sabato 8 agosto 2015

La Questione della lingua: latino vs volgare, puristi vs innovatori

Non ho mai amato l'Accademia della Crusca. Nata nella seconda metà del XVI secolo come gruppo informale di soci con a capo, tra gli altri, il filologo Leonardo Salviati, si diede questo nome poiché i soci si autodefinivano Crusconi, cioè gente degna della crusca e non della farina. Lo spirito burlesco però finì presto, e l'istituzione pretese fin dalla morte dei fondatori di essere l'unica depositaria della purezza dell'idioma parlato in Penisola. Già nel 1612 ci fu la prima edizione del Vocabolario della lingua italiana a Venezia (altre seguirono nel 1623, 1691 e, oltre un secolo dopo, nel 1798 in sei volumi) e opera sicuramente meritoria si accompagnò un vivace dibattito secolare sulle differenze e sulla primazia fra il latino e la lingua cosiddetta volgare.


La vecchia polemica: latinisti contro volgaristi

Tale polemica era già stata inaugurata inavvertitamente dai tre astri toscani del XIV secolo: Dante, Petrarca e Boccaccio. Soprattutto il primo diede il la alla questione della lingua più di tutti gli altri, realizzando la famosa Commedia in volgare e non in latino, in cui aveva pur scritto le altre sue opere principali. Boccaccio, commentando 40 anni dopo il lungo poema, giustificò l'autore per averlo scritto “nel fiorentino idioma”, aggiungendo però che se esso fosse stato scritto in latino sarebbe riuscito “molto più artificioso e sublime, perché c'è molta più arte nel periodare latino”.
All'inizio fu Dante
La vis polemica non diminuì affatto negli anni: un secolo dopo la morte di dante, Niccolò Niccoli lo definì, a causa dei suoi scritti in volgare, “un poeta da ciabattini e da fornai”. A stretto giro di posta ( o meglio, di pergamena) gli replicò un altro poeta, Cino Rinuccini, che difese l'italiano di Dante scrivendo contro gli umanisti che “per mostrarsi litteratissimi al vulgo dicono lo egregio e onorevole poeta Dante Alighieri essere stato poeta da calzolai”. Ancora, Francesco Filelfo, chiamato dal duca di Milano a spiegare le rime del Canzoniere del Petrarca, rinunciò sdegnato all'incarico che “avrebbe dilettato piuttosto gli indotti che quelli dotti e famosi”.
Passando dal XV al XVI secolo, la difesa del volgare prese sempre pù corpo, a scapito di quella del latino, anche se non mancavano ancora contrasti e dileggi dei latinisti verso i volgaristi; Romolo Amaseo scrisse in un'orazione che “essendo il volgare una corruzione del latino, è inutile sforzarsi a imparare due lingue, di cui una buona e l'altra corrotta”*. Già Galileo Galilei, nel Seicento, scrivendo le sue opere in volgare, iniziava però a far pendere la bilancia dei gusti per quest'ultimo, e diede il precedente letterario e accademico necessario a che l'italiano iniziasse una sua vita autonoma, con una propria grammatica e un proprio insieme di vocaboli.

La nuova polemica: volgare “puro” e volgare “storpiato”

Il XVII secolo fu quindi quello della nascita del volgare come lingua con una propria dignità.
Da allora la Crusca fu per i grammatici l'omologo linguistico dell'Inquisizione per i fedeli: un tribunale implacabile che poteva decidere il destino delle parole introducendole o meno nei suoi tomi e quindi dando loro dignità letteraria.
Naturalmente, capirete che non tutti erano d'accordo con questo strapotere: la questione era se la lingua letteraria dovesse tener conto della parlata, anzi delle parlate nei vari angoli della Penisola (Dante stesso, 3 secoli prima, aveva identificato 14 dialetti), o dovesse piuttosto modellarsi secondo rigide regole imposte dall'alto. La Crusca era ovviamente per questa ipotesi, che consacra la sua validità agli occhi dei letterati, ma non ottenne unanime adesione. Accanto ai latinisti irriducibili, c'erano quelli moderati che, come Pietro Bembo nel Cinquecento, accettavano la ormai evidente supremazia del fiorentino come parlata ma cercavano di renderne classico lo stile. C'erano poi i volgaristi assoluti, come Gian Giorgio Trissino, che nel Cinquecento voleva un idioma nazionale che raccogliesse il meglio di tutte le lingue “regionali” della Penisola e delle isole.
Il Settecento vide un rinfocolamento della questione della lingua. Gli scrittori del “Caffè” milanese si opposero allo strapotere della lingua. Alessandro Verri nel suo articolo “Rinunzia davanti notaro al vocabolario della Crusca”, riconosce che l'unica autorità conclamata per la classificazione di una lingua è quella parlata, non scritta: “ Se Petrarca, Dante e Boccaccio inventarono parole nuove e buone, anche noi pretendiamo tale libertà. È ingiusta schiavitù il pretendere che non si osi arricchirla e migliorarla...Nessuna legge obbliga a venerare gli oracoli della Crusca e ascrivere e a parlare soltanto con quelle parole che si stimò bene di racchiudervi”.
Pietro Verri: l'uso domina
sulle regole scritte
E il fratello Pietro Verri rincarò poco dopo la dose: “Ogni parola che sia intesa da tutti gli abitanti d'Italia è., secondo noi, una parola italiana: l'autorità e il consentimento di tutti gli Italiani, dove si tratti della loro lingua, è maggiore di tutti i grammatici”**.
Melchiorre Cesarotti (1730 - 1808) nel “Saggio sopra la lingua italiana” (altrimenti ristampato col titolo di “Saggio sulla filosofia delle lingue”) ribadì il criterio linguistico poi tanto caro al Manzoni: “La lingua deve avere per base l'uso, per consigliere l'esempio, per direttrice la ragione”.
Il XIX secolo, che conclude questa mia personale esposizione sulla questione linguistica, vide l'accrescersi della discussione sulla purezza della lingua, la critica verso l'uso massiccio di francesismi e anglicismi, la vera e propria imposizione dall'alto del fiorentino successivamente all'Unità d'Italia: il ministro della Pubblica Istruzione Emilio Broglio nel 1868 nominò una commissione linguistica divisa in due sezioni, una milanese e l'altra fiorentina, per propagare la lingua che doveva consistere nella fiorentina. Deus ex machina della commissione fu Alessandro Manzoni, assurto a ingiusta gloria con il suo romanzo “I promessi sposi”, composto in 20 anni. Fu il Manzoni a spingere per la sanzione del fiorentino come lingua nazionale, ponendo fine a un dibattito spesso accesso ma culturalmente stimolante durato 4 secoli. Questa posizione prona alla Crusca e al nuovo regime non fu accolta ovunque: lo stesso Giosuè Carducci, che non si può certo definire un antiunitarista, scrisse che il dialetto fiorentino era perfetto solo se usato dai fiorentini, mentre diveniva non spontaneo se parlato da altri; e su questa falsariga, il suo discepolo Severino Ferrari affermò:” Il rossignol che libero vola nel cielo toscano, se chiuso nella stia lombarda, diventa una gallina”.
Concludo con una chiosa dell'esperto e caro amico Amedeo Francesco Mosca sul “successo” che ebbe un settantennio di imposizione del fiorentino nelle scuole: “Penso che non ci siano né vincitori né vinti. Il volgare toscano è stato utilizzato come lingua esclusivamente scritta dal Rinascimento sino ai tempi dei nostri nonni. Del resto è acclarato dai censimenti che prima del 1950 il cosiddetto italiano era sconosciuto al di fuori delle aree in cui era lingua naturale (Toscana, Umbria). Lo diceva De Mauroancora nel 2010”.
Ubi maior, minor cessat: avrà vinto il toscano, ma il latino ha sempre il suo effetto.



*Almerindo De Lucia, “La questione della lingua”, Napoli, 1984

**Giulio Carcano (a cura di), “Scritti vari di Pietro Verri” vol. II, Firenze, 1854

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