martedì 26 maggio 2015

Della Cuma sibillina. Un ricordo.

Un antro oscuro, un accesso al mito
Di Cuma ho molti e nostalgici ricordi. La piccola cittadella greca, antica dominatrice delle coste campane, mi ha attratto da sempre, non solo per motivi affettivi, ma anche per la sua lunga storia di conquiste militari, eventi mitologici, nobili cadute.
Qui Virgilio (ma non solo lui) pose la sede dell'Antro della famosa Sibilla, la sacerdotessa di Apollo che, invasata dal dio, trascriveva vaticini in poesie esametriche su foglie di palma. Ma, ecco l'intoppo, dalle numerose fessure dell'antro il vento divino entrava a scompigliare le foglie, rendendo così “sibillini”, misteriosi, i responsi della sacerdotessa.
Il poeta amato da Augusto era molto preciso nel identificare la sede dei vaticini: “E da un canto dell'euboica rupe un antro immenso che nel monte penetra. Avvi intorno cento vie, cento porte; e cento voci n'escono insieme allor che la Sibilla le sue risposte intuona. < Ora è il tempo – disse la vergine – chiedi tue sorti: ecco lo dio ch'è già comparso e spira>”(Eneide, libro VI, 60-68).
Una caverna piena di spifferi: ce n'era di che prendersi una bella polmonite. Ma la vergine sacerdotessa, pur non essendo immortale, non sarebbe morta poi così presto. Infatti, come tutti noi, anche lei, la matriarca delle indovine, aveva un rimpianto. 
Ce lo racconta Ovidio, finito ultimamente sotto l'occhio del ciclone negli States perché considerato un autore pericoloso per i giovani universitari yankee (sic! vedi QUI). Lo sfortunato poeta riporta le parole della Sibilla la quale, spiegando a un incredulo protagonista la corte che le faceva Apollo, racconta: “Il dio mi disse: <Esprimi un desiderio, vergine cumana: sarà esaudito>. Io presi un pugno di sabbia e glielo mostrai, chiedendo che mi fossero concessi tanti anni di vita quanti granelli di sabbia c'erano in quel mucchio. Fui sciocca, e mi scordai di chiedere che fossero anni di giovinezza(...). L'età più bella mi ha voltato le spalle, e a passi incerti avanza un'acida vecchiaia, che a lungo dovrò sopportare. Vedi già che sette secoli sono vissuta: per eguagliare il numero dei granelli, trecento raccolti e trecento vendemmie devo ancora vedere” (Metamorfosi, XIV, 173 – 174).

Tempio di Giove
L'antro. Un luogo buio, umido. Un lungo corridoio di taglio perfettamente trapezoidale (opera dell'uomo? opera di un dio?), rischiarato da luci laterali, che termina in un vano rettangolare, con tre grandi nicchie. Qui viveva la Sibilla? O la sua sede era più in alto, nei resti del tempio di Giove? Qui, passeggiando tra queste rovine, sembra di ripercorrere antichi percorsi. E un senso di antica nostalgia mi prende, osservando queste pietre che furono l'acropoli, per alcuni fonte di ispirazione divina, per altri di afflato mistico - e per il sottoscritto di una lontana, lontanissima e dolcissima avventura. Un luogo riparato dalla veloce modernità, abituata più a distruggere che a conservare. Un luogo perfetto per visioni divine.

Tornando in questa fredda serata col ricordo a quella giornata estiva del 2009, penso a quelle rovine, non più visitate da allora, e mi pare di sentire i caldi raggi solari, l'erba frusciante, gli uccelli cantare, mentre la Sibilla interrogata ancora risponde esausta di anni e di domande. “ Voglio morire!” (Petronio, Satyricon, 48).

Nessun commento:

Posta un commento