sabato 22 agosto 2015

Gran Tour 2015: "assalto" alle Torri di Maddaloni

Panorama dal Santuario di San Michele, in primo piano il castello e la torre Artus.


Gran Tour 2015: l'ascesa al Vesuvio (vedi QUI).

Avviso ai lettori: il racconto che segue non sarà un reportage grigio e oggettivo, anzi: dentro ci ho messo i miei commenti su ciò che ho visto e i miei consigli per chi vuole replicare la visita, con informazioni quanto più possibili complete sul tragitto e i costi.

Un ritorno inaspettato

A Maddaloni sono stato in visita diverse volte, negli ultimi anni, innanzitutto per motivi personali, e poi storiografici. A Maddaloni venivano spediti i prigionieri del campo di prigionia tedesco ad Afragola durante le ultime fasi del secondo conflitto mondiale (vedi QUI); a Maddaloni si sono incrociate vicende storiche notevoli, a cominciare da Annibale durante le guerre puniche, vista la sua posizione di “frontiera” della Piana Campana; sempre a Maddaloni, esistono ancora le vestigia di antiche fortificazioni, appollaiate sul monte che sovrasta la città, dedicato a San Michele.
Ero già stato in visita alle torri della città nel settembre 2012, e da allora mi ripromisi di tornarci con un fisico più allenato, o mai più. Ora, vuoi che mi sia dimenticato della faticaccia di allora, vuoi che in questa vuota estate bisogna pure passare il tempo, vuoi ancora che sotto sotto un articolo su Maddaloni ce l'ho da sempre nel manico, ho accettato l'idea di mio cugino Rob – proprio lo stesso dell'ideona del Vesuvio – di andare a visitare da vicino il monte e le torri. E così tutto iniziò, sempre per caso, mercoledì scorso, 12 agosto.

La discesa difficoltosa....

Partendo da Acerra, percorriamo la SP7 – via Calabricito (che prende il nome della località acerrana che attraversa, nota per il fiume Riullo che la attraversa – vedi QUA), e giungiamo in 15 minuti circa a Maddaloni. Il monte San Michele, e le relative torri, già ci sovrastano, dobbiamo solo arrivarci. Giunti alla fine della strada provinciale, svoltiamo a destra e arriviamo a un quadrivio. Svoltiamo a sinistra, prendendo a salire la statale 265, incassata fra terrapieni e muri divisori. In poco tempo, giungiamo in vista dell'Acquedotto Vanvitelliano: le grandi arcate di tufo che da secoli dominano la stretta gola fra due monti, e che per me hanno sempre significato il passaggio dalla grigia e asfissiante conurbazione urbana a nord di Napoli al verde arioso delle zone interne fra la Terra di Lavoro e il Sannio. Chiunque passi sotto quegli archi, non può restare insensibile all'intuizione dell'architetto napoletano per lo slancio delle forme e la ripresa del gusto romano. Superata l'arcata dell'Acquedotto, giriamo intorno alla struttura fino a introdurci in una lunga strada in rapida pendenza, che ci porta alla cima del monte. Man mano che saliamo, il panorama si schiude davanti a noi, e appaiono i primi, azzurrognoli contrafforti del Sannio.
Statua di S. Michele a Maddaloni
Eccoci all'area sacra. Il santuario di San Michele è uno dei luoghi di culto più antichi della Campania. Eretto fra VI e VII secolo sulla cima del monte più alto prospiciente la valle ai piedi del Vesuvio, l'intitolazione al Principe delle Divin Milizie risente dell'influenza longobarda del vicino Ducato di Benevento. I Longobardi avevano una concezione militarista e gerarchica della vita, e il cristianesimo, dapprima nella forma ariana e poi in quella cattolica, fece subito presa su di loro, che identificavano Gesù con il Capo dell'Universo e San Michele come il Luogotenente di Dio nella lotta contro gli avversari (leggi QUI a tal proposito).
Attualmente in fase di restauro, presenta una facciata pressoché piatta movimentata da arcate sul piano mediano e da un piccolo rosone per l'illuminazione interna. La tozza torre campanaria non sembra coeva al resto dell'edificio. Della mia precedente e veloce visita del 2012 non mi è rimasto molto, ma posto qui la foto che feci allora della stupenda statua dell'Arcangelo, armato della lancia con cui annienta il Diavolo ai suoi piedi e della Bilancia, simbolo di Giustizia.


E' ora di discendere verso le torri. O meglio, verso una torre: essendo che il Castello di Maddaloni e la Torre Artus sono troppo distanti per essere raggiunti, sempre che ciò sia possibile dal santuario. Il castello si presenta come una struttura fortificata ancora imponente, nonostante i secoli trascorsi ( non si è concordi sulla sua edificazione, ma è certo che fu conteso a lungo durante le guerre angioine del Trecento per il controllo del Regno): dalla mia postazione, osservo una bassa torre di avvistamento circondata da una corte chiusa sul piano superiore e che comunica con l'esterno attraverso una serie di finestre poligonali. Osservo anche la Torre Artus: la pietra viva che emerge al di sotto dello strato di mattoni e calce e il piano superiore ancora perfettamente circolare danno un'idea, per quanto vaga, della funzione di sorveglianza che tale edificio dovesse avere riguardo la Via Appia, il cui originario percorso, superata Capua, portava qui prima di giungere a Benevento.
La Torre Longobarda
Iniziamo la discesa verso la Torre Longobarda – ancora torna nel presente la presenza di quell'antico popolo – e ben presto anche i rozzi scalini di pietra ci abbandonando e al loro posto c'è uno stretto sentiero di pietre taglienti e sdrucciolevoli. Io e mio cugino scendiamo con cautela la discesa, visto che in alcuni tratti le staccionate divisorie dallo strapiombo sottostante non ci sono.
Memore della precedente discesa, guido Rob con cautela verso il basso: sembravamo Dante e Virgilio, e in effetti la situazione era simile: uno ignaro del posto, l'altro già avvezzo a esso (nessuno ricorda che Virgilio stesso afferma di essere già sceso negli Inferi a causa dei poteri di una strega), entrambi scendevamo un sentiero zigzagante come quei due scendevano i gironi infernali. Solo che il vate di Mantova era notevolmente più agile del suo lontano omologo di Napoli, almeno penso... Discendendo, il panorama ci si apre davanti agli occhi: il Vesuvio, o meglio il Monte Somma, visitato appena due giorni prima sempre con il mio cugino – discepolo, appare lontanissimo quanto la città di Maddaloni ai nostri piedi. Riconosco la punta del Monte Epomeo dell'isola d'Ischia, e le torri moderne del Centro Direzionale di Napoli ( non li chiamerò mai grattacieli, non dopo aver visto quelli veri a Francoforte sul Meno) tanto che la giornata è linda. A un certo punto, anche il sentiero finisce e ci troviamo a camminare nell'erba alta, seguendo un filo rosso posto lì a mo' di guida per i visitatori.

...e l'ascesa da ricovero!

Eccoci alla Torre. Nulla è cambiato rispetto a tre anni fa. La base è circondata da una circonferenza quasi perfetta di pietre, che costituivano, penso, l'accesso al piano terra. Salendo su questa piattaforma, noto però un'altra circonferenza più stretta: deduco allora che i cerchi concentrici attorno alla base erano due. Resta un'apertura, forse una feritoia, a farci intravedere qualcosa dell'interno: mura screpolate e pietre cadenti. Il rivestimento esterno è crollato in più punti, ed emerge lo strato sottostante di pietra bianca. La cima presenta ancora dei beccatelli, evidentemente per la difesa degli ospiti,e forse anche il ristretto ballatoio superiore, impossibile da vedere.
Torre longobarda ad Acerra, loc. Calabricito
La forma della torre mi ricorda quella omologa di Acerra, proprio lungo la strada del summenzionato Riullo, facente parte della proprietà della casina Spinelli. Più bassa e tozza rispetto a questa, rispondeva però perfettamente alla funzione difensiva che i Longobardi volevano darle. Ricordo infatti che nel 2013, durante un incontro presso la Casina Spinelli organizzato dall'Archeo Club di Acerra, un archeologo affermò che la torre Longobarda ai Acerra era parte di una triade di fortificazioni longobarde, che comprendeva anche il castello Matinale di Cancello e le torri di Maddaloni, e che le comunicazioni urgenti avvenissero tramite un gioco di specchi e riflessi tra Acerra, Cancello e Maddaloni, oggi impossibile da replicare con l'inquinamento luminoso che affligge la Campania.
Osservando il panorama da lassù, a 250 metri dalla linea del mare, scorgo perfettamente il castello Matinale, appollaiate sul monte Tifata. E l'ipotesi di quell'archeologo di cui non ricordo il nome (ma che era fissato con Suessula e Arienzo) non mi pare poi così balenga. Il vento spira dalla pianura verso di noi, e la torre al nostro fianco sembra anch'essa ristorarsi al fresco e “apprezzare” la compagnia umana, vista la sua solitudine lassù.
La visita, fatte le foto, è terminata. E inizia la parte peggiore. Ricordate quella discesa che vi ho descritto poco fa? Bene, bisogna rifarla tutta, e non ci sono ascensori.
Rifacciamo il percorso inverso, salutando la solitaria Torre Longobarda. Dopo i primi due tornanti, l'ascesa si fa di una difficoltà da scalatori. Noto le stazioni della Via crucis: siamo all'ottava, dovremmo superarne almeno sei per dirci in salvo. Naturalmente, il sole che era coperto alla discesa si sveglia ora che si sale e di cui si farebbe volentieri a meno della sua presenza. Passo dopo passo, salgo, metto il piede su pietre taglienti, arranco in cima, e 100 metri, 5 litri di sudore e un paio di tendini rotti dopo, sono tornato al santuario. Sono ancora vivo, e non era affatto scontato. Un'ultima occhiata, prima di avviarci all'auto, alle nostre torri, con un arrivederci di cuore...ma senza discese, la prossima volta.

Consigli ai naviganti

Maddaloni sta conoscendo negli ultimi anni un notevole fervore culturale. Oltre alla visita al santuario di San Michele, ricordato anche da S. Giovanni Paolo II nei suoi discorsi, al castello e alle torri (se avete le gambe buone), è consigliabile visitare anche il centro storico. In particolare la chiesa di Sant'Aniello, di cui ci occupammo un anno fa (leggi QUI), candidata a diventare un “luogo del cuore FAI” e al centro dell'attenzione di un gruppo attivissimo di appassionati d'arte, storia e cultura. Seguendo questo link, potete accedere al loro gruppo Facebook.
Riguardo ai costi, essi sono nulli, sempre escludendo quello dei carburanti per chi giunge da fuori con un proprio autoveicolo. Le indicazioni per il santuario cominciano ad apparire solo al quadrivio che ho citato, almeno a quel che ho visto. Da quel punto in poi sono abbastanza frequenti, e facilitano l'ascesa evitando di perdersi fra le vie oltre i Ponti della Valle.


La prossima tappa del nostro Gran Tour ci condurrà ancora più a nord di dove ci siamo spinti: visiteremo infatti quel che resta dell'antica Cales romana. Ma questa è un'altra storia.  

Panorama dalla Torre Longobarda: Maddaloni in primo piano e il Monte Somma - Vesuvio sullo sfondo

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