giovedì 30 luglio 2015

La retorica del migrante al tempo di Facebook

Gli Addolorati 

Io li chiamo gli Addolorati. Sono persone, di varia estrazione sociale e opinione politica, ma in gran parte di condizione medio – alta e votanti Pd, Sel e tutti i partiti rossi, che si battono il petto, si strappano i capelli, piangono disperati/e per la questione principe di ogni estate in Italia. L'aumento del costo del carburante? Giammai: sono ricchi, per loro non fa differenza un venti centesimi in più al litro. L'abbandono dei cani? Neanche per idea: i quattro zampe ormai sono un tema troppo popolare per riscuotere l'attenzione di questa elitè snobistica.
Ma l'immigrazione, naturalmente! Cos'altro sennò? Direte: stiamo ancora a parlare degli immigrati? Non ci basta quell'abile incapace di Alfano a farci i santissimi gonfi così? Però, scusate, io ho detto immigrazione, che non è la stessa cosa di immigrato. L'immigrazione è un concetto astratto per cui, per il fatto che ci sono tanti poveri cristi, o meglio tanti poveri maometti, che sbarcano sulle nostra coste, lo Stato de ve mettere su una macchina organizzativa e impegnare svariati milioni di euro. Gli immigrati sono coloro che materialmente sbarcano, e danno corpo e sangue a quel concetto astratto. Orbene, purtroppo per loro, gli Addolorati non sono affatto interessati ai corpi, mentre mostrano un amore smisurato per l'idea astratta (e per i soldi che essa produce, vedi Mafia Capitale). Sono soggetti che mostrano un alto livello di scolarizzazione e un bassissimo livello culturale; che hanno visitato 20 o 30 Paesi nel mondo senza essere stati neppure una volta lontano dai McDonald's o dagli hotel a 5 stelle in cui risiedevano; che sono convinti delle proprie idee, ma che quando queste si dimostrano insufficienti, sparano escrementi sui loro avversari per poi abbracciare le loro, di idee, e scambiano ideali da un giorno all'altro come comodi abiti pret – a – porter. Sono in mezzo a noi, e appaiono nei momenti più inaspettati, pretendendo di rivelare la “vera storia” alla “ggente”.

Il tizio, la tizia e la retorica del “povero migrante”

Commentavo giorni fa questo articolo (vedi QUI) di un combattente italiano vissuto in Africa nera negli anni Settanta, nel decennio successivo alla decolonizzazione. Un periodo durante il quale, se gironzolavi disarmato per le strade o le contrade campagnole, avevi buone possibilità di arrivare al tramonto con qualche chilo di piombo in petto, e ciò a prescindere dal fatto se fossi bianco, nero, giallo o marrone.
Il post in questione, che mette in dubbio il fatto che gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste siano in fuga da guerra e fame, viene subito preso di mira da uno dei retori pro immigrazione.
Afferma costui: “La visione del mondo di questo tizio mi fa piuttosto schifo. Non si chiede mica se chi ce l'ha fatta a stare su un barcone semi sgonfio forse è proprio quello più forte o più nutrito, o semplicemente quello che ha avuto la possibilità di accedere ai soldi che gli mandavano i familiari residenti in Europa del Nord , dove di sicuro vogliono andare. Riguardo al Sud Africa, ho parenti lì che mi aggiornano più di quanto non faccia questo signore che sotto sotto accusa Nelson Mandela di corruzione. Il Sud Africa ha accolto negli ultimi anni MILIONI DI PERSONE (si parla di circa venti) che di sicuro non possono creare una situazione tranquilla laggiù. Fino a quando non ci sarà una politica mondiale capace di gestire il fenomeno planetario dell'immigrazione, non se ne verrà a capo di nulla. Poi mettici anche le riserve culturali e religiose che bene mette in evidenza il Capo della Chiesa Cattolica, mettendo in guardia dalla incapacità di riconoscere l'altro che è in difficoltà semplicemente perchè non è abbastanza magro, e povero”.

Spiacente, Marco, oggi non parliamo di te
In questo commento possiamo riscontrare quasi tutti i cavalli di battaglia degli Addolorati.
Innanzitutto, c'è la caritatevole messa in discussione dell'autore (La visione del mondo di questo tizio mi fa piuttosto schifo), che rappresenta sempre il primo passo per gettare discredito agli occhi di terzi. Segue poi la presenza della notizia che chi arriva qui vuole di sicuro andare in Europa del Nord: peccato che l'Europa del Nord, come ha recentemente dimostrato, non li vuole affatto. Abbiamo inoltre un classico della retorica sinistrorsa, la presenza di informatori in loco che informano la “ggente” meglio dei “tiggi di reggime”, anche se poi tali fonti si rivelano essere parenti o amici lì in vacanza per due settimane con Alpitour e che non sanno neppure di essere diventati fonti giornalistiche. C'è il richiamo a una politica mondiale dell'immigrazione: la cosa si commenta da sola, è inutile perderci tempo. E poi il richiamo di precetto al Papa, cosa che non può mancare a questi anticlericali e mangiapreti, che però da due anni hanno orgasmi multipli essendo che il Capo della Chiesa che tanto odiano gli fa il filo.
Ma poi una cosa curiosa: in Sudafrica il Nostro ammette che gli immigrati “non possono creare una situazione tranquilla”, ma poi pretende che l'Italia accolga chiunque dall'Africa venga quassù.
La coerenza di pensiero, modalità off.

Cosa rispondere, a costui che nel suo calderone mette tanti di quegli ingredienti che nemmeno Harry Potter nei romanzi della Rowling? Questo: “Non si capisce come sia possibile che gente che è affamata riesca a pagarsi il tragitto in mare, che si aggira intorno ai 4000 dollari a persona. Tragitto pieno di rischi, non lo dimentichiamo, ma che viene pagato a peso d'oro da chi, secondo la teoria immigrazionista che ci viene propinata dai media, non ha nemmeno di che pagarsi un tozzo di pane. E' più che evidente che si arriverà a una guerra di civiltà fra gli ospitanti, in crisi e sempre più in difficoltà per conto loro, e gli ospiti, che credevano di trovare l'eldorado e si ritrovano sbattuti in un mondo non loro”.

La mia voleva essere una risposta dubitativa, contestabile ma che invitava alla riflessione. Ma non avevo considerato che un Addolorato si addolora ancora di più se metti in discussione i capisaldi della sua dottrina.

Che coppia d'assalto...
Replica il tizio: “ 1) il costo del tragitto viene pagato dai parenti o conoscenti che vivono nell'Europa del Nord (Germania ,Svezia, ecc.) con regolare permesso o sono addirittura cittadini di seconda generazione. 2) Non esiste nessuna teoria immigrazionista , ma esiste invece l'osservazione attenta di un fenomeno sociologico di portata planetaria. 3) Esiste invece una teoria razzista. Ora riverniciata e abbellita: alzare muri (come in Ungheria ora) organizzare campi dove rinchiudere masse di individui per rispedirli a casa, che torneranno come tornano le onde. L'opzione "soluzione finale" è stata già tentata , ma non ha avuto l'esito sperato, tranne quella di ridurre l'Europa in un mucchio di macerie fumanti. 4) La Storia , per chi l'ha studiata e vi ha trovato una qualche lezione approssimativa, insegna che i fenomeni migratori non si possono fermare. A meno che si incominci a spargere la voce che sta avvenendo una invasione armata e che quindi bisogna difendersi con una guerra. Quindi uccidendo o facendosi uccidere”.

Meraviglioso. In queste poche righe ci sono così tanti clichè da poterne trarre un cinepanettone.
Replico a mia volta: "1. Può darsi che il costo del tragitto venga effettivamente pagato dai conoscenti del Nord Europa, non di certo di quelli residenti in Germania, realtà che conosco per esserci vissuto. 2. La teoria dell'immigrato che va aiutato sempre e comunque esiste, e ha i suoi epigoni nel Pontefice e nella presidente della camera Boldrini. 3. Non si confonda il bisogno di sicurezza della popolazione con il semplice razzismo duro e puro: le soluzioni finali, fortunatamente, appartengono alla Storia. 4. I fenomeni migrativi non si possono fermare, ma possono essere eterodiretti, e questo sempre la Storia, per chi vuole imparare, lo insegna: mai sentito di Zenone che dirottò i barbari a Occidente ponendo fine a quell'Impero? O di Carlo Magno alle prese coi sassoni ai confini orientali dell'Impero carolingio?”.

Mai detto il contrario, amico mio. Perciò, come posso vivere senza aiuti dallo
Stato in cui vivo da sempre, lo puoi fare benissimo pure tu, senza 35 euro
Ed ecco, dopo mezz'ora di pausa (deve averci pensato bene prima di scrivere) la replica alla mia replica: “Beh, è come parlare a un muro con Lei”. Azz, direbbero a Napoli! Ti dimostro dati alla mano che stai dicendo un mucchio di stronzate, prese qua e là dai blog di Grillo o di Nichi Vendola, e poi quello che alza muri sono io? Ma ormai sono avvezzo a che, quando il discorso si approfondisce, gli Addolorati si limitino a dare del razzista o limitato culturale all'interlocutore per poi concludere immancabilmente con "saluti" o "buona giornata". Prima me la prendevo, ora sorrido, perché significa che oltre un certo limite, certe persone non possono ragionare.
Era però destino che non dovessi concentrarmi sul mio Sherlock Holmes in inglese che avevo scaricato da un sito di appassionati.

Dieci minuti dopo, ecco un altro commento, ma stavolta da un'Addolorata, che scrive, rivolta a me: “E' evidente che con un rifugiato politico africano non ci ha mai parlato, che un dossier delle commissioni ministeriali per il rilascio dell'asilo politico non l'hai letto, figuriamoci andarsi ad informare sulle attuali guerre dichiarate e non, che esistono un po più giù del nostro nel paese. Forse un po meno tempo a scrivere papielli infiniti e un po più tempo tra la gente (bianchi e visto l'argomento soprattutto neri) le farebbe bene”.
Leggo e mi blocco un secondo dallo stupore, per poi creparmi di risate davanti al pc. Siamo al un altro topos classico degli Addolorati: “Chi critica è un razzista che non ha mai conosciuto immigrati”. E questa lo dice, si badi bene, dopo che ho già rivelato di essere stato all'estero, non in vacanza come lei e l'altro compare, ma per lavoro, e per lunghi mesi. E dunque le scrivo che mi dispiace per lei e le sue evidenze che tanto evidenti non sono, ma che ho vicini di casa provenienti dal Burkina Faso, ho un amico a Londra proveniente dal Benin e ho lavorato in lavori di fatica con due persone, un uomo e una donna, lei marocchina, lui del Niger, con loro ho scambiato il pane e bevuto le loro bevande fatte da loro.
Infranto l'ennesimo clichè terzomondista, sto per chiudere quando mi arriva l'ennesima notifica: ancora il tizio di prima. Vado a vedere cosa vuole ed ecco un altro j'accuse: “Il colonialismo ha fatto questo imperdonabile errore pretendendo di portare dappertutto la propria visione del mondo spacciandola per civiltà. Provocando stragi e rivolte. Questo mi dice la storia che ho studiato. La sua naturalmente dice altro, ma non ho capito proprio cosa è soprattutto come risolvere. Alzare il solito muretto a secco su migliaia di km di costa?”.
Ci risiamo con l'etichettatura! Ma ormai sono stanco, sto per chiudere, e chioso: 
La Storia è una, solo che ha tanti interpreti: è questo il problema”.

mercoledì 22 luglio 2015

Il nome "Afragola", tra fiumi e fragole

Pseudo Storia

Ci mancava solo, in questa estate caldissima in cui si suda anche stando seduti, imbattersi nel solito volumetto di storia locale che pretende di “rivelare” cose note, “rileggere” documenti ormai scomparsi, “annunciare” scoperte sensazionali, tipo che il sole sorge a est.
Mentre chi scrive è impegnato nella seconda edizione del proprio volume (vedi QUI) senza starnazzare tanto o pretendere alcunché (anche se ne avrei pieno diritto, e non lo dico per glorificazione), altri tormentano il web con le loro spiegazioni pseudo-storiche, pseudo-linguistiche, pseudo-geografiche, pseudo-tutto.
Io sono per il vivi e lascia vivere, l'ho sempre detto. Ma ho sostenuto sempre, anche, che la Storia deve essere lasciata agli storici, sennò è finita e chiunque può metterci il suo (rileggi QUI).
Giorni fa, ad esempio, capitato in un sito di gastronomia molto frequentato, che si rifà alle ricette dei grandi chef del passato, ho letto con commiserazione la citazione relativa alla papessa Giovanna, vissuta a dire dell'articolista nell'VIII secolo. Pensavo che ormai non ci fosse più nessuno che credesse a 'sta favola, ma a quanto pare mi sbagliavo, ed essendo che conosco il lettore medio del web, che legge senza informarsi per poi diffondere gli errori nel mondo, sono sicuro che ora ci saranno altri pseudo-storici che sparpaglieranno la balla di una donna diventata Papa, e cosa c'è di meglio in tempi di parità dei diritti?
Gli pseudo – storici, dunque. In questo blog ne abbiamo già incontrato qualcuno (vedi qui e qui) e perciò già conosciamo qualcosa del loro modo di studio delle fonti. In attesa di analizzare il prossimo testo, mi limito a due righe veloci sul tema principe di chiunque si imbatta nella storia locale di Afragola: il nome stesso della città. E' una questione più importante di quanto si pensi, signori miei, perché dalla sua interpretazione nascono tutte le diverse versioni sulla nascita del casale.

Santa Maria d'Ajello, la chiesa matrice della città
Tra fragole scomparse e fiumi fantasma

Afragola, posta ai margini meridionali della Terra di Lavoro, esattamente a metà strada fra Napoli e Caserta, ha una storia iniziata con i primi insediamenti di origine italica con infiltrazioni greche (vedi QUI), proseguita per tutta l'epoca romana con scarse popolazioni e interrotta dopo la fine dell'Impero, per poi essere ripresa in epoca medievale. Intorno all'Anno Mille, nuove popolazioni si insediarono qui e nella vicina Suessula (vedi QUA) e la futura Afragola quindi rinacque dalla successiva stratificazione di nuclei abitati fin dall’Alto Medioevo, e non per la donazione del re Ruggero II, come una tradizione tarda vorrebbe.

Ora, perché Afragòla si chiama così, e non Afràgola? Tutti i Comuni hanno una storia etimologica propria, più o meno chiara. Per limitarci all’area a nord di Napoli, Casoria deriva da “Casa aurea” (casa d’oro), Cardito da “cardo”, Orta di Atella dall’antica “Atella” di età osca. La stessa Napoli deriva da “Neapolis”, la nuova città, in opposizione a “Parthenope”, il nucleo urbano posto sull’isola di Megaride., e Caserta da “Case irta”, vale a dire le casupole situate sui monti immediatamente alle spalle dell'attuale capoluogo.
Afragola come nome, dunque. Molte sono state le ipotesi sul nome della città,e del perché di quello strano accento piano invece che sdrucciolo.

Voldemort che lancia la maledizione su Afragola:
mai più fragole in questa città.
Una di esse, la più nota, vuole che il nostro territorio, un tempo ricco di fragole, in un periodo imprecisato non ne produsse più,e da qui il nome con l’alfa greca privativa : A - Fragola, “senza fragola”. Notevole, davvero. Tuttavia, nessuno di è preso mai la briga di spiegare perché mai la nostra città non dovesse produrre fragole, mentre le terre vicine ne erano ricchissime. Una maledizione di Voldemort? Un anticipo del fenomeno della Terra dei Fuochi? Scie chimiche? In verità, non credo proprio che valga la pena scomodare le teorie del complotto o gli extraterrestri; tale spiegazione è senza sicure fondamenta.

Un'altra sorprendente ipotesi, descritta nel 1946 sull' “Eco afragolese” (un giornale locale) da Angelo Giacco, affermava che Afragola derivava dalla parola “fragor”, intendendo con questo il “fragore” rumoroso delle correnti dei corsi d’acqua vicini. Altri, hanno ripiegato invece sul fragore delle acque degli acquedotti romani che passavano sul nostro territorio.
Si doveva avere una fortissima immaginazione per tale ipotesi, dal momento che l’unico corso d’acqua nei nostri pressi è il Clanio, a 7 km circa dal centro abitato, e che emette tutto, anche miasmi, ma di certo non fragori da far paura. Forse ci si riferiva ai canali che nel Clanio sfociavano? Ma essi erano brevi, poco profondi e limacciosi: al massimo, potevano far risuonare un gorgolio. Oppure si pensa a un fiume fantasma? Abbiamo già visto che altri hanno posto una chiesa afragolese in cima a una collina a mo' di castello di re Artù ( leggi QUI); e bisogna dire che una fiume fantasma o invisibile, che scorre violentemente non visto da nessuno, completerebbe meravigliosamente la favola.
Riguardo agli acquedotti, seppur Castaldi ci testimonia che nel 1830 ne esistevano ancora i resti, osservabili tranquillamente dagli afragolesi dell'Ottocento, essi non erano più in funzione da ben prima del Mille, quando vari villaggi sul nostro territorio iniziarono a riformarsi.


E così fu...
Una possibile soluzione

Forse,colui che si avvicina di più alla soluzione è un poeta afragolese, Gennaro Aspreno Rocco, vivente ad Afragola nel XIX secolo, esponeva così la sua opinione sul toponimo: “Il nome Afragola è un derivato di VILLA FRAGORUM, cioè la terra delle fragole (…). E’ conosciuto che la lingua viene formata dal popolo, il quale nella sua stessa maniera scorretta di parlare, serba senza saperlo regole costanti e ha naturalmente una smania di mutilare e addolcire. Ora chi non vede che al popolo ignorante, riuscisse non poco difficile pronunziare divise le due parole Villa Fragorum? Ed essi usarono dire “Villafragòrum” , legando in una le due parole. Con l’andare degli anni, ne venne che si trovò più spicciò il nome col sopprimere la parola “Villa” (come avvenne a Portici, detta Villa Porticuum). La A finale della parola “Villa” si legava a “Fragòrum” e avemmo “Afragòrum” ,che ben presto dovette mutarsi in “Afragòra” e dunque in “Afragòla“. Ed ecco perché da noi si dice Afragòla con l’accento latino”.

La spiegazione di questo letterato mi sembra la più logica, o almeno quella con minori incongruenze, fra quelle esposte. E con essa chiudo questo articolo, anch'esso molto semplice e niente affatto “fragoroso”.



 

lunedì 13 luglio 2015

Dieci Anni



Dieci anni, oggi. Un pezzo di vita trascorso. Un pezzo di strada percorso. E' quella giusta? Sì, lo è. Ma la percorro nel modo giusto? Non so, non ancora.

Dieci anni. Il momento dei saluti. Ciao a Garolf, a Edy, a Perry, alla Contessa, alle tre Ave Marie, all'ingegnere futuro pr, al mancato prete, all'arcinemico andato a Pompei, alla prima cotta dai capelli ricci, alle litigate, alle risate, al "paganesimo" e agli zii impiccati.
Sbandamento. Iniziano i dolori, la nostalgia. Arrivano nuove conoscenze: alcune per interesse, altre non approfondite, pochissime per amicizia. Gente che va e che viene, in dieci anni. Tornano le litigate, non le risate, rare, forzate.
Giornale. Blog. Libro. Germania. Altra gente che va, altra che viene. Torna qualcuno dei vecchi amici: Perry, l'ingegnere. Pochi  momenti, e fugaci. Zampilla la fontana dei ricordi.

Dieci anni, un pezzo di strada percorso. E tanta voglia di farne altra, di conoscere nuovi amici. Ricordando per sempre, con affetto, quelli che ho lasciato, per vita, non per volontà.

venerdì 10 luglio 2015

Un "selfie" per il Padreterno....

Tutti sorridenti? Questa la mandiamo a San Pietro.


E' quando vedo foto come queste che penso che siamo arrivati alla fine di un'epoca dell'umanità, alla frutta della Storia di due millenni. Quella che era un'istituzione grandiosa, sopravvissuta a persecuzioni, guerre, pestilenze, scandali, invasioni, calamità, condizionamenti laici e ferite laiciste, e che ha attraversato 2000 anni affrontando le crisi in tanti modi diversi e coraggiosi, ora è diventata una onlus caritatevole priva di spirito che sta crollando sotto la spinta della “modernità”.
Modernità: ben strano modo per designare l'imbarbarimento dei costumi e della morale, il travaso dalle libertà dell'uomo ottocentesco alle licenze del pronipote del Duemila. Ma torniamo alla Chiesa, a questa figlia cresciuta dal sangue dei martiri, a questa ex potenza territoriale, a questa entità che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, era l'unica a poter vantare una rete capillare di preti e vescovi diffusi sul Globo impoverito da 6 anni di guerra totale. Settanta anni dopo, ecco come è ridotta: un sacerdote che regge una mazza che dovrebbe essergli spezzata dietro la schiena per fare una foto a sé e ai fedeli. Chissà a chi l'avrà mandata: al suo vescovo? Al Padreterno?

Eccoli qui i discendenti di quei leoni che cacciavano imperatori romani dalle cattedrali e costringevano quelli tedeschi a stare per tre giorni in ginocchio fra la neve, che offrivano il capo al boia nella Rivoluzione pazza in Francia e chiedevano ai nazisti di essere fucilati al posto dei padri di famiglia. E non me la menate che i preti come costoro sono la minoranza: lo so benissimo, ma se in un cesto ci sono 9 mele buone e una marcia, l'odore cattivo di questa si sente lo stesso, anche se è in minoranza. E non mi dite che non si sta facendo nulla di male: è nel bel mezzo di una celebrazione, porca miseria, nell'esercizio delle sue funzioni. Conosco quel sorriso che alcuni di voi stanno mettendo su leggendo queste righe: so cosa pensate, ma un sacerdote resta pur sempre un esempio per la comunità che guida. E oggettivamente non puoi metterti a fare le prediche dall'altare se la domenica prima ti sei fatto un autoscatto a fine messa (mi auguro che sia stata fatta a fine messa). Ed ecco cosa ha provocato “la ventata di primavera” del Concilio giovanneo, che fatti due conti si è rivelato più una zaffata di cloaca, per quello che abbiamo visto negli anni scorsi (vedi QUI) e quello che ci toccherà ancora vedere. 
Intanto sorridete, su: la prossima volta la facciamo con le Ostie consacrate in mano. 

martedì 7 luglio 2015

"Suonare è poesia": Davide Maiello

"Qui non c'è nulla". Una frase che, davvero, ormai viene ripetuta così tante volte, in relazione all'area a nord di Napoli, da far nascere per ripulsa un sentimento di contrarietà.
Un conto è il lavoro, e su questo siamo d'accordo tutti: meglio fuggire, e lo scrive uno che ha spiccato il volo già una volta e che - sistemate le sue faccende nelle lande natie - ha tutta l'intenzione di volarsene via di nuovo. Un'altra faccenda sono le ricchezze culturali che le città che attorniano Napoli hanno da offrire. Questo blog, ormai molto seguito ogni giorno da tutta la Campania e non solo, ve ne dà ogni mese una testimonianza puntuale.

Vi ho rifilato questa inusuale introduzione per farvi meglio comprendere la scelta di pubblicare in questo sito l'intervista concessami da un giovanissimo violinista di Afragola (Napoli), discostandoci per una volta dall'impianto storiografico e artistico che lo caratterizza, perché ritengo che anche questa sia una manifestazione culturale degna di essere rappresentata. E poi ricordiamoci che io sono di estrazione gesuitica, quindi avanti i giovani!
L'intervistato è Davide Maiello (in foto), 15enne che frequenta il liceo scientifico locale, e che da sempre ha una forte passione per la musica.

Davide Maiello

(Intervista pubblicata sul n.25 del 4 luglio 2015 del settimanale "Nuovacittà")

Come è nata in te la passione per la musica e per il violino?

Ho cominciato a suonare il violino a 8 anni, dopo che un anno prima, insieme a mio fratello Antonio, vidi il film “Canone inverso”. Antonio mi comprò un violino, e insieme a lui iniziai un percorso di crescita musicale, anche se all'inizio tutto iniziò per scherzo, per competizione. Sono stato allievo del maestro Leopoldo Fontanarosa di Torre del Greco, e ho acquisito la maturità musicale con lui e con il maestro Enzo Campagnoli. Adesso, lasciato il maestro Fontanarosa dietro suo stesso consiglio, sono seguito dal maestro Antonio Colica, del Conservatorio di S. Pietro a Majella, che mi prepara già come se fossi negli anni preaccademici.

Quali sono state le tue esperienze?

Man mano che aumentava la mia pratica, mi esibii anche in piccoli concerti, come alla scuola media Angelo Mozzillo (QUI), dove fu organizzata un'orchestra . Ho compiuto saggi in varie chiese di Afragola e in molte basiliche napoletane: ricordo, per tutte, quella stupenda di San Domenico Maggiore.
Ad Afragola ho partecipato ad alcuni spettacoli in collaborazione con Enzo Gambardella, il noto artista afragolese che mi ha aiutato moltissimo. Poi, nel 2011 presi parte al concerto per la festa della Polizia di Stato a Roma, e l'evento fu trasmesso dalla Rai. C'erano le massime autorità dello Stato, e fui emozionatissimo: partecipavo a un evento di importanza nazionale! Nello scorso Natale, durante la festa di fine anno, nella hall del Liceo “Filippo Brunelleschi” di Afragola, insieme ad altri amici suonammo davanti a più di un migliaio di studenti, e io improvvisai un pezzo rock col mio violino elettrico.

Un pezzo rock con un violino?

Sì. C'è l'idea che il violino appartenga solo al genere della musica classica. Per me non è solo così: fra i miei modelli musicali, ad esempio, c'è David Garrett, che è un violinista rock, oltre a cantautori come Battiato e De Andrè.

Come senti il rapporto tra classicità e modernità in musica? Da cosa bisognerebbe partire?

Penso che bisognerebbe iniziare con ciò che ci piace. Le esperienze vanno bene in entrambi i generi, ma non bisogna schematizzare troppo o iniziare per forza da uno dei due. Basta che ci si diverta. Suonare è poesia. L'arte la sia ama, la si prende e basta.

Davide Maiello

Altre esperienze?

Un'altra esperienza, davvero divertente e formativa, c'è stata l'anno scorso, con un tour in giro per l'Italia per la presentazione del libro del prof Tommaso Travaglino, un vero maestro di vita. Ricordo quando passammo per Bologna per una tappa della presentazione: centinaia di persone a sentirci suonare, in ordine, e a manifestare entusiasmo. Infine, ricordo il mio impegno nella Basilica di Sant'Antonio, con il maestro Pasquale Castaldo. Ogni domenica, alle 19, prendo parte alla messa, e grazie a questo impegno settimanale e ai metodi del maestro castaldo ho raffinato la mia pratica.

La tua famiglia come prende questa tua passione?

Loro mi stimolano perchè tengono molto a questo studio e lo ritengono un motivo d'orgoglio. Di mio fratello Antonio ho già detto, è partito tutto da una “competizione” con lui.

Cosa vorresti dire ai tuoi coetanei che inseguono un loro sogno?

Dico loro: seguite le vostre passione, ma cercate anche di farvi una voce. Un ragazzo che riesce a trasmettere una sua passione agli altri è stimolato e stimolante. I giovani di oggi mancano di un motivo, vivono senza motivi. E soprattutto, bisogna riflettere e lasciar parlare quello che si assimila. Bisogna ascoltare, acquisire e lasciar poi parlare le esperienze maturate.

Ascoltare , acquisire (e imparare) e poi mettere in pratica. Ottima regola di vita, pronunciata non da un cattivo maestro del Sessantotto, ma da un 15enne ricco di entusiasmo.
Il deserto napoletano non è così tanto vuoto, in fondo.