martedì 30 settembre 2014

Il Santuario di Santa Maria della Foce a Sarno

      
Santuario della Madonna della Foce, prospetto e campanile

Balzata alle cronache nazionali a causa di fatti di cronaca nera una quindicina di anni fa, la cittadina di Sarno merita qualcosa di più della fama di centro per piste di go kart.
Posta al centro di un triangolo ideale fra Napoli, Salerno (della cui provincia fa parte) e Avellino, è circondata a nord est dal monte Saro, visibile da molti punti del piano campano, e attraversata dal fiume Sarno da cui prende il nome, corso d'acqua importantissimo e inquinatissimo nonostante la modesta lunghezza (24 km).
Visitai la cittadina per la prima volta nel 2008, con un ottimo treno della Circumvesuviana (funzionava ancora meravigliosamente) e ci sono ritornato ultimamente, entrambe le volte per visitare il Parco delle Foci del Sarno, che entrambe le volte ho trovato chiuso. Non me ne sono dispiaciuto più di tanto, perché questo mi ha dato l'occasione di visitare uno dei templi religiosi più importanti della Campania, che da solo vale la visita: il santuario della Madonna della Foce.

Fortilizi di Sarno
La cittadina di Sarno è dominata dal monte che presenta ancora torri e fortificazioni quasi intatte. Quanta Storia e quante storie sono passate fra quelle mura! Morfologicamente, penso che poco sia cambiato dai tempi degli antichi Piceni, quando quest'area era oggetto di contese per le rotte commerciali e le tradotte militari. In basso, quasi perpendicolare alla montagna, si trova il palazzo del municipio, nella cui antistante piazza troneggia la statua di Mariano Abignente, un condottiero del XV secolo che prese parte alla Disfida di Barletta, i cui discendenti devono essere stati prolifici, visto che quasi ogni via del centro storico porta Abignente nel proprio odonimo. Avendo il municipio di fronte, basta percorrere la sinistra e proseguire senza svolte per circa 2 km e mezzo, per arrivare fuori dall'abitato e dunque al santuario.
Epigrafe commemorativa

Ricordo ancora la prima volta che giunsi qui, 6 anni fa: un sole da spaccarele pietre, nessuna indicazione e solo l'aiuto di una buona vecchia per giungere a destinazione, superando il portale pomposo ma effimero del cimitero. Di quella prima visita, fatta a piedi, ricordo distintamente il profumo delle arance e dei mandarini, i cui alberi contornavano i lati della strada, unito alla vista della mole azzurra del Vesuvio a metà mattinata. Nel mio secondo viaggio, fatto in auto, non ho avuto il piacere di riscoprire questo profumo, anche a causa di un sole più africano che mediterraneo.
A un certo punto, la mole rosacea del santuario emerge dalle fronde degli alberi, di fronte all'ingresso del Parco delle Foci del Sarno, da cui l'edificio prende il nome.

Il prospetto si presenta diviso in 3 livelli, molto semplice e di intonaco rosa: nel livello basilare si apre il portale d'ingresso, e un cornicione in stucco separa questo dal secondo livello, movimentato semplicemente da un tondo rappresentante la Madonna della Foce col Bambino; il terzo livello, un frontone a capanna, presenta lo stemma della città. Il campanile è anch'esso tripartito, con i piani divisi da scanalature a stucco e aperture a rosone (secondo piano) o a terrazza (terzo piano) che danno slancio alla struttura intera. L'interno si presenta a navata unica, con finestroni che illuminano un ambiente fortemente in penombra. Secondo le fonti, quello che ammiriamo è un rifacimento ottocentesco di un edificio risalente al Cinquecento, nato sopra un'antica cappella forse dedicata a San Michele e fatta ampliare da Mariano Abignente, come ci testimonia una lapide interna. Una testimonianza dei rifacimenti barocchi è il calpestio che si può osservare nella prima cappella destra,
Antico calpestio
risalente forse alla fabbrica originale. Gli altari laterali sono semplici, e i quadri di buona fattura, seppur recenti. L'altare maggiore risale al rifacimento del 1720, e un ipogeo a sinistra conduce alla cripta dove si trova la tomba del condottiero Gualtieri da Brienne, morto nel 1205. Tuttavia la vista corre subito all'altare e all'edicola in cui è custodita la statua della Madonna della Foce, risalente al 1582 e che ricorda l'apparizione miracolosa della vergine durante una pestilenza. Ciò fece del santuario una delle mete di pellegrinaggio principali in età medievale e moderna, e anzi potremmo dire che il culto per la Madonna della Foce resto senza pari almeno fino alla costruzione del santuario mariano di Pompei. Annesso al tempio c'è un convento di frati francescani, e alle spalle del complesso si estende un bellissimo parco alimentato dal Sarno nascente, che qui conserva ancora tutta la sua freschezza.
Non so quando tornerò nuovamente a Sarno: tuttavia, so che passeggiare per il parco retrostante la chiesa, mentre il sole tramonta, è uno degli appuntamenti che mi riservo per la prossima visita.

Madonna della Foce con Bambino







sabato 6 settembre 2014

Renzi. O dell'incompetenza.

Con il progetto dei “Mille giorni” per attuare le riforme necessarie al Paese, si chiude la luna di miele fra Matteo Renzi e gli italiani. Duecento giorni di spot, di sorrisi, di cambiamenti a livello comunicativo e di immobilismo governativo, di distinguo dalla vecchia classe politica e ripresa dei metodi della stessa, di “ora basta” e di “ma anche”, insomma di tanto fumo e niente arrosto, o almeno solo un paio di ali di pollo, giusto per non deludere troppo.
Ricordare quello che è accaduto dal 22 febbraio sarebbe un impietoso maramaldeggiare sull'attuale segretario del più grande e più diviso partito del centrosinistra italiano, che già deve fare i conti con le critiche del suo predecessore Bersani (uno che nel 2013 ha quasi perso le elezioni che ha quasi vinto) e quelle più serie del dinosauro non estinto D'Alema. Ma sarebbe anche un mancare di rispetto a chi legge, e cerca di non ricordare in che modo è messa la democrazia di un Paese che per alcuni si fregia della “Costituzione più bella del mondo” (ah, Licurgo dove sei...).

Già il fatto che questo governo sia nato perché la direzione del Pd aveva sfiduciato il precedente esecutivo guidato da Letta (che era uno dei loro), senza consultarsi con gli altri partiti e ritenendo normale che Palazzo Chigi sia un bene gestito da chi siede al Nazareno, la dice lunga sul grado di democrazia dello Stivale. Aggiungici pure che dall'Empireo quirinalizio nessun grido si sia alzato a deplorare un simile giochetto, sempre in nome della stabilità (ma quando mai in politica c'è la stabilità? Ah sì, quando c'è una dittatura), e sembrerà normale la voglia che hanno tanti, quello con il cervello non ancora slavato, di prendere il primo aereo per destinazione sconosciuta.

Il nostro Presidente del Consiglio
Con Renzi, il presidente del Consiglio (cari Tg1 e Tg5, il primo ministro è un'altra cosa) più giovane di sempre, abbiamo assistito a un mix di vecchie miscele e novità, non sempre apprezzabili. Non dirò della prima figuraccia fatta 10 giorni dopo la nomina, con le dimissioni del sottosegretario Antonio Gentile accusato di aver fatto pressioni su un giornale per non far pubblicare una notizia riguardante il figlio; non dirò dello spostamento della data di inizio delle grandi riforme: 25 maggio, 10 giugno, poi luglio, infine agosto e ovviamente settembre; non ricorderò di come la legge elettorale doveva essere approvata in due mesi e al 6 settembre è stata approvata solo alla Camera; non getterò sale sulla ferita della rivoluzione della PA millantata da mesi e rinviata perché non ci sono coperture finanziarie; né ho voglia di rammentare di come a maggio dovevamo aspettarci un Pil in crescita e ce ne ritroviamo uno in ribasso rispetto alle previsioni ( che poi mi sono sempre domandato: ma questi analisti, si suppone tutti esperti e ben pagati, ma che razza di conti fanno?).
Si potrebbe rispondere a ciascuna di queste domande che Renzi eredita un passato disastroso, l'Europa ci limita, la congiuntura è sfavorevole, una riforma del Parlamento fatta dal Parlamento stesso è assurda, eccetera eccetera, perciò non si capisce perché il Nostro abbia promesso tutte queste cose, stando addentro al sistema da più tempo di me e di chi legge.

Sarei invece curioso di sapere che hanno da dire gli acidi commentatori di Berlusconi, come Sartori e Pasquino, che declamavano il declino dell'Italia a causa di un paio di corna o di un cucù, riguardo alla figura da gelataio fatta dal capo del governo italiano in seguitoall'attacco dell'Economist. Si sa, quel foglio è sempre stato critico nei confronti del nostro Paese, sintomo di grande invidia: solo che non si riesce a capire perché quando scrisse che Silvio era “unfit”, tutti a comprarne copie, mentre quando ha sbattuto in prima pagina una simpatica vignetta col il nostro apprendista stregone con un gelato in mano, tutti a gridare che gli anglosassoni ci odiano. Sarà la vecchiaia che li rendo meno accorti, sicuramente. Non possiamo certo credere che politologi della loro fama considerino una pacca sulla spalla del Cavaliere a Bush un sintomo di idiozia politica, mentre ritengano normale che tre governi non riescano a mettersi d'accordo per far giudicare dai giudici italiani due marò detenuti in India.
Un impegno preciso: più gelati per tutti 
Ma voi direte: parli sempre male di Renzi perché non l'hai votato! Beh, innanzitutto, non l'avete votato nemmeno voi: fino a quando qualcuno non mi dimostra che una firma di Napolitano equivale a un'elezione politica, prendo atto che l'ultima elezione nazionale cui ha partecipato Renzi è stata quella come sindaco di Firenze. E poi mica dico solo male del nostro Fonzie! C'è da dire che uno stacco comunicativo nell'ambito della sinistra c'è stato: si è passati da un Bersani, con quell'aria saputa del professore universitario che crede di aver a che fare con pecoroni senza speranze, a un giovane che sorride e promette un futuro roseo. Che siano solo promesse, poi, questo è un altro discorso...
Con lui sono stati fatti fuori i comunisti dalla sala del potere del Pd (non esistono “ex” o “post” o “catto” comunisti, sono invenzioni giornalistiche: si è comunisti e basta, sempre), e immaginiamo che non deve essere stato facile. Ha vinto le elezioni europee col 41%, un dato storico, che arriva subito dopo un'altrettanta storica “paghetta” di 80 euro in busta paga a chi già guadagna uno stipendio – mica ai poveri, quelli non saprebbero cosa farsene. Ha deposto le armi con la nemesi sinistroide, Berlusconi, salvandolo (ma solo temporaneamente) dal dimenticatoio politico e ha fatto il muso duro ai sindacati.
Tutta un'altra cosa rispetto a Bersani, che nel febbraio 2013, di fronte a un Senato diviso in tre parti uguali, esplose in bestemmie in accento romagnolo: che cazzo hanno combinato gli italiani? Ancora a votare Berlusconi, questi emeriti cretini, quando votando me potevano avere anche la Bindi e Vendola, confezione Gran Risparmio, vota uno e prendi 3? Si sono rivolti al pagliaccio Grillo, come se di clowns in questo partito io non ne avessi? E Fassina e Marino allora che li ho candidati a fare?

Certo, ci sono ancora difetti, smagliature da eliminare nel dinamico governo a guida toscana: bisogna eliminare delle contraddizioni interne, come quella di voler risolvere la crisi del Mezzogiorno pur essendo il governo con meno componenti provenienti da quell'area (solo due) della storia recente; oppure quella di volere un rilancio dell'industria italian, pur consentendo alla fu Fiat di lasciare il Paese impunita, dopotanti decenni di soldi donati graziosamente dai contribuenti.
Ma sono sicuro che si troverà rimedio anche a questi piccoli particolari, e che finalmente si potrà arrivare al vero traguardo agognato da Renzi fin da Firenze: completare l'album di famiglia con le foto di tutti i capi di governo del mondo. Cosa c'è? Perché quella faccia? Credevate che l'obbiettivo di Renzi fosse la ripresa italiana? Poveri illusi, quella non ci sarà per almeno 20 anni, e sempre che tutto vada bene (cioè continui ad andare male).


martedì 2 settembre 2014

La chiesa di Sant'Aniello Abate



E' notorio che il nostro Paese contenga, oltre ai 50 siti ufficiali dell'UNESCO, anche numerose perle d'arte che si trovano spesso fuori dai circuiti turistici, finendo ignorati e quindi dimenticati dal grande flusso degli amanti della cultura e dell'arte. Chi volesse davvero scoprire quanto c'è di bello in Italia, dovrebbe lasciare a casa guide turistiche e classifiche e avventurarsi su e giù lungo le Alpi, la Pianura Padana, la Penisola e le Isole e osservare quanto c'è di non rilevato in quelle guide.
In questi mesi ho spesso evidenziato come tesori nascosti si trovino a portata di mano di tutti, insistendo sull'area di Afragola e in genere dell'area a nord di Napoli. Nel prossimo semestre, gradualmente lasceremo tale area per espanderci oltre ed esplorare altre “terre incognite”.
Iniziamo oggi parlando di un edificio candidato a diventare un “luogo del cuore” del FAI (Fondo Ambiente Italiano): la chiesa di Sant' Agnello a Maddaloni (Caserta).

Interno della chiesa
La chiesa di Sant'Agnello Abate (meglio nota col nome di Aniello), sita in via Maddalena, è uno degli edifici più antichi della città, tra i primi ad essere costruiti al di fuori della cinta muraria del castello. Non se ne conoscono né la data di realizzazione, né la committenza, ma è citato nella bolla di Senne del 1113, documento importante dal punto di vista ecclesiastico in quanto, citando i confini delle diocesi di Capua e Caserta, si trovano descritti o almeno enunciati i primitivi templi cristiani esistenti nella bassa Terra di Lavoro prima del Duecento tra cui proprio la chiesa maddalonese. 
Una tradizione riporta che nelle sue cripte si conservino i resti di Sant'Augusto, vescovo africano del V secolo, e ciò presupporrebbe che la chiesa sorga sul sito di un antico luogo di culto paleocristiano. La scarsità delle fonti, tuttavia, induce a pensare che probabilmente essa sorse in età altomedievale, pur ricoprendo già da subito una tale notorietà da essere citata nella bolla suddetta. Nel 1509, per bolla di D. Giov. Batt. De Petrutiis, Arcivescovo di Taranto e amministratore della diocesi casertana, molte chiese furono congiunte a San Pietro, che divenne collegio dei canonici; la chiesa di Sant'Agnello diventò, così, sua grancia. Nel 1721 essa fu restaurata a spese del Monte dei Morti, già eretto nella chiesa della Maddalena e qui trasferito alla caduta di quella. Nel 1821, per volere di Teresa e Properzia Varrone, fu eretta la cappella dedicata alla Madonna dei Dolori, con altare privilegiato in stucco, ancora visibile nella navata sinistra. Il terremoto del 1980 ha fortemente danneggiato la struttura, provocando il crollo delle volte in mattoni e la sua chiusura ai fedeli per circa un trentennio.
Alla chiesa si accede tramite una scalinata, che conduce all'edificio dalla piatta e rovinosa navata. L'ingresso è un semplice portone, sormontato da un finestrone per l'illuminazione interna. Due tondi laterali, forse risalenti alla fabbrica originaria, fungono della stessa funzione per le navate minori.
Cappella dei Varrone
L'interno consta in tre navate, divise da colonne tozze poggianti da regoli squadrati e sormontate da capitelli quadrangolari in forma diversa, anche corinzia, che fanno da base a loro volta ad archi a sesto ribassato, ognuno sormontato da stemmi recanti forse simboli naturalistici o religiosi. Il tetto è composto da un solaio di acciaio e da assi di ferro disposti a capriate, realizzato in seguito al sisma del 1980 e riconducibili alla primitiva copertura dell'edificio, e la navata centrale termina con un'abside semicircolare in parte coperto da motivi stilizzati riconducibili a una conchiglia, elemento decorativo comune a un po' tutte le chiese di Maddaloni. Le navate laterali presentano nicchie per statue, attualmente mancanti e trasportate nel vicino tempio del Corpus Domini, mentre nella piccola cappella dei Varrone si osservano un altare rovinato e una statua mancante di testa e mani, forse identificabile con la Vergine. Dal punto di visto pittorico, la chiesa presenta lacerti di affresco ai margini della controffacciata, e sugli archi divisori. Attualmente, la chiesa è oggetto dell'attenzione di volontari che si impegnano a ottenerne l'iscrizione nella lista dei sopracitati “Luoghi del Cuore”, per ottenerne anche un restauro.