mercoledì 24 giugno 2015

La Vittoria della Regina


E così ci siamo arrivati. A meno di improbabili risvolti tragici – e chi la uccide a quella – il prossimo 6 settembre Elisabetta II raggiungerà il primato di sovrana inglese più duratura sul trono di ogni altro predecessore. Scalzerà dalla sommità del podio la trisnonna, Vittoria Alexandrina, regnante dal 21 giugno 1837 al 22 gennaio 1901, quindi per 63 anni e mezzo.
Un regno così lungo che quando la bara della sovrana passò per le strade di Londra prima di giungere a Frogmore, ben pochi per le vie affollate potevano dire di ricordare un altro funerale reale. Anzi il funerale diventò un evento storico eccezionale, ricordato ben oltre il suo tempo, complice anche la filmografia nascente (furono le prime esequie filmate di un sovrano inglese), e divenne quasi un segno distintivo l'avervi “partecipato” fosse pure come semplici spettatori.
La regina Vittoria in un ritratto ufficiale
A Frogmore si concludeva la vicenda terrena di una piccola donna, alta appena un metro e mezzo, che s'era ritrovata a meno di un anno di età già orfana di padre ed ereditiera, oltre che di una corona traballante, dei debiti della madre, sua omonima. Fu un dispetto dello zio Giorgio IV quello di dare alla nascitura, presso il fonte battesimale, il nome di Vittoria, di origine tedesca come la madre, affatto tipico dell'isola (una regina Victoria c'era stata, ma al tempo nientemeno che dei sassoni, se ben ricordo) per inimicarsi gran parte della popolazione – già all'epoca tra Londra e le genti tedesche c'erano rapporti di gelida cortesia e nulla più.
Vittoria è passata alla storia come una sovrana pudica che, dopo la morte del marito Alberto nel 1861, per i successivi 40 anni avrebbe mostrato un'inflessibilità spaventosa verso le gioie della vita e verso la felicità altrui. Stronzate: la sovrana non fu mai, o almeno non sempre, quel feticcio casto e asessuato che è passato nell'immaginario collettivo a causa dei suoi biografi. Senza dar retta alle voci incontrollate che la vogliono di volta in volta scivolare nel letto del servitore John Brown o di altri improbabili sudditi, possiamo dire che non era proprio il tipo da pronunciare a ogni piè sospinto l'odiosa frase: “ We are not amused”. Vittoria, se era sinceramente addolorata per la scomparsa del compagno di vita, aveva tuttavia abbastanza senso della propria dignità per rendersi conto che il capo della più grande potenza mondiale dell'epoca non poteva stare tutto il giorno a frignare e a pensare al passato. Si riprese, e seppe affrontare le sfide della seconda metà dell'Ottocento da sola, e in un momento in cui la monarchia inglese contava politicamente molto più di adesso, ridotta a farsi rappresentare da borghesucce accalappia – principi che portano a spasso pargoli nei giardinetti pubblici.
Non è un caso che sia protagonista di parecchi aneddoti , non tutti storicamente accertati ma che mettono in luce il lato buffo della “Vedova”, come affettuosamente era chiamata dai soldati.
Un paio, che rendono bene l'idea del personaggio, e li riferisco.

Quando lesse “Alice nel paese delle meraviglie”, scritto nel 1865 dal matematico reverendo Charles L- Dogson sotto lo pseudonimo di Lewis Carroll, fu talmente entusiasta dell'opera che ordinò al suo segretario Ponsonby di portarle il successivo libro di Carroll non appena fosse stato pubblicato. Tempo dopo, il segretario si presentò con ilo libro, il cui titolo - “Gli elementi dei Determinati, con applicazione ai sistemi di equazioni lineari e alla geometria algebrica” - lasciò di stucco la regina.
We are amused!
Oppure, quando il suo medico privato si sposò, privandolo della sua compagnia giornaliera a tavola, lei ci rimase così male che non si mostrò molto fredda con lui nei successivi incontri. Il medico, con tipico humor inglese, in un biglietto scrisse alla sovrana: “Giuro a Vostra Maestà che non lo faccio più” e provocò una risata convulsa nella donna, che si riconciliò con lui.

Una donna tutt'altro che poco “amused”. E proprio in questi ultimi anni, appartenenti a un'epoca diametrale opposta a quella in cui visse la sovrana, la sua figura è studiata, riscoperta, e persino venerata più di prima da parte dei giovani storici britannici, che riconoscono in lei una figura dalla forte tempra morale e niente affatto sciocca o limitata come raccontano le biografie alla Liala che infestano gli scaffali delle librerie. E così, proprio mentre il suo primato di permanenza sul trono viene meno, la figura dell'ultima vera tedesca sul trono britannico viene rivalutata, la sua rigidità viene apprezzata, e la sua fedeltà alla memoria del marito, ammirata. Oggi, nel 2015, in piena epoca gender. 
Una vera vittoria per Vittoria.  


Ps. 
Con una certa ironia leggiamo cosa scrisse nel suo diario a proposito del re di Piemonte Vittorio Emanuele II, incontrato in una visita di Stato: “Povero uomo! Più che a un re dei nostri giorni, assomiglia a un cavaliere che viva della sua spada”.
Certo, le conseguenze di questo cavalierato le conosciamo tutti.  

Nessun commento:

Posta un commento