giovedì 19 febbraio 2015

Grandi speranze. Di finire presto il libro.

Certi autori finiscono per non riuscire più a liberarsi del “mostro” che hanno creato, in un rapporto fra amore e odio che ricorda quello tra Frankenstein e l'essere senza nome cui diede vita. E' accaduto a Daniel Defoe, che scrisse opere letterarie e saggistiche di ottimo livello, fondatore quale fu del giornalismo moderno, ma che è ancor oggi ricordato solo per i viaggi del suo Gulliver; a Conan Doyle, di cui perfino la personalità fu oscurata da Sherlock Holmes, una creatura fittizia ma per moltissimi più reale del suo padre letterario; a Dante, che è associato subito alla Commedia, la quale fu il punto d'arrivo di una vastissima produzione che nessuno sembra ricordare.
Poi, ci sono autori che sembrano crogiolarsi nella prigione letteraria che si sono costruiti; ed è il caso di Charles Dickens e di uno dei suoi romanzi, “Grandi speranze”, che non è nulla di più di una riedizione del suo dannato “David Copperfield”.
Grandi speranze
Qui David prende il nome di Pip, orfano povero che deve lottare contro le asprezze della vita e per l'amore di Estella, la controfigura di Agnes in questo romanzo. Venuto a contatto col il freddo e scostante mondo borghese, il nostro eroe diventa oggetto di una misteriosa beneficenza che gli permette di avviarsi agli studi. Inizia a darsi delle arie, a vantarsela, credendo che la sua benefattrice sia la zia di Estella, una vecchia disillusa dall'amore. Scoprirà con suo sgomento che in realtà era potuto diventare uomo fatto per i sacrifici di Magwitch, un vagabondo sporco, scontroso e ributtante alla vista, che in realtà è persino suo parente! Seguono ravvedimento e i titoli di coda.
Il romanzo prende il nome della grandi speranze che il protagonista ha per il suo futuro, grazie alla misteriosa eredità di cui è fatto beneficiario. Mentre le speranze del lettore di avere a che fare con un capolavoro della letteratura inglese vengono disattese lungo 500 pagine dense di tutti i temi zuccherosi cari allo “scrittore sociale”: abbandono dell'infanzia, amore infantile, prove durissime, eventi misteriosi accaduti alla nascita del protagonista che si sciolgono al penultimo capitolo, ecc. In mezzo migliaio di pagine, Dickens narra quello che poteva raccontare in 100, allungando il brodo con i patemi d'amore del suo eroe per la donna angelo (espediente in cui il Nostro è abilissimo).

Quello che ne viene fuori è un'ennesima autobiografia zuccherosa, prolissa, che risveglia l'attenzione di chi legge solo nei momenti di crisi, come la lotta nel fiume fra Magwitch e il suo avversario, finito con il finale tragico. Sono passi, questi, in cui paradossalmente Dickens è meno Dickens. E perciò è più interessante. 

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