domenica 25 gennaio 2015

La guerra ad Afragola III: i reduci afragolesi

La Caterina Costa.


Lo scorso anno trattai in due diverse occasioni dei due campi di prigionia di Afragola: uno tedesco, posto nel Casone Spena (vedi: LINK), l’altro angloamericano, posto nelle campagne orientali (vedi: LINK). Ho raccolto in questi mesi ulteriori testimonianze soprattutto sul secondo, che non hanno trovato spazio nella prima edizione de “Il caso Afragola” (LINK), e che conto di aggiungere alla ristampa del testo in primavera.

Oggi riprendo il discorso sul periodo bellico vissuto in città e dai suoi abitanti con le testimonianze di due nostri concittadini. Esse furono rilasciate in occasione di un convegno dell'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra, sottosezione di Afragola, presieduta dal maresciallo Roberto Giacco, organizzato nella biblioteca comunale nel novembre 2012. Fui io a moderare l'incontro (insieme agli amici Mariano Di Maso e Chiara Fornelli) e poi a riferirne sul n. 34 e sul n. 35 del “Nuovacittà” dello stesso mese. L'evento era propedeutico alla realizzazione di un “Libro della memoria” che per adesso non ha ancora visto luce.
Pubblico oggi la prima parte degli atti di quel convegno, lasciando la parola direttamente agli interessati. Alla fine delle testimonianze, darò come al solito qualche inferenza sulle stesse.
Il signor Golia è un reduce del fronte albanese, che ha vissuto sulla propria pelle i fatti susseguenti l'armistizio del settembre 1943.

Francesco Golia

Sono della classe 1923, dopo le elementari svolte al primo piano del Palazzo comunale con il maestro Luigi De Rosa, mio padre mi fece andare a lavorare in un 'officina nel rione San Giorgio per imparare un mestiere. A 19 anni, ai primi di gennaio 1943 i carabinieri mi portarono la cartolina di precetto militare, e il 7 gennaio mi trovavo già al distretto militare di Aversa, per raggiungere poi le casermette di Monopoli, dove dopo qualche mese di addestramento fummo imbarcati il 31 marzo 1943 per l'Albania. Durante la navigazione, che avvenne di notte, avevamo paura di essere attaccati da qualche nave nemica, e perciò eravamo scortati da due navi da guerra.
Arrivammo a Durazzo, e lì la popolazione ci accoglieva freddamente. Dovevamo guardare attentamente l'area intorno alle montagne di confine, e ricordo che l'8 settembre di quell'anno, quando ci fu l'annuncio dell'armistizio, ci fu una grandissima confusione, e il comando di fatto non c'era più. Io e altri compagni ci nascondemmo presso alcune famiglie albanesi, ma quando i tedeschi annunciarono che le famiglie che davano ospitalità agli italiani sarebbero state tutte trucidate, ci cacciarono. Tentammo di raggiungere Durazzo per ripartire, ma fummo presi e iniziò il lungo viaggio in Germania. Nei boschi albanesi, ero stato esposto a tutte le intemperie, e non si mangiava regolarmente come è facile immaginare; in breve, mi ammalai di pleurite. A Belgrado fui curato da un medico tedesco, espertissimo e gentilissimo, di cui conservo ancora il certificato medico con la sua firma: mi estrasse tutto il liquido pleurico e così guarii, anche se avevo comunque febbri. Appena fui giudicato abile al viaggio, arrivai nella Germania centrale, e fummo messi a lavorare nei campi di concentramento per un anno. Ogni giorno ci davano sempre lo stesso brodo di verdure con una fetta di pane, e ognuno di noi veniva a messo a fare qualcosa secondo le sue conoscenze, io per esempio lavorai di nuovo in officina.
Il badogliano Corsera annuncia la fine della guerra
La Germania si arrese nel maggio 1945, ma non tornammo in Italia: gli americani ci tennero ancora un po' lì, e si sostituirono ai tedeschi nel farci lavorare nei campi di concentramento, pur se con metodi migliori. Il ritorno fu a scaglioni, e a casa non davo più mie notizie ormai dalla fine del 1943. Tornai in Italia il 1 luglio 1946, dopo le elezioni per la Repubblica,e ricordo che a Roma il treno si fermò poiché era stato messo su un centro d'accoglienza dal Papa di allora, Pio XII Pacelli,e il 2 finalmente tornai a Napoli. Presi il tram e giunsi a piazza Belvedere ad Afragola. Un conoscente mi riconobbe, si assicurò che ero ancora io e mandò ad avvisare mio padre, che lavorava in una panetteria a Santa Maria. Mi ricordo che venne così di corsa, che aveva ancora le mani piene di farina quando lo rividi dopo quasi 4 anni”.

L'Albania era un protettorato italiano fin dagli Anni Venti del Novecento. Nel 1939, Mussolini decise l'occupazione militare del Paese, cosa che fu definita come “il rapimento della propria moglie” visto che il governo di Roma aveva già ampie libertà di manovre sul suolo albanese. Fu instaurato un governo fantoccio filofascista, in prospettiva di occupare la Grecia a dare avvio alla “guerra parallela” di Mussolini sul fronte balcanico, mentre le armate naziste travolgevano il Nord Europa. L'Albania fu poi evacuata dagli italiani alla fine del conflitto mondiale.
Il 3 settembre 1943, a Cassibile, fu firmato l'armistizio tra il generale Eisenhower, rappresentante delle forze militari alleate, e il governo di Pietro Badoglio. L'armistizio fu tenuto segreto fino all'8 settembre, quando fu annunciato alla radio dal generale americano (e futuro presidente USA) e fu poco dopo confermato da Roma. L'iniziale euforia delle truppe si trasformò ben presto in tragedia: gran parte degli ufficiali abbandonarono a se stessi i soldati, che dovettero cavarsela da soli davanti alle truppe tedesche, adesso nemiche.
Goria fu catturato e messo ai lavori negli “stalag” della Germania centrale. Ciò era il metodo preferito dai tedeschi per rimpiazzare i connazionali mandati al fronte. Finita la guerra, lui e gli altri IMI (internati militari italiani) furono presi in consegna dagli Alleati, che avevano diviso la Germania sconfitta in 4 zone d'influenza. Dall'accenno agli americani, è possibile che il Lander dove sia finito Goria (che non ne ricorda il nome) fosse l'Assia. Il rientro fu lento, e abbiamo anche il caldo episodio finale del ritrovamento dei parenti ancora in vita dopo 4 anni d'assenza.
Una visione completa del trattamento degli IMI in Germania la si può leggere nel libro “Gli internati militari italiani in Germania1943 1945” di Gabriele Hammermann, 380 pagine dense di episodi di nostri connazionali deportati e del loro rientro problematico in Italia.
Il signor Botta ha invece vissuto il periodo bellico in città, e la sua testimonianza presenta un curioso particolare.

Antonio Botta

Classe 1926, feci le elementari, e poiché avevo voglia di imparare, andavo a scuola da Afragola a Napoli, spesso accompagnato da mio padre in bicicletta. Il 10 giugno 1940, quando l'Italia dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, la vita cambiò anche per noi. A Baia c'era uno stabilimento per la produzione di siluri, e io fui mandato là. Sulla banchina c'erano i lanciasiluri, e con noi lavoravano i tedeschi. Ricordo che su un cartello all'ingresso dello stabilimento c'era scritto “Qui non si parla né di politica né di strategia, qui si lavora”. Al mattino prendevo un tram alle 4e23, e scendevo in piazza Carlo III, proseguivo fino a Montesanto e da qui alla Cumana per Pozzuoli. Avevo 14 anni, e la mia matricola era 6017. la sera rientravo sempre col tram, e i frequenti bombardamenti interrompevano spesso le linee. Da mangiare avevamo per primo legumi, e per secondo le crusche dei legumi, e di sera si viveva nella costante paura dei bombardamenti. Ricordo che più d'una notte la passammo giù nelle grotte. Mio padre era un impiegato dell' Enel, che allora si chiamava “Società Meridionale dell'elettricità”, e nei giorni di festa dallo stabilimento, mi portava con lui a piedi o su uno “sciaraballo” (un carretto) a riparare i guasti; la società, in tali occasioni, ci dava anche qualcosa in natura, come latte condensato, mezzo litro di olio, ecc. 
Una volta, a Napoli, nella zona di “Carriera Grande” (via posta tra Piazza Garibaldi e Via Foria, ndr) un italiano gettò qualcosa dalla finestra contro alcuni soldati tedeschi che passavano di là. Essi risposero catturando alcuni italiani, molti giovani; io mi rifugiai in un rifugio vicino piazza Ottocalli, e ricordo che ero stretto da tutte le parti, e tenevo tenacemente in mano una bottiglia di latte donata dalla società per portarla a casa. Un'altra cosa che ricordo fu un'esplosione incredibile un giorno al porto di Napoli: io venivo da via Marina e ci fu una deflagrazione di una nave forse diretta alle colonie, che esplose e l'onda d'urto ci gettò tutti a terra”.



Il sistema sotterraneo di grotte che Afragola possiede, e che fin dalle “Memorie” di Giuseppe Castaldi è arcinoto alla storiografia locale, si estende per tutto il centro storico della città. Vere e proprie caverne (chi scrive discese da piccolo nell'antro posto sotto via Caracciolo) servivano da cava per materiale edile, “cella frigorifera” e rifugio antiaereo come in questo caso. Similmente avveniva a Napoli, nel sistema di cave poi divenute “Napoli sotterranea” (vedi: LINK).
L'esplosione cui accenna Botta è quella della “Caterina Costa”, motonave da carico che seguiva le rotte dei rifornimenti delle truppe in Nord Africa, che esplose nel porto di Napoli il 28 marzo 1943 verso le 18, causando circa 600 morti, numerosi feriti e la distruzione del molo. I suoi frammenti arrivarono fino alla collina del Vomero, provocando incendi, e il boato fu sentito distintamente anche ad Afragola e nelle città vicine, poste a circa 20 km di distanza dal mare. Per la potenza dell'esplosione, e il numero di morti che seguirono, si può tranquillamente dire che il signor Botta fu molto fortunato, quel giorno.






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