venerdì 8 agosto 2014

Storia e storiografia: una risposta


L'articolo sull'opera di Luigi Catalano ha destato molto interesse e anche qualche perplessità. Il primo fa piacere e le seconde sono state spiegate già in chat privata, ma colgo l'occasione per rispondere al caro amico Amedeo Francesco Mosca, il quale sul suo blog ha dato sue considerazioni su come laStoria venga considerata e trasmessa al giorno d'oggi.
Innanzitutto, egli lamenta che “in Italia per tanto, troppo, tempo la storia è stata vista come semplice lista cronologica degli accadimenti, tramandata non si sa da chi senza citazione delle fonti (come se la sua verificazione non avesse rilevanza), studiata allo stesso modo in cui si studia la letteratura, alla stregua dei miti e delle leggende”. E su questo punto siamo d'accordo: l'insegnamento della Storia in questo Paese non solo è pessimo, ma fa spegnere ogni volontà a un giovane di intraprendere tale studio. Se si può sorvolare sul fatto che essa viene studiata fin dalle scuole primarie, prima come compendio di fatti e poi, man mano che si sale la gerarchia degli studi, in maniera sempre più analitica, non si può transigere sull'oggettiva impreparazione degli studenti universitari che di storia (vista nelle sue tradizionali partizioni: classica, medievale, moderna, contemporanea) alla fine dei loro corsi, ne sanno più o meno come prima di iniziarli, senza aver acquisito metodologie di lavoro alle fonti adeguate.
Il laureato in Storia, sia triennale sia con l'aggiunta dei due anni della cosiddetta “specialistica”, esce dall'Università non conoscendo nulla di metodi storiografici, di critica delle fonti, di accesso agli archivi che caragrazia se avrà visto una o due volte in 5 anni, e si trova per di più proiettato in una società che non solo ignora, ma a tratti anche odia la Storia, perché ricorda a essa i suoi vizi e le sue mancanze rispetto al passato. Tale studioso sarà abbandonato a se stesso, e faticherà ovviamente a inserirsi nel mondo dell'insegnamento, sia perché non saprà accostarsi alle fonti, sia perché l'accesso a questo mondo avviene a un' etàassurdamente elevata.
Nonostante ciò, sento di dover difendere il mio punto di vista in quell'articolo, in cui scrivevo che solo agli storici deve essere dato il compito di scrivere e spiegare la Storia. E questo non per un'accezione corporativista delle competenze, come sembra affermare il mio concittadino, ma per un semplice principio: in un mondo dove gli storici conoscono davvero gli strumenti di critica delle fonti, solo essi sono deputati a trasmetterla. Immaginiamo che a uno storico venga in mente di discettare di principi giuridici e dare sentenze non essendo né un giurista né un giudice: lo si richiamerebbe giustamente all'ordine, invitandolo a lasciare il campo a chi ha le conoscenze adatte in quel campo e soprattutto una lunga pratica all'interpretazione delle norme giuridiche. Ciò sarebbe accettato da tutti: dallo storico, dagli esperti giuridici, dai comuni cittadini.
Erodoto, la storiografia dei 2
livelli: "Ho udito", "Ho visto"
Dunque mi chiedo: perchè non può avvenire il contrario? Perchè tutti possono pretendere (non uso il verbo a caso, si badi) di scrivere di Storia, magari non conoscendone nulla, mentre i divulgatori e gli storici non possono (e giustamente!) fare altrettanto? Significa avere la volontà di chiudere il mondo delle competenze professionali in compartimenti stagni, dire ciò? No, a mio parere: se la Storia, soprattutto quella locale, e sopratutto quella delle realtà a sud di Roma, ha avuto danni enormi, ciò è accaduto perché chiunque la mattina poteva mettersi a scrivere sciocchezze e vederle pubblicare senza che si alzasse una voce critica, dal momento che non esistevano o venivano zittite.

Scrive Mosca, e in ciò concordo: “(Ci sono) due modalità di approccio agli studi storici diametralmente opposte: nel primo caso la storia è vista come una fiaba, cioè un qualcosa che va letto, imparato a memoria e ripetuto a mo’ di pappagallo (come era stato insegnato a scuola), mentre nel secondo si adopera la metodologia che caratterizza lo scienziato sociale, del «finché non vedo non credo». In mezzo tra i due metodi (sempre che si possa considerare tale il primo) si colloca quello dello studioso di filosofia, per il quale il racconto non va solo letto e imparato, ma anche «spiegato» (tanto per rimanere nel gergo della scuola elementare). Probabilmente per il filosofo la storia non è una fiaba ma una favola, e come tale ha anche una morale. Dunque va letta con spirito critico, eviscerata e interpretata. Come se cioè l’indagine astratta attraverso la ragione, peraltro limitata a un testo, potesse sostituirsi agli strumenti di cognizione fattuale”.

E' proprio questo il punto: per troppo tempo scrivere di storia è stata una “prerogativa” di persone che ne sapevano ben poco, e solo negli ultimi anni abbiamo assistito al fenomeno inverso. Troppi “filosofi” hanno discettato partendo da una frase, un marmo, una pietra, senza avere né il metodo scientifico storiografico, né quello deduttivo di Sherlock Holmes, epperò pretendendo che le loro insulsaggini passassero per storia ufficiale e tacciando di ignoranza chiunque le avversasse. Proprio perché nessun storico in passato era davvero uno storico, proprio perchè non si sono difesi gli “interessi di bottega” e si è permesso a chiunque di parlare a vanvera, la Storia è stata considerata come la cenerentola delle materie umanistiche, godendo della luce riflessa delle altre (come riconosce Mosca) invece di brillare di una propria. E purtroppo, parafrasando Arthur Bloch, se un milione di pseudostorici dice una falsità storica, essa non cessa di essere una falsità storica.

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