lunedì 5 ottobre 2015

Profilo storico della lingua italiana - II parte

Qui il link della I parte: LINK


Dal Quattrocento all'Illuminismo

In età umanistica si riscoprì il latino ciceroniano e il volgare fu messo all'angolo, anche se paradossalmente proprio la testardaggine dei filologi nel voler imporre il latino, fece sviluppare la lingua romanza in ampi strati della popolazione.
Il volgare divenne “lingua di koinè”, cioè lingua regionale o macroregionale, e si sviluppò anche presso le corti e le cancellerie.
Con l'introduzione della stampa, esso si diffuse ulteriormente e nel 1525 furono pubblicate le Prose della volgare lingua di Pietro Bembo, una grammatica ispirata ancora a criteri umanistici, ma basata sostanzialmente sulla lingua delle “Tre Corone”. Le principali proposizioni teoriche che fanno da sfondo alle Prose sono:

  • Teorie “cortigiane” e “italiane”= sono contrarie al primato del tosco – fiorentino e accomunate da un'idea di lingua colta ed eclettica.
  • Teorie “fiorentiniste”= sostengono l'usco del tosco -. fiorentino, considerato portatore di regolarità

Nella seconda metà del Cinquecento, le Prose divennero una vera e propria grammatica, e di conseguenza la lingua toscana divenne la “vera” lingua..
Tuttavia l'assorbimento da parte dei vari ceti sociali fu molto lento, e diede vita a scrittura semicolte di artigiani e bottegai che avevano avuto appena un'infarinatura di studi nelle scuole parrocchiali, e che mostravano una forte invadenza del parlato regionale negli scritti. Fra i letterati toscani, d'altro canto, non fu gradita la critica del Bembo vero il fiorentino cinquecentesco, e ciò portò alla fondazione dell'Accademia della Crusca (1582). Il forte rigidismo degli accademici condusse all'accusa di portare in auge lingue antiche o costruite artificialmente (vedi anche QUI).
Uno dei peggiori scrittori della storia
italiana: Alessandro Manzoni
Nel corso del Seicento, ci fu l'introduzione di numerosi francesismi nella lingua scritta, in conseguenza anche della preminenza culturale francese sullo scenario europeo. I francesismi attecchirono dapprima nella sfera sociale (abbigliamento, arredamento), per poi espandersi nei vari campi letterari e scientifici e presso i vari strati sociali, i cui appartenenti parlavano il francese per scarsa conoscenza dell'italiano,. In questo contesto, spiccò dunque il tentativo dell'Arcadia, nel Settecento, di tornare a una poesia dal linguaggio” puro” e semplice, dopo gli eccessi della poesia barocca. Nella poesia arcadica dominavano il latinismo e la parola rara, e da questo punto di vista essa si avvicinava alle posizioni della Crusca.

Dall'Ottocento a oggi

Passata l'epoca napoleonica, ci si ritrovò con un italiano gallico – dialettale, pieno di francesismi e interferenze regionali. Si avvertiva dunque l'esigenza di una riforma. Alessandro Manzoni, com'è noto, se ne prese la responsabilità, arrivando a rivedere nel 1840 i suoi “Sposi promessi”, scritti in una prima edizione dalla lingua fortemente gallo – lombarda 13 anni prima,. Dopo l'Unità, il Manzoni fu autore di una Relazione sull'unità della lingua e i mezzi per diffonderla (1868) nella quale consigliava l'adozione del fiorentino vivo come mezzo per sostituire alla selva dei dialetti una sola lingua sia per il parlato che per gli usi scritti. La relazione fu contrastata dall'autorevole linguista Graziano Isaia Ascoli, che nel Proemio dell'Archivio glottologico italiano, criticò l'imposizione dall'alto della lingua unitaria e consigliò la creazione di condizioni culturali diverse e più progredite per l'avanzamento della lingua. Tuttavia, prevalse la tesi manzoniana e la scuola pubblica puntò a sradicare il dialetto, a ignorarlo e rifiutarlo. Solo a partire dagli anni Settanta del Novecento, complice anche l'istituzione delle regioni a livello amministrativo, i dialetti iniziarono a essere riconosciuti come patrimonio culturale degli studenti..


Tra le fonti, ricordo: “Elementi di Linguistica italiana”, di Masini e altri, 2008. 

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