sabato 27 giugno 2015

Curiosità antoniane


Per gentile concessione del settimanale "Nuovacittà" (articolo pubblicato sul n. 24 del 27 giugno 2015, in forma diversa dalla presente - è perciò consigliabile visionare anche l'uscita cartacea).

Nello scorso numero, parlando dei mutamenti subìti dalla Basilica antoniana, tralasciai di parlare dell'interno del tempio, che pure è stato notevolmente trasformato. Rinviando tale descrizione a una trattazione più complessa, nel quadro dei mutamenti subiti da tutti i templi afragolesi, in questa sede mi limito a dare notizia di piccole curiosità relative al tempio antoniano, di cui non tutti, anche i più vicini al mondo dei frati minori, conoscono.

Il Toson d'Oro di Sant'Antonio

Gli afragolesi tutti hanno visto la statua del Santo percorrere le vie e fermarsi nelle varie chiese, la scorsa settimana. Eppure, domandando se conoscessero il significato dei vari parametri di cui è adorna la statua, molti non sapevano rispondere. Il Taumaturgo indossa la cotta e la stola, simboli sacerdotali, e un collare dotato di una strana figura all'apice in basso.
Sant'Antonio. E' visibile il collare del Toson d'Oro.
E' il simbolo del Toson d'Oro, massima onorificenza cavalleresca e nobiliare della Casate europee, superiore persino all'Ordine della Giarrettiera inglese, istituito nel 1430 dal Re Filippo III di Borgogna. Il collare è costituito da focili dorati a forma di pietre focaie, sprizzanti scintille rosse e dorate, aventi nella parte inferiore l'ariete (toison in francese) simbolo del Vello d'Oro e del mito degli Argonauti della mitologia greca. Costoro, secondo il mito greco, si recarono nella Colchide (regione corrispondente all'attuale Caucaso) comandati dall'eroe Giasone, per recuperare il Vello d'oro dell'ariete Crisomallo, una pelle che era in grado di guarire dalle ferite più profonde chi la indossava.1
L'ordine del Toson d'Oro fu creato dal re Filippo per celebrare il suo matrimonio con Isabella d'Aviz, il 10 gennaio 1430. Era inizialmente composto da 24 cavalieri, poi allargati a 31 e a 72 (oggi l'ordine è a numero illimitato di membri). Passato nelle mani asburgiche nel Cinquecento con Carlo V (l'imperatore del Sacro Romano Impero sopra il cui regno “non tramontava mai il sole”), erede del ducato di Borgogna, si distinse in variante asburgica (quindi austriaca) e variante spagnola.
La Casa di Spagna, che governò Napoli e il Meridione a partire dall'inizio del 1500, ne insignì il santuario di Sant'Antonio di Afragola come segno di stima e considerazione particolare.2


Nel mezzo del cammin di nostra vita....

La Basilica è stata decorata nel corso dell'ultimo secolo dal pittore caiazzese Vincenzo Severino (1859 – 1930 ca) e da vari restauri dovuti al riassetto liturgico successivo al Concilio Vaticano II. Particolarmente interessante è la terza cappella di destra, dedicata all'Immacolata come quella di fronte. Nella volta troviamo ritratti Papa Pio IX (1792 – 1878, Pontefice dal 1846) e Giovanni Duns Scoto (1265 – 1308) davanti alla Vergine, in un felice legame che supera l'anacronismo storico. Pio IX, Pontefice che proclamò il dogma dell'Immacolata Concezione celebrato ogni anno l'8 dicembre, potè infatti superare le obiezioni portate a questo dogma proprio grazie ai ragionamenti filosofici di Scoto vissuto 5 secoli prima.
Nella parete troviamo una vetrata ,realizzata dallo studio Cembalo di Napoli nel 1991, che rappresenta in maniera stilizzata la Vergine, con ai piedi San Francesco, Santa Chiara, un frate e...Dante Alighieri, con tanto di corona d'alloro! Che ci fa il Sommo Poeta nella Basilica di Afragola, per quanto ripreso in un'opera recente?
Il legame riguarda la lode che l'Alighieri dedica all'Immacolata nel XXXIII canto del Paradiso, versi che furono definiti di “pura teologia mariana” e per questo ripresi perfino nella Liturgia delle Ore. Riporto i primi versi del Canto (1 – 21).

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se' a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.
Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz'ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.


Un arcivescovo inflessibile

Il vescovo Josè R. Carballo
Concludo infine con una nota riguardo la “ritirata” del Santo. Josè Rodriguez Carballo, l'arcivescovo che è venuto a presenziare il ritorno di Sant'Antonio in Basilica, è stato il 119esimo Ministro Generale dell'Ordine dei frati Minori, dal 2003 al 2013. Dal 6 aprile 2013, per volere di Papa Francesco, è segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata. In tale veste, decide assieme al prefetto (attualmente il cardinale Joao Braz de Aviz) le sorti degli Ordini religiosi. Ha quindi avuto una parte importante nel noto commissariamento dell'Ordine dei Francescani dell'Immacolata, che ha ridotto uno dei pochi Ordini con elevate vocazioni in una crisi profonda, con l'allontanamento forzoso persino del fondatore, padre Stefano Manelli, senza tra l'altro che dopo due anni si conosca il vero motivo del commissariamento. Inoltre, lo scorso autunno è stato coinvolto in uno scandalo finanziario riguardante finanziamenti che sarebbero stati effettuati sotto la sua reggenza all'Ordine, ma le indagini sono ancora in corso (vedi QUI). 



Note e articoli correlati

1Apollodoro di Atene, Biblioteca, Libro I, I – II secolo d. C.

2Padre Gioacchino Francesco D'Andrea, Guida del Santuario “S. Antonio di Afragola”, 1994


  • Una Basilica d'altri tempi (vedi QUI)
  • Eminenza, ci "appalta" San Marco? (vedi QUA)



mercoledì 24 giugno 2015

La Vittoria della Regina


E così ci siamo arrivati. A meno di improbabili risvolti tragici – e chi la uccide a quella – il prossimo 6 settembre Elisabetta II raggiungerà il primato di sovrana inglese più duratura sul trono di ogni altro predecessore. Scalzerà dalla sommità del podio la trisnonna, Vittoria Alexandrina, regnante dal 21 giugno 1837 al 22 gennaio 1901, quindi per 63 anni e mezzo.
Un regno così lungo che quando la bara della sovrana passò per le strade di Londra prima di giungere a Frogmore, ben pochi per le vie affollate potevano dire di ricordare un altro funerale reale. Anzi il funerale diventò un evento storico eccezionale, ricordato ben oltre il suo tempo, complice anche la filmografia nascente (furono le prime esequie filmate di un sovrano inglese), e divenne quasi un segno distintivo l'avervi “partecipato” fosse pure come semplici spettatori.
La regina Vittoria in un ritratto ufficiale
A Frogmore si concludeva la vicenda terrena di una piccola donna, alta appena un metro e mezzo, che s'era ritrovata a meno di un anno di età già orfana di padre ed ereditiera, oltre che di una corona traballante, dei debiti della madre, sua omonima. Fu un dispetto dello zio Giorgio IV quello di dare alla nascitura, presso il fonte battesimale, il nome di Vittoria, di origine tedesca come la madre, affatto tipico dell'isola (una regina Victoria c'era stata, ma al tempo nientemeno che dei sassoni, se ben ricordo) per inimicarsi gran parte della popolazione – già all'epoca tra Londra e le genti tedesche c'erano rapporti di gelida cortesia e nulla più.
Vittoria è passata alla storia come una sovrana pudica che, dopo la morte del marito Alberto nel 1861, per i successivi 40 anni avrebbe mostrato un'inflessibilità spaventosa verso le gioie della vita e verso la felicità altrui. Stronzate: la sovrana non fu mai, o almeno non sempre, quel feticcio casto e asessuato che è passato nell'immaginario collettivo a causa dei suoi biografi. Senza dar retta alle voci incontrollate che la vogliono di volta in volta scivolare nel letto del servitore John Brown o di altri improbabili sudditi, possiamo dire che non era proprio il tipo da pronunciare a ogni piè sospinto l'odiosa frase: “ We are not amused”. Vittoria, se era sinceramente addolorata per la scomparsa del compagno di vita, aveva tuttavia abbastanza senso della propria dignità per rendersi conto che il capo della più grande potenza mondiale dell'epoca non poteva stare tutto il giorno a frignare e a pensare al passato. Si riprese, e seppe affrontare le sfide della seconda metà dell'Ottocento da sola, e in un momento in cui la monarchia inglese contava politicamente molto più di adesso, ridotta a farsi rappresentare da borghesucce accalappia – principi che portano a spasso pargoli nei giardinetti pubblici.
Non è un caso che sia protagonista di parecchi aneddoti , non tutti storicamente accertati ma che mettono in luce il lato buffo della “Vedova”, come affettuosamente era chiamata dai soldati.
Un paio, che rendono bene l'idea del personaggio, e li riferisco.

Quando lesse “Alice nel paese delle meraviglie”, scritto nel 1865 dal matematico reverendo Charles L- Dogson sotto lo pseudonimo di Lewis Carroll, fu talmente entusiasta dell'opera che ordinò al suo segretario Ponsonby di portarle il successivo libro di Carroll non appena fosse stato pubblicato. Tempo dopo, il segretario si presentò con ilo libro, il cui titolo - “Gli elementi dei Determinati, con applicazione ai sistemi di equazioni lineari e alla geometria algebrica” - lasciò di stucco la regina.
We are amused!
Oppure, quando il suo medico privato si sposò, privandolo della sua compagnia giornaliera a tavola, lei ci rimase così male che non si mostrò molto fredda con lui nei successivi incontri. Il medico, con tipico humor inglese, in un biglietto scrisse alla sovrana: “Giuro a Vostra Maestà che non lo faccio più” e provocò una risata convulsa nella donna, che si riconciliò con lui.

Una donna tutt'altro che poco “amused”. E proprio in questi ultimi anni, appartenenti a un'epoca diametrale opposta a quella in cui visse la sovrana, la sua figura è studiata, riscoperta, e persino venerata più di prima da parte dei giovani storici britannici, che riconoscono in lei una figura dalla forte tempra morale e niente affatto sciocca o limitata come raccontano le biografie alla Liala che infestano gli scaffali delle librerie. E così, proprio mentre il suo primato di permanenza sul trono viene meno, la figura dell'ultima vera tedesca sul trono britannico viene rivalutata, la sua rigidità viene apprezzata, e la sua fedeltà alla memoria del marito, ammirata. Oggi, nel 2015, in piena epoca gender. 
Una vera vittoria per Vittoria.  


Ps. 
Con una certa ironia leggiamo cosa scrisse nel suo diario a proposito del re di Piemonte Vittorio Emanuele II, incontrato in una visita di Stato: “Povero uomo! Più che a un re dei nostri giorni, assomiglia a un cavaliere che viva della sua spada”.
Certo, le conseguenze di questo cavalierato le conosciamo tutti.  

sabato 20 giugno 2015

Forza della Natura

Sogno o incanto? Meraviglia o muto spavento?

Fulmini durante un temporali sulla Riviera romagnola




domenica 14 giugno 2015

Una Basilica d'altri tempi


Il santuario di Sant'Antonio, innalzato nel XVII secolo ed eretto in Basilica minore nel 2004, ha subìto nell'ultimo secolo radicali interventi di ristrutturazione che ne hanno cambiato radicalmente la fisionomia. La causa primigenia di tale rifacimento è stata il lungo abbandono della struttura a cavallo fra Otto e Novecento, in seguito alle espropriazioni unitarie, e l'utilizzo per gli usi più svariati della struttura, persino come mendicicomio, cioè ospizio per i mendicanti, gestito da San Ludovico di Casoria per alcuni anni.
Col ritorno dei frati negli Anni Dieci del Novecento, si impose un'opera di profonda riattazione dei locali, che comportò anche trasformazioni architettoniche fondamentali


Anni Dieci del Novecento

In questa foto abbiamo una panoramica laterale della facciata del santuario, notevolmente diversa dall'attuale, ma sempre suddivisa in tre sezioni da due trabeazioni.
L'ingresso era costituito da tre archi separati dal sagrato tramite cancellate in ferro, e davano accesso alla navata centrale della chiesa. Al di sopra di quello centrale osserviamo un regolo bianco, probabilmente recante lo stemma francescano delle braccia incrociate. Nello spazio mediano, fra l'ingresso e l'apice, si osserva la finestra che illumina la navata principale. Infine, la parte superiore del tempio è occupata da un'edicola con timpano, contenente l'affresco con l'immagine slanciata di Sant'Antonio che scende dal cielo. Una fonte cita anche la scritta sotto l'effigie: “O Antonio, Afragola è tua”. L'affresco andò purtroppo perduto per le intemperie già alla fine degli anni Venti. Possiamo osservare l'antico campaniletto a vela a due fornici della chiesa, risalente al 1915. Sia il campanile che l'edicola con l'effigie del Santo presentano corpi architettonici arrotondati che danno un senso di slancio alle strutture. Gli edifici laterali, che conducono al chiostro e al museo, presentano un solo grande arco d'ingresso e una porticina per gli ambienti conventuali. Fra di essi, la Croce, risalente a inizio Novecento.


Anni Dieci del Duemila


Un secolo dopo, il prospetto ha subito modificazioni radicali. La facciata è rimasta divisa in tre settori, ma l'ingresso è ora sormontato dalla loggia delle benedizioni del secondo piano. I due archi laterali sono stati chiusi, ma in compenso sono stati aperti due ingressi laterali alle navate minori. Il tempio a cuspide adesso ospita delle maioliche policrome raffiguranti l’effige di Sant’Antonio di Afragola sollevato in Paradiso da una nuvola e circondato da 5 Angeli festanti, alcuni dei quali con giglio. L’attuale effige fu voluta dal Padre Guardiano Alessio la Rocca nel 1935. Sul lato sinistro, osserviamo l'alto campanile a 4 ordini, terminante con la cupola affusolata foderata in lamina di rame e con un loggiato panoramico. Fu costruito sotto il guardianato di Padre Egidio Annunziata e inaugurato nel 1951. Gli edifici laterali che danno accesso alla Sala delle Offerte e degli ex voto presentano adesso portali rettangolari, e la Croce è stata spostata sull'estrema destra, a costo però della distruzione dell'antica inferriata.

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Il Santuario del Sacro Cuore: com'era, com'è (vedi QUI)

Due volti di una piazza (vedi QUI)

giovedì 4 giugno 2015

Il Santuario dei Sacri Cuori: com'era, com'è

Posto al centro di uno dei quartieri più antichi della città, il santuario dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e Maria è, dal 1923, una delle realtà ecclesiastiche ed educative più importanti della città. La chiesa seguì all'arrivo dei missionari in città, avvenuto nel 1907 grazie all'eredità dell'arciprete Sebastiano Castaldo Tuccillo, e fu realizzata in stile neoclassico con notevoli aggiunte barocche.
Come ogni tempio cittadino, è stato modificato all'indomani del Concilio Vaticano II e delle nuove disposizioni liturgiche adottate dall'assise conciliare, anche se in maniera meno rilevante rispetto alle chiese parrocchiali. Vediamo come.

Il santuario negli anni Cinquanta del Novecento
La foto a sinistra riprende il presbiterio e parte della navata negli anni Cinquanta del secolo scorso. Notiamo innanzitutto la presenza di una bassa balaustra con colonnine a bottiglia chiusa da un cancelletto in ferro sormontato da una croce, che divideva la navata dal presbiterio, il sancta sanctorum del tempio in quanto solo i sacerdoti e i ministri potevano accedervi. A lato sinistro della navata notiamo la presenza del pulpito con il crocifisso, mentre specularmente a destra abbiamo una struttura chiusa che, a detta del custode attuale Salvatore Niola, conteneva la campanella per l'inizio delle celebrazioni. Le sedie che vediamo davanti alla balaustra dobbiamo immaginarle sparse per tutta la lunghezza della navata a uso dei fedeli durante le celebrazioni, com'era uso all'epoca.
Oltre la balaustra, c'è l'Altare Maggiore, in marmi policromi, realizzato nel 1928 dalla ditta Laudiero e D'Ambra, avente nel paliotto (l'intelaiatura marmorea che ricopre la facciata anteriore dell'altare) una rappresentazione dell'Ultima Cena. La statua del Sacro Cuore di Gesù era ospitata in una nicchia e contornata da figure di angeli, con raggi che si irradiavano in maniera suggestiva dalla statua del Salvatore, uno degli accorgimenti artistici meglio riusciti negli edifici sacri afragolesi. Ai lati c'erano due riquadri rettangolari con vetrate che, penso, dovevano ospitare statue più piccole. Infine, nel riquadro ottagonale della volta intravediamo i cuori di Gesù e Maria, rispettivamente circondato da spine e trafitto da uno spadino (si vedono appena in alto come una macchia scura).

Il santuario oggi
Nella foto a destra possiamo vedere il presbiterio come si presenta oggi. E' scomparsa la balaustra per far spazio all'altare a mensa, la novità principale del Concilio del 1965, essendo che la Messa è oggi celebrata coram populo, cioè con il sacerdote che si rivolge ai fedeli – e che da le spalle al ciborio con l'Ostia. La balaustra fu divisa in due parti e oggi i due tronconi sono ospitati nelle seconde cappelle di destra e sinistra. Ne fu realizzata un'altra con colonne doriche e falsi marmi, smembrata anch'essa e oggi conservata nelle terze cappelle di destra e di sinistra.
Sono scomparsi il pulpito e la struttura a destra della navata, sopra l'ingresso della sagrestia.

La nicchia che ospita la statua del redentore è diventata un'edicola in marmo con tetto spiovente, sempre addossata all'abside poligonale, realizzata dalla ditta Bertoli. Ha perso le statue di angeli che la adornavano, e anche le vetrine ai lati. Sul riquadro più alto del tamburo della volta, sono ora
posti i cartoni di due angeli che stringono nastri di colore verde e rosa, mentre non ci sono più i Sacri Cuori di Gesù e Maria dipinti su quello della cupola.


Presbiterio con paratura a festa.
Foto di Andrea Giovenale - Marco Manna


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