martedì 22 luglio 2014

Della Storia (immaginaria) di Afragola


Fare il divulgatore storico è un'attività molto emozionate, ma per molti versi anche ingrata.
Per troppi anni, la storia locale è stata un oggetto misterioso nel panorama storiografico, cosicché è diventata un campo di speculazione per tutti, meno che per gli storici di professione. Non partecipo alla melassa onnicomprensiva che va tanto di moda, e mi trovo a ribadire l'ovvio: solo gli storici, cioè coloro dotati di metodologie adeguate a descrivere e spiegare la storia, devono occuparsene. Del resto, se per aggiustare un impianto fognario si chiama un idraulico, se per progettare un edificio a 9 piani si consulta un ingegnere, per quale motivo per scrivere e farsi spiegare la storia, locale o generale, si dovrebbe chiamare altri che uno storico? Eppure, per decenni è accaduto il contrario: e così le vicende dei territori sono finite in mano a ciarlatani, venditori di fumo e trovadori moderni. Quando poi essa è passata nelle mani apparentemente rassicuranti di avvocati, architetti, professori di italiano, i risultati non sono stati meno peggiori. Al margine di dubbio che lasciavano i primi, è subentrata la certezza della boria dei secondi.

Nella città in cui vivo, grosso centro a nord di Napoli, per decenni, la storia locale è stata un insieme di inesattezze, incredibili dimenticanze e colossali sviste: ancora oggi, nel mentre si blatera ancora delle origini di San Marco senza conoscerle, il ben più recente Casone Spena dei nazisti èdiventato una cloaca, e il centro storico cade a pezzi.
Ultimamente, nell'analisi critica dei testi che sto conducendo, mi è capitata tra le mani un'opera di alcuni anni fa. E' intitolata “Della Storia di Afragola” di Luigi Catalano. Sarebbe stata scritta in gran parte negli anni Trenta, e poi rivista 50 anni dopo, per essere poi pubblicata nel 1990.
Benché presenti spunti alternativi alla tradizionale storia, e per tale motivi desti interesse, pure è piena di inesattezze che oggi si fa fatica a credere che si potessero fare, e che anche allora secondo me dovettero apparire surreali.
Analizziamone i punti salienti, e spero che non smetterete la lettura per manifesta incredulità alle prime righe.

La storica chiesa di Santa Maria d'Ajello, ad esempio: la tradizione ci dice che essa sorse nel 1190, ed è lapalissiano che almeno a metà del Duecento la chiesa, pur sotto forma di cappella, esistesse già, costruita ad opera di contadini del luogo e sorta su un terreno di proprietà della Curia arcivescovile di Napoli. Tutto torna, no?
Santa Maria d'Ajello (da ager, lat.:piccolo campo)
No, per Catalano ciò è un errore colossale. Santa Maria, e con essa tutta Afragola, fu fondata nel IX secolo dai monaci cenobiti dell'isola di Megaride a Napoli (dove ora c'è Castel dell'Ovo), fuggiti dalle razzie dei Saraceni verso l'interno. Qui “invocavano santi a protezione ed ecco che ci spieghiamo l'erezione di una chiesa a Santa Maria su un'altura, “S. Maria que appellatur hat salitum de summa platea”, cioè S. Maria al balzo in cima allo spiazzo”. Che prove porta, l'autore, per dire ciò? Semplice: il tempio è raggiungibile salendo 16 gradini di piperno, si trova quindi sopraelevata rispetto alla piazza e questo ci fa concludere che si chiama S. Maria “hat salitum” e non “d'Ajello”.
Piuttosto surreale come prova storica a sostegno di un'argomentazione...
E i monaci? Da dove spuntano fuori? Scrive il nostro: “Non abbiamo prove a documento, ma neppure il duca Gregorio di Napoli nel 907 conosceva quali fossero i possedimenti che il monastero di S, Severino aveva prima di lasciare Megaride”. Conclusione magnifica! Non si hanno prove, epperò si è certi che Afragola si stata fondata nell'880 – 900 ( che precisione!) da monaci in fuga dal litorale.

Riferite alle altre chiese dell'allora casale, si fa menzione del tempio di Santa Maria la Nova al Salice (vedi QUI), già presente nel 1265 quando vi passò vicino Carlo I re di Napoli per incontrarvi il popolo napoletano.
Santa Maria la Nova al Salice
E fin qui tutto bene, ci sono fonti a sostegno. Ma due pagine dopo, la chiesetta viene detta “ non menzionata in precedenti documenti, e insieme ad altre dovette essere costruita dopo il 1576, alla fine della feudalità dei baroni Bozzuto, per una religiosità più ostentata che sentita”. Come è possibile che l'autore dimentichi quello che ha scritto due fogli prima, e faccia risalire la fondazione del tempio a una non meglio precisata data dopo l'ultimo quarto del XVI secolo? E come sa che la religiosità espressa da queste chiese è pura ostentazione?

Non si migliora parlando della feudalità ad Afragola, della quale si conosce il termine ad quem (1576), mentre si ignora allo stato della ricerca attuale come sia iniziata. Per il nostro autore, essa iniziò con il Ducato di Napoli : “Non abbiamo alcun documento in merito alla feudalità, e non conosciamo nemmeno il nome del primo barone di Afragola, che dovette essere un funzionario del Duca di Napoli, il quale diventò vassallo del re con l'avvento dei Normanni”.
Prima non conoscevamo manco il nome del feudatario, ma un rigo dopo sappiamo che fu un funzionario del Duca (preposto a che cosa, poi?) e che cambiò schieramento passando col re.

A proposito della famosa “via Avignone” (ora denominata molto più modestamente via Minzoni), è pacifico che essa abbia avuto tale nome durante o dopo il periodo della cattività avignonese dei Papi (1309 – 1377), ma non si sa quando, precisamente. L'abitudine di denominare vie urbane ed extraurbane era già diffusa, a ma non abbiamo una cronologia esatta della successione delle varie denominazioni stradali. Catalano la pensava diversamente, se scriveva “A nostro parere, già prima della morte della regina Giovanna I (1382, ndr) doveva esistere la strada intitolata via Avignone”. Come fa a dirlo? Lo ignoriamo: non abbiamo le sue fonti, di certo migliori delle nostre, e il dubbio è l'unica cosa che resta a noi poveri profani.
Vi state annoiando? Fermi, non cambiate blog, che sennò vi perdete il meglio. Continua Catalano:
“La strada che oggi si intitola via Principe di Napoli una volta si chiamava S. Leonardo. Siamo convinti che prendesse tale nome al tempo di re Carlo II, il re che tenne le redini dell'asino di Celestino V”.
Il povero Celestino V, non abbastanza citato a sproposito,
viene tirato in ballo anche parlando di Afragola 
Cosa c'entra S. Leonardo con Carlo II? E perché, tra le tante cose per cui quel re è ricordato nella Storia, lo si cita a proposito dell'asino che portava Pietro del Morrone, se non per citare, per l'ennesima volta fuori contesto, quel disgraziato Pontefice? Ammettiamo che dopo aver parlato di una chiesa che sorge su una rupe a mò di castello inespugnabile, la citazione di un Papa che cavalca un asinello accompagnato da un re, fa la sua bella figura. Ma ancora non si spiega cosa abbia a che fare tutto ciò con San Leonardo e con la via a lui dedicata ad Afragola. Perché non affermare, seguendo la stessa logica, che la via sia stata intitolata ai tempi di Carlo Magno?

Altro problema storiografico: la presenza degli ordini mendicanti in città. Essa iniziò subito dopo la fine della feudalità, e fu sostenuta anche dall'allora Università (intesa come ente civile con limitati poteri di autogoverno) per favorire la religiosità popolare. Credete che sia così? Macché! E' ancora una volta il Nostro a svelarci gli altarini: “L'Università chiamò i frati domenicali nel tentativo di liberarsi del rettore della chiesa di S. Giorgio Martire, non gradito esponente di antichi soprusi baronali”. Ecco: si chiamano i domenicani non per la religiosità, ma per fare da spauracchio verso il rettore di una chiesa del casale che non si sapeva cosa avesse fatto, e perché mai dovesse essere identificato con il baronaggio. Sicché, se per ipotesi l'Università avesse sollecitato la fondazione di una nuova parrocchia, si sarebbe potuto concludere che essa veniva creata in odio ai domenicani. Per molto tempo si sono tratte conseguenze simili, e così è stata tratta la storia locale di questa città.

S. Giorgio Martire
Passò alla fine, per non tediarvi e rovinarvi la cena. Nel 1889 arriva ad Afragola come commissario il cav. Giovanni La Monica, che tiene una relazione sullo stato del casale durante il suo mandato. Riporta note storiche, notizie interessanti sulla popolazione, lo stato delle strade, degli edifici, come apportare migliorie, ecc. Insomma, fornisce dati certi.
E come commenta Catalano? “La sua relazione non ci convince”.
Come! Dopo aver blaterato per 200 pagine di chiese su cocuzzoli di collina, di monaci fuggitivi, Papi che cavalcano asini (non spiegando cosa c'entrino con Afragola) e frati “poliziotto”, e tutto basandoti su mere supposizioni e pindariche interpretazioni dei documenti, te ne esci che l'unica relazione con dati oggettivi non ti convince? Eccerto: i dati concreti hanno il brutto vizio di essere per l'appunto, concreti e reali; e su di essi non si possono costruire castelli di sabbia e chiese volanti.


Mi fermo qui. Le ingenuità del Catalano sono evidenti, anche senza conoscere nei dettagli tutte le vicende locali. Ne ho riportate alcune, a mo' di saggio per far capire come è stata trattata la storia locale finora. Voltaire diceva che : “L'opinione è la regina degli uomini”. Gli pseudo storici di questa città l'hanno preso in parola.


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