perfettamente niente, e se qualcosa non gli va bene, grida alla macchina del fango o sminuisce...proprio come faceva il nostro Capasso, pace all'anima sua! Vedi piuttosto di non fare errori di grammatica, e avvisami quando lo pubblichi.


lunedì 23 giugno 2014

La chiesa di Sant'Antonio Abate


Spesso mi capita di fare un giro per il centro storico, che proprio nell'ultimo anno è stato rimesso “ a nuovo”, per sapere a che punto sia la notte dei monumenti afragolesi. Passeggiando per via Antonio Guerra, che ricorda un sindaco di fine Ottocento, mi sono fermato davanti alla cappella di Sant'Antonio Abate, attigua al palazzo Caputo, una volta appartenente allo stesso Guerra, come ne testimonia un'epigrafe di marmo.
E' una chiesetta che passa spesso inosservata, dal momento che il prospetto si presenta incassato fra due edifici. Una volta era parrocchia, ma lo rimase per appena un cinquantennio, per poi essere soppressa in seguito al riordino del 1976. Mi è sempre piaciuto entrarvi, benché l'unica apertura settimanale (il sabato pomeriggio) mi ha reso impossibile farlo negli ultimi tempi. La particolarità di questa chiesa è quella di essere stata una delle poche cappelle ancora esistenti che erano presenti già nell'antico nucleo urbano cittadino.
Prospetto
La facciata presenta una cancellata che racchiude il portale ligneo d'ingresso, sormontato da un finestrone, a sua volta dominato dal campanile a doppia fornace. L'interno è tutto compreso in un'unica navata, lunga circa 8 metri, larga 5 e alta 6. A destra dell'ingresso, troviamo la piccola scala a chiocciola che conduce alla balconata e al finestrone. A sinistra, invece, a metà della navata, una piccola edicola che ospita una statua del Sacro Cuore di buona fattura. La volta della sala è dominata da un dipinto piuttosto rovinato raffigurante il Santo titolare, e termina con un arco di trionfo che immette nel piccolo presbiterio. L'altare di marmo è illuminato da un finestrone per illuminazione interna che si apre sulla volta del presbiterio, mentre nella teca alle spalle del tabernacolo troviamo una statua di Sant'Antonio Abate di buona fattura, ma bisognosa di ripulitura. A destra del presbiterio c'è la sagrestia.

Non conosciamo la committenza del tempio, ma dalla Visita del 1542 (alla quale risalgono le più antiche notizie sugli edifici ecclesiastici afragolesi) risulta cappellano Mizio Fortino o Russo, che aveva preso il posto di Tommaso Paribelli. Tale Fortino era contemporaneamente cappellano anche di San Giovanni Battista e di San Nicola di Bari (oggi scomparsa), entrambe site nello slargo dell'Arco, oggi Piazza Municipio. Dalle fonti apprendiamo che aveva il titolo anche di Santa Maria Annunziata dei Saponi, la famiglia che ne aveva il patronato. Il reddito per il rettore derivava da 2 moggi di terra site nella selva di Afragola.
Affresco della volta (1931)
In antichità aveva due altari, uno dedicato al Santo titolare, l'altro a Sant'Antonio da Padova; verso il 1840 appare del tutto abbandonata a se stessa e , riferisce Giuseppe D'Arcora (Descrizione della Chiese della città di Napoli) “ aveva la porta tutta quanta scassinata”. Nuove informazioni potrebbero trovarsi negli archivi della chiesa del Santissimo Rosario, che per il momento, a causa del cambio del parroco, non mi è stato possibile consultare.
Parrocchia dal 1926 al 1976, fu retta da don Domenico Giacco, il sacerdote pittore, già viceparroco a Santa Maria d'Ajello, che ne fu cappellano dalla soppressione fino alla morte, il 9 febbraio 1985. E' attualmente rettoria della parrocchia del SS. Rosario, curata dai coniugi Sibilio e da altri volontari, per mantenere vivo il culto del santo eremita.






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domenica 15 giugno 2014

Tornerà il sereno...

Capo Miseno (sullo sfondo) e Nisida dal Parco Virgiliano

Le epigrafi marmoree di Afragola.

Ho spesso rilevato come la nostra città presenti un potenziale circuito turistico di notevole grandezza, rispetto ai Comuni vicini, che spazia dal sito preistorico nelle Cinquevie (vedi QUI e per aggiornamenti QUA) al Casone Spena, il campo di concentramento tedesco (vedi anche QUI), usato per poche settimane nel 1943.
Un elemento importante che è spesso ignorato dalla pubblicistica locale è la numerosa presenza di lapidi commemorative, apposte in anni o secoli addietro e poi dimenticate. Esse sono la testimonianza di un affetto, di un moto di stima che privati cittadini o un'amministrazione passata ebbero verso afragolesi degni di nota, tanto da dover essere ricordati anche dai posteri.
Partendo dalla casa comunale, la prima che vediamo è quella dedicata all'antico sindaco e consigliere Antonio Guerra, nell'omonima via. Annerita dall'incuria, in poche righe scolpisce il ritratto del notaio Guerra, sindaco nel 1889.
Epigrafe ad Antonio Guerra
Nonostante l'estrazione elitaria (del resto comune a tutti i primi cittadini del Regno d'Italia) nel suo breve mandato cercò di dare un minimo di ammodernamento al casale, prima della morte del 1891. Guerra è, a quel che ne so, l'unico sindaco ad avere un marmo dedicatorio, oltre alla strada. Col passaggio dall'Otto al Novecento, scompaiono le figure risorgimentali e si è in cerca di nuovi “eroi”, evidentemente non più presenti in politica. Ciò non significa che spesso essi siano trattati meglio.
Prendiamo quella fuori la casa del poeta latinista Gennaro Aspreno Rocco, posta nell'omonima via nel quartiere San Giorgio: dominata dal bassorilievo del viso del sacerdote, ne ricorda la vita triste conclusasi in quella casa (in verità in pessime condizioni) e la gloria poetica, che lo portò ad essere premiato ex aequo con Giovanni Pascoli nel 1907 ad Amsterdam in poesia latina. Allorché nel gennaio del 1922 Aspreno Rocco morì, l'allora sindaco Ferdinando Errichiello dispose l'elevazione di un'epigrafe il 25 febbraio successivo, per ravvivarne il ricordo futuro. Chissà quanti studenti di questa città, studiando la tematica del “fanciullino” pascoliano, sanno che un loro antico concittadino stava per finire nei libri di letteratura al posto dell'autore romagnolo.
Ricordo del latinista Rocco
Dall'altra parte di via Enrico De Nicola, all'angolo con via Maiello, c'è il ricordo marmoreo per Francesco Tuccillo, uomo di grandi virtù umane e forensi, il quale ebbe come amico Enrico De Nicola, eletto per la prima volta nel 1919 nel collegio di Afragola, scelta si rivelò felice per il futuro primo Presidente della Repubblica. Nel 1926 l'Amministrazione retta dall'ultimo sindaco liberale, Gennaro Ciaramella ,finanziò la costruzione del marmo.

La guerra mondiale, la perdita dei vecchi valori e la trasformazione urbana e culturale della città fanno abbandonare questo tipo di commemorazione, nata in un tempo in cui larga parte della popolazione viveva nell'ignoranza e non aveva peraltro strumenti per informarsi sui suoi antenati. Due eventi luttuosi diedero il via alla ripresa della tradizione marmorea. Nel 1983 fu ucciso dalla malavita Crescenzo Casillo, sindaco della città ma afragolese, socialista vicino alle posizioni più genuine del riscatto sociale degli operai. L'assassinio destò impressione all'epoca, e ancora oggi lascia basiti per l'impressionante numero di colpi di cui fu fatto oggetto Casillo, segno di un odio che andava ben al di là di divergenze politiche. L'anno seguente, il Partito socialista appose alle mura della casa privata del defunto in via San Marco una lapide per ricordarne il valore e per non dimenticare il suo sacrificio.
Epigrafe a Crescenzo Casillo
L'altro omicidio fu contro il maresciallo Gerardo D'Arminio, ucciso durante una “regolamento di conti” interno alla criminalità locale, nel 1985. Oggi la sua lapide passa inosservata ed è ignorata dai cittadini: solo in occasione delle celebrazioni delle Forze Armate, viene ravvivato il suo ricordo.

sabato 14 giugno 2014

Quei campi ardenti nel cuore della Campania - parte II

Lasciato il lago d'Averno e il suo carico di misteri che si perdono nel passato, mi avvio per il faro di Capo Miseno. Il tragitto è lungo, ma perlomeno oggi non c'è traffico ( è un giorno feriale, niente vacanzieri). Percorrendo il litorale, è come se mi tuffassi nei secoli che furono: ecco Bacoli, ecco Baia e il suo castello aragonese – un giorno lo visiterò – eccomi a Monte di Procida. Qui venni un'unica volta prima d'oggi: fu una sera dell'estate 2007, con due amici conosciuti nel mio anno di pausa “forzata” dagli studi, Fabio ed Egizia, di recale l'uno, e di Pozzuoli l'altra. Mangiammo una pizza in un bel localino, e nonostante fosse luglio, venne a piovere a dirotto. Ricordo che ci divertimmo, e ci riproponemmo di replicare all'inizio della mia avventura universitaria, l'anno seguente. Così però non fu, e perdemmo progressivamente i rapporti. E ora? Dove saranno loro? Che strade della vita hanno percorso, e dove li hanno condotti? Mentre cerco di raccapezzarmi per la via del faro (come al solito non si cono indicazioni stradali) penso a loro e agli anni che sono passati, e a quella cena così divertente. Non credo che li rivedrò più.
Faro di Capo Miseno visto dalla scalinata
Finalmente giungo alla mia destinazione, Miseno. Anche qui la geografia si confonde con il mito. Miseno, timoniere di Enea, morto in seguito ad avversi fati, fu qui sepolto dall'eroe virgiliano, e tale fu il suo tumulo da creare un promontorio, Capo Miseno appunto, che fune da spartiacque fra i golfi di Pozzuoli e Gaeta. Mi fermo poco qui: il faro non è ovviamente accessibile, e inoltrandomi per una scala tra la vegetazione, i troppi anni di vita sedentaria iniziano a farsi sentire, e quasi subito inizio la discesa. Non prima però di aver fatto una foto alle isole Ischia e Procida, che sembrano vicinissime viste da qui. Torno indietro per l'unica strada che collega al faro e che attraversa una galleria stretta e sporca, e rivedo i ruderi romani già visti all'andata, ma non sono in grado di verificare a quali vestigia corrispondano. Metto la foto, qualcuno più esperto saprà riconoscerli.
Resti romani da me non identificati
Mi fermo a mangiare in un ristorante, che sembra una specie di bazar versione italica. Mangio fritture che sanno di plastica e una pizza che si salva solo per l'aglio, mentre nella sala semideserta la cassiera vaga annoiata e fuori alcuni vecchi prendono il sole delle 14. Io, che odio il caldo oltre i 30 gradi e sopratutto detesto mettermi in movimento a pancia piena nelle ore più calde del giorno, mastico lentamente, solo per far passare il tempo, e mi informo sulla mia prossima e ultima meta: la Solfatara di Pozzuoli.

Come al solito, non ci sono indicazioni: mentre i cartelli invitano allettanti a proseguire verso l'anfiteatro romano, nessuno indica il sito del vulcano. Vado alla cieca, e a un certo punto invece della vista, uso l'olfatto. Infatti nell'aria si spande l'odore di uova marce, tipico della mia meta, e così arrivo a destinazione a colpo sicuro! Venni qui la prima volta con un amico, Marco, nel maggio 2008, in un giro similare per i Campi Flegrei. Allora ricordo che pagammo 5,50 euro; oggi il costo del biglietto d'ingresso è di 8: la crisi tocca anche le emissioni sulfuree del vulcano...
Ingresso della Solfatara
Entrando, sembra tutto normale: c'è un boschetto attraversato da un sentiero, turisti che camminano pigramente, e solo le alte pareti del bacino, corrispondenti alle “sponde” della caldera, ricordano di stare in un vulcano. Camminando per il sentiero, si nota a un certo punto il terreno farsi biancastro, e i fusti scomparire come tagliati di netto. Intanto, un rombo lontano mi arriva alle orecchie, ma non posso ancora identificarlo. Spunto all'improvviso in una specie di radura bianca come il calcare: vedo palizzate che contornano una circonferenza interna, un cartello giallo che mi segnala le temperature del luogo, e lassù sulla cresta dei palazzi. Sono arrivato al centro della Solfatara!

Ora capisco come potessero trovarvi l'accesso agli Inferi, gli antichi. Strabone, nel V libro della sua Geografia, affermava che qui Efesto, il divino fabbro dell'Olimpo, aveva la sua officina (nell'etna invece era la sua residenza), mentre Petronio, nel suo Satyricon, testimonia: “Vi è un luogo posto nei campi tra Partenope e Dicearchia, bagnato dalle acque del Cocito: il vapore che si sprigiona, si spande con calore mortifero. Non in autunno questa terra verdeggia, non fa crescere l'erba il fertile campo”.
Lago di fango ribollente
In una pozza, vedo quella che sembra acqua che bolle: in realtà è fango, esposto a una temperature di 150 C!. Dal suolo, poi si alzano piccoli sbuffi di vapore da alcune gobbette verdastre: sono le fumarole, piccoli getti di vapor acqueo emanati dai vulcanetti di zolfo, che danno la tipica colorazione al terreno. Come notai l'altra volta, le fumarole non spuntano ovunque, ma solo da queste piccole formazioni, il resto del suolo è “calmo”...anche se non si sa quanto si possa essere tranquilli sapendo di essere sospesi sopra la bocca di questo canale di fuoco e gas. Non fosse per la temperature elevata delle 4 del pomeriggio, di certo innalzata anche da questi forni naturali, crederei di essere in Islanda, la terra dei geyser. Intanto, individuo la fonte del rombo che mi arrivava alle orecchie fin dal boschetto: laggù, oltre la palizzata, si innalza una colonna di fumo che quasi subito si disperde nell'aria, talmente potente da rimbombare ovunque. E' la cosiddetta Bocca Grande, il maggior sfintere del posto.
Vero la Bocca Grande...

Le pietre rosse, gialle e arancio che circondano l'apertura sono dovute al realgar, minerale di colore rossastro, proveniente dal sottosuolo. La temperatura è infernale, e il gas che esce di continuo dalla Bocca crea un'atmosfera tipo Silent Hill, e investe me e gli altri turisti senza possibilità di scampo.
E' qui che l'atmosfera infernale raggiunge l'acme, per ambiente e cromaticità: il bianco del suolo argilloso – siliceo, il grigio del fango ribollente, il rosso – giallo delle pareti e delle rocce, il giallo citrino dei cristalli di zolfo...Tutto contribuisce a pensare che il tempo si sia davvero fermato a Petronio, e a quei romani che qui venivano per curarsi i reumatismi presso la fangaia o presso le piccole grotte scavate nella roccia, e adesso coperte dalle stufe dell'Inferno e del Purgatorio.

Bocca Grande. Notare la colorazione delle rocce

Il sole tramonta dietro il contorno frastagliato della caldera della Solfatara. Il tempo a disposizione per questa giornata, e per questo reportage, è terminato. Mentre mi avvio all'uscita e al ritorno al mondo moderno, indulgo ancora qualche minuto a osservare il gas furioso che esce dalla Bocca Grande. Da quasi 4000 anni la Solfatara è attiva, senza interruzioni, fregandosene del succedersi degli inquilini presso le sue sponde, del bradisismo, del ciclo degli anni.
Da 40 secoli la Solfatara ci testimonia come siamo irrilevanti, appena un battito di ciglia, davanti ali tempi della Terra.

Solfatara o Silent Hill?