martedì 3 marzo 2015

Il sito preistorico di Afragola: cronaca di un antico terrore

Sito preistorico di Afragola, ripreso nel 2005. Foto di Paolo 
Articolo pubblicato sul n. 7  di "Nuovacittà" del 28 febbraio 2015

Chiudendo il mio contributo sul sito preistorico delle Cinquevie, sul “Nuovacittà” del 9 novembre 2013, mi auguravo che potessero esserne pubblicate le foto fatte a campo appena scoperto, da parte dei fortunati che erano riusciti a scattarle in tempo. La vicenda è nota: nel 2006 , durante i lavori per lo scavo del tracciato del TAV nelle Cinquevie, fu casualmente scoperto un villaggio, che dai reperti e dalla cenere vulcanica trovata fu fatto risalire a 3800 anni fa.
Da allora, volutamente restai in silenzio, conscio che, se il tacere favorisce i criminali, il troppo parlare è ugualmente dannoso. Tuttavia, restai sempre all'erta per captare ogni minima notizia sull'antico villaggio dell'età del Bronzo Medio, oggi vergognosamente coperto da una condotta fognaria. Fu parlando con una cara amica, in modo del tutto casuale, che venni a conoscenza di nuove informazioni, e fui messo in contatto con Paolo, uno dei fortunati di cui sopra. Non solo fui informato di tutta una serie di dinamiche riguardanti la scoperta del 2006, ma ottenni anche le foto, sia sue sia della stessa Sovrintendenza archeologica. Insomma, una vera miniera d'oro! Il proprietario disse di non essere neppure contrario alla pubblicazione delle foto, e così, dopo avergli chiesto conferma per ben 5 volte, ottenendo sempre il permesso senza remore alcuna, ho deciso di allegarle al presente articolo.

L'eruzione delle Pomici di Avellino e la sua direzione
Pianura Campana, 1780 a. C. Un boato di proporzioni immani scuote tutta la Campania Felix, e genera un terrore improvviso tra i pastori e i contadini che vivono in un modesto villaggio di capanne, in quel punto dell'entroterra, a circa 20 km a nord della costa, che 3 millenni dopo sarà conosciuto col nome di Afragola.
La fonte dell'esplosione è una montagna azzurrina, a sud- est dal villaggio, che improvvisamente innalza nel cielo una colonna alta 35 km, e scarica nell'atmosfera qualcosa come 100000 tonnellate di roccia fusa, lapilli, polveri, scorie al secondo. Gli abitanti di quel villaggio stanno assistendo in diretta a una delle più devastanti eruzioni del Vesuvio, quella definita “delle Pomici di Avellino”, dal nome della città in cui sono state ritrovate quantità massicce di cenere lavica. Ma i nostri antenati, non cogliendo certamente il valore storico di tale evento, se la diedero a gambe, mentre una “pioggia” di lapilli, vere e proprie pietre, precipitava su di loro. Mentre correvano all'impazzata, non sapendo dove ma istintivamente fuggendo in direzione opposta alla fonte di quell'improvviso inferno, una polvere sottilissima, bianca, cadeva loro addosso, ricoprendo le capanne e un piccolo edificio usato forse come laboratorio o magazzino. Questa cenere, che si sarebbe diffusa in tutta la Campania orientale, sarebbe stata l'unica testimonianza visiva della vita di queste genti arcaiche. Depositandosi sul terreno, infatti, impresse come in un “negativo” fotografico le centinaia di orme dei fuggitivi e dei loro animali (fra cui anche un cane), rendendo possibile farsi un'idea, ad Afragola quanto a Nola, del sistema abitativo campano prima della grande colonizzazione greca conosciuta sotto il nome di Magna Grecia. La polvere di pomice ricoprì tutta la campagna intorno a Vesuvio, e ad Afragola raggiunse un'altezza di circa 20 cm.
Le impronte dei primi "afragolesi". Foto di Paolo 
Assieme alle impronte, si conservarono sotto lo strato di cenere anche frammenti di ceramica non tornita, mentre oggetti in metallo non furono rivenuti. Quei nostri antichi antenati, quegli afragolesi “ante litteram”, non riuscirono a salvarsi tutti:
chi non morì soffocato quasi subito dalle polveri che gli occludevano i polmoni o con il cranio sfondato dalle pietre che cadevano a 150 km orari, subì ustioni su tutto il corpo, e non tornò più al villaggio sepolto. L'eruzione delle pomici di Avellino generò un collasso demografico delle popolazioni della Campania, che terminò solo mille anni dopo con la nuova colonizzazione greca. Il silenzio scese su quelle umili capanne, fino a quando, per caso, non furono ritrovate durante i succitati scavi del Treno ad Alta Velocità, e si recuperarono con speciali calchi, le impronte di quei nostri antenati in fuga da un terrore che neppure possiamo descrivere.

Attualmente il sito giace ancora sepolto, per disinteresse sia della popolazione, che delle elitè culturali che da decenni insistono sul territorio. Oggi, grazie a queste foto e grazie all'amico Paolo, ne abbiamo finalmente un'immagine chiara. E un'immagine vale più di mille parole. 

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