mercoledì 21 ottobre 2015

I barbari e la "germanizzazione" del Cristianesimo


I secoli altomedievali videro la crescita dell'influenza della Chiesa in seno alle nuove nazioni barbariche allorché queste ultime decisero di abbandonare i costumi pagani e di consacrarsi al Cristianesimo. Non tutti i nuovi arrivati erano legati a tradizioni religiose politeistiche: i Longobardi, ad esempio, costituirono una spina nel fianco di Gregorio Magno (540 ca. - 604, Papa dal 590) in quanto ariani, quindi cristiani eretici, non già pagani. L'infiltrazione della nuova fede presso le società barbariche venute dalle steppe dell'Asia centrale avvenne per gradi, e non in modo univoco: il successo o il fallimento delle conversione dipendevano da diversi fattori, non ultima la personalità e il carisma dei missionari inviati presso i nuovi popoli. Riguardo ai metodi di conversione, anch'essi furono molteplici, a seconda degli uomini e delle epoche: il caso delle conversioni forzate dei Sassoni ne è la rappresentazione più estrema, ma non certo la regola nella storia dei movimenti religiosi medievali verso “l'altro”. In termini generali, possiamo dire che ci fu quasi sempre la pratica dell'”accomodamento” da parte della Chiesa nei confronti delle tradizioni barbariche, lo smussamento degli angoli più spinosi della dottrina evangelica riguardo la vita dei nuovi popoli per render emano difficoltosa la conversione. A questo proposito, scrive Paolo Brezzi che “il celebre passo evangelico che invita chi ne ha già avuta percossa una a porgere l'altra guancia veniva di solito saltato, perché era una frase troppo ardita e dura per i barbari ed esprimeva un'idea di perdono troppo generoso per uomini combattivi quali essi erano!”1.
Gregorio Magno 
Abbiamo già parlato in un post precedente di un esempio classico di tale corrispondenza tra i precetti cristiani e l'ideale di vita barbarico, a proposito del culto micaelico in Italia meridionale (vedi QUI). Erano episodi in cui si tentava di convertire i nuovi popoli a piccoli passi e cercando di raggiungere l'intima convinzione del cuore, tenendo ben presente il motto di sant'Agostino per il quale “fides suadenda est”, una convinzione religiosa non poteva essere imposta con la forza (e a maggior ragione, l'impresa sassone resta più un'eccezione che la regola). I vantaggi della cristianizzazione dei barbari occidentali non potevano essere trascurati – in primis, quelli politici – anche se sul lungo periodo portarono più danni che benefici. Possiamo congratularci con il già citato Gregorio Magno quando egli rileva che nel solo giorno di Natale del 597 avevano preso il battesimo ben 10000 Angli; ma ci domandiamo, a distanza, quanta conoscenza della fede che abbracciavano avessero; e quanta di questa fede abbracciata corrispondesse realmente, espurgata di tutti gli “accomodamenti” dei missionari, a quella professata dai latini2.
Grande organizzatore della Chiesa di Roma e geloso custode delle prerogative romane nei confronti delle altre Chiese, Gregorio I inviò per l'Europa diversi missionari per ottenere la completa cristianizzazione delle terre allora conosciute. Non vide la fine del processo a cui aveva dato avvio, conclusosi ben oltre la fine della sua vicenda terrena; e di certo, da uomo intelligente e acuto, dovette domandarsi quanto di profondo e convinto ci fosse in queste conversioni di massa, avvenute sulla scia di quelle dei sovrani (un precedente importante, che verrà poi ripreso un millennio dopo circa alla fine della Guerra dei Trent'Anni). I secoli successivi avrebbero giudicato con severità eccessiva questo “venir incontro” ai nuovi arrivati: il contatto con i popoli germanici, portatori di una cultura completamente differente dal mondo classico, avrebbe portato a una “Germanisierung des Christentums”, cioè a una “germanizzazione” del Cristianesimo nei secoli VI- VII, intendendo con ciò un abbassamento del livello spirituale della fede cristiana. Senza che per questo il messaggio evangelico ne guadagnasse in comprensione: c'è chi vi ha detto che Lutero si spiega con un'inesatta comprensione storica del Cristianesimo verificatasi nei popoli germanici al tempo delle conversioni.
V'è da dire comunque che, nell'introdurre le proprie costumanze nella nuova fede, i Germani non fecero nulla di diverso da quanto operato prima di loro dai Greci in Asia Minore, agli albori dell'era cristiana. E che, nonostante tutti gli “accomodamenti”, i Germani non destabilizzarono mai i fondamenti della fede e della morale cristiana.

1Paolo Brezzi, La civiltà del Medioevo europeo, 1978, vol. I, pag. 226

2Papst Gregor der Grosse und die Christliche terminologie der Angelsachsen, in “Zeitschrift fur Missionwissenschaft und Rwligionwissenschaft”, n. 40, 1956

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