lunedì 11 maggio 2015

Una Certosa di zucchero e morte

Si dice che i francesi siano poco virili ma inguaribili romantici. Oddio, ognuno di noi, a prescindere dall'origine, può scrivere di amanti in pena e notti ansiose: fate dell'Amore il filo conduttore, l'azione, lo sfondo e il primo piano di un romanzo, e avrete come risultato un insieme di pagine zuccherose e illeggibili. Se poi procedete a questa operazione chiamandovi Marie – Henry Beyle, in arte Stendhal, l'effetto carie ai denti (o sonno agli occhi) è assicurato.

Fabrizio Del Dongo, nobile milanese, nato da una relazione extraconiugale della madre con un soldato napoleonico, è bellissimo e affascinante, impulsivo e ignorante quanto basta per avere una schiera di fanciulle eccitate pronte a sposarlo. E lui invece se la fila, ricambiato, con la zia Gina, favorita del primo ministro del duca di Parma, un tiranno che di notte guarda sotto i letti per paura di attentati. Naturale che con simili soggetti cadano le barriere imposte dalla creanza e dalla morale, anche se non si arriva mai all'incesto. Grazie alla potente parentela il nostro Fabrizio, fallito un tentativo di fare l'eroe in guerra al seguito di Napoleone e finito pure in carcere con accusa di omicidio, scala tutti i gradini della gerarchia ecclesiastica fino al cardinalato, in modo direttamente proporzionale allo scemare dell'amore per la zia e al nascere di quello per la figlia del suo carceriere. Così per 525 pagine, caritatevolmente divise in due volumi, dobbiamo sorbirci la gelosia della zia, l'indecisione di Fabrizio, le lacrime della giovane sprovveduta, gli intrighi della corte parmense. Finquando l'Autore decide che ne ha abbastanza anche lui, e spedisce tutti all'altro mondo in poche righe, citando in una sola di esse, nell'ultima pagina, la Certosa del titolo.
E' sempre lo stesso problema con i francesi: indovinano la storia ma sbagliano a svilupparla. Sarà per la loro particolare storia linguistica, ma sembrano non possedere il dono dell'incisività, e si perdono in capitoli inutili che annientano la pazienza anche delle vecchiette che passano i pomeriggi a non far altro che leggere. Stendhal non fa eccezione: se invece degli amori, incestuosi o impossibili,si fosse dedicato a narrare le peregrinazioni del 17enne Fabrizio per l'Europa napoleonica o le avventure del 30enne cardinale e arcivescovo nella corte intrigante della piccola Parma, gli avrei dato tanto di cappello. Ma poiché ha scelto il solito brodo di zucchero e miele e morte, tanto caro ai suoi maledetti compatrioti, non mi resta altro che chiudere il libro e correre a prendere il dentifricio.  

Altri titoli di questa rubrica:

Grandi Speranze. Di finire presto il libro (vedi QUI)
La nave d'oro. Solo nel nome (vedi QUI)

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