lunedì 2 novembre 2015

Il castello, il Papa e l'abbazia. Vairano medievale.

Corte interna del castello di Vairano (XI secolo). Quello vestito d'arancio sono io.

Ritengo che il Medioevo sia l'epoca migliore della storia europea. Durante quei mille anni, si sono formate le tradizioni, le lingue, gli usi e le fondamenta delle scienze dell'epoca attuale. Il Rinascimento e l'epoca barocca hanno di certo ravvivato le arti e le scienze liberali, ma solo perché amanuensi medievali ne avevano perpetuato il ricordo nei lunghi pomeriggi passati a ricopiare antiche carte. L'Illuminismo avrà di sicuro dato spunti alla critica del pensiero, ma è venuto dopo San Tommaso d'Aquino e la Scuola federiciana. La religione sarà divenuta più “alla mano” nel Novecento, ma Giovanni XXIII viveva pur sempre in un bel Palazzo rinascimentale, mentre Leone Magno condusse i suoi vent'anni di pontificato in un patriarchio aperto a tutti.
Oggi il termine Medioevo è sinonimo di oscurantismo per chi non ha avuto la fortuna di studiare, e perciò costoro sono scusabili; meno lo sono i culturisti di cui abbondano i social, che pure si presuppone non si siano fermati alla vecchia terza media.
Ma perchè questo pistolotto iniziale, per un post che parlerà di esplorazioni? A prima vista, per niente: volevo solo introdurre l'argomento, tutto qui. Per stavolta.

Era domenica, come al solito. Precisamente: domenica 27 settembre. Un'altra esplorazione, stavolta a nord, dopo essere stati a sud (vedi QUI). Partecipanti: chi scrive, Rob, Paolo e “Shirohige”, il Distruggi-e-Vai. Direzione: castello e abbazia di un borgo medievale,Vairano Patenora, Alto casertano.
Usciti al casello autostradale di Caianello, abbiamo proseguito in direzione della frazione Vairano Scalo, per poi proseguire a Vairano Patenora. Qui, e non a Teano, sarebbe avvenuto l'incontro fra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi, durante il quale il ladrone dei due mondi avrebbe idealmente consegnato al sovrano i territori occupati col consenso inglese, l'ignavia dell'esercito e senza dichiarazione di guerra alcuna. Ma, francamente, poco ci importa del sospetto figlio di un macellaio e dei suoi incontri campagnoli.
Corte interna del castello vista da sud
Vairano si abbarbica su una collina, e la parte vecchia del paese attornia i resti del castello medievale. Questo è documentato fin dal XII secolo, e avrebbe resistito a un assalto portato dall'imperatore Enrico VI nel 1193. Un secolo dopo, come ricorda una targa all'entrata principale, ospitò il re angioino Carlo I (1265 - 1285) e Papa Gregorio X (1271 – 1276). Pare che abbia seguito la genesi di tutte le costruzioni medievali difensive dello stesso tipo, vale a dire inizialmente come torrione isolato nel punto preminente del territorio, e solo successivamente come complesso murario dotato di cucine, carceri, stalle e altri locali. Attualmente, il maniero si presenta come un edificio diroccato e abbandonato a se stesso, di medie dimensioni, da cui è possibile avere un'ampia visuale sulla valle sottostante e sui monti del Matese distanti una decina di chilometri in linea d'aria (e ciò consentiva un controllo fondamentale sui passaggi fra Alto e Basso Sannio, cioè fra il Molise e l'attuale ex provincia di Benevento). La corte interna è connotata da un forte degrado, ma gli impianti originari sono ancora in parte riconoscibili. Una scalinata piuttosto consumata porta al piano superiore, e abbiamo avuto la possibilità di passeggiare per i ballatoi e di entrare in una delle torri. Il lato ovest è rimasto in piedi (quello est è crollato), e permette di farsi un'idea delle stanze poste fra torre e torre (dovevano essere tre per ogni muro perimetrale, a giudicare dai varchi per le finestre). Fra la torre di sud – ovest e le mura abbiamo rilevato la presenza di un'edicola ad arco a ogiva interamente riempita di pietra calcarea (in abbondanza qui in zona). La torre citata, anche se massiccia, non è tuttavia quella di miglior aspetto “estetico”, rispetto a quella di nord – est, ma è l'unica che abbiamo potuto visitare essendo che altrove sono crollate tutte le scale. Entrati salendo due gradini alquanto rovinati, siamo entrati nel primo piano della struttura, che presenta un varco di un'antica finestra e, alleluja!, lacerti di affreschi che adornavano le pareti sotto la linea che doveva corrispondere al tetto della stanza (e al pavimento di quella sottostante). Era rimasto qualcosa della scale che portava ai piani superiori, e Rob è riuscito a giungere al primo piano, o a quello che un tempo ne costituiva la piattaforma; ma oltre non si è potuto andare. Visitata la torre, ci siamo divisi per le diverse parti del maniero. 
Personalmente, sono disceso fino a quelle che dovevano essere le carceri, al di sotto della torre di nord – ovest: ho prestato particolarmente attenzione, visto che al posto dei gradini c'era terra liscia e scivolosa, e non sapevo se il suolo al piano sottostante avrebbe retto il mio peso, cosa possibilissima in un edificio di almeno 750 anni. Nulla di pericoloso è accaduto, e mi sono ritrovato di nuovo nella corte centrale. Gli altri erano scomparsi, e mi sono ritrovato per pochi minuti- pensa un po' te- padrone del castello. Risalendo al ballatoio del piano superiore, mi sono guardato attorno, in silenzio, mentre il sole iniziava la sua lenta discesa fra a ovest, in questa prima domenica d'autunno ma ancora estiva. Avrei voluto tanto sapere dove fu alloggiato Gregorio X, nella sua visita nel 1272. Il Pontefice era diventato tale pochi mesi prima, eletto mentre si trovava in Terrasanta da un collegio di cardinali diviso da diverse fazioni. Aveva scelto di risalire l'intera penisola prima di giungere a Roma, e per alcune ore era stato anche qui, ospitato fra queste mura da Carlo I, lo “Svevicida”. La Storia era stata qui, aveva ammantato queste pietre bianche e aveva dato loro dignità momentanea, conscia che gliel'avrebbe negata successivamente.
Sono stato distratto da questi pensieri poetici da grida e schiamazzi che venivano dalla mia sinistra: il gruppo aveva trovato un passaggio segreto!. O almeno così diceva: un cunicolo, dotato di scale, che discendeva verso il basso, costruito nelle mura del lato est del maniero, e che conduceva...al nulla. Il budello porta al precipizio opposto del castello rispetto alla cittadina, e percorrendolo con molta difficoltà, con un rischio di morte per caduta accidentale valutato intorno al 60% e di morte per infarto mentre si cadeva da lassù prima di toccare terra stimato al 100%, abbiamo letteralmente girato intorno alle mura perimetrali e ci siamo trovati al borgo che le attornia. Uno spreco di energie, visto che le case del borgo abbandonato sono comodamente raggiungibili da un sentiero che si diparte dal castello stesso...

L'Abbazia cistercense della Ferrara (XIII secolo) di Vairano Patenora
Il borgo non l'abbiamo ritenuto interessante, e così ci siamo avviati alla seconda meta del nostro viaggio: l'abbazia della Ferrara, nota per essere stato per 15 anni (secondo altri 18) il luogo di studio di Pietro Angeleri, divenuto poi Papa per pochi mesi col nome di Celestino V. Usciti dal paese, ci siamo diretti verso le montagne imbiancate ad est, e seguendo le indicazioni di un allegro signore, siamo arrivati alla collinetta su cui ci sono i resti dell'abbazia cistercense.
Le mura di quello che doveva essere un maestoso edificio si raggiungono salendo un sentiero. La prima cosa che si vede è la corte interna, essendo che gran parte delle mura, come vedete dalle foto, è crollata. Eravamo nel verde assoluto, in tutte le sue possibili gradazioni. Sullo spiazzo erboso c'erano ciottoli ed escrementi di cane, e su di esso si apre quello che doveva essere un pozzo, forse risalente alla fabbrica originaria del XIII secolo. Era la prima volta che visitavo un'abbazia- o quello che ne rimane- e mi sono domandato se Gregorio X passò anche da qui. Le mura del lato ovest (che “danno le spalle” al lontano castello visitato mezz'ora prima) presentavano aperture di vari locali, tutti spogli e disadorni, in pietra. All'angolo, un varco più profondo degli altri conduceva a uno spazio largo, forse l'antico giardino interno. Una stanza laterale conduceva a un'altra che presentava una strana corda attaccata a qualcosa oltre il tetto sfondato. Tornati allo spiazzo, ci siamo nuovamente divisi, cercando la chiesetta del XIII secolo. L'abbiamo trovata poco dopo, puntellata da tutte le parti da travi in legno, e circondata da rovi spinosi. L'abbiamo raggiunta incuneandoci in un sentiero boscoso, che non lasciava trapelare la luce. Una scala di pietra ci ha condotto all'unica stanza, dotata di un unico altare (restaurato) e ospitante una nicchia con l'affresco che cercavo. 
L'affresco del XIII secolo con Pietro Celestino V
L'opera, restaurata 4 anni fa col contributo di una banca (anche i banchieri hanno un cuore) ritrae la Vergine col Bambino che assiste ai funerali di un nobile monaco, Malgerio Sorel. La Vergine è circondata a destra e a sinistra da due santi, e nel livello inferiore dell'affresco, a lato del corpo senza vita del Sorel, troviamo una teoria di monaci, fra cui sarebbe ritirato anche Pietro Angeleri, decenni prima di diventare Papa. Le foto che vedete sono state scattate nell'assoluta oscurità 8erano già le 18e45) e forse proprio per questo sono così ben fatte.
Usciti da lì, abbiamo dato un'ultima occhiata al panorama prima di avviarci all'auto: a nord si erano accese le prime luci bianche e arancioni sul monte dirimpetto, e a fianco si potevano osservare lunghi tubi che incanalavano l'acqua del vicino Volturno – una cosa simile vidi a Sarno nel 2008 e ad Alfedena nel 2004; a nord- est, i monti del Matese erano di un bianco rosato, per la neve, e da quella parte il cielo era di un viola cupo profondo.

L'autunno è alle porte, ho pensato.


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