giovedì 24 settembre 2015

Profilo storico della lingua italiana - I parte.

Per la Questione della lingua, vedi a questo LINK

Da 700 anni, le coordinate tecniche sostanziali del dialetto tosco- fiorentino, divenuto lingua nazionale del Regno d'Italia per un'atipica imposizione dall'alto, sono state codificate e cristallizzate. Anche grazie al fatto di essere stato a lungo una lingua scritta, che ha garantito stabilità grammaticale a questo idioma che oggi viene parlato, nelle sue varie declinazioni e contaminazioni estere, da almeno 100 milioni di persone al mondo. In questi articoli dallo stampo storico- linguistico non pretendo certo di esaurire completamente la trattazione della storia della lingua che oggi parliamo e scriviamo: mi limiterò a delineare un quadro sintetico e sostanziale del percorso storico dell'italiano, e di dare spunto per altre e più approfondite ricerche.

L'evoluzione linguistica italiana (storia interna), con le vicende storico – culturali che la determinarono (storia esterna), è periodizzabile in tre fasi:

  • Dalla frammentazione linguistica medievale al primato del fiorentino trecentesco.
  • Espansione nel Sei- Settecento.
  • Da lingua letteraria a lingua d'uso, dopo l'Unità.

Iscrizione di San Clemente

Dal Medioevo al Trecento

L'avvio delle scriptae volgari fu merito di figure ponte fra le classi alte e quelle basse, come notai, mercanti, commercianti, insomma quella che oggi chiameremmo borghesia.
Il più antico testo volgare finora conosciuto è l'Iscrizione della Catacomba di Commodilla a Roma (prima metà del IX secolo):

Non dicere ille secreta a bboce
(Non dire le orazioni segrete a voce)

Notiamo quello che tecnicamente si chiama raddoppiamento fonosintattico (pronuncia doppia delle consonanti) in “bboce”, come pure il betacismo, (cioè la pronuncia della b al posto della v) nella stessa parola. Il pronome dimostrativo latino “ille” è usato come articolo.
Più tarda è l'Iscrizione di San Clemente (fine XI secolo), nota ai più per il linguaggio davvero “volgare”:

(Sissinio): Fili de la pute, traite
(Figli di puttane, tirate)

(S. Clemente): Duritiam cordis vestris, saxa trahere meruistis
(Per la vostra durezza di cuore meritaste di trascinare
pietre).

L'iscrizione descrive il miracolo avvenuto durante la cattura di S. Clemente Papa (97 – 105 ca.): gli inseguitori, invece del santo, si ritrovarono a trascinare una colonna. In bocca al persecutore Sissinio, troviamo espressioni basse, mentre il santo parla latino (per quanto sia una forma degenere rispetto a quello ciceroniano): abbiamo qui la testimonianza diretta del distacco diastratico avvenuto nel tempo, fra alti e bassi ceti.
Ma il primo documento che attesta l'uso consapevole del volgare è il Placito Capuano (960):

Sao ko kelle terre per kelli fini que ki kontene tranta anni le possette parte Sanci iBenedicti.
(So che quelle terre, per quei confini che si dicono, per trenta anni le possedette il monastero di San Benedetto).

Il Placito Capuano del 960

Il Placito, o meglio i placiti (ne sono 4 in tutto) erano dichiarazioni di testimoni rese davanti a un giudice circa la querelle fra un contadino e il monastero di San Benedetto a Capua. La contesa si risolse a favore dei Benedettini proprio grazie a queste testimonianze.
Nel XII, apparvero dei Ritmi anonimi, che furono il primo tentativo di produzioni poetiche in volgare, anche se quello più noto fu il Cantico di Frate Sole di San Francesco d'Assisi, nel 1220 circa, considerato non a caso il primo testo ufficiale della lingua italiana.
Alla corte siciliana di Federico II, negli stessi anni, si producevano poesie spogialndo il volgare dai localismi più vistosi, e nobilitandolo attraverso il latino (ancora lingua ufficiale della diplomazia e dell'alta cultura) e il provenzale. Augore come Giacomo da Lentini e Stefano Protonotaro furono subito imitati in Toscana, anche se i copisti adottarono i testi siciliani al loro dialetto, creando ibridismi fra le due lingue.

Giungiamo dunque alla fine del XIII secolo e all'inizio del XIV,. Dominati dalla figura gigantesca di Dante Alighieri. Questi, nel suo De vulgari eloquentia, affronta la questione del volgare: esso deve essere illustre (raffinato), cardinale (cardine di tutti gli altri volgari), aulico (degno dell'aula, la sala della reggia dove si declamavano le prose e le poesie), e curiale (degno della Curia, il tribunale amministrativo supremo). Un dialetto che riunisse in sé tali qualità sarebbe meritevole di assurgere a dignità di lingua ufficiale di tutta l'Italia. In effetti, fu proprio Dante, con la Commedia, che riuscì a dare tale dignità letteraria al volgare, attingendo a piene mani dai vari livelli diastratici del fiorentino, e introducendo anche forme non fiorentine. Nel pieno del XIII, furono il Canzoniere di Petrarca (per la poesia) e il Decameron di Boccaccio (per la prosa) a ufficializzare il passaggio del volgare da lingua bassa a lingua letteraria, seppur con molte sperimentazioni ed esitazioni: basti ricordare che Petrarca stesso, pur abolendo i provenzalismi e selezionando i sicilianismi nelle sue poesie, da fine latinista e amante di Virgilio qual era, considerò minore il Canzoniere rispetto al resto della sua produzione, quasi un divertissement del poeta per distrarsi.

(Continua) 

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