giovedì 1 ottobre 2015

Il convento "maledetto" di Sicignano

Il convento di Sicignano


Ho abituato spesso i lettori abituali di questo blog a leggere qualche mia avventura per i posti più desolati della Campania, essendo che la passione per la storia e l'esplorazione in genere mi porta (e con me spesso anche i miei sventurati accompagnatori) in località molto lontane dai circuiti turistici. Anzi, posso dire che quando una meta inizia a divenire “turistica”, allora perde quasi ogni interesse per il sottoscritto.
Ora, sulla mia scrivania ho due resoconti di tale genere: quello della mia visita all'antica badia benedettina di Croce, nell'Alto casertano, e l'altro circa l'esplorazione a Sicignano degli Alburni, nel Vallo di Diano, in provincia di Salerno. Scelgo di parlare di quest'ultimo episodio, riservandomi il resoconto di Croce per qualche altro tempo.

Sicignano degli Alburni: un paesello posto su una collina rocciosa, a 600 metri sul mare, all'interno del Parco del Cilento. Un mondo sconosciuto per chi vive la sua vita fra i grigi ambienti cittadini, dove la cosa più naturale che esista è l'acqua del rubinetto (lo si spera).
Un luogo che per molti non dirà nulla, e neppure diceva qualcosa a me, finquando mio cugino Antonio non mi fece notare un sito che trattava del “monastero abbandonato” che ivi sorgeva. Secondo questo sito, che in verità riportava notizie di un altro blog non più esistente detto “Nero Gotico”, il monastero era abitato da monaci che costrinsero a una brutta morte uno di loro, e da allora il fantasma di costui si aggirerebbe fra le rovine di quel luogo abbandonato da secoli. La storiella può essere letta qui: link. A me la cosa non quadrava, poiché in siti più seri non si faceva riferimenti ad alcun monastero nei paraggi. Così fu che, in una linda domenica di fine estate, io, Antonio e Rob (che conoscete già per le sfacchinate sul Vesuvio e a Maddaloni) ci mettemmo in auto alla volta del paesino cilentano. Abbiamo percorso la A3 Salerno – Reggio Calabria, che io percorsi l'ultima volta 4 anni fa durante un'interminabile notte che mi conduceva in Calabria, giù fino a Tropea. Estate 2011, una vita fa: meglio non ricordare. Superata Salerno, abbiamo raggiunto Eboli, ma non ci siamo fermati come dissero che accadde a Nostro Signore, e siamo andati dritti, mentre il panorama marino del Golfo di Salerno veniva sostituito da colline e montagne e pale eoliche. Usciti dalla A3, abbiamo iniziato a salire per Sicignano, su una strada impervia. Giunti al cimitero del paesino, abbiamo chiesto informazioni a una signora su come si arrivasse a questo presunto monastero. E questa ci ha fatto scendere per un sentiero che si diparte proprio dal cimitero, oltre il guardrail di protezione dallo strapiombo sottostante. Siamo discesi dunque per un sentiero pieno di sterpaglie dove però si riconoscevano qua e là scalini consunti dalle intemperie e dalla vegetazione incontrollata, fino ad arrivare a un muro di pietra: eccoci al nostro luogo. Già ora si poteva scartare la denominazione di monastero benedettino: i seguaci di S. Benedetto amavano stare in luoghi alti, lontani dalle città, e qui eravamo a poche decine di metri dal paese, seppure più a valle dello stesso. “Di certo erano francescani” ho pensato: e infatti vedi che era un convento di cappuccini.

Cortile esterno del convento

L'ingresso principale era sbarrato, e stavamo quasi per andarcene, delusi, quando Antonio ha scoperto un altro varco secondario, quasi totalmente crollato, che dava accesso al luogo. Evidentemente il posto era più “turistico>” di quanto pensavamo: qualcuno ci aveva preceduto. Il passaggio era abbastanza largo da far passare una persona alla volta; e così abbiamo deciso di iniziare l'esplorazione, tanto non violavamo nessuna proprietà privata. Siamo entrati attraverso quello che sembrava il passaggio per la servitù, e ci siamo ritrovati nel cortile esterno della struttura. C'era un corpo centrale di 3 piani, un corpo laterale e, invisibile dal cortile ma raggiungibile svoltando un angolo, la chiesa. Nelle due ore di esplorazione, ci siamo concentrati sul convento, tralasciando il corpo centrale. Non so se ci siano altre strutture oltre a queste e ai resti di edifici sventrati che abbiamo visto: erano le 16e40 e poi non eravamo lì in spedizione archeologica.

Il convento, dunque. L'ingresso era accessibile, e nel vestibolo si aprivano 4 vani, due a destra e due a sinistra. In fondo, una finestra mostrava un cortile interno che doveva essere stato il chiostro del convento. A sinistra, abbiamo visto le cucine e i resti di un ambiente che poteva essere il refettorio degli ospiti; a destra, la prima porta conduceva a una serie di oscuri locali, uno di seguito all'altro, che dovevano essere stalle o bagni – ho riconosciuto dei lavatoi di pietra che dovevano essere parecchio antichi. Il secondo vano di destra conduceva alle scale, che abbiamo salito. C'era ancora abbastanza luce, ma la penombra creava effetti scenici da film dell'orrore. Al primo piano, si è aperto un corridoio lungo e inquietante: la luce, proveniente da alcune finestra sul lato destro, illuminava le porte del lato sinistro.
Lugubri corridoi...
Esse davano accesso a delle stanze polverose e dall'intonaco incrostato, con le finestre sbarrate e vari mobili: sedie, panche, armadietti, scaffali vuoti, perfino una lavagna!
La fioca luce del chiostro non riusciva a penetrare le finestre chiuse da assi del secondo piano, più lugubre e polvere di quello sottostante. Cataste di tegole erano depositate lungo il pavimento, e una strada scritta in spray, forse lasciata dai nostri predecessori, indicava l'accesso al tetto, che non abbiamo attraversato: ci fosse andata bene, avremmo fatto un volo di 10 metri verso terra. Le stanze erano totalmente al buio, e con l'aiuto delle nostre due torce (veniamo sempre preparati durante le nostre esplorazioni) abbiamo illuminato letti e comodini sgangherati. 
Riguadagnato il primo piano, abbiamo gironzolato per l'altra metà dell'oscuro corridoio, accedendo a locali chiusi che dovevamo aver conosciuto tempi migliori. A un certo punto, girovagando per giungere dall'altro lato del convento, ci siamo ritrovati alle scale, cioè al punto di partenza! Un vero labirinto! Roberto rideva in maniera incerta, mentre io e Antonio eravamo indecisi se continuare l'esplorazione, poiché avevamo notato che la luce di fuori diminuiva di minuto in minuto, e non si sapeva ancora quanto fosse vasto quel luogo. Una certa punta ansiogena allo stomaco ha iniziato a farsi strada in modo fastidioso, più che altro a causa dell'incertezza su dove andare.
Più si sale, peggio è...
Abbiamo ripreso la via del corridoio, stavolta stando attenti alle stanze che percorrevamo per quanto si poteva in quell'oscurità polverose. Sembrava davvero di stare nella situazione descritta da Seneca in una delle sue lettere, mentre tornava da Pozzuoli verso Napoli: la luce non fendeva l'oscurità per mostrare i luoghi, ma illuminava l'oscurità stessa! Improvvisamente, ci siamo ritrovati prima in una stanza che aveva un altare interno (forse la stanza del superiore?) e poi sopra il palco del coro della chiesa, che sovrastava l'unica navata. L'emozione è stata forte: poco prima avevamo cercato di entrare nella chiesa, ma non ci si era riusciti poiché l'ingresso era chiuso e non si apriva minimamente, e l'altro era sbarrato. Abbiamo ridisceso le scale e ci siamo ritrovati nella navata. Uno spettacolo pietoso: detriti, polvere, un pianoforte rotto diventato un covo di grossi ragni, tre altari laterali fatti a pezzi e comunque messi meglio di quello maggiore, semplicemente distrutto, sembra, a martellate. Sul lato destro, in Cornu Evangelii per usare un'espressione antica, c'era tre cappelle comunicanti, e perfino un antico confessionale. Mentre i cugini osservavano questo (mi sa che non si confessano da un bel po', ma io non sono da meno), ho ispezionato la porta. Sfido io che non si aprisse: dietro i battenti è stato incastrato un grosso palo di legno, forse pioppo. Una lapide marmorea accanto all'ingresso recitava (in latino) che il tempio fu costruito nel 1578, consacrato 5 anni dopo e restaurato nel 1935. Noi sappiamo che nel 1973 la struttura fu completamente abbandonata, e ciò è stato un vero peccato ( e vorrei saperne anche il motivo).
Chiesa sconsacrata (una volta lo era a Sant'Antonio)
C'era lastre di marmo spaccato ovunque, staccate evidentemente dagli altari, e anche l'edicola sovrastante quello maggiore era vuota. Di monaci fantasmi neppure l'ombra, dunque. Ciononostante, erano le 18e37 e la luce era quasi assente, ormai. Pensavo che, sconsacrata che fosse o meno la chiesa, non volevo certo starci quando le prime ombre sarebbero calate; d'altronde, chi ci aveva preceduti attraverso il varco poteva sempre tornare e forse non con buone intenzioni, e così ho proposto ai cugini di levare le tende. Anche loro mi sono parsi avere la stessa idea, anche se Roberto voleva continuare a investigare all'esterno- e io avrei volentieri investigato su come precipitasse dal belvedere dinanzi l'esterno della chiesa.

Alfine abbiamo ripercorso i nostri passi, siamo usciti nel cortile esterno e abbiamo osservato gli ultimi sprazzi del tramonto sull'immenso Vallo di Diano – un tramonto che avrebbe ricordato Giacomo Leopardi a qualcuno di mia conoscenza. Alle 18e50 riattraversavamo il pertugio fra le pietre e alle 19 in punto eravamo all'auto, pronti a tornare a casa e a salutare dal basso il convento di Sicignano. Che non sarà maledetto, ma non è comunque consigliabile a chi non ama i film alla Dario Argento. 

Esterno visto da una finestra

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