giovedì 5 novembre 2015

La guerra ad Afragola V: un tenente dimenticato

Laureando in giurisprudenza, valoroso ufficiale dell'esercito italiano, caduto nell'inospitale terra d'Albania sotto il piombo teutonico nell'ottobre 1943. Fulgido esempio di indomito coraggio, fremente amor patrio”.

Così recita la targa marmorea affissa nell'ingresso della scuola elementare di Piazza Ciampa, all'estremo limite del quartiere di Santa Maria. Fu apposta il 29 agosto 1960, alla presenza del sindaco Giuseppe Tremante e del suo predecessore Armando Izzo, e nelle intenzioni di chi l'affisse doveva colmare un lungo vuoto nella memoria civile della città.
L'epigrafe
Nato ad Afragola il 26 aprile 1916, appassionato di studi giuridici, interruppe gli studi universitari a 25 anni, allorché il Distretto militare di Napoli lo chiamò alla difesa dei confini orientali. Fu arruolato col grado di sottotenente di complemento e fu spedito in Albania.
Il piccolo Paese balcanico era entrato a far parte del Regno d'Italia nel 1939, quando le truppe italiane per ordine del governo Mussolini invasero, dal 7 aprile e in successive missioni, tutto il territorio del regno di Tirana. L'occupazione dell'Albania fu efficacemente descritto dal giornalista Bruno Vespa come “il rapimento della propria moglie1: da anni il governo italiano reggeva le sorti di quello albanese, decidendo perfino il comandante in capo delle forze militari albanesi – che era un italiano- e condizionandone fortemente la politica estera. E tutto col perfetto accordo del re Zog, che vedeva nell'alleanza con Roma un formidabile mezzo per entrare nell'elitè delle grandi potenze. Invadere il Paese sembrò quindi, ai più, una prova muscolare ad uso e consumo del pubblico delle potenze europee, piuttosto che la conquista di un nuovo territorio. Vittorio Emanuele III acquisì la denominazione di “Re d'Italia e Albania e Imperatore d'Etiopia” e Roma dispose l'invio massiccio di battaglioni e navi da guerra per organizzare la campagna di Grecia.
All'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, gli italiani sul territorio albanese si trovarono tra due fuochi: da un lato la popolazione locale, che aveva approfittato dello sbandamento dei quadri militari italici per ribellarsi alla dominazione di Roma, e dall'altro le numerose truppe tedesche, stanziatesi fin dal 1942 sul territorio balcanico, che non avevano voglia di farla passare liscia agli ex alleati. E' stato calcolato che circa 120000 militari italiani si trovassero a mal partito in Albania dopo l'8 settembre, fatti bersaglio della guerriglia autoctona e del fuoco teutonico. Il tenente Castaldo apparteneva al 129esimo Reggimento Fanteria, che al momento dell'armistizio era dislocato nel settore Scrutari- Kossovo e dovette subire gli attacchi tedeschi presso Argirocastro (oggi Gjirokastra). Castaldo fu uno dei soldati in ritirata che riuscirono a raggiungere Porto Edda (oggi Saranda), nel sud dell'Albania, e a tenere testa ai nazisti in una “disperata resistenza” conclusasi con la sconfitta e la cattura il 5 ottobre, e il reggimento fu dichiarato sciolto due giorni dopo2. Fu fucilato a Porto Edda (oggi Saranda), nel sud dell'Albania, il 5 ottobre 1943. Aveva 27 anni. Fu sepolto nella cittadina albanese3, anche se una differente versione afferma che i suoi resti furono gettati in mare insieme a quelli dei compagni.
I famigliari del tenente non seppero della fine del loro congiunto fino a dopo la fine del conflitto, e solo nel 1953 fu consegnata loro la medaglia d'argento al Valor Militare per il coraggio dimostrato dal tenente nel frangente della cattura.

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Armando Izzo, il sindaco partigiano: LINK
La guerra ad Afragola: I (link), II (link), III (link), IV (link).

1Bruno Vespa, “L'Italia spezzata. Un Paese a metà fra Prodi e Berlusconi”, Roma, 2006
2Www.regioesercito.it/reparti/fanteria 
3Www.difesa.it/onorcaduti




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