martedì 12 agosto 2014

Oh capitano! Mio capitano!


Robin Williams (1951 - 2014)
Salutiamo il prof. Keating, Mrs. Doubtfire, dott. Pach Adams

sabato 9 agosto 2014

Storia (semplificata) di Afragola - III parte

Dalla seconda parte

All'indomani dell'annessione al Regno sabaudo del 2 ottobre 1860, Afragola si presentava come un casale agricolo non dissimile da quello descritto nelle sue “Memorie del Comune di Afragola” da Giuseppe Castaldi trent'anni prima. Nel 1830, il cultore di cose storiche afragolese aveva analizzato le diverse produzione del casale: la canapa e il lino per quanto riguarda l'industria tessile, che una relazione comunale del 1889 segnala ancora cosi florida da dare lavoro ad almeno 200 fra lavoratori e giovinette; frumento, granone, legumi, frutta, melloni riguardo i cibi; scarsa la produzione di vino, e quasi del tutto terminata quella del tabacco. Le industrie principali erano quella tessile e, dal Seicento, quella della fabbricazione dei cappelli, per cui Afragola andava famosa in tutto il Regno borbonico. Nel corso della seconda metà dell'Ottocento, le spoliazioni dell'apparato economico dell'ex Regno ebbero eco anche da noi: la suddetta industria dei “cappellari”, che a fine '700 dava lavoro a 720 persone, un secolo dopo, nel 1889, sfamava appena 25 operai maschi a causa del trasferimento dell'industria altrove e all'aumento dei prezzi.

Il Casone Spena
Dal punto di vista viario, se si escludono le aree corrispondenti alle attuali piazze Belvedere, Gianturco, Municipio e Castello, e alle vie che a queste conducevano, il casale presentava sentieri battuti e poco e male selciati, se si esclude dal conto anche l'attuale via Dario Fiore, ben sistemata già a metà del Settecento. Mancavano le fogne e l'illuminazione per vaste aree del paese, non tutto urbanizzato. Il quartiere di San Marco era ridotto all'attuale piazza di S. Marco all'Olmo, e già la chiesa medievale di S. Marco in Sylvis era circondata da campi e da alberi da frutta, ed era tagliata fuori da ogni contatto dopo il tramonto; piazza Belvedere proseguiva per l'attuale Corso Garibaldi, e non aveva le diramazioni verso il quartiere Oberdan, semplicemente perché esso non esisteva; a nord, oltre la chiesa di San Michele, v'erano campi e un solo sentiero fino al centro di Cardito.

Il centro si “spostava”: non era più piazza Municipio o dell'Arco, ma diveniva piazza Belvedere, vicina all'allora santuario di sant'Antonio e a Casoria: la borghesia iniziava a costruirsi i suoi palazzi lungo Viocciola Sant'Antonio, oggi via Roma, e all'inizio del Novecento Afragola si presenta come un casale “bicefalo”: a sud il nuovo e i centri economici, a nord il centro storico, decisionale e i quartieri poveri. I sindaci cercavano di fare quanto possibile per apportare migliorie: i lavori di Vincenzo Maiello, primo sindaco postunitario nel periodo 1864 – 1870, furono azzerati da una fenomenale alluvione che costrinse il suo successore Nicola Setola a chiedere aiuta ai casali di tutta Italia ( nel 1878). L'istruzione pubblica consisteva in due stanze a lato dell'attuale casa comunale, mentre le organizzazioni religiose erano meglio organizzate grazie alla lunga tradizione dell'insegnamento: pensiamo al “Ritiro” per orfane insediatosi nel castello nel 1875.

Uno dei tanti canali, come il Badagnano,
che scorreva per via Alveo Arena
Un casale di 12000 abitanti, la maggior parte dei quali analfabeti, e almeno due terzi dei quali contadini o di modesta condizione: questo era il quadro di Afragola all'inizio del Novecento, e che si mantenne inalterato, se non peggiorato, sotto la prova del fuoco dei cannoni della prima guerra mondiale. Il sindaco Achille Ciaramelli (1912 – 1920) tenne la barra in quei mesi difficili, e si era arrivati al punto tale di povertà che l'annata del 1918 fu una delle più catastrofiche, in quanto la migliore gioventù locale era partita per i teatri di guerra. L'avvento del fascismo, al contrario diq aunto possa far credere la retorica degli ultimi anni, portò vantaggi al casale: paradossalmente, ciò che non era riuscito in tanti anni di democrazia liberale, riuscì sotto la dittatura e il podestarato di Luigi Ciaramella. Si ampliarono le strade, si ottenne un rafforzamento delle corse della tramvia lungo l'asse De Rosa – Sanfelice (due anni fa interessato da lavori di riassetto urbano), si dotarono di fogne le vie del centro storico, si costruì l'edificio scolastico Marconi, e nel 1935 si ottenne dal governo il titolo di città. Si può dire che mentre nessuno esplose d'entusiasmo per il fascismo, tutti ne godettero i benefici.

All'indomani dell' 8 settembre 1943, la città fu occupata dai tedeschi, che organizzarono un campo diprigionia ai limiti dell'attuale via Sannitica, nel Casone Spena. Esso durò un mese: il 3 ottobre dello stesso anno, i tedeschi fuggirono verso Aversa, e gli angloamericani entrarono in città, costruendo un loro campo POW, il n. 209, che ebbe tra le altremigliaia di prigionieri anche Erick Priebke.
Il ritorno della democrazia, con l'avvento del sindaco Giuseppe Iazzetta ( 1946 – 1953) coincise col il boom economico a livello nazionale. Armando Izzo, partigiano bianco e sindaco dal 1953 al 1960, diede la fisionomia di città ad Afragola, con strade, fogne, sbocchi sulle vie principali di comunicazioni, costruzione di due scuole medie e avvio dei lavori per il primo liceo scientifico. A partire dagli anni Sessanta, infine, si assiste all'inizio della fine per l'ondata di sviluppo afragolese. Il rifiuto di gran parte della popolazione di vendere le proprie terre per insediarvi industrie, preferendo la costruzione di palazzi famigliari, e la miopia degli amministratori che si sono succeduti al palazzo di città, ha prodotto un impoverimento generalizzato della popolazione, e la ripresa dell'emigrazione come alla fine degli anni Venti.
Il sisma del 1980, e l'arrivo di migliaia di persone da Napoli, ha fatto il resto: la crescita della criminalità, la costituzione di un rione, le Salicelle ( dal nome storico dell'area in cui fu costruito) mai davvero collegatosi al centro anche per responsabilità dei nuovi venuti, il “sequestro” della carica di sindaco nelle mani di poche famiglie politiche che se la contendevano a rotazione, produsse lo stop a ogni tentativo di riscatto per la città. Mentre a livello politico qualcosa è iniziata a cambiare dopo la fine della Prima repubblica, con l'eliminazione dei vecchi baroni democristiani e l'avvento di nuove personalità (Salzano nel 2001, Nespoli nel 2008), a livello culturale si osserva da ormai decenni alla ripetizione vieta e trita dei soliti schemi e delle solite “storie di Afragola”, scritte da professori per professori e per allungare un curriculum misero, e all'ignavia delle cosiddette elitè culturali, incapaci di fare davvero cultura e nonostante ciò ancora ascoltate al piano nobile della Casa comunale.

Una città spenta, abbandonata a se stessa, che non vuole cambiare, che si pente di non essersi dotata di industrie e che nonostante ciò continua a inseguire il sogno, ormai realizzabile, di farsi “un nuovo quartino”.



venerdì 8 agosto 2014

Storia e storiografia: una risposta


L'articolo sull'opera di Luigi Catalano ha destato molto interesse e anche qualche perplessità. Il primo fa piacere e le seconde sono state spiegate già in chat privata, ma colgo l'occasione per rispondere al caro amico Amedeo Francesco Mosca, il quale sul suo blog ha dato sue considerazioni su come laStoria venga considerata e trasmessa al giorno d'oggi.
Innanzitutto, egli lamenta che “in Italia per tanto, troppo, tempo la storia è stata vista come semplice lista cronologica degli accadimenti, tramandata non si sa da chi senza citazione delle fonti (come se la sua verificazione non avesse rilevanza), studiata allo stesso modo in cui si studia la letteratura, alla stregua dei miti e delle leggende”. E su questo punto siamo d'accordo: l'insegnamento della Storia in questo Paese non solo è pessimo, ma fa spegnere ogni volontà a un giovane di intraprendere tale studio. Se si può sorvolare sul fatto che essa viene studiata fin dalle scuole primarie, prima come compendio di fatti e poi, man mano che si sale la gerarchia degli studi, in maniera sempre più analitica, non si può transigere sull'oggettiva impreparazione degli studenti universitari che di storia (vista nelle sue tradizionali partizioni: classica, medievale, moderna, contemporanea) alla fine dei loro corsi, ne sanno più o meno come prima di iniziarli, senza aver acquisito metodologie di lavoro alle fonti adeguate.
Il laureato in Storia, sia triennale sia con l'aggiunta dei due anni della cosiddetta “specialistica”, esce dall'Università non conoscendo nulla di metodi storiografici, di critica delle fonti, di accesso agli archivi che caragrazia se avrà visto una o due volte in 5 anni, e si trova per di più proiettato in una società che non solo ignora, ma a tratti anche odia la Storia, perché ricorda a essa i suoi vizi e le sue mancanze rispetto al passato. Tale studioso sarà abbandonato a se stesso, e faticherà ovviamente a inserirsi nel mondo dell'insegnamento, sia perché non saprà accostarsi alle fonti, sia perché l'accesso a questo mondo avviene a un' etàassurdamente elevata.
Nonostante ciò, sento di dover difendere il mio punto di vista in quell'articolo, in cui scrivevo che solo agli storici deve essere dato il compito di scrivere e spiegare la Storia. E questo non per un'accezione corporativista delle competenze, come sembra affermare il mio concittadino, ma per un semplice principio: in un mondo dove gli storici conoscono davvero gli strumenti di critica delle fonti, solo essi sono deputati a trasmetterla. Immaginiamo che a uno storico venga in mente di discettare di principi giuridici e dare sentenze non essendo né un giurista né un giudice: lo si richiamerebbe giustamente all'ordine, invitandolo a lasciare il campo a chi ha le conoscenze adatte in quel campo e soprattutto una lunga pratica all'interpretazione delle norme giuridiche. Ciò sarebbe accettato da tutti: dallo storico, dagli esperti giuridici, dai comuni cittadini.
Erodoto, la storiografia dei 2
livelli: "Ho udito", "Ho visto"
Dunque mi chiedo: perchè non può avvenire il contrario? Perchè tutti possono pretendere (non uso il verbo a caso, si badi) di scrivere di Storia, magari non conoscendone nulla, mentre i divulgatori e gli storici non possono (e giustamente!) fare altrettanto? Significa avere la volontà di chiudere il mondo delle competenze professionali in compartimenti stagni, dire ciò? No, a mio parere: se la Storia, soprattutto quella locale, e sopratutto quella delle realtà a sud di Roma, ha avuto danni enormi, ciò è accaduto perché chiunque la mattina poteva mettersi a scrivere sciocchezze e vederle pubblicare senza che si alzasse una voce critica, dal momento che non esistevano o venivano zittite.

Scrive Mosca, e in ciò concordo: “(Ci sono) due modalità di approccio agli studi storici diametralmente opposte: nel primo caso la storia è vista come una fiaba, cioè un qualcosa che va letto, imparato a memoria e ripetuto a mo’ di pappagallo (come era stato insegnato a scuola), mentre nel secondo si adopera la metodologia che caratterizza lo scienziato sociale, del «finché non vedo non credo». In mezzo tra i due metodi (sempre che si possa considerare tale il primo) si colloca quello dello studioso di filosofia, per il quale il racconto non va solo letto e imparato, ma anche «spiegato» (tanto per rimanere nel gergo della scuola elementare). Probabilmente per il filosofo la storia non è una fiaba ma una favola, e come tale ha anche una morale. Dunque va letta con spirito critico, eviscerata e interpretata. Come se cioè l’indagine astratta attraverso la ragione, peraltro limitata a un testo, potesse sostituirsi agli strumenti di cognizione fattuale”.

E' proprio questo il punto: per troppo tempo scrivere di storia è stata una “prerogativa” di persone che ne sapevano ben poco, e solo negli ultimi anni abbiamo assistito al fenomeno inverso. Troppi “filosofi” hanno discettato partendo da una frase, un marmo, una pietra, senza avere né il metodo scientifico storiografico, né quello deduttivo di Sherlock Holmes, epperò pretendendo che le loro insulsaggini passassero per storia ufficiale e tacciando di ignoranza chiunque le avversasse. Proprio perché nessun storico in passato era davvero uno storico, proprio perchè non si sono difesi gli “interessi di bottega” e si è permesso a chiunque di parlare a vanvera, la Storia è stata considerata come la cenerentola delle materie umanistiche, godendo della luce riflessa delle altre (come riconosce Mosca) invece di brillare di una propria. E purtroppo, parafrasando Arthur Bloch, se un milione di pseudostorici dice una falsità storica, essa non cessa di essere una falsità storica.

domenica 3 agosto 2014

L'antica chiesa di Casolla


Per concludere il ciclo dei primi 6 mesi di vita di questo blog, oggi tratterò di un antico edificio che sorge nelle campagne di Caivano, precisamente nella frazione (una volta entità demica a parte) di Casolla Valenzana. Tale edificio, piccolo e vetusto, è ormai diruto da parecchi secoli, quindi per una volta le mancate sensibilità culturali odierne possono scendere dal banco degli imputati.

Innanzitutto, identifichiamola (qui una mappa del 1957 che identifica il posto). Chi si trovi sull'A1 direzione Caserta, noterà alla sua sinistra l'estendersi dei campi, e poco dopo l'uscita per Caivano, potrà vedere una piccola costruzione in muratura, sormontata da una cupola bianca, simile a una casa colonica di tipo greco. Ecco il nostro tempio: Santa Maria di Casolla. Per arrivarci, bisogna percorrere la strada che congiunge Caivano a Casolla (via Fratelli Rosselli) o il ponte omonimo provenendo dallo svincolo esterno di Afragola. Da qui, entrare nel centro di Casolla, costituito dall'incrocio di appena 8 vie, e percorrere un sentiero che costeggia l'A1.
Non ci sono che scarse annotazioni riguardo questo tempio. Il territorio è sempre stato abitato fin dall'antichità. Già i Romani tennero qui un avamposto, essendo vicino alla città di Atella e al ramo del Clanio che separava in due l'antica Liburia. La caduta di ogni apparato amministrativo e difensivo provocò il conseguente abbandono dell'area, giunta a ripopolarsi gradualmente nel Medioevo. 
Nei secoli di abbandono, la natura aveva ripreso il sopravvento e antropizzare nuovamente questa zona non fu facile, anche perché il Clanio esondava continuamente. Secondo la teoria etimologica al momento più “gettonata”, il toponimo “Casolla Valenzana” deriverebbe dalla storpiatura di “casa in valle non sana”, essendo che le acque del fiume straripavano e stagnavano, rendendo insalubre la vita.
Lato est della chiesa
Era dunque un vicum, cioè un insieme di casupole sparse su un preesistente insediamento, ed era soggetto alla baronia del Barone di Casolla, il cui palazzo ancora oggi domina la piccola frazione – anche se ora sembra sia stato trasformato in una struttura ricettiva – di fronte alla seicentesca chiesa del paese.
Tornando alla vecchia, essa è circondata da paratie di plastica, evidentemente per proteggerla dai lavori agricoli, e non presenta né indicazioni storiche, nè altro tipo di barriere.                           Si presenta con una forma di parallelepipedo rettangolo, circondata per tre lati da una pesante muratura di pietre grezze cementate con malta, mentre il quarto lato, quello a sud e corrispondente all'antica entrata, è crollata lasciando un'apertura esattamente circolare. Entrando dal lato orientale per un'apertura secondaria, accedo a un ambiente a pianta poligonale. Non posso chiamarla navata essendo che è più una stanza che un ambiente esteso., e in effetti penso che sia il presbitero di un edificio ben più vasto. Le pareti interne presentano una copertura liscia di malta, e noto che su quella ovest c'è la presenza di un blocco roccioso, poroso e ricco di “filamenti”. La riconosco: è la pietra di pantano, o meglio una pietra simile al travertino romano, formata da carbonato di calcio depositato dallo scorrere delle acque sorgive, e che ingloba al suo interno foglie, fusti di piante, sassolini, e prende la caratteristica forma porosa. 
Pietra di Pantano
Il luogo più vicino in cui si può trovare tale pietra è al Riullo, il fiume posto agli estremi limiti di Acerra, benchè tutta la città osca ne sia ricca. Già questo è un indizio che desta interesse: in linea d'aria, il Riullo è distante poco più di 10 km da questa zona, e non ci si dimentichi la presenza dello stesso Clanio, anche se è più raro trovare tale formazioni sulle sue sponde. L'immagine di antichi villici che costruiscono un tempio con pietre prese da siti lontani non è da scartare; e, del resto, non essendosi nessuno occupato di questa chiesa finora, è l'unica ipotesi sul campo.
Sulle pareti ovest ed est ci sono due monofore ciascuna per dare luce all'interno. E' assente l'altare e ogni traccia di ornamento religioso, probabilmente tutto portato alla nuova chiesa seicentesca. L'unico lacerto di affresco rosso è presente sul fondo della cupoletta, in cui mi pare di intravvedere le iniziale di Cristo. La piccola estensione dello spazio mi conferma che questa è solo parte dell'antico tempio, crollato evidentemente secoli prima l'erezione di quella ora presente di fronte al palazzo baronale.

Già, ma a quanto risale questa chiesa? Le fonti non ci danno chiarezza in merito. Essendo che la statua della Vergine presente nella nuova sede presenta la data del 869 dietro il basamento, si è supposto che Casolla, e quindi la sua antica curata, fossero sorte almeno nel VII secolo. D'altronde, le modalità di costruzione, e la caratteristica cupola, porterebbero a pensare che la fabbrica non sia stata eretta oltre l'XI secolo. Qualcosa di più preciso, come accade sempre, ce lo dicono le carte fondiarie: nel 1324 il presbitero Giovanni Mollica è citato in relazione alla “ecclesiis S. Marie de Casolla Vallinzani”, e quindi almeno agli inizi del XIV secolo essa già esisteva, e rientrava nella schiera di cappelle di patronato di cui il Piano Campano abbondava. La possibilità, emersa in studi passati, che il titolo completo della chiesa fosse “Santa Maria della Spelonca”, non ha trovato dimostrazione ed è risultata originata da un errore di lettura delle carte.
La cupola
Per ora, purtroppo, è tutto, almeno allo stato attuale della ricerca. Spesso si è tentati di aspettare tempi migliori per riferire del patrimonio artistico intorno a noi; ma quando si realizza che tali tempi non arriveranno mai, la divulgazione si impone, pur con certi limiti (leggasi quanto ho scritto nell'articolo precedente di luglio a proposito della croce templare ad Afragola). Con questo contributo, spero almeno di rendere nota questa chiesetta a tutti coloro che distrattamente l'avranno vista, e anche a molti caivanesi che, con mia sorpresa, neppure la conoscevano.

sabato 2 agosto 2014

Un vecchio...

Da quando, nella Napoli greca, si insediarono gli oriundi di Alessandria d'Egitto, quella piccola area fra Via Mezzocannone e via Palladino è sempre stata una piccola perla egizia nel cuore dell'Occidente. Furono questi emigrati a erigere la statua al loro dio Nilo, un vecchio barbuto disteso sulla roccia, con ai piedi un coccodrillo e reggente con il braccio destro una cornucopia di frutta, simbolo dell'abbondanza, e circondato da fanciulli, simbolo di fecondità.
Senza testa nel Medioevo, tanto che un cronista del XIII dice che rappresentava una donna con i figli, forse persino scomparsa, nel 1476 ricompare, a detta di quell'esploratore di curiosità napoletane che fu Bartolommeo Capasso, dopo la distruzione di un vecchio monastero. Nel Cinquecento gli ridiedero una testa, e nel 1734 fu abbellita degli edili del Sedile di Porto, e i napoletani, succeduti agli alessandrini nella cura della statua, la chiamarono scherzosamente il "Corpo di Napoli".
Da 600 anni, questo imbronciato vecchio osserva tutto dal suo basamento, inamovibile e tranquillo, mentre attorno a lui Napoli cambia lingua, modi, usanze, perfino popolazione.

Il Corpo di Napoli, o statua del Nilo giacente, 2014