domenica 11 gennaio 2015

La nave d'oro. Solo nel nome.

Con questo articolo, dedicato a “La nave d'oro” dello scrittore italiano Marco Buticchi, edito nel 2003, inauguro una nuova rubrica a carattere letterario, che si occuperà di recensire le opere che man mano finiscono sulla mia scrivania bianca. Non sarà uno spazio con cadenza fissa, essendo che i libri non hanno una durata di tempo standard per essere letti: ricordo che divorai in 20 giorni i tre volumi de “La fiera delle vanità” di Thackeray, mentre impiegai 7 mesi non continuativi per leggere il “Diario dell'anno della peste” di Defoe, tanto che mi annoiava. Non si sorprenderà il lettore se ci saranno cosiddetti “spoiler”: se bisogna parlare di un'opera, io ne parlo a 360 gradi, senza limiti.
Da circa 2 anni, sto attuando una rilettura di tutti i volumi della mia biblioteca, che è ancora lontana dal concludersi. In questo momento, ho appena terminato quella dell'opera di Buticchi, e quindi passo subito a renderne conto.

I fatti, prima di tutto. L'opera alterna gli eventi di tre epoche storiche: la Roma di Nerone, le lotte tra cristiani e saraceni nel Mediterraneo del Trecento, e l'epoca moderna.
Un ammiraglio italiano, Guglielmo Grandi, trova degli oggetti che sospetta essere risalenti all'epoca neroniana. Cerca un collega di ricerche in Henry Vittard, navigatore francese, e insieme partono alla volta del Mar Tirreno per ricercare altri reperti. Le loro mosse sono seguite da due gruppi di persone, con diversi fini: quello guidato dal giapponese Yasuo Maru, capo di una multinazionale che si occupa della gestione delle acque in tutto il globo e appassionato di Nerone, e quello di Oswald Breil, primo ministro israeliano ed una volta maggiore del Mossad. Breil arriva a Grandi e Vittard dopo che i due contattano la ricercatrice italiana Sara Terracini, sua amica da anni, e proprio mentre la multinazionale di Maru ottiene un contratto per l'esclusiva della cura del fabbisogno idrico di Israele.
Dopo aver trovato una testa di lupo con un'iscrizione araba, i due protagonisti rinvengono un'anfora contenente alcuni papiri, che inviano subito alla Terracini.
Questa, decifrandoli, arriva a scoprire le memorie di Lisicrate di Atene, precettore e aiutante dell'imperatore Nerone. In queste memorie, Lisicrate descrive il clima da vero e proprio Terrore ante litteram che avvolgeva la residenza imperiale, provocato dalle trame di Agrippina prima e da suo figlio Nerone poi. Accorgendosi che il favore dei popolani verso il Cesare era ormai decaduto, Lisicrate convince Nerone a far costruire una mastodontica nave, tutta ricoperta d'oro, metallo prezioso proveniente in parte dai possedimenti di Nerone in parte dal tesoro della regina cartaginese Didone, ritrovato da Lisicrate. Le memorie si chiudono con la descrizione della fuga di Nerone e la descrizione della morte di un suo sosia al suo posto.
La Terracini invia la traduzione dei papiri giusto prima di essere rapita dagli uomini di Maru, il quale ha già provveduto a far montare uno scandalo di proporzioni mondiali per far dimettere Breil dalla carica di primo ministro israeliano. I due amici vengono catturati anch'essi, mentre Breil si dà alla fuga in America e gli uomini del Mossad vengono eliminati uno dopo l'altro. Con l'aiuto della mafia americana, i tre ostaggi sono liberati poco prima di fare la fine del topo dentro una camera blindata colma d'acqua, e Breil riesce a a far scoprire alle autorità giapponesi il tesoro di opere d'arte trafugato da Maru negli anni, oltre a sventare un attentato terroristico alla Cina. La resa dei conti avverrà fuori il Palazzo di Vetro a New York, dove il gruppetto di amici sarà salvato per puro miracolo e Maru esploderà in aria.

Marco Buticchi, il maestro italiano della noia.

“La nave d'oro” è decisamente un'opera prolissa, a tratti noiosa, e che se mostra slanci d'avventura (che sarebbe poi il suo genere di appartenenza) lo fa quasi imitando i canoni di Clive Cussler o Emilio Salgari. E come ogni copia, è piena di difetti.
Innanzitutto, avrete notato che non ho parlato della fase medievale dell'opera, che riguarda le lotte sul mare fra il guerriero cristiano ma convertito all'Islam Muqatil, e il giapponese alle dipendenze della Repubblica di Venezia (sì, avete eltto bene) Hamurawa, che lo contrasta. Non ne ho parlato perché, se si esclude il ritrovamento della testa di lupo citata, non c'è nessun nesso fra Lisicrate, Breil e Muqatil. Altro non è, questa sezione, che il solito polpettone politicamente corretto, per mostrare i cristiani come tagliagole e il guerriero musulmano come un eroe senza macchi e senza paura. L'idea poi che un samurai del Giappone possa essere vissuto in Europa in pianta stabile è a dir poco folle. Dice: è un'opera di fantasia. Ma pure “Time Line” di Michael Crichton, che pure utilizza lo sfasamento narrativo tra le epoche, è un'opera di fantasia incentrata sul multiuniverso, ma non per questo l'autore ha piazzato un amerindo nel mezzo dell'Europa contagiata dalla peste. Essendo avulsa dall'economia della narrazione, la biografia del Muqatil è uno dei demeriti di quest'opera. Che purtroppo, ne ha troppi.

La prolissità, dicevo. Che senso ha far ripetere, da Lisicrate stesso o da chi è in scena, che è stato il precettore di Nerone? A ogni pagina cambiavano i lettori o i personaggi e bisognava rifare tutto daccapo? Similmente, perché Oswald (Don't touch my) Breil è chiamato di continuo ex dirigente del Mossad, in ogni pagina che lo introduce? I lettori abituali di Buticchi sono così tardi che non ci arrivavano la prima volta?

Gli espedienti narrativi, poi, sono da far pietà. Travolto dallo scandalo montato ad arte, Breil fugge in America, e da qui spedisce una lettera alle autorità israeliane annunciando le sue dimissioni. Comunichi con pc di ultima generazione con i tuoi sottoposti a Tel Aviv e a Tokyo, e poi per comunicare con il tuo vice devi spedirgli una lettera dall'altro capo del mondo. Ce lo vedete il postino che entra nella Knesset e consegna la missiva tranquillamente al capo del Parlamento? Magari aveva timore di essere intercettato dagli amici di Maru, ne convengo; timore che però viene subito dimenticato mezza pagina più sotto.
Quando Vittard e la Terracini entrano in una chiesa spagnola per scoprire indizi sul tesoro di Didone, si trovano davanti a un marmo della Madonna con Bambino, e la ricercatrice chiede al prete del tempio:”E' sicuro che si tratti di arte cristiana, padre?”. Al che il reverendo replica: “Sembra che lei abbia una certa dimestichezza con la materia”. Certo: io entro in una chiesa, sto davanti a un'acquasantiera e nutrendo dubbi sul fatto che sia del Cinquecento o del Medioevo, passo per esperto della materia. Per tacere del modo con cui i due trovano a colpo sicuro la chiesa che custodisce l'ultimo indizio: altro che Sherlock Holmes!
La psicologia dei personaggi sembra quella di una commedia atellana: c'è la bella (Terracini), il fascinoso con un passato difficile (Vittard) il bonario aiutante (Grandi), l'antieroe (Don't touch my Breil), il cattivo (Maru), e anche i personaggi di contorno risentono dello stesso schema. Avesse lasciato perdere le effusioni d'amore fra il navigatore e la ricercatrice, e si fosse concentrato più sull'intreccio, Buticchi avrebbe risolto qualcheduno degli errori del suo libro. Taccio infine dell'espediente ridicolo con cui (Don't touch my) Breil e compagnia si salvano da due missili ultraveloci sparati da Maru dal suo elicottero: ho in me il sentimento della pietà.
“La nave d'oro”: titolo dorato, trama ambrata, personaggi grigi, merito oscuro.


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