venerdì 24 aprile 2015

Eminenza, ci "appalta" San Marco?

San Marco in Sylvis, in una foto d'epoca

Lo studio dei rapporti fra parrocchie e confraternite di laici religiosamente ispirati non ha avuto finora, a mio avviso, l'attenzione che meriterebbe riguardo l'area a nord di Napoli. Essi non sempre furono idilliaci: i parroci vedevano nei membri di un' associazione laicale dei “concorrenti” alla propria autorità, e cercavano in tutti i modi di metter loro il bastone fra le ruote. Gli archivi diocesani ci hanno lasciato molte testimonianze su tali litigi, e spesso il contrasto non era solo verbale (vedasi ciò che accadeva nel casale, in apparenza tranquillo, di Massalubrense, in diocesi di Sorrento – Castellammare di Stabia).
Ad Afragola esistevano in passato molte confraternite, ma solo una ne sopravvive oggi, quella della Santa Croce. In questa sede mi limiterò a esporre due episodi di contrasto tra i parroci di San Marco e i confratelli di questa associazione.

1698: il parroco all'assalto della Santa Croce

Il 16 aprile 1698 avvenne la Santa Visita apostolica dell'arcivescovo di Napoli, Giacomo Cantelmo. In questa occasione, il parroco di San Marco, don Giuseppe Cerbone, fece una richiesta ai visitatori apostolici. Don Cerbone era rettore dell'antica chiesa dal 1692, e lo sarebbe rimasto fino al 1702, quando sarebbe passato a San Giorgio. Precedentemente, era stato anche arciprete di Afragola. Non uno qualunque, come si può osservare; e quindi tanto più curiosa appare la sua richiesta alle autorità vescovili. Ma lasciamogli la parola, così come appare negli atti della S. Visita:

Il Parroco di San Marco dell'Afragola, e li Fratelli della Confraternita di S.ta Croce costrutta nella nuova Chiesa parrocchiale (1), supplicando dicono a V. E. come nella santa Visita fatta à 16 aprile in detta Parrocchia, giudicò bene V. E. profanare l'oratorio di detta Confraternita, e perché in detto oratorio si ritrovano seppelliti, li cadaveri di un numero grande de fratelli defunti per una gran serie di anni, et si rende impossibile cavarli dalla sepoltura, d'essere profondissima, onde li corpi, et ossa di quei buon fratelli restano in loco profano sepolti, ne quelli che moriranno appresso potranno quivi con i loro antenati sepelirsi. Per tanto ricorrono a piedi di V. E. e umilmente La supplicano degnarsi concederli, che sia lecito alli supplicanti, chiudere la porta di detto oratorio per la quale si have l'adito nella pubblica strada e l'ingresso in esso et incorporare detto oratorio alla chiesa parrocchiale (2) e ribenedirlo e con questo si eviteranno l'inconvenienti passati, si renderà più capace la chiesa e comodo al Popolo e si farà anco ornamento alla chiesa suddetta. La quale già tiene due cappelle sfondate in Cornu Evangelii (3) e col togliersi li tompagni delli Due Archi che sono nel muro Comune della suddetta chiesa et oratorio si verrebbero a fare altre due cappelle in Cornu Epistolae (...)

(1) La sede parrocchiale cui si fa riferimento è quella attuale, in via Olmo. Fu costruita come oratorio di un'altra confraternita presente nel rione, quella del Santissimo Sacramento, nel biennio 1615 – 1617, il che spiega la sua scarsa grandezza. La sede parrocchiale era a San Marco in Sylvis ma, a causa della difficoltà di accesso e complice l'estinzione della confraternita, il 24 maggio 1668 la sede fu spostata nel sito attuale. La S. Croce fu costituita nel 1627 per opera dei padri Gesuiti.

(2) Sorprende senza dubbio leggere che la supplica fu concordata con i confratelli. Come si può notare oggi, la richiesta non fu accolta dalle autorità ecclesiastiche.
Per quale motivo l'oratorio fu interdetto? Il parroco accenna a degli “inconvenienti”, ma la verità sarebbe ben più orribile. In un suo saggio pubblicato in parte circa 13 anni fa, Romualdo Cerbone riporta una scritta del secondo libro dei morti, firmata dal parroco Cerbone, secondo cui il 5 ottobre 1694 era stato sepolto in chiesa Giuseppe Domenico Peterlese, “quia erat excomunicatus Papali excomunicatione propter homicidium a se commissum in Ecclesia SS.mi Sacramenti”. Da tale scrittura, la causa dell'interdetto sembrerebbe un omicidio avvenuto 4 anni prima della Santa Visita, anche se il luogo indicato per la tragedia sarebbe la chiesa, non l'oratorio.

(3) La Messa Tridentina era diversa dall'attuale, non solo per le formule latine che venivano citate. Il “Cornu Evangelii” e il “Cornu Epistolae” citato più avanti erano gli angoli dove si leggevano il vangelo e La Lettera della funzione, ed erano rispettivamente a sinistra e a destra dell'altare.

1876: la Confraternita all'assalto del parroco

Facciamo un salto di due secoli. Nel 1875, avviene la Santa Visita dell'arcivescovo di Napoli, Sisto Riario Sforza. Abbiamo già visto come la situazione a San Marco fosse disastrosa, in parte anche a causa del suo parroco poco devoto,don Giuseppe Scala. In tale clima, il 1 maggio 1876 i confratelli della Santa Croce scrivono la seguente lettera al cardinale di Napoli:

I sottoscritti Priore e Confratelli della congrega di S. Croce eretta nella chiesa parrocchiale di S. Marco in Afragola espongono umilmente alla Eminenza V.a come l'antica Chiesa della S. Marco in Silvis che è in considerevole distanza dall'abitato essendo rimasta abbandonata fin da che fu trasferita la parrocchia nelòla nuova chiesa del SS.mo Sacramento (…) in deplorevole stato. E sebbene alcuni giliani di detta parrocchia ne avessero cominciata le necessarie rifazioni, tuttavia l'opera è rimasta incompleta, e la chiesa è mancante tuttora di ciò è di assoluta necessità pel mantenimento. Ora gli esponenti, che anticamente avevano la Congrega installata in detta chiesa, volendo essi pensare al mantenimento della medesima con compierne l'incominciato restauro, dimandano avere assolutamente a se attribuila la predetta antica chiesa, una alla statua di S. marco che ab immemorabili pè stata sempre ivi conservata, onde scevri da qualunque impedimento potessero mandare a termine l'opera progettata, e quindi Ufficiare nei tempi estivi, e mantenerci sempre il culto e dovuto decoro. Andrea Errichiello Priore (seguono 19 firme di confratelli,ndr)”.

Approfittando dei malumori che serpeggiavano intorno al parroco, e delle condizioni pietose in cui versava l'antico tempio della selva, i confratelli scrivono all'autorità ecclesiastica per chiedere che venisse loro permesso di installarsi all'interno della chiesa. Ufficialmente per portare a termine i lavori di rinforzo iniziati dalla stesso Scala, e che il successore definirà senza mezzi termini “atti vandalici”, e per permettere gli uffici sacri nei tempi estivi, quando i contadini restavano nei campi (la zona allora, e per buona parte del Novecento, era tutta campagna). Un “appalto”, per usare termini impropri ma di facile comprensione. Ma il passo in cui il Priore allude all'esclusiva attribuzione alla confraternita della cura della chiesa tradisce la neppure tanto celata volontà di umiliare il parroco, che altrove aveva definito i confratelli “poveri idioti, e converrete con me che definire idiota una persona non è tanto confortante, soprattutto se l'offesa arriva da un sacerdote. Non sappiamo come risposero da Napoli, ma oggi l'antica chiesa è ancora sotto la cura dei parroci di San Marco.

Insomma, dispetti a non finire (e questi sono solo due esempi) tra i parroci e i confratelli, frutto di una rivalità che sfida i secoli e arriva fino ai nostri giorni.



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