giovedì 15 ottobre 2015

Un santuario tra le nuvole

Panorama dal santuario del Ss. Salvatore

Non c'erano ombre sull'A1, quel pomeriggio di domenica 30 agosto, mentre la percorrevamo in direzione Capua per raggiungere la nostra meta, io e i cugini. Un caldo soffocante aleggiava su tutta l'autostrada, e i finestrini lasciavano entrare un vento caldo che ci essiccava invece di rinfrescarci. Essì che non eravamo diretti verso il Vesuvio: dovevamo visitare il santuario del Santissimo Salvatore di Croce, nel comune di Rocchetta e Croce. In realtà, era prevista anche una capatina al paesino abbandonato di Croce, che però non è stato possibile visitare, a causa di un disguido che scoprirete nel leggere questo resoconto.

Provetti montagnoli

Alla data del 30 agosto, avevo già “scalato” il Vesuvio (vedi QUI) e il monte San Michele a Maddaloni (vedi QUA), e potevo quindi affrontare con un certo allenamento la salita alla cima del Monte Maggiore, sui cui sono alloggiati i due paesi di Rocchetta e Croce. Uscendo dal casello di Capua, e percorrendo una strada provinciale immersa nel verde, abbiamo iniziato la salita lungo una via che si inerpicava con curve fantastiche sul fianco della montagna. Rocchetta, concentrata lungo un viale principale, è un paesino grazioso che però non presenta nulla degno di nota. Superandolo, si apre un panorama incredibile su tutta la Terra di Lavoro, impossibile da osservare altrove. 
Il sentiero del monte
Si giunge così a Croce, agglomerato di casette medievali, e al sentiero che porta al santuario.
Parcheggiata l'auto, ci incamminiamo lungo il viottolo costeggiato da rovi e sterpi. Dopo le prime curve a gomito, c'è la presenza di gradoni di pietra, chiamiamoli così, che facilitano l'ascesa, di per sé non difficile – o forse non mi è sembrata tale, visto gli “allenamenti” forzati che avrete netto nei link in alto. Non difficile però non significa non faticosa: i tornanti erano resi impervi dall'acciottolato, e se pur eravamo riparati dal sole dagli alberi che hanno creato una galleria naturale lungo tutto il percorso fino in cima, pure non si potevano evitare le pietre taglienti. E difatti, alla fine di quest'avventura le mie scarpe, compagne fedeli di tante esplorazioni, hanno preso la strada per l'ultimo loro destino: la pattumiera.
Il percorso, protetto dalla calura da pini e abeti, presenta una croce della Via Crucis a ogni tornante. Sapevamo quindi che saremmo dovuto arrivare all'ultima, e quindi percorrere 14 tornanti, prima di arrivare in cima. Sorvolo sull'ascesa: non è il massimo salire un monte con il caldo afoso, e chi vorrò seguire i miei passi, se ne accorgerà a sue spese. Basti sapere che, arrivati alla 14esima Stazione, ce n'è una 15 esima, la Resurrezione, e da lì c'è un bivio: a destra per il Ss. Salvatore, a sinistra per un santuario posto ancora più in alto. Andiamo a destra.

Un'antica badia benedettina

Al santuario si accede per il tramite di un basso cancello di ferro. La costruzione, più lunga che larga, comprende la chiesa e uno spazio superiore. La storia dice che in questo punto c'era un'antica badia benedettina, forse grancia dei benedettini di San Vincenzo al Volturno, e che qui venne in meditazione Anselmo d'Aosta, religioso medievale di profonda intuizione teologica, e che finì la sua vita come Arcivescovo di Canterbury, nella lontanissima Inghilterra. La badia era posta su uno spiazzo circondato da tre lati dallo strapiombo del Monte Maggiore, lontano dalle entità demiche sottostanti, come ogni costruzione benedettina che si rispetti. Osservando il luogo, posso immaginare come dovesse sentirsi Anselmo nel XII secolo qua sopra, e come dovesse trarre ispirazione per la sua opera su Dio e il suo amore per gli uomini. Meno certo sono sul fatto che proprio qui sorgesse una comunità popolata di monaci: anche se sono passati 900 anni, non penso che la conformazione del luogo sia molto cambiata, e non penso che potessero viverci contemporaneamente più di due o tre religiosi alla volta.
Il santuario è in pietra ricoperta da calce bianca per respingere il calore. Ha un campaniletto a vela che presenta una piccola campana dal suono argenteo e dolcissimo, davvero melodioso. Non ho registrazioni, ma credo che sia il tipico suono delle chiese alpine – e in fondo, eravamo a 846 metri d'altezza! L'interno, cui si accede da una semplice porta di legno, è un'unica navata con un unico altare coram Deo, sovrastato da una teca che presenta la statua di Gesù. Una curiosità dell'altare è la scritta sotto il paliotto, che ricorda che lo stesso fu eretto nell'estate del 1945 al termine “della seconda guerra europea”. Non mondiale, europea.
Interno del santuario
La chiesetta presenta una volta ad arco in corrispondenza del presbiterio, due piccole finestre e una botola presso le scale ingresso, che conduce alle cripte. Volevamo andarci, ma era sigillata a poi la presenza di un piccolo scorpione ce ne ha dissuaso. Sull'altare, abbiamo visto un calice di legno, un crocifisso fluorescente e varie immagini sacre, mentre le pareti erano occupate da bacheche con immagini di defunti. Non c'erano le specie sacre, e da altri segni è chiaro che qui si viene appositamente e solo per determinate occasioni per celebrare messa. C'era però un libro delle visite: le ultime firme erano al 28 agosto, prima della nostra. Ovviamente ho firmato sia con la mia firma sia a nome del blog. Sopra la chiesa c'è uno spazio vuoto usato come ripostiglio e dalla cui finestra si osserva lo stupendo panorama che vedete in foto a lato. Nello spiazzo fra il tempio e la roccia che lo isola, c'è un vero pozzo di acqua fresca, anche se non ne abbiamo bevuto. Improvvisamente, qualcosa di non meglio identificato, è caduto nel pozzo e nell'acqua, e questo ha posto fine a ogni desiderio di bere l'acqua – mio cugino Antonio afferma che era una piccola fogliolina, ma ho preferito non indagare oltre. Un arco a ogiva, che sul culmine presenta il campaniletto, conduce a uno spazio sul retro della chiesa, dove si erge una colossale croce – che sia quella che dà il nome al paese sottostante?

Altare e statua di Cristo
C'era una pace meravigliosa, rotta solo dal vento fresco – finalmente!- e il sole iniziava a calare (erano le 17e30: ci avevamo impiegato un'ora a salire). Fossi vissuto un secolo fa, non avrei esitato a chiedere di diventare il rettore di questo posto, o anche diventare l'unico monaco benedettino a viverci. Un'ultima occhiata alla chiesa e abbiamo iniziato la discesa, facendo una puntatina anche alla Grotta di San Michele. La discesa ci ha preso una mezz'ora, considerando anche i tratti di corsa folle che facevamo, a rotta di collo, lungo i tornanti. Giunti a Croce, eravamo stanchi, ma siamo discesi comunque per un percorso diverso da quello di andata. Ero convinto che così facendo saremmo giunti comodamente all'altro santuario, e al ritorno potevamo aver tempo per visitare Croce. Ma se credevo di “fregare” tutti e salire con tutta tranquillità, devo ammettere invece di essere stato fregato: il percorso che vedevamo ci ha condotti, invece che in alto, in basso, nel paesino di Pietramelara – sembrava che fossi tornato in Germania, a causa dei boschi e delle casette col tetto spiovente. 
Il Monte Maggiore, enorme e maestoso, ci dava le spalle nella luce del tramonto: arrivederci alla prossima, sembrava dire.  



Scorcio di Croce ripreso due settimane prima dell'esplorazione, durante un nubifragio con i cugini Marco Zanfardino e Teresa

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