lunedì 24 agosto 2015

Il "falso" Pirandello, il Leopardi tradito

L'estate, almeno nella sua accezione vacanziera, è terminata o si avvia al termine. Non starò qui, però, a propinarvi già da subito nuovi mini- saggi storiografici in forma di articolo su Medioevo o storia locale. Ci sarà tempo per il primo e per la seconda, e così in questo scampolo di agosto vi intrattengo con una miscellanea di aneddoti di personaggi storici del passato.
L'aneddotica non è una vera e propria branca della Storia: è qualcosa di (molto) meno delle biografie, e qualcosa di più dei pettegolezzi tipo Novella 2000 o Affaritaliani.it. Tuttavia, eventi episodici, se ben raccontati, hanno il pregio di mostrare perfettamente la cifra caratteriale e umana di personaggi del passato in maniera veloce e concisa. Perciò, mentre mi accingo a tornare a scrivere di cose più impegnate, godetevi tali “chicche”.

Luigi Pirandello: “Pirandelliana è la vita!”

Siamo negli Anni Venti. Luigi Pirandello, assurto a fama nazionale e internazionale già nel decennio precedente per le sue opere indagatrici del mutevole e instabile inconscio umano, era scontento mentre si provava in teatro “Sei personaggi in cerca di autore” e a nulla servivano le parole degli amici della Compagnia di Dario Niccodemi. Allora l'amico drammaturgo Renato Simoni, che ebbe poi l'ingrato compito di scrivere l'articolo sulla morte del romanziere nel 1936 sul Corsera, riuscì a persuadere lo scrittore a trascorrere con lui una giornata a Besozzo, piccolo paesino lombardo, presso la famiglia Bertuletti.
Pirandello nel 1932
Ma, a metà strada, Pirandello sempre d'umore terreo disse: “ Dovresti dire al tuo amico che io non sono Pirandello”. Simoni accettò e, giunti alla villa, alle entusiastiche accoglienze dell'ospite allo scrittore, disse che era tutto uno scherzo e che il suo accompagnatore non era il futuro premio Nobel. Al che Bertuletti disse: “ Se lei è Pirandello, l'onore è caro per me; se non lo è, è l'amico del mio amico e si abbia dunque il benvenuto di tutti noi”.
Durante il pranzo, il drammaturgo di Girgenti, di solito allegro conversatore, sembrò preoccupato e distratto, e partecipava poco ai discorsi. A un certo punto, dichiarò di essere davvero Pirandello. E poiché riteneva di non essere creduto, mostrò alcune lettere che gli erano indirizzate. L'episodio, raccontato dal Simoni nel 1946 sul Corsera, fu ripreso da Sciascia in un suo libro alcuni anni dopo, affermando però che il Nostro propose espressamente lo scherzo per gioco, non per volontà di non essere riconosciuto. E cosa ne pensava Pirandello stesso di tutta quella farsa?
Qualche giorno dopo, ricordando l'episodio di Besozzo, ebbe a dire: “Si ripete che la tragedia della personalità, dell'incomunicabilità del nostro Io, deformato nelle impressioni altrui per qualche nostro gesto secondario, l'ho inventata io. Ma a Besozzo ero io e non ero creduto io; e parevo e non parevo io. Vedete bene che il pirandellismo non è un mio trovato. Pirandelliana è la vita”.

Leopardi e Ranieri: un'amicizia tradita

Ci sono amicizie che sembrano fortissime ed eterne, che paiono superare ogni avversità per arrivare intatte fino allo spuntare di bastoni e capelli bianchi. Eppure, capita spesso che tali amicizie si rompano, per i motivi più bizzarri e banali. E allora si capisce che non erano vere amicizie. O meglio, lo erano solo per uno dei contraenti, mentre l'altro aveva indossato una stupenda e divertente maschera che, appena raggiunto un dato interesse che poteva arrivare dal rapporto, è caduta, rivelando la realtà.

Il traditore
Un esempio storico a noi vicino di tale assunto è l'amicizia, ma direi più il rapporto di dipendenza/interesse, fra il poeta Giacomo Leopardi e l'avvocato napoletano Antonio Ranieri. I due si conobbero a Firenze nel 1831. Leopardi, ottenuta l'indipendenza dalla casa paterna ma sofferente perché mancante di mezzi, accettò di buon grado la proposta del Ranieri di andare a vivere insieme a Napoli. Il poeta, afflitto della sindrome del genio continuamente assetato di elogi e affetti, pensava di aver trovato nel napoletano estroverso e chiacchierone quell'affinità elettiva che cercava da anni. Da parte sua, quest'ultimo, dal momento in cui Leopardi attraversò la soglia di casa sua in via Pero, gli si abbarbicò come una cozza allo scoglio. Il recanatese lo considerava “ fratello e unico amico” e tanto più infame appare il comportamento del Ranieri successivamente alla morte dell'autore dello Zibaldone. Il suo libretto “I sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, pubblicato nel 1880, diede il la alle leggende sulle stranezze comportamentali di Leopardi: scambiava il giorno per la notte, faceva colazione alle tre del pomeriggio e cenava a mezzanotte, si abbuffava di gelati e sorbetti al limone in via Santa Teresa degli Scalzi, si mise ai fornelli assieme al cuoco di casa Ranieri per preparare sue particolari ricette. In queste pagine di autoglorificazione, arrivò a scrivere di aver mantenuto a sue spese Giacomo, mentre è vero il contrario, che cioè il duo, divenuto trio con l'arrivo della sorella del Ranieri, viveva esclusivamente con l'assegno che arrivava a Leopardi da parte del padre. Un'eco delle difficoltà del soggiorno napoletano si ritrova nelle lettere che il poeta inviava al padre, nelle quali scrive di non poter sopportare più a lungo di vivere “in questo paese semibarbaro e semiafricano (…). A Napoli ogni affare di una spilla porta un'eternità di tempo ed è così difficile il muoversi di qua come il viverci senza crepar di noia”. Almeno dal mio personale punto di vista, posso dire che in 180 anni nulla è cambiato dai tempi del Leopardi. Altrove scrisse: “Sento il bisogno di fuggire da questi lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e baron fotturi degnissimi di spagnoli e di forche”. Di Napoli gli piacevano solo le bellezze naturali e il clima, due delle tre sole cose che gli stranieri di tutti i tempi amano della città del Golfo (la terza sono le chiese e le opere d'arte ivi contenute). Affetto da colera, nel pomeriggio del 14 giugno 1837, Giacomo urlò: “Soffoco, apri quella finestra, fammi vedere la luce”. Morì a 39 anni.

Il tradito
Antonio Ranieri si vantò sempre di aver sottratto la salma del poeta delle fosse comuni dei colerosi- Forte di un certificato di padre Felice degli Agostiniani scalzi (che aveva assistito il poeta in punto di morte) e con attestati medici che dichiaravano che il poeta non era morto di colera, si adoperò affinché il parroco di S. Vitale accogliesse la salma nella sua chiesa, prima nella cripta e poi, 7 anni dopo, nel pronao. L'accordo fu trovato grazie alla cessione al parroco di un cesto di pesce fresco. Quando nel centenario della nascita, il 1898, si procedè all'esumazione e ricognizione della salma, si trovò un pezzo del soprabito verde scuro, un tacco di scarpa, pochi avanzi di costole, e neanche una traccia del teschio. Dopo questa riesumazione, si dovette giocoforza accettare l'altra verità, che cioè il recanatese sia stato effettivamente sepolto nel cimitero comune, come confermato dai registri della chiesa Annunziata a Fonseca, parrocchia di appartenenza del poeta.

Al Ranieri non bastò, però, aver infangato la memoria del suo ospite: come tutti i traditori, voleva un trionfo completo. Nel 1888, avvertendo la morte prossima, lasciò come volontà testamentaria che le due donne di servizio restassero usufruttuarie dei suoi beni, e che tutti gli scritti inediti di Leopardi, che erano in mani sue da 40 anni, fossero dati alla Biblioteca Nazionale dopo la di loro dipartita. La famiglia del poeta denunciò la cosa, e morto Ranieri, lo Stato ordinò l'esproprio e la pubblicazione degli scritti. È proprio grazie a questo atto di forza che fu pubblicato lo Zibaldone, diario letterario del Leopardi, noto a tutti, anche agli studenti italiani che tanto lo amano (va bene, sto scherzando).

sabato 22 agosto 2015

Gran Tour 2015: "assalto" alle Torri di Maddaloni

Panorama dal Santuario di San Michele, in primo piano il castello e la torre Artus.


Gran Tour 2015: l'ascesa al Vesuvio (vedi QUI).

Avviso ai lettori: il racconto che segue non sarà un reportage grigio e oggettivo, anzi: dentro ci ho messo i miei commenti su ciò che ho visto e i miei consigli per chi vuole replicare la visita, con informazioni quanto più possibili complete sul tragitto e i costi.

Un ritorno inaspettato

A Maddaloni sono stato in visita diverse volte, negli ultimi anni, innanzitutto per motivi personali, e poi storiografici. A Maddaloni venivano spediti i prigionieri del campo di prigionia tedesco ad Afragola durante le ultime fasi del secondo conflitto mondiale (vedi QUI); a Maddaloni si sono incrociate vicende storiche notevoli, a cominciare da Annibale durante le guerre puniche, vista la sua posizione di “frontiera” della Piana Campana; sempre a Maddaloni, esistono ancora le vestigia di antiche fortificazioni, appollaiate sul monte che sovrasta la città, dedicato a San Michele.
Ero già stato in visita alle torri della città nel settembre 2012, e da allora mi ripromisi di tornarci con un fisico più allenato, o mai più. Ora, vuoi che mi sia dimenticato della faticaccia di allora, vuoi che in questa vuota estate bisogna pure passare il tempo, vuoi ancora che sotto sotto un articolo su Maddaloni ce l'ho da sempre nel manico, ho accettato l'idea di mio cugino Rob – proprio lo stesso dell'ideona del Vesuvio – di andare a visitare da vicino il monte e le torri. E così tutto iniziò, sempre per caso, mercoledì scorso, 12 agosto.

La discesa difficoltosa....

Partendo da Acerra, percorriamo la SP7 – via Calabricito (che prende il nome della località acerrana che attraversa, nota per il fiume Riullo che la attraversa – vedi QUA), e giungiamo in 15 minuti circa a Maddaloni. Il monte San Michele, e le relative torri, già ci sovrastano, dobbiamo solo arrivarci. Giunti alla fine della strada provinciale, svoltiamo a destra e arriviamo a un quadrivio. Svoltiamo a sinistra, prendendo a salire la statale 265, incassata fra terrapieni e muri divisori. In poco tempo, giungiamo in vista dell'Acquedotto Vanvitelliano: le grandi arcate di tufo che da secoli dominano la stretta gola fra due monti, e che per me hanno sempre significato il passaggio dalla grigia e asfissiante conurbazione urbana a nord di Napoli al verde arioso delle zone interne fra la Terra di Lavoro e il Sannio. Chiunque passi sotto quegli archi, non può restare insensibile all'intuizione dell'architetto napoletano per lo slancio delle forme e la ripresa del gusto romano. Superata l'arcata dell'Acquedotto, giriamo intorno alla struttura fino a introdurci in una lunga strada in rapida pendenza, che ci porta alla cima del monte. Man mano che saliamo, il panorama si schiude davanti a noi, e appaiono i primi, azzurrognoli contrafforti del Sannio.
Statua di S. Michele a Maddaloni
Eccoci all'area sacra. Il santuario di San Michele è uno dei luoghi di culto più antichi della Campania. Eretto fra VI e VII secolo sulla cima del monte più alto prospiciente la valle ai piedi del Vesuvio, l'intitolazione al Principe delle Divin Milizie risente dell'influenza longobarda del vicino Ducato di Benevento. I Longobardi avevano una concezione militarista e gerarchica della vita, e il cristianesimo, dapprima nella forma ariana e poi in quella cattolica, fece subito presa su di loro, che identificavano Gesù con il Capo dell'Universo e San Michele come il Luogotenente di Dio nella lotta contro gli avversari (leggi QUI a tal proposito).
Attualmente in fase di restauro, presenta una facciata pressoché piatta movimentata da arcate sul piano mediano e da un piccolo rosone per l'illuminazione interna. La tozza torre campanaria non sembra coeva al resto dell'edificio. Della mia precedente e veloce visita del 2012 non mi è rimasto molto, ma posto qui la foto che feci allora della stupenda statua dell'Arcangelo, armato della lancia con cui annienta il Diavolo ai suoi piedi e della Bilancia, simbolo di Giustizia.


E' ora di discendere verso le torri. O meglio, verso una torre: essendo che il Castello di Maddaloni e la Torre Artus sono troppo distanti per essere raggiunti, sempre che ciò sia possibile dal santuario. Il castello si presenta come una struttura fortificata ancora imponente, nonostante i secoli trascorsi ( non si è concordi sulla sua edificazione, ma è certo che fu conteso a lungo durante le guerre angioine del Trecento per il controllo del Regno): dalla mia postazione, osservo una bassa torre di avvistamento circondata da una corte chiusa sul piano superiore e che comunica con l'esterno attraverso una serie di finestre poligonali. Osservo anche la Torre Artus: la pietra viva che emerge al di sotto dello strato di mattoni e calce e il piano superiore ancora perfettamente circolare danno un'idea, per quanto vaga, della funzione di sorveglianza che tale edificio dovesse avere riguardo la Via Appia, il cui originario percorso, superata Capua, portava qui prima di giungere a Benevento.
La Torre Longobarda
Iniziamo la discesa verso la Torre Longobarda – ancora torna nel presente la presenza di quell'antico popolo – e ben presto anche i rozzi scalini di pietra ci abbandonando e al loro posto c'è uno stretto sentiero di pietre taglienti e sdrucciolevoli. Io e mio cugino scendiamo con cautela la discesa, visto che in alcuni tratti le staccionate divisorie dallo strapiombo sottostante non ci sono.
Memore della precedente discesa, guido Rob con cautela verso il basso: sembravamo Dante e Virgilio, e in effetti la situazione era simile: uno ignaro del posto, l'altro già avvezzo a esso (nessuno ricorda che Virgilio stesso afferma di essere già sceso negli Inferi a causa dei poteri di una strega), entrambi scendevamo un sentiero zigzagante come quei due scendevano i gironi infernali. Solo che il vate di Mantova era notevolmente più agile del suo lontano omologo di Napoli, almeno penso... Discendendo, il panorama ci si apre davanti agli occhi: il Vesuvio, o meglio il Monte Somma, visitato appena due giorni prima sempre con il mio cugino – discepolo, appare lontanissimo quanto la città di Maddaloni ai nostri piedi. Riconosco la punta del Monte Epomeo dell'isola d'Ischia, e le torri moderne del Centro Direzionale di Napoli ( non li chiamerò mai grattacieli, non dopo aver visto quelli veri a Francoforte sul Meno) tanto che la giornata è linda. A un certo punto, anche il sentiero finisce e ci troviamo a camminare nell'erba alta, seguendo un filo rosso posto lì a mo' di guida per i visitatori.

...e l'ascesa da ricovero!

Eccoci alla Torre. Nulla è cambiato rispetto a tre anni fa. La base è circondata da una circonferenza quasi perfetta di pietre, che costituivano, penso, l'accesso al piano terra. Salendo su questa piattaforma, noto però un'altra circonferenza più stretta: deduco allora che i cerchi concentrici attorno alla base erano due. Resta un'apertura, forse una feritoia, a farci intravedere qualcosa dell'interno: mura screpolate e pietre cadenti. Il rivestimento esterno è crollato in più punti, ed emerge lo strato sottostante di pietra bianca. La cima presenta ancora dei beccatelli, evidentemente per la difesa degli ospiti,e forse anche il ristretto ballatoio superiore, impossibile da vedere.
Torre longobarda ad Acerra, loc. Calabricito
La forma della torre mi ricorda quella omologa di Acerra, proprio lungo la strada del summenzionato Riullo, facente parte della proprietà della casina Spinelli. Più bassa e tozza rispetto a questa, rispondeva però perfettamente alla funzione difensiva che i Longobardi volevano darle. Ricordo infatti che nel 2013, durante un incontro presso la Casina Spinelli organizzato dall'Archeo Club di Acerra, un archeologo affermò che la torre Longobarda ai Acerra era parte di una triade di fortificazioni longobarde, che comprendeva anche il castello Matinale di Cancello e le torri di Maddaloni, e che le comunicazioni urgenti avvenissero tramite un gioco di specchi e riflessi tra Acerra, Cancello e Maddaloni, oggi impossibile da replicare con l'inquinamento luminoso che affligge la Campania.
Osservando il panorama da lassù, a 250 metri dalla linea del mare, scorgo perfettamente il castello Matinale, appollaiate sul monte Tifata. E l'ipotesi di quell'archeologo di cui non ricordo il nome (ma che era fissato con Suessula e Arienzo) non mi pare poi così balenga. Il vento spira dalla pianura verso di noi, e la torre al nostro fianco sembra anch'essa ristorarsi al fresco e “apprezzare” la compagnia umana, vista la sua solitudine lassù.
La visita, fatte le foto, è terminata. E inizia la parte peggiore. Ricordate quella discesa che vi ho descritto poco fa? Bene, bisogna rifarla tutta, e non ci sono ascensori.
Rifacciamo il percorso inverso, salutando la solitaria Torre Longobarda. Dopo i primi due tornanti, l'ascesa si fa di una difficoltà da scalatori. Noto le stazioni della Via crucis: siamo all'ottava, dovremmo superarne almeno sei per dirci in salvo. Naturalmente, il sole che era coperto alla discesa si sveglia ora che si sale e di cui si farebbe volentieri a meno della sua presenza. Passo dopo passo, salgo, metto il piede su pietre taglienti, arranco in cima, e 100 metri, 5 litri di sudore e un paio di tendini rotti dopo, sono tornato al santuario. Sono ancora vivo, e non era affatto scontato. Un'ultima occhiata, prima di avviarci all'auto, alle nostre torri, con un arrivederci di cuore...ma senza discese, la prossima volta.

Consigli ai naviganti

Maddaloni sta conoscendo negli ultimi anni un notevole fervore culturale. Oltre alla visita al santuario di San Michele, ricordato anche da S. Giovanni Paolo II nei suoi discorsi, al castello e alle torri (se avete le gambe buone), è consigliabile visitare anche il centro storico. In particolare la chiesa di Sant'Aniello, di cui ci occupammo un anno fa (leggi QUI), candidata a diventare un “luogo del cuore FAI” e al centro dell'attenzione di un gruppo attivissimo di appassionati d'arte, storia e cultura. Seguendo questo link, potete accedere al loro gruppo Facebook.
Riguardo ai costi, essi sono nulli, sempre escludendo quello dei carburanti per chi giunge da fuori con un proprio autoveicolo. Le indicazioni per il santuario cominciano ad apparire solo al quadrivio che ho citato, almeno a quel che ho visto. Da quel punto in poi sono abbastanza frequenti, e facilitano l'ascesa evitando di perdersi fra le vie oltre i Ponti della Valle.


La prossima tappa del nostro Gran Tour ci condurrà ancora più a nord di dove ci siamo spinti: visiteremo infatti quel che resta dell'antica Cales romana. Ma questa è un'altra storia.  

Panorama dalla Torre Longobarda: Maddaloni in primo piano e il Monte Somma - Vesuvio sullo sfondo

lunedì 17 agosto 2015

Gran Tour 2015: l'ascesa allo "Sterminator Vesevo"

Gran Cono visto dalla salita del Gigante


Avviso ai lettori: di seguito racconto della mia visita al cratere del Vesuvio. Non sarà un reportage grigio e oggettivo, anzi: dentro ci ho messo i miei commenti su ciò che ho visto e i miei consigli per chi vuole tentare la salita, con informazioni quanto più possibili complete sul tragitto e i costi.

Come tutto iniziò

Si è sempre detto che le avventure improvvisate sono quelle che danno più ricordi e più emozioni, in luogo di quelle preparate con asettica cura mesi prima della partenza. Per mie personali vicende, devo trovarmi d'accordo con questa asserzione, come dimostra anche l'avventura di cui sto per parlarvi, accaduta senza preavviso alcuno.
Lunedì scorso, mentre gironzolavamo senza senso sull'Asse Mediano, mio cugino Rob mi propone di andare sul Vesuvio, dove non era mai stato. Accetto subito, essendo l'apice del vulcano terra incognita anche per me. In verità, il monte non mi è affatto sconosciuto: tra grigliate ed esplorazioni, i sentieri verdeggianti del Somma mi sono ormai arcinoti, e nel 2008 ero anche arrivato in cima, senza però visitare l'ultimo tratto. Essendo anche la giornata nuvolosa, con un sole debole che sbuca a tratti per poi sparire quasi subito, il buon umore mi pervade.
Arrivare lassù è semplice: dall'autostrada Napoli – Salerno siamo usciti a “Portici – Ercolano”, abbiamo salito l'unica strada verso il monte, costeggiando la panoramica abbruttita (o abbellita, fate voi) da statue dal “profondo” significato (un Moai gigante, un torso umano, un volto scheletrico....) e giungendo al bivio dell'Osservatorio.
Brutture scambiate per arte
Qui non si può sbagliare: oltre al cartello indicativo, il bivio è segnalato anche da quel che resta di un ristorante, divenuto adesso una struttura fantasma. La strada per l'osservatorio è a destra; noi abbiamo continuato a salire dritti, immergendoci in tratti senza luce e piacevolmente freschi, e vedendo la cresta farsi sempre più vicina.A una curva, incontriamo una fila di auto: l'unico incontro con il traffico che abbiamo avuto. Qui c'è il parcheggio: un uomo con gli occhiali e una camicia non troppo pulita ci informa che andando più sopra non troveremo posto per l'auto, e ci consiglia di lasciarla lì, in una zona sosta non custodita, alla modica cifra di 3 euro. Parcheggiamo l'auto. Alcuni fannulloni ci consigliano di prendere la navetta, al costo di 5 euro per l'andata e il ritorno: non lo fate, l'ascesa è dura, ma è di un solo chilometro e mezzo, non di tre come vi diranno, e la si può fare tranquillamente a piedi, se non si ha eccessiva fretta, in appena mezz'ora. I soldi meglio conservarli alla biglietteria: l'accesso al cratere costa infatti 10 euro, due in più rispetto a 7 anni fa. Ci accoglie un uomo con un bel po' di chili, all'ingresso: evidentemente non visita la cima da parecchio tempo. Inizia l'ascesa, e vi consiglio di non fare gli eroici come chi scrive, che voleva beffarsi di chi saliva il ripido e scivoloso sentiero armato di bastone ed è finito con l'affanno e i dolori dietro la schiena già dopo il secondo tornante (e il percorso ne ha 7!). Intanto che salgo i due chilometri fino al cratere, diamo qualche informazione utile ai non campani (e anche a qualche campano).



Un vulcano bizzoso che...raddoppia

Il complesso Somma -Vesuvio si staglia dominante al centro di una piana delimitata ad est dalla catena appenninica, a nord ovest dai modesti rilievi tufacei dell'area Flegrea e a sud dalla penisola sorrentina. E' formata dall'antica caldera del Somma, che sarebbe il vulcano originario formatosi 17000 anni fa, e dal Gran Cono, cioè il Vesuvio propriamente detto. La cresta massima del Monte Somma è di 1132 metri, e culmina con la Punta del Nasone, una curiosa formazione basaltica che, a causa della pareidolia, assomiglia al naso di un uomo addormentato. Il Gran Cono è più alto: 1281 metri...e vi assicuro che le mie gambe e i miei polmoni, abituati alla pianura e allo smog, li hanno sentito tutti ogni volta che respiravo!
Punta del Nasone, massima cresta del Somma
Attualmente, non si sa quando si formò il Gran Cono e il Somma, da vulcano primigenio, si ridusse a essere un semplice contorno del primo. L'ipotesi più gettonata è che il crollo della camera vulcanica del Somma sia avvenuto con l'eruzione del 79 d. C. che distrusse Pompei ed Ercolano, e l'indizio probante di tale ipotesi è il famoso affresco della Casa del Centenario a Pompei che riporta il dio Bacco e il Vesuvio monocipite, cioè con una “sola testa”, senza il Somma a fargli da corona, insomma. Ma contro tale opinione, invero piuttosto debole, abbiamo due fatti: primo, anche oggi a Pompei il Vesuvio si presenta solo, visto che nasconde dietro di sé la cresta del Somma; secondo, l'assenza di lave nel settore settentrionale del vulcano può essere spiegata solo dall'esistenza dello sbarramento della caldera del Somma*. Vulcano già noto in antichità, stando a quello che intuisce Strabone (63 a. C.- 19 d. C.) nella sua Geographia, era però ritenuto spento, essendo che era passati svariati secoli dall'ultima eruzione vera e propria. Ciò aveva permesso la fondazione di molti centri urbani alle sue pendici, con relative ville di piaceri e masserie rustiche: il dolce clima e la fertilità dei terreni permisero già sotto Augusto imperatore un notevole inurbamento. Venne poi l'eruzione pliniana del 79: non starò qui a descriverla, ormai la conoscerete bene, e per chi ne fosse poco edotto ci sono numerose fonti d'informazione (non Wikipedia). 
Bacco e il Vesuvio monocipite
Dopo il disastro di Pompei (“Neppure gli dei avrebbero voluto compiere un tale flagello!” scrive Marziale in uno dei suoi epigrammi), si prese atto che quella strana montagna verdeggiante dalla cima spoglia e tagliata di netto era in realtà un pericolosissimo vulcano, risvegliatosi dopo 800 anni di quiescenza con una terrificante esplosione e il vomito di una gigantesca nube di pomici, blocchi e gas, che si stima arrivò intorno ai 17 k m di altezza! Ciò però non fermò chi volle tornare ad abitare l'area: la voglia di ricominciare era più grande della paura delle lave. Complice un secolo di soli sbuffi da parte del vulcano (segno che il cratere, a differenza di oggi, era aperto), furono ricostruiti i villaggi sommersi, assumendo nuovi toponimi (Portici da Villa Pontii, ad esempio, o Torre del Greco da Turris Octavia). Neppure le eruzioni successive, che pure furono spaventose, fermarono la colonizzazione che avveniva lenta ma inarrestabile. 
Nel 1631, allorquando il Vesuvio decise che ne aveva abbastanza di dormire e si svegliò nella notte fra il 15 e il 16 dicembre, pagarono cara la loro noncuranza almeno 4000 esseri umani, e con loro altri 6000 circa di capi di bestiame che non riuscirono a fuggire. Più che dalle lave del Gran Cono, le vittime furono letteralmente bruciate dalle colate piroclastiche (flusso turbolento formato da vapore acqueo, gas, pietre laviche scagliate ad altissima velocità) e uccise dalle distruzioni dei continui terremoti che squassarono la zona. Pompei, Ercolano, Torre del greco, Torre Annunziata e La Scala furono distrutte, e almeno 40000 fuggiaschi si presentarono alle porte orientali di Napoli fin dall'alba del 16 dicembre. Fu una “Pompei, atto secondo”; ma fu anche l'inizio dell'interesse scientifico per il vulcano, che portò poi alla consacrazione del vulcano come tappa fondamentale e inevitabile del Gran Tour, il viaggio di formazione dei giovani rampolli della nobiltà europea nel mondo classico.

In alto i cuori (e i n basso i diaframmi)

Ci sono arrivato, dunque, alla cresta del vulcano. Con l'affanno, gli occhi di fuori e la maglietta tutta bagnata di sudore, ma ci sono arrivato. E subito mi si apre davanti agli occhi un panorama mozzafiato, in parte nascosto dallo smog che grava su Napoli per la prolungata siccità: l'intera Pianura Campana mi si apre sotto i piedi, riconosco Napoli dal puntino minuscolo di Castel dell'Ovo che si prolunga in mare, osservo la collina dei Camaldoli lontanissima, e sbircio quanto più possibile a nord in uno sforzo vano ma divertente di individuare, da lassù, la mia città. 

Il cratere del Vesuvio, ostruito da una frana, che lo trasforma in un lago interno nei giorni di pioggia

Ecco la cima, ecco il Gran Cono. Mi avvicino alla debolissima staccionata: appena un metro oltre di essa, inizia la voragine. Guardo giù: il foro del cratere non si vede, già lo sapevo. Una frana lo ostruisce, ricade a precipizio su di esso, e immagino che nei giorni di forte pioggia creerà una specie di lago interno: non mi saprei spiegare altrimenti la presenza dei cespugli che vedo nella bocca del vulcano. Il contorno del cratere è formato da rocce lucide, levigate perfettamente, immobili dall'ultima eruzione, nel 1944, una data che adesso, qui sopra, mi appare non molto lontana dal 79 d. C. Qua e là noto tracce giallognole di zolfo adagiato alle pareti. Vedo anche lo spuntone roccioso che, dalla pianura, appare e scompare secondo l'angolazione. Un vento fresco, dal mare , giunge là sopra e ci asciuga. Già, il mare: mi allontano dalla staccionata e mi affaccio di nuovo sul versante sud. Il manto del Somma, verdeggiante, si protende dolcemente a riva, occupata dalle abitazione di quella che penso sia Torre del Greco. Sono così in alto, 13 km sul livello del mare, che mi sembra di osservare la linea di costa come se fossi su un satellite nello spazio aperto.
Da questa visuale, si capisce appieno di come la riva campana altro non sia che la terminazione delle pendici del complesso vulcanico. Rob mi sollecita a completare il giro del bordo del cratere. Spunta il lungo “braccio” della penisola sorrentina, vedo anche il Molare, la cima del Monte Faito, che scalai con l'amico Marco nel lontano 2009 (forse racconterò anche di questa salita, un giorno), e lo scoglio di Rovigliano, che segna il confine amministrativo tra Torre Annunziata da Castellammare di Stabia, mia meta agognata da anni. 

Golfo di  Napoli
Vedo l'area intensamente urbanizzata, penso alle conseguenze catastrofiche di un'eruzione pliniana (come dicono che sarà la prossima, visto che i gas della camera magmatica, stante la succitata frana che ostruisce il condotto, non hanno più lo sfogo e aumentano la pressione interna), ma mi dico anche: fatti loro. Il vento è fresco, e il sole timidamente spunta fra le nubi, che da lassù sembrano vicinissime. Capri è occultata da quello che mi sembra un banco di nebbia: sarà forse solo smog.
La visita è finita, l'ascesa è stata compiuta. Mi sono messo in pari con gli altri Grandi del passato, che la scalata la fecero davvero, senza auto o staccionate: il pittore Jacob Philipp Hackert, il poeta Goethe, il diplomatico Chateaubriand, il compositore Jacob Mendelssoln, lo scrittore Stendhal, il futuro Pontefice Pio XI, asceso qui tra il 31 dicembre 1899 e il 1 gennaio 1900, e tanti altri. Ora c'è la discesa, c'è il ritorno al vecchio obeso, al parcheggio con gli imbonitori della navetta, all'autostrada...e a a casa, dove mi aspetta un lauto pasto rigenerante.

Consigli ai naviganti

L'ascesa al Vesuvio è una di quelle esperienze che ogni straniero compie ancora oggi, sulla scia dei suoi avi sei- sette- ottocenteschi. E' un'impresa dove la tecnologia moderna (auto in primis) possono aiutare fino a un certo punto, fino agli ultimi 2 km del cratere, da percorrere con la sola forza delle gambe. Non dico che sia facile, né che sia piacevole sudare a quelle altezze, considerando anche il fatto che io l'ho fatto in un giorno nuvoloso e quindi risparmiandomi il sole. Ma, se la salita è dura, il panorama dall'alto è grandioso, e vale l'acido lattico prodotto in abbondanza dai vostri muscoli.
L'accenno iniziale agli stranieri non è un caso: gli italiani ignorano il Vesuvio. 
Linea di costa
Va bene che io stesso considero l'ascesa al Gran Cono come una di quelle cose da fare una sola volta nella vita e mai più, però è notevole constatare come i miei compagni di salita erano quasi tutti tedeschi, inglesi, giapponesi e appena qualche gruppetto di italiani, con l'accento del nord. Sarà la vecchia abitudine tutta italica di trascurare le proprie bellezze perché le si hanno sempre sotto agli occhi (un po' come San Pietro per i romani), ma non mi sorprende affatto, conoscendo come conosco l'anima italiana, che pochi ci vadano lassù, per fatica e costo.
Un bel costo : 10 il biglietto, più 3 il parcheggio, e più 5 per chi volesse prendere la navetta, fanno 18 euro, escludendo il carburante per l'auto e l'eventuale costo di vettovaglie. Una bella sommetta, insomma, che non serve assolutamente a niente, visto che il vulcano non ha certo bisogno di manutenzione e qua e là trovi bottiglie e carte di scarto abbandonati al ciglio della strada. Ripeterò fino alla noia che sono liberale, un vero liberale: se ti inventi un lavoro che ti fa fare soldi e non viola nessuna legge dello Stato, è una cretinata non mettere in pratica. Ma qui non c'è nulla di nuovo, è il solito tentativo di spennare turisti di cui non si sa manco la lingua (“You speak English?” chiede un turista. “ A little bit” risponde l'addetto al banco di uno dei troppi chioschi sulla cima. E se parli poco inglese, figuriamoci il tedesco!), dando informazioni false e facendo pagare una passeggiata non si sa per quale motivo se non per mantenere altri fannulloni di Stato.
Con questi consigli, si conclude la prima tappa del nostro Gran Tour. La prossima verso Maddaloni. Ma non vi anticipo altro.

Cratere, tracce di zolfo

Articolo correlato: "1380 A. C.: il Vesuvio si è svegliato..." vedi QUI


* A. Vella – R. Russo, Il Vesuvio, ed. Newton, 1996, Napoli.

sabato 15 agosto 2015

Deiparae in coelum Assumptae

Assunzione di Maria al Cielo. Leonardo Castellano, XVI secolo,
parrocchiale di Santa Maria d'Ajello, Afragola, Napoli

sabato 8 agosto 2015

La Questione della lingua: latino vs volgare, puristi vs innovatori

Non ho mai amato l'Accademia della Crusca. Nata nella seconda metà del XVI secolo come gruppo informale di soci con a capo, tra gli altri, il filologo Leonardo Salviati, si diede questo nome poiché i soci si autodefinivano Crusconi, cioè gente degna della crusca e non della farina. Lo spirito burlesco però finì presto, e l'istituzione pretese fin dalla morte dei fondatori di essere l'unica depositaria della purezza dell'idioma parlato in Penisola. Già nel 1612 ci fu la prima edizione del Vocabolario della lingua italiana a Venezia (altre seguirono nel 1623, 1691 e, oltre un secolo dopo, nel 1798 in sei volumi) e opera sicuramente meritoria si accompagnò un vivace dibattito secolare sulle differenze e sulla primazia fra il latino e la lingua cosiddetta volgare.


La vecchia polemica: latinisti contro volgaristi

Tale polemica era già stata inaugurata inavvertitamente dai tre astri toscani del XIV secolo: Dante, Petrarca e Boccaccio. Soprattutto il primo diede il la alla questione della lingua più di tutti gli altri, realizzando la famosa Commedia in volgare e non in latino, in cui aveva pur scritto le altre sue opere principali. Boccaccio, commentando 40 anni dopo il lungo poema, giustificò l'autore per averlo scritto “nel fiorentino idioma”, aggiungendo però che se esso fosse stato scritto in latino sarebbe riuscito “molto più artificioso e sublime, perché c'è molta più arte nel periodare latino”.
All'inizio fu Dante
La vis polemica non diminuì affatto negli anni: un secolo dopo la morte di dante, Niccolò Niccoli lo definì, a causa dei suoi scritti in volgare, “un poeta da ciabattini e da fornai”. A stretto giro di posta ( o meglio, di pergamena) gli replicò un altro poeta, Cino Rinuccini, che difese l'italiano di Dante scrivendo contro gli umanisti che “per mostrarsi litteratissimi al vulgo dicono lo egregio e onorevole poeta Dante Alighieri essere stato poeta da calzolai”. Ancora, Francesco Filelfo, chiamato dal duca di Milano a spiegare le rime del Canzoniere del Petrarca, rinunciò sdegnato all'incarico che “avrebbe dilettato piuttosto gli indotti che quelli dotti e famosi”.
Passando dal XV al XVI secolo, la difesa del volgare prese sempre pù corpo, a scapito di quella del latino, anche se non mancavano ancora contrasti e dileggi dei latinisti verso i volgaristi; Romolo Amaseo scrisse in un'orazione che “essendo il volgare una corruzione del latino, è inutile sforzarsi a imparare due lingue, di cui una buona e l'altra corrotta”*. Già Galileo Galilei, nel Seicento, scrivendo le sue opere in volgare, iniziava però a far pendere la bilancia dei gusti per quest'ultimo, e diede il precedente letterario e accademico necessario a che l'italiano iniziasse una sua vita autonoma, con una propria grammatica e un proprio insieme di vocaboli.

La nuova polemica: volgare “puro” e volgare “storpiato”

Il XVII secolo fu quindi quello della nascita del volgare come lingua con una propria dignità.
Da allora la Crusca fu per i grammatici l'omologo linguistico dell'Inquisizione per i fedeli: un tribunale implacabile che poteva decidere il destino delle parole introducendole o meno nei suoi tomi e quindi dando loro dignità letteraria.
Naturalmente, capirete che non tutti erano d'accordo con questo strapotere: la questione era se la lingua letteraria dovesse tener conto della parlata, anzi delle parlate nei vari angoli della Penisola (Dante stesso, 3 secoli prima, aveva identificato 14 dialetti), o dovesse piuttosto modellarsi secondo rigide regole imposte dall'alto. La Crusca era ovviamente per questa ipotesi, che consacra la sua validità agli occhi dei letterati, ma non ottenne unanime adesione. Accanto ai latinisti irriducibili, c'erano quelli moderati che, come Pietro Bembo nel Cinquecento, accettavano la ormai evidente supremazia del fiorentino come parlata ma cercavano di renderne classico lo stile. C'erano poi i volgaristi assoluti, come Gian Giorgio Trissino, che nel Cinquecento voleva un idioma nazionale che raccogliesse il meglio di tutte le lingue “regionali” della Penisola e delle isole.
Il Settecento vide un rinfocolamento della questione della lingua. Gli scrittori del “Caffè” milanese si opposero allo strapotere della lingua. Alessandro Verri nel suo articolo “Rinunzia davanti notaro al vocabolario della Crusca”, riconosce che l'unica autorità conclamata per la classificazione di una lingua è quella parlata, non scritta: “ Se Petrarca, Dante e Boccaccio inventarono parole nuove e buone, anche noi pretendiamo tale libertà. È ingiusta schiavitù il pretendere che non si osi arricchirla e migliorarla...Nessuna legge obbliga a venerare gli oracoli della Crusca e ascrivere e a parlare soltanto con quelle parole che si stimò bene di racchiudervi”.
Pietro Verri: l'uso domina
sulle regole scritte
E il fratello Pietro Verri rincarò poco dopo la dose: “Ogni parola che sia intesa da tutti gli abitanti d'Italia è., secondo noi, una parola italiana: l'autorità e il consentimento di tutti gli Italiani, dove si tratti della loro lingua, è maggiore di tutti i grammatici”**.
Melchiorre Cesarotti (1730 - 1808) nel “Saggio sopra la lingua italiana” (altrimenti ristampato col titolo di “Saggio sulla filosofia delle lingue”) ribadì il criterio linguistico poi tanto caro al Manzoni: “La lingua deve avere per base l'uso, per consigliere l'esempio, per direttrice la ragione”.
Il XIX secolo, che conclude questa mia personale esposizione sulla questione linguistica, vide l'accrescersi della discussione sulla purezza della lingua, la critica verso l'uso massiccio di francesismi e anglicismi, la vera e propria imposizione dall'alto del fiorentino successivamente all'Unità d'Italia: il ministro della Pubblica Istruzione Emilio Broglio nel 1868 nominò una commissione linguistica divisa in due sezioni, una milanese e l'altra fiorentina, per propagare la lingua che doveva consistere nella fiorentina. Deus ex machina della commissione fu Alessandro Manzoni, assurto a ingiusta gloria con il suo romanzo “I promessi sposi”, composto in 20 anni. Fu il Manzoni a spingere per la sanzione del fiorentino come lingua nazionale, ponendo fine a un dibattito spesso accesso ma culturalmente stimolante durato 4 secoli. Questa posizione prona alla Crusca e al nuovo regime non fu accolta ovunque: lo stesso Giosuè Carducci, che non si può certo definire un antiunitarista, scrisse che il dialetto fiorentino era perfetto solo se usato dai fiorentini, mentre diveniva non spontaneo se parlato da altri; e su questa falsariga, il suo discepolo Severino Ferrari affermò:” Il rossignol che libero vola nel cielo toscano, se chiuso nella stia lombarda, diventa una gallina”.
Concludo con una chiosa dell'esperto e caro amico Amedeo Francesco Mosca sul “successo” che ebbe un settantennio di imposizione del fiorentino nelle scuole: “Penso che non ci siano né vincitori né vinti. Il volgare toscano è stato utilizzato come lingua esclusivamente scritta dal Rinascimento sino ai tempi dei nostri nonni. Del resto è acclarato dai censimenti che prima del 1950 il cosiddetto italiano era sconosciuto al di fuori delle aree in cui era lingua naturale (Toscana, Umbria). Lo diceva De Mauroancora nel 2010”.
Ubi maior, minor cessat: avrà vinto il toscano, ma il latino ha sempre il suo effetto.



*Almerindo De Lucia, “La questione della lingua”, Napoli, 1984

**Giulio Carcano (a cura di), “Scritti vari di Pietro Verri” vol. II, Firenze, 1854

giovedì 6 agosto 2015

Il Palazzo e la Fortezza: una visita a Lucera.

Posta sul colle più alto di Lucera, la Fortezza Svevo – Angioina rappresenta la più grande fortificazione del già complesso sistema di castelli presenti in Daunia e Capitanata.
Visitai questa monumentale opera difensiva nell'agosto caldissimo del 2012, durante un tour che mi portò a visitare quasi tutte le fortezze erette in zona durante il regno federiciano: Sant'Agata di Puglia, Bovino e Lucera, città posta a metà strada tra Foggia e i monti interni della Daunia. Nonostante la notorietà del complesso, non fu facile trovarlo tra le indicazioni spesso contraddittorie, ma la mole e la posizione della struttura aiutarono me e il mio amico Marco a raggiungere la collina.
Il complesso fu eretto fra il 1223 e il 1233 come Palatium di Federico II, che qui trasferì consistenti nuclei della irrequieta popolazione saracena della Sicilia, creando così una “colonia” musulmana nel cuore della Capitanata. Non era inusuale che grandi masse di uomini, donne e animali si muovessero e fossero trasferite anche a grande distanza dal luogo d'origine; la particolarità di tale traslazione stava nel fatto che si impiantava una popolazione che in Trinacria aveva trovato un proprio humus demico per svilupparsi in una regione totalmente differente e affatto nuova alla presenza di Saraceni sul suo territorio (se si escludevano, ovviamente, le scorribande sulle coste dei secoli precedenti). L'intento dell'imperatore era duplice: spezzare la volontà di rivolta dei musulmani, e tenere a bada gli altrettanto rivoltosi pugliesi con la minaccia di riversare su di loro la furia dei nuovi ospiti. Carlo I d'Angiò, sconfitti gli Svevi, non rinunciò a utilizzarne le ideazioni difensive, e fece inglobare il palazzo – torre federiciano in un nuovo circuito difensivo, trasformando il Castello da residenza reale in vera e propria fortezza. Fu realizzata un'imponente cinta muraria di 900metri, la più grande d'Europa, rinforzata da 22 torri quadrangolari e pentagonali, e resa inaccessibile da un profondo fossato.
Linea difensiva - Verteidigungslinie
L'antico ponte levatoio oggi è scomparso, ma è possibile accedere al complesso su un nuovo ponte costruito di recente. Appena giunti alla Porta Lucera, l'ingresso principale della fortezza, notammo una curiosità: la Porta non si apre frontalmente ai turisti, ma in un angolo rientrante fra le mura e una delle torri a 5 lati. Questa misura fu presa per evitare assalti frontali e favorire la difesa, essendo che si poteva attaccare gli eventuali nemici dalle monofore della torre. Non solo: al di sopra dell'arco d'ingresso, è visibile un'apertura rettangolare, per il passaggio della grata di chiusura della porta (o, secondo altra fonte, per il lancio di piombo fuso addosso agli intrusi). Una doppia protezione quindi, che avrebbe lasciato ben pochi superstiti.
Superato il doppio portale d'ingresso senza nefaste conseguenze, prosegummo lungo il ballatoio che separa le torri dalla corte interna, diretti verso la Torre della Leonessa. La corte che si estende in basso al destra è vasta come 8 ettari di area, e presenta molti resti interessanti: immediatamente sotto di noi c'erano lunghe file di quelli che sembravano baraccamenti, e che si suppongono essere i quartieri militari delle forze angioine. Nel punto più lontano da noi, osservammo altre rovine di fabbrica, e la guida ci informò che appartenevano alla chiesa francescana fatta erigere da Carlo II su una preesistente moschea. Nei pressi della torre, i reperti erano più numerosi e antichi: erano i resti di antichi edifici che probabilmente appartenevano all'acropoli della città romana, che sorgeva esattamente qui. Il materiale di risulta delle strutture romane sarebbe stato utilizzato per edificare le opere medievali. Pure in questo caso, nulla di nuovo sotto il sole, come ci dimostra il caso della campana Suessula, che presenta addirittura una triplice stratificazione (vedi QUI).

Torre della Leonessa o della Regina
Turm der Lowin oder der Konigin
La Torre della Leonessa o della Regina è una delle due torri angolari che dominano la cinta muraria (l'altra è la Torre del Leone o del Re). La Torre e alta 25 metri, ed è l'unica delle due che presenta ancora la merlatura duecentesca quasi perfettamente intatta, e ancora adornata da gattoni e corredata di bugne. L'interno è un vuoto ambiente circolare, dotato di una scala che corre lungo tutto l'interno in corrispondenza delle feritoie da dove i soldati potevano controllare una vasta area di territorio, fin quasi al mare. La Torre, posta a sud- est della fortezza, difenda la Porta Troiana, così chiamata perché affaccia verso la città di Troia.


Guardando attraverso i vetri anacronistici delle monofore, si è travolti da un senso di potenza per la vastità del panorama controllato, e al tempo stesso di nostalgia per quei tempi così lontani- o almeno questa fu la mia impressione in quella rovente mattina agostana.
Usciti dalla Torre, ci dirigemmo verso la Torre del Re. A ridosso di questa, c'è il monumentale Palatium federiciano, primo nucleo originario della costruzione. Originariamente a pianta quadrangolare, le fonti riportano che il terrazzo del terzo piano, per mezzo di archi a ogiva, assumeva la forma di un ottagono, figura geometrica cara a Federico.
Adiacente allo spazio interrato del castello c'è la Porta di Castelfiorentino, affacciata verso il luogo in cui l'imperatore avrebbe esalato l'ultimo respiro nel 1250. Qui finì il nostro giro, senza aver avuto la possibilità di visitare la muraglia del Palatium, in ristrutturazione.
A oggi i lavori saranno stati ultimati, e una nuova visita nella Lucera svevo – angioina, per immergersi in un mondo perduto ma che è ancora vicinissimo a noi, non è da escludere.

In primo piano, i baraccamenti militari; sullo sfondo, il Palatium di Federico II

Im Vordergrund, Die Uberreste von langen Militarlangern; auf den Hintergrund, der Palatium von Friedrich II 


Der Palast und Festung: ein Besuch in Lucera

Auf dem hochsten Hugel von Lucera in einer fur die Kontrolle der Umgebung strategischen Position erhebt sich die beein druckende Staufen Anjou Festung. Friedrich II, siedelte zwischen 1223 und 1233 Teil der unruhigen, Sarazenischen Bevolkerung Sizilien nach Lucera um und schaffle so eine muselmanische Kolonie in Herzen der Capitanata. Der Kaiser sein Palatium im Jahre 1233 errichten. Nach dem Sieg gegen die Staufen gliederte Karl I, von Anjou den Turmpalast von Friedrich II, in einen neuen Verteidigungsring ein und verwandelte das kaiserliche Wohn kastell in eine richtige Festung. So entstand ein imposanter, ungefahr 900 meter langer Mauerrinf, der durch 22 Tyrme verstarkt wurde und aufgrund eines tiefen Ringgrabens unzuganglich war;an dessen Enden sich zwei erhabene, runde Turme befinden: der Turm des Lowen oder des Konigs un der Turm der Lowin oder der Konigin, der noch immer don Originalzinnenkranz aufweist.

In der Festung gibt es:

  • Uberreste einer Franziskaner Kirche, die von Karl II, von Anjou vermutlich auf Ruineneiner fruheren, sarazenischen Moaschee errichtet wurde;
  • Trojanischer Tor, da es auf die Stadt Troja geht
  • Torn von Lucera (Hauptor)
  • Uberreste des Palatium von Friederich II.
  • Tor von Castelfiorito.