lunedì 23 febbraio 2015

Ottobre 1622: Afragola di sangue

Caravaggio, "Giuditta e Oloferne", 1599

Venerdì 7 ottobre 1622 fu impiccato Lorenzo Scalise, detto Scaccia, noto pluriomicida. Fu giustiziato ad Afragola per l'orrenda strage che, solo una settimana prima, aveva compiuto sul sagrato della chiesa di San Marco.
Mi sono già occupato di un altro evento di sangue accaduto nella nostra città (vedi QUI). Questa volta, abbiamo ben tre fonti da cui attingere per ricostruire questa truce vicenda: un articolo di Carlo Cerbone, che dice di riportare un  passaggio nell'archivio parrocchiale di San Marco, una pagina dei “Diurnali” di Scipione Guerra, redatti intorno al 1643, e un accenno fugace nella biografia di quest'ultimo.

Cronaca di una strage

Scrive il cronista napoletano di Forcella:

Venerdi 7 di ottobre 1622 fu giustiziato uno chiamato Lorenzo Scalese, per soprannome Scaccia, il quale essendo forgiudicato per 51 homicidij, stava guidato dal signor D. Francesco del Campo Regio Commissario di campagna; e volendo compiacere al dottor Mutio Porrello, il quale perseguitava uno chiamato Andrea Russo nativo del casale di Casoria, per haver quello ammazzato un figlio del detto Mutio, ed havendo il predetto Scaccia presentito che il detto Andrea armava con più compagni contumaci di Vicaria, e che la notte stavano rinchiusi dentro di una chiesa dell' Afragola, s'inventò modo per aver quello nelle mani, comandar un homo vestito da forese al parrocchiano della chiesa, dove stavano loro rinchiusi, e li fe dire, che un poveretto dell'Afragola voleva comunicarsi per star morendo, che volesse venirci, essendo mezzanotte; il parrocchiano credendo alle parole di quello mandò un suo creato con le chiavi ad aprire la chiesa mentre lui si vestiva, ed andatone colui, et aperta la chiesa, Scaccia con suoi compagni pure guidati, come esso, entrarono dentro, e ne pigliarono prigionieri solo cinque, tra li quali vi fu l'Andrea Russo, due fratelli di casa Cemino, uno di casa Guerra, et un altro forastiero, e cacciatili dalla chiesa, in cambio di darli in presa alla giustitia, tagliò e fe' tagliare la testa a tutti cinque; et andatone a quell'hora a Casoria in casa di uno parente di Andrea Russo, li buttò quel teschio avanti i suoi piedi, e poi se n'andò via. Questo eccesso fu la domenica 2 di ottobre a sei hore di notte; indi il mercoledì 5 di detto si presentò al tribunale di campagna con le cinque teste fatte, per il che fu detenuto e condannato a morte il giovedì 6, e il venerdì fatto morire nel luogo del delitto, non essendo bastati né il Duca di Nocera, né molti altri signori a farli prolungare un'hora la vita, perché subito fu appiccato”.

E' uno dei tanti, orrendi fatti di sangue di epoca vicereale che gli archivi hanno tramandato ai posteri, come segni di un'epoca insicura. Un omicida, Andrea Russo di Casoria, uccide il figlio del dottor Muzio Porrello (non sono indicate nè le modalità né il movente del delitto) e si rifugia in una chiesa, ottenendo diritto di asilo.
Siamo in presenza di un caso di confugio ecclesiastico, mezzo col quale la Chiesa da un lato affermava la propria autonomia dal potere statale, e dall'altro cercava di evitare le faide fra i vari clan dei casali. Difatti il Russo si rifugia in chiesa terrorizzato non dalle autorità statali, totalmente assenti e, se presenti, impotenti, ma dalla vendetta privata che sarebbe arrivata a colpo sicuro. I Porrello assoldano quindi Lorenzo Scalise per avere soddisfazione; e questo, con uno stratagemma, riesce a farsi aprire il portale della chiesa, ad entrare e ad acciuffare il reo, insieme con altre 4 persone: due fratelli di casa Cimino (e Scipione racconta che il motivo della veloce esecuzione dello Scalise fu dovuta al fatto che il Cimino padre donò 2000 ducati al figlio del cardinale Antonio Zapata, luogotenente del Regno), un esponente di casa Guerra, e un misterioso forestiero, che non sappiamo se fosse stato un sodale del Russo o semplicemente un poveretto trovatosi al posto sbagliato al momento sbagliato. La frase “ in cambio di darli in presa alla giustitia” sembra suggerire che lo Scalise, onde evitare una strage in chiesa, abbia promesso ai suoi prigionieri di consegnarli alla giustizia ordinaria, per poi tradirli e decapitarli.

Ma qualcosa non torna...

Ci deve essere qualche fatto che il Guerra tace, o un' incongruenza nelle sue informazioni, perchè prima afferma che l'assassino è andato a gettare il cranio del Russo a Casoria, e poi ce lo fa trovare con ancora tutte e cinque le teste davanti al commissario di campagna.
La chiesa di Afragola nella quale è avvenuto il fatto è, o sarebbe, quella di San Marco. L'informazione ce la dà Carlo Cerbone, noto cultore storico, in un saggio di 10 anni fa, citando l'archivio parrocchiale. Va bene, ma quale delle due? Quella medievale, detta “in Sylvis”, o quella dell'Olmo, che dal 1615 detiene gli uffici parrocchiali? Il giornalista scrive che “Andrea Russo si era rifugiato nell'antica chiesa”, quindi pare che lo scenario della strage sia il vetusto edificio a est del centro abitato. Ma Cerbone scrive anche che i compari dello Scalise “si impossessarono dell'omicida e dei suoi complici e davanti all'altare decapitarono cinque persone”. Abbiamo però appena letto che lo Sciacca si fa scrupoli e li caccia fuori dalla chiesa. Nè, se Cerbone si limitasse solo a riferire le parole dell'archivio, sarebbe comunque verosimile una cosa del genere: un omicidio di tale efferatezza, dentro un luogo sacro e persino davanti all'altare, porterebbe in seguito a riti di riconsacrazione del tempio, e non risultano affatto che ce ne siano stati.
La terza fonte è la biografia del cronista Scipione Guerra ne “Il dizionario biografico degli italiani” della Treccani. Leggiamo che “nel 1622 un parente rimasto anonimo, che insieme con altre quattro persone aveva chiesto il diritto di asilo in una chiesa di Afragola, venne tratto fuori con l'inganno e decapitato".
Quindi quell'uomo di casa Guerra sarebbe un parente del cronista napoletano? A me sembra poco probabile, considerando che aveva preso parte a un orrendo fatto di sangue e non credo che Scipione avesse vantaggi nel farlo ricordare, sia pure a 20 anni di distanza.

Per il seguito e le nuove scoperte su questa strage leggi:

"Una sorprendente scoperta!": QUI

giovedì 19 febbraio 2015

Grandi speranze. Di finire presto il libro.

Certi autori finiscono per non riuscire più a liberarsi del “mostro” che hanno creato, in un rapporto fra amore e odio che ricorda quello tra Frankenstein e l'essere senza nome cui diede vita. E' accaduto a Daniel Defoe, che scrisse opere letterarie e saggistiche di ottimo livello, fondatore quale fu del giornalismo moderno, ma che è ancor oggi ricordato solo per i viaggi del suo Gulliver; a Conan Doyle, di cui perfino la personalità fu oscurata da Sherlock Holmes, una creatura fittizia ma per moltissimi più reale del suo padre letterario; a Dante, che è associato subito alla Commedia, la quale fu il punto d'arrivo di una vastissima produzione che nessuno sembra ricordare.
Poi, ci sono autori che sembrano crogiolarsi nella prigione letteraria che si sono costruiti; ed è il caso di Charles Dickens e di uno dei suoi romanzi, “Grandi speranze”, che non è nulla di più di una riedizione del suo dannato “David Copperfield”.
Grandi speranze
Qui David prende il nome di Pip, orfano povero che deve lottare contro le asprezze della vita e per l'amore di Estella, la controfigura di Agnes in questo romanzo. Venuto a contatto col il freddo e scostante mondo borghese, il nostro eroe diventa oggetto di una misteriosa beneficenza che gli permette di avviarsi agli studi. Inizia a darsi delle arie, a vantarsela, credendo che la sua benefattrice sia la zia di Estella, una vecchia disillusa dall'amore. Scoprirà con suo sgomento che in realtà era potuto diventare uomo fatto per i sacrifici di Magwitch, un vagabondo sporco, scontroso e ributtante alla vista, che in realtà è persino suo parente! Seguono ravvedimento e i titoli di coda.
Il romanzo prende il nome della grandi speranze che il protagonista ha per il suo futuro, grazie alla misteriosa eredità di cui è fatto beneficiario. Mentre le speranze del lettore di avere a che fare con un capolavoro della letteratura inglese vengono disattese lungo 500 pagine dense di tutti i temi zuccherosi cari allo “scrittore sociale”: abbandono dell'infanzia, amore infantile, prove durissime, eventi misteriosi accaduti alla nascita del protagonista che si sciolgono al penultimo capitolo, ecc. In mezzo migliaio di pagine, Dickens narra quello che poteva raccontare in 100, allungando il brodo con i patemi d'amore del suo eroe per la donna angelo (espediente in cui il Nostro è abilissimo).

Quello che ne viene fuori è un'ennesima autobiografia zuccherosa, prolissa, che risveglia l'attenzione di chi legge solo nei momenti di crisi, come la lotta nel fiume fra Magwitch e il suo avversario, finito con il finale tragico. Sono passi, questi, in cui paradossalmente Dickens è meno Dickens. E perciò è più interessante. 

sabato 14 febbraio 2015

Rossoporpora: due parole sul Collegio "bergogliano"



La lagna degli Italiani

Iniziamo da un punto fermo: che Papa Francesco decida di creare cardinali i vescovi delle diocesi più lontane da Roma, tradizionalmente non cardinalizie, aumentando così la possibilità di avere un successore anche lui proveniente dalla fine del mondo, a me non può far che piacere. Mi fanno sorridere le paginate di vaticanisti che lamentano una scarsa considerazione degli ecclesiastici italiani da parte di Bergoglio, che in due anni ha sfornato solo 8 promozioni cardinalizie per i nati al di qua delle Alpi, di cui 2 già non elettori nel futuro conclave perché con più di 80 anni. Sorrido perché queste geremiadi sono il sintomo del classico provincialismo tutto italiano duro a morire, per il quale va bene avere ogni tanto Papi stranieri, ma il papato deve restare un “affare” degli Italiani, per usare le parole della buon anima di Giancarlo Zizola, che alle dinamiche interne del collegio dei cardinali dedicò un libro informatissimo ma non privo di sviste. Non che non mi faccia piacere avere un Pontefice nostrano, ma il Papa è Papa a prescindere dalla nazionalità che possiede; e poi, considerando che gli scandali che hanno portato alla rinuncia da parte di Benedetto XVI (altro che la perdita del vigore...) hanno tutti origine in seno alla compagine dei porporati del Belpaese, ben ci sta tutta una serie di Papi “stranieri”.
Il Papa e i cardinali,
codice miniato del 1443
Era in un certo senso fatale che gli ultimi tre pontificati riducessero sensibilmente la quota italiana nel Sacro Collegio elettivo: oggi ne abbiamo 27 su 125, il 21% del totale, un calo drastico rispetto a 100 anni fa, quando erano 33 su 65 e quindi quasi il 50% del peso elettorale complessivo. Per di più, anche in questa seconda infornata, il Papa argentino ha deciso prevedibilmente di essere imprevedibile, assegnando la berretta rossa agli arcivescovi di Agrigento e Ancona e non ai pastori di Torino e Venezia, sedi tradizionalmente cardinalizie (ma lo sono ancora?). Una scelta che dai Sacri Recinti dicono essere basata sulla pastoralità; come a dire che il Patriarca Francesco Moraglia a Venezia passa le sue giornate a passeggiare beato in Piazza San Marco mentre il suo omologo e omonimo ad Agrigento, Francesco Montenegro, si sfiacca per portare la parola di Cristo negli angoli più remoti dell'isola – e quando gli resta tempo, anche per generare polemiche che poco hanno a che fare con la“pastoralità”. E' lapalissiano che sono tutte scuse per coprire con una foglia di fico la scelta ormai chiara del Papa di non seguire le orme dei predecessori ed eludere ogni cosa che si avvicini alla “tradizione”, non solo in campo liturgico.

Il Sacro Collegio di Bergoglio

Le sue creazioni si attengono a due principi: primo, che i neocardinali provengano da esperienze diocesane ai limiti, sia geografici (come il vescovo delle Isole Tonga nel Pacifico, distante 30 ore di volo da Roma) sia pastorali (è il caso di Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia creato cardinale l'anno scorso, pastore in una terra di Santi che ora è un modello da manuale di laicizzazione); secondo, che provengano dal mondo diplomatico, e di esempi ce ne sono tanti: dal Segretario di Stato, Pietro Parolin, al segretario del Sinodo dei Vescovi Lorenzo Baldisseri, passato già alla storia come il “cardinale a metà”. Sono nomine eccellenti, di peso, di pastori che ben fanno per le loro pecorelle e per la Cattolica: si pensi al cardinale Andrew Soo-jung, arcivescovo di Seul, primate di Corea e quindi del terzo Paese asiatico in cui il cattolicesimo è in continua crescita ; a Gerhard Ludwig Muller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, che si può definire uno degli ultimi baluardi a difesa della fede tradizionale; a Berhaneyesus Souraphiel, arcieparca di Addis Abeba, pastore in una delle capitale africane più martoriate dalla violenza e dalla fame, peggio della prima.
Assenti quasi del tutto le nomine nel mondo curiale, e finora solo in un caso un curiale già tale al momento dell'elezione di Francesco è diventato cardinale. Uno stacco netto rispetto ai concistori dei pontificati precedenti, che vedevano una Curia ben rappresentata nel Sacro Collegio sia in base al peso che essa aveva un tempo nella direzione della Chiesa, sia per i perfidi meccanismi di promozione e di carrierismo che portavano spesso delle vere nullità nel senato ecclesiastico.
Perdita di peso curiale? Finalmente i cattivoni che hanno spossato a tal punto Benedetto da farlo dimettere, ricevono la giusta punizione? Sì, e no. Quando i vaticanisti più noti, come Andrea Tornielli o Aldo Maria Valli, accennano alla perdita di potere della Curia nelle scelte pontificie, mi viene sempre in mente quello che mi diceva un mio professore liceale, padre gesuita (come Bergoglio): “Per chi scende la scala del potere, c'è sempre qualcun altro, dall'altra parte, che la sta salendo in quel momento”.

Il cardinal Tauran Con Giovanni Paolo II
Questo articolo era già tutto scritto, quando un amico che come me si interessa di Papi è Vaticano (solo che lui è un “modernista”, mentre io mi limito al Medioevo), mi chiama e mi segnala sghignazzando che Francesco a fine dicembre ha nominato Jean Louis Tauran nuovo camerlengo della Chiesa Cattolica. Tauran ve lo ricorderete certamente: annunciò lui al mondo, nel marzo 2013, l'elezione di Jorge M. Bergoglio. La figura del camerlengo, che regna sovrana durante la Sede Vacante fra un pontificato all'altro, è una di quelle centrali nella Chiesa. Nulla di strano che sia ricoperta da un cardinale di lungo corso come il francese. 

Chiedo cosa ci sia da ridere tanto. “Come, te lo immagini Tauran, affetto da Parkinson, che gestisce il Vaticano durante la Sede Vacante?”.
“Tauran sarà stato pure un pessimo ministro degli Esteri vaticano, ma almeno è un sant'uomo” replico, “ e prenderlo in giro per i suoi tic non sta bene”. Al che il mio interlocutore dice che non vuole sfottere Tauran per la malattia, ma perché è vecchio, ed è meglio far avanzare i più giovani. “Mica si può avere tutto, e poi le grosse personalità, le superstar del tempo di Giovanni Paolo II sono ancora in circolazione. Ma vedi, gli hanno dato un vice di 56 anni, giovane”.
“Ah, giovane a 56 anni? E questo diventa superstar a 70” replica l'amico modernista.
“E che vuoi, o a 56 o a 70, tutti diventano stelle del cielo, attorno alla Stella principale”.






domenica 8 febbraio 2015

Il campanile delle..."janare"

Campanile di Pietrasanta
E' davvero curioso il caso del campanile della chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta di Napoli. Risalente all' XI secolo, anche se una fonte lo dice leggermente più antico, è un'opera in laterizio che presenta materiali "riciclati" da un precedente tempio pagano, dedicato alla dea Diana. Tale dea favoriva i parti, e il suo culto era esclusivamente femminile. Questo settarismo religioso era poco gradito ai napoletani, che disprezzavano quelle donne fissate e misteriose. Così le "dianare", adoratrici di Diana, divennero nella lingua napoletana le "janare", invasate religiose, e oggi conosciute come spettri femminili urlatrici. Il tempio sarebbe poi diventato una chiesa dedicata alla Vergine, ricostruita sopra una pietra santa in grado di guarire ogni male se baciata con devozione. Il campanile di cui vi sto parlando è quasi certamente il più antico d'Italia, e alla base presenta un marmo bianco intarsiato con motivi floreali. Al di sotto del campanile, durante il restauro del Novecento, furono ritrovate una scacchiera da gioco di epoca romana o poco più tarda e una tomba, che fu attribuita al botanico e zoologo Stefano delle Chiaie.
A proposito di tomba, una tradizione (di cui non sono riuscito a ritrovare per ora la fonte, sempre ammesso che esista) indica nello stesso luogo la tomba del vescovo di Roma Evaristo, passato allo Storia più che come quinto papa effettivo, come "vicepapa" del predecessore, Clemente I, in esilio imperiale nel Chersoneso. E' più probabile che questo antico pontefice riposi ora nel POLIANDRO, la fossa comune costruita nella moderna Basilica vaticana per raccogliere le spoglie degli antichi sepolti ignoti; tuttavia, essa costituisce una delle tante leggende napoletane, che come il campanile, sfidano i secoli, si trasformano ma non crollano mai.

martedì 3 febbraio 2015

Rendiamo grazie

La Rocca di Cassino, prima cover stabile del blog

Per la prima (e sarà anche l'unica) volta, parlo di questo blog che state leggendo. E' infatti passato giusto un anno da quando “Vetus et Novus” ha emesso il suo primo vagito storiografico. Era la fredda sera del 3 febbraio 2014 quando caricai il primissimo articolo, dedicato a Napoli e al suo ventre più intimo. Il blog nasceva dalla volontà di radunare in un'unica sede tutti (o quasi) gli articoli che avevo redatto negli anni precedenti, e che erano sparpagliati su varie testate cartacee e online. Tale strumento mi permetteva di parlare anche di argomenti che non destano interesse negli afragolesi o nei napoletani in genere, essendo più affini alla mia (futura) specializzazione sul Papato e in genere sul Medioevo.
Il primo mese di vita del blog coincise con la più brutta pagina della mia vita, e dovetti giocoforza curarlo poco. Nelle settimane successive a quel periodo, presi in considerazione anche la chiusura del blog, tanto rifiutavo tutto ciò che stava accadendo in quelle settimane. Seppi riprendermi, e ritornai sulla mia decisione. Non me ne sono mai pentito, perché in effetti è grazie ad esso che ho potuto trasmettere al mondo – beh, non esageriamo, diciamo al “mondo” locale – le mie rivisitazioni, o vere e proprie scoperte, in campo storico: il sito degli antichi Micenei, il campo di prigionia del Casone Spena, la croce crociata in San Marco in Sylvis, le opere del pittore Angelo Mozzillo per quanto riguarda Afragola; la millenaria chiesa di Casolla in Caivano; la rinascita dei fiumi Riullo e Sebeto, rispettivamente in Acerra e Casalnuovo. Pian piano, con la progressiva traduzione di alcuni articoli, il blog iniziò ad avere visualizzazioni anche in altre aree del globo. Una cosa ovvia, e i blogger più esperti, abituati a contatti provenienti da 10 o 20 Stati ogni giorno, rideranno di questo; ma permettetemi di dire, che per un blog storiografico locale, avere un lettore costante da Mosca o Lione, come accaduto quasi ogni mese, è un piccolo successo.
Tuttavia, so bene che “sic transit gloria mundi”, e dunque, pur avendo piacere degli oltre 10000 contatti di questi 12 mesi, chino la testa e ringrazio soprattutto te, lettore. Perché il vero editore di un blog come questo, non è chi lo riempie di articoli, ma chi va a leggerli; non è tanto chi diffonde informazioni, ma chi elabora queste ultime, e approfondisce le sue conoscenze. Insomma, come mi disse un caro amico, la validità di un articolo non è tanto come sia scritto, ma quante persone riesce a rendere più consapevoli su un argomento. Avrei potuto scrivere 10 volte meglio il pezzo sulle Casine reali di Acerra, ad esempio, ma se non avesse avuto la diffusione che ha avuto, e se non avesse informato gli abitanti di quest'area di quello che rappresentavano quei tre ruderi, sarebbe stato inutile. L'articolo, e il suo autore in primis, saranno già stati dimenticati, ma almeno ci sono 500 persone in più rispetto a prima che sanno che Ferdinando IV veniva a caccia da queste parti. E ciò significa che l'obbiettivo culturale è stato raggiunto.

Nelle prossime settimane, il blog tenderà a lasciare, progressivamente e senza fretta, la sua “tana” afragolese, per estendersi e ramificarsi. Inevitabile evoluzione dei miei interessi, ma anche consapevolezza che per capire le dinamiche di un dato territorio, spesso e volentieri bisogna sbirciare anche oltre i suoi confini. Anche se questo significa andare molto lontano...


domenica 1 febbraio 2015

La guerra ad Afragola IV: una testimonianza


La corazzata "Giulio Cesare"


Nell'articolo precedente (vedi: LINK), riportai le testimonianze di due reduci della Seconda Guerra Mondiale, raccolte durante un convegno di due anni fa e commentate da me. Anche oggi rilascio una terza dichiarazione in merito a quel periodo buio della storia: quella di Nicola Cerbone, sopravvissuto agli attacchi tedeschi a Taranto ed ex presidente della sottosezione dell'AMIG di Afragola.

Nicola Cerbone

Sono nato in via Pigna ad Afragola nel gennaio 1920, e il mese prossimo compirò 94 anni. Fui il quarto di 13 figli, e portò il nome di un fratello che morì prima che nascessi e che non ho mai conosciuto, e di cui mia madre ha conservato questa ciocca di capelli (dice mentre ci mostra una ciocca rossa di capelli tenuta da un nodo, conservata in una minuscola busta per lettera ingiallita dal tempo). Dopo le elementari frequentate al primo piano del palazzo del Municipio, e le scuole di avviamento professionale passate nell'edificio a lato dello stesso, imparai a fare l'elettricista presso un'officina. A 20 anni giusti mi arrivò la cartolina, e dovetti andare in Marina perché ero un operaio specializzato, e non volevo andarci, perché nell'esercito ci si stava 18 mesi, mentre in Marina ben 28. Partii e raggiunsi Taranto per la vestizione, e per poi imbarcarmi sulla Conte di Cavour. 
Qui restai poco perché mi ammalai per le pessime condizioni di lavoro, e dovetti sbarcare a terra. Fui fortunato perché se fossi rimasto sarei stato vittima del bombardamento che gli inglesi fecero su Taranto poco dopo il mio arrivo. La seconda nave su cui fui imbarcato fu la Giulio Cesare, e su questa mi preparai per lo sbarco a Malta dopo la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940. Ma invece che a Malta ci inviarono a Tolone, in Francia, dove i francesi affondarono le proprie navi per non farsele requisire da noi e dai tedeschi. Tornai a Taranto, per lavorare sulle navi che partivano per la Sicilia e la Libia, e qui ci raggiunse la notizia dell'armistizio dell'8 settembre 1943. tutti fummo felici, e solo dopo ci accorgemmo che i tedeschi che fino al 7 erano ormeggiati al Mar Grande erano scomparsi. Il giorno dopo, arrivò l'ordine di Badoglio di ammainare le bandiere italiane sulle navi, issare quelle francesi e con quelle dirigerci a Malta, sede operativa degli Alleati. Ricordo come se fosse ora che un ammiraglio, di nome Piscicella, quando lo venne a sapere, ordinò di mandargli una navetta per farsi portare a terra e affidò tutto al comandante in seconda, per protesta contro la decisione. E noi facemmo impigliare le reti galleggianti nel Mar Grande nelle eliche,così da rendere impossibile il movimento alla corazzata. I tedeschi, quando se ne andarono, avevano piazzato mine magnetiche sul fondo del Golfo di Taranto, e quando ci passarono sopra le navi alleate, esplosero tutte insieme. Ricordo ancora i corpi dei morti, che galleggiavano sul Mar Grande come i pomodori sull'acqua. La capitale era diventata Brindisi, perché il re stava lì, e Badoglio autorizzò i militarizzati a tornare a casa per dare una mano alle famiglie e a coltivare le terre. Così tornai a casa, da cui mancavo da 4 anni, all'inizio del 1944. Non davo mie notizie ai miei da quasi due anni”.


Il bombardamento inglese su Taranto cui si riferisce il signor Cerbone è noto come la “notte di Taranto”: nella notte fra 11 e 12 novembre 1940, la flotta aerea inglese attaccò e affondò diverse navi militari della Regia Marina militare italiana di stanza nel Mar Grande della città pugliese. L'episodio, pur grave in sé, non abbatté la regia Marina, ma dimostrò la vulnerabilità dei cieli italiani già all'inizio del conflitto mondiale.