lunedì 17 agosto 2015

Gran Tour 2015: l'ascesa allo "Sterminator Vesevo"

Gran Cono visto dalla salita del Gigante


Avviso ai lettori: di seguito racconto della mia visita al cratere del Vesuvio. Non sarà un reportage grigio e oggettivo, anzi: dentro ci ho messo i miei commenti su ciò che ho visto e i miei consigli per chi vuole tentare la salita, con informazioni quanto più possibili complete sul tragitto e i costi.

Come tutto iniziò

Si è sempre detto che le avventure improvvisate sono quelle che danno più ricordi e più emozioni, in luogo di quelle preparate con asettica cura mesi prima della partenza. Per mie personali vicende, devo trovarmi d'accordo con questa asserzione, come dimostra anche l'avventura di cui sto per parlarvi, accaduta senza preavviso alcuno.
Lunedì scorso, mentre gironzolavamo senza senso sull'Asse Mediano, mio cugino Rob mi propone di andare sul Vesuvio, dove non era mai stato. Accetto subito, essendo l'apice del vulcano terra incognita anche per me. In verità, il monte non mi è affatto sconosciuto: tra grigliate ed esplorazioni, i sentieri verdeggianti del Somma mi sono ormai arcinoti, e nel 2008 ero anche arrivato in cima, senza però visitare l'ultimo tratto. Essendo anche la giornata nuvolosa, con un sole debole che sbuca a tratti per poi sparire quasi subito, il buon umore mi pervade.
Arrivare lassù è semplice: dall'autostrada Napoli – Salerno siamo usciti a “Portici – Ercolano”, abbiamo salito l'unica strada verso il monte, costeggiando la panoramica abbruttita (o abbellita, fate voi) da statue dal “profondo” significato (un Moai gigante, un torso umano, un volto scheletrico....) e giungendo al bivio dell'Osservatorio.
Brutture scambiate per arte
Qui non si può sbagliare: oltre al cartello indicativo, il bivio è segnalato anche da quel che resta di un ristorante, divenuto adesso una struttura fantasma. La strada per l'osservatorio è a destra; noi abbiamo continuato a salire dritti, immergendoci in tratti senza luce e piacevolmente freschi, e vedendo la cresta farsi sempre più vicina.A una curva, incontriamo una fila di auto: l'unico incontro con il traffico che abbiamo avuto. Qui c'è il parcheggio: un uomo con gli occhiali e una camicia non troppo pulita ci informa che andando più sopra non troveremo posto per l'auto, e ci consiglia di lasciarla lì, in una zona sosta non custodita, alla modica cifra di 3 euro. Parcheggiamo l'auto. Alcuni fannulloni ci consigliano di prendere la navetta, al costo di 5 euro per l'andata e il ritorno: non lo fate, l'ascesa è dura, ma è di un solo chilometro e mezzo, non di tre come vi diranno, e la si può fare tranquillamente a piedi, se non si ha eccessiva fretta, in appena mezz'ora. I soldi meglio conservarli alla biglietteria: l'accesso al cratere costa infatti 10 euro, due in più rispetto a 7 anni fa. Ci accoglie un uomo con un bel po' di chili, all'ingresso: evidentemente non visita la cima da parecchio tempo. Inizia l'ascesa, e vi consiglio di non fare gli eroici come chi scrive, che voleva beffarsi di chi saliva il ripido e scivoloso sentiero armato di bastone ed è finito con l'affanno e i dolori dietro la schiena già dopo il secondo tornante (e il percorso ne ha 7!). Intanto che salgo i due chilometri fino al cratere, diamo qualche informazione utile ai non campani (e anche a qualche campano).



Un vulcano bizzoso che...raddoppia

Il complesso Somma -Vesuvio si staglia dominante al centro di una piana delimitata ad est dalla catena appenninica, a nord ovest dai modesti rilievi tufacei dell'area Flegrea e a sud dalla penisola sorrentina. E' formata dall'antica caldera del Somma, che sarebbe il vulcano originario formatosi 17000 anni fa, e dal Gran Cono, cioè il Vesuvio propriamente detto. La cresta massima del Monte Somma è di 1132 metri, e culmina con la Punta del Nasone, una curiosa formazione basaltica che, a causa della pareidolia, assomiglia al naso di un uomo addormentato. Il Gran Cono è più alto: 1281 metri...e vi assicuro che le mie gambe e i miei polmoni, abituati alla pianura e allo smog, li hanno sentito tutti ogni volta che respiravo!
Punta del Nasone, massima cresta del Somma
Attualmente, non si sa quando si formò il Gran Cono e il Somma, da vulcano primigenio, si ridusse a essere un semplice contorno del primo. L'ipotesi più gettonata è che il crollo della camera vulcanica del Somma sia avvenuto con l'eruzione del 79 d. C. che distrusse Pompei ed Ercolano, e l'indizio probante di tale ipotesi è il famoso affresco della Casa del Centenario a Pompei che riporta il dio Bacco e il Vesuvio monocipite, cioè con una “sola testa”, senza il Somma a fargli da corona, insomma. Ma contro tale opinione, invero piuttosto debole, abbiamo due fatti: primo, anche oggi a Pompei il Vesuvio si presenta solo, visto che nasconde dietro di sé la cresta del Somma; secondo, l'assenza di lave nel settore settentrionale del vulcano può essere spiegata solo dall'esistenza dello sbarramento della caldera del Somma*. Vulcano già noto in antichità, stando a quello che intuisce Strabone (63 a. C.- 19 d. C.) nella sua Geographia, era però ritenuto spento, essendo che era passati svariati secoli dall'ultima eruzione vera e propria. Ciò aveva permesso la fondazione di molti centri urbani alle sue pendici, con relative ville di piaceri e masserie rustiche: il dolce clima e la fertilità dei terreni permisero già sotto Augusto imperatore un notevole inurbamento. Venne poi l'eruzione pliniana del 79: non starò qui a descriverla, ormai la conoscerete bene, e per chi ne fosse poco edotto ci sono numerose fonti d'informazione (non Wikipedia). 
Bacco e il Vesuvio monocipite
Dopo il disastro di Pompei (“Neppure gli dei avrebbero voluto compiere un tale flagello!” scrive Marziale in uno dei suoi epigrammi), si prese atto che quella strana montagna verdeggiante dalla cima spoglia e tagliata di netto era in realtà un pericolosissimo vulcano, risvegliatosi dopo 800 anni di quiescenza con una terrificante esplosione e il vomito di una gigantesca nube di pomici, blocchi e gas, che si stima arrivò intorno ai 17 k m di altezza! Ciò però non fermò chi volle tornare ad abitare l'area: la voglia di ricominciare era più grande della paura delle lave. Complice un secolo di soli sbuffi da parte del vulcano (segno che il cratere, a differenza di oggi, era aperto), furono ricostruiti i villaggi sommersi, assumendo nuovi toponimi (Portici da Villa Pontii, ad esempio, o Torre del Greco da Turris Octavia). Neppure le eruzioni successive, che pure furono spaventose, fermarono la colonizzazione che avveniva lenta ma inarrestabile. 
Nel 1631, allorquando il Vesuvio decise che ne aveva abbastanza di dormire e si svegliò nella notte fra il 15 e il 16 dicembre, pagarono cara la loro noncuranza almeno 4000 esseri umani, e con loro altri 6000 circa di capi di bestiame che non riuscirono a fuggire. Più che dalle lave del Gran Cono, le vittime furono letteralmente bruciate dalle colate piroclastiche (flusso turbolento formato da vapore acqueo, gas, pietre laviche scagliate ad altissima velocità) e uccise dalle distruzioni dei continui terremoti che squassarono la zona. Pompei, Ercolano, Torre del greco, Torre Annunziata e La Scala furono distrutte, e almeno 40000 fuggiaschi si presentarono alle porte orientali di Napoli fin dall'alba del 16 dicembre. Fu una “Pompei, atto secondo”; ma fu anche l'inizio dell'interesse scientifico per il vulcano, che portò poi alla consacrazione del vulcano come tappa fondamentale e inevitabile del Gran Tour, il viaggio di formazione dei giovani rampolli della nobiltà europea nel mondo classico.

In alto i cuori (e i n basso i diaframmi)

Ci sono arrivato, dunque, alla cresta del vulcano. Con l'affanno, gli occhi di fuori e la maglietta tutta bagnata di sudore, ma ci sono arrivato. E subito mi si apre davanti agli occhi un panorama mozzafiato, in parte nascosto dallo smog che grava su Napoli per la prolungata siccità: l'intera Pianura Campana mi si apre sotto i piedi, riconosco Napoli dal puntino minuscolo di Castel dell'Ovo che si prolunga in mare, osservo la collina dei Camaldoli lontanissima, e sbircio quanto più possibile a nord in uno sforzo vano ma divertente di individuare, da lassù, la mia città. 

Il cratere del Vesuvio, ostruito da una frana, che lo trasforma in un lago interno nei giorni di pioggia

Ecco la cima, ecco il Gran Cono. Mi avvicino alla debolissima staccionata: appena un metro oltre di essa, inizia la voragine. Guardo giù: il foro del cratere non si vede, già lo sapevo. Una frana lo ostruisce, ricade a precipizio su di esso, e immagino che nei giorni di forte pioggia creerà una specie di lago interno: non mi saprei spiegare altrimenti la presenza dei cespugli che vedo nella bocca del vulcano. Il contorno del cratere è formato da rocce lucide, levigate perfettamente, immobili dall'ultima eruzione, nel 1944, una data che adesso, qui sopra, mi appare non molto lontana dal 79 d. C. Qua e là noto tracce giallognole di zolfo adagiato alle pareti. Vedo anche lo spuntone roccioso che, dalla pianura, appare e scompare secondo l'angolazione. Un vento fresco, dal mare , giunge là sopra e ci asciuga. Già, il mare: mi allontano dalla staccionata e mi affaccio di nuovo sul versante sud. Il manto del Somma, verdeggiante, si protende dolcemente a riva, occupata dalle abitazione di quella che penso sia Torre del Greco. Sono così in alto, 13 km sul livello del mare, che mi sembra di osservare la linea di costa come se fossi su un satellite nello spazio aperto.
Da questa visuale, si capisce appieno di come la riva campana altro non sia che la terminazione delle pendici del complesso vulcanico. Rob mi sollecita a completare il giro del bordo del cratere. Spunta il lungo “braccio” della penisola sorrentina, vedo anche il Molare, la cima del Monte Faito, che scalai con l'amico Marco nel lontano 2009 (forse racconterò anche di questa salita, un giorno), e lo scoglio di Rovigliano, che segna il confine amministrativo tra Torre Annunziata da Castellammare di Stabia, mia meta agognata da anni. 

Golfo di  Napoli
Vedo l'area intensamente urbanizzata, penso alle conseguenze catastrofiche di un'eruzione pliniana (come dicono che sarà la prossima, visto che i gas della camera magmatica, stante la succitata frana che ostruisce il condotto, non hanno più lo sfogo e aumentano la pressione interna), ma mi dico anche: fatti loro. Il vento è fresco, e il sole timidamente spunta fra le nubi, che da lassù sembrano vicinissime. Capri è occultata da quello che mi sembra un banco di nebbia: sarà forse solo smog.
La visita è finita, l'ascesa è stata compiuta. Mi sono messo in pari con gli altri Grandi del passato, che la scalata la fecero davvero, senza auto o staccionate: il pittore Jacob Philipp Hackert, il poeta Goethe, il diplomatico Chateaubriand, il compositore Jacob Mendelssoln, lo scrittore Stendhal, il futuro Pontefice Pio XI, asceso qui tra il 31 dicembre 1899 e il 1 gennaio 1900, e tanti altri. Ora c'è la discesa, c'è il ritorno al vecchio obeso, al parcheggio con gli imbonitori della navetta, all'autostrada...e a a casa, dove mi aspetta un lauto pasto rigenerante.

Consigli ai naviganti

L'ascesa al Vesuvio è una di quelle esperienze che ogni straniero compie ancora oggi, sulla scia dei suoi avi sei- sette- ottocenteschi. E' un'impresa dove la tecnologia moderna (auto in primis) possono aiutare fino a un certo punto, fino agli ultimi 2 km del cratere, da percorrere con la sola forza delle gambe. Non dico che sia facile, né che sia piacevole sudare a quelle altezze, considerando anche il fatto che io l'ho fatto in un giorno nuvoloso e quindi risparmiandomi il sole. Ma, se la salita è dura, il panorama dall'alto è grandioso, e vale l'acido lattico prodotto in abbondanza dai vostri muscoli.
L'accenno iniziale agli stranieri non è un caso: gli italiani ignorano il Vesuvio. 
Linea di costa
Va bene che io stesso considero l'ascesa al Gran Cono come una di quelle cose da fare una sola volta nella vita e mai più, però è notevole constatare come i miei compagni di salita erano quasi tutti tedeschi, inglesi, giapponesi e appena qualche gruppetto di italiani, con l'accento del nord. Sarà la vecchia abitudine tutta italica di trascurare le proprie bellezze perché le si hanno sempre sotto agli occhi (un po' come San Pietro per i romani), ma non mi sorprende affatto, conoscendo come conosco l'anima italiana, che pochi ci vadano lassù, per fatica e costo.
Un bel costo : 10 il biglietto, più 3 il parcheggio, e più 5 per chi volesse prendere la navetta, fanno 18 euro, escludendo il carburante per l'auto e l'eventuale costo di vettovaglie. Una bella sommetta, insomma, che non serve assolutamente a niente, visto che il vulcano non ha certo bisogno di manutenzione e qua e là trovi bottiglie e carte di scarto abbandonati al ciglio della strada. Ripeterò fino alla noia che sono liberale, un vero liberale: se ti inventi un lavoro che ti fa fare soldi e non viola nessuna legge dello Stato, è una cretinata non mettere in pratica. Ma qui non c'è nulla di nuovo, è il solito tentativo di spennare turisti di cui non si sa manco la lingua (“You speak English?” chiede un turista. “ A little bit” risponde l'addetto al banco di uno dei troppi chioschi sulla cima. E se parli poco inglese, figuriamoci il tedesco!), dando informazioni false e facendo pagare una passeggiata non si sa per quale motivo se non per mantenere altri fannulloni di Stato.
Con questi consigli, si conclude la prima tappa del nostro Gran Tour. La prossima verso Maddaloni. Ma non vi anticipo altro.

Cratere, tracce di zolfo

Articolo correlato: "1380 A. C.: il Vesuvio si è svegliato..." vedi QUI


* A. Vella – R. Russo, Il Vesuvio, ed. Newton, 1996, Napoli.

2 commenti:

  1. Meravigliosamente scritto, mi sentivo come ho letto la cenere sotto i miei piedi e aveva il naso un odore di zolfo ....
    Grazie !!!
    Hans-Hermann Uffrecht

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    1. Grazie, cerchiamo di essere all'altezza delle bellezze che abbiamo

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