lunedì 9 novembre 2015

Tocco Caudio, o la desolazione fatta paese


Tocco Caudio, cima del paese

Se c'è una cosa che detesto più dei raccomandati che vogliono farti la predica sul merito o della genovese a ora di pranzo, è il caldo superiore ai 25 gradi. Non ci possono far niente, è una mia questione di costituzione fisica e sopportazione mentale. Vivere nel Sud Italia e non poter soffrire l'estate mediterranea – subtropicale è di certo l'espiazione perfetta per un penitente, ma se dopo 5 anticicloni africani mi devo subire pure il caldo fuori stagione di questi giorni, è un supplemento di sofferenza e nervosismo di cui proprio non sentivo il bisogno.
Ma perché vi affliggo con questa premessa? Niente, era per dirvi che soffro il caldo, nulla di più. E proprio per questo vi racconterò della mia avventura dell'11 ottobre scorso, quando con Rob, Shirohige e l'amico Alessandro mi sono avviato verso il Sannio alla volta del paese abbandonato di Tocco Caudio. E poiché quella domenica pioveva a dirotto, forse riesco a rinfrescarmi per induzione mentale, diciamo così.

Tocco Caudio. Un insieme di case abbarbicate sul monte Taburno che visitai già 3 anni fa, durante un'altra estate caldissima. Era il giugno del 2012 quando, insieme a Marco M., ebbi il primo contatto con il paesello, discendendo dalla montagna. Di allora, ricordo solo un sole accecante, polvere che si levava in grandi nuvoloni, un caldo boia e un cane che abbaiava insistentemente. Ci fermammo poco, appena 15 minuti, e ripartimmo alla volta di casa.
Si inizia a salire
Quella domenica di metà ottobre, partiti da Afragola, dove iniziano i sogni e le avventure, percorremmo la strada interna per Acerra, San Felice, Arienzo e giungendo a Montesarchio. Da questa città in poi, la pioggia iniziò a cadere a secchiate, e iniziammo a preoccuparci per la riuscita della nostra esplorazione. La salita al Taburno avvenne per un sentiero completamente circondato da erba alta, che ci impediva di orientarci visivamente, e il freddo si faceva sentire. In tutto questo, Shirohige ebbe la sciagurata idea di affidarsi al navigatore del cellulare del fratello, con un risvolto che nel tardo pomeriggio quasi si rivelò fatale. Giunti a Tocco nuovo, individuammo dall'alto la zona antica del paese. Suggerii di svoltare a destra, e naturalmente si andò a sinistra, per la regola che non bisogna mai stare a sentire chi è già stato in un posto e ne sa più degli altri. Risultato: finimmo in un viottolo fangoso dal quale non si riusciva più a venirne fuori, e poco mancò che si ponesse fine per sempre a ogni sorta di esplorazione per dipartita di tutto il gruppo. Non vi dirò come ne venimmo fuori perché stento a crederci anche io un mese dopo. Tuttavia, ripartimmo e giungemmo finalmente ai piedi dell'ex insediamento di Tocco vecchio.
Tocco Caudio è un paese sito a mezza costa sul monte Taburno, a 500 metri circa sul livello del mare. Di origine medievale, sembrerebbe avere fondazione longobarda, ma ne dubito fortemente, e comunque anche se così fosse nulla è rimasto di quegli antichi guerrieri germanici. Dal XIII secolo (ma secondo altri, dal XIV) divenne feudi della famiglia Toctus, da cui prese il nome. Sede vescovile per un certo tempo nell'XI secolo, Tocco è sempre stata funestata dai terremoti, e quelli del 1962 e del 1980 furono fatali: gli abitanti decisero per l'abbandono dell'antico centro e la ricostruzione in altro sito dell'entità comunale.
Scorcio
La visita al paese prese poco tempo: una lunga salita si snodava dal sentiero fino al punto in cui nuova e vecchia area comunale si incontrano, e da quel momento si saliva avendo davanti agli occhi lo stupendo panorama delle colline d'intorno “galleggianti” in un mare di nuvole basse. Noi stessi siamo stati avvolti da una di queste nubi, una sensazione davvero gelida nel vero senso della parola – provate a immaginare non di essere sotto la pioggia, ma dentro essa! Le case abbandonata si presentavano sfondate, prive del tetto, con mura diroccate, e spoglie di ogni mobilia. In un paio di essere abbiamo trovati, cosa curiosa, degli affreschi con motivi paesaggistici, e qua e là delle tegole sparse. Allontanandomi dal viale principale mentre gli altri scattavano foto agli edifici, ho scoperto un cunicolo che conduceva all'interno di una di queste case, più grande delle altre, ma non ho avuto tempo di verificare cosa fosse. Siamo saliti fino alla cima, e lì ci aspettava il pugno nell'occhio e nello stomaco a chiunque sia appassionato di esplorazioni in luoghi abbandonati: la chiesa, restaurata e naturaliter chiusa, dell'antico casale. Immaginate di ricevere una torta a tre piani con i primi due al cioccolato fondente e quello in cima con glassa al limone: stesso effetto mi fece vedere quella cosa in quel contesto. Dove altri avrebbero applaudito alla riscoperta di tesori nascosti, io criticai la scelta di restaurare un luogo lasciandolo al contempo in mezzo alla desolazione. Perché davvero Tocco Caudio poteva essere definito la quintessenza della desolazione, in quella giornata: case distrutte, erba alta ovunque, pioggia battente, freddo, nubi basse, escrementi di capra che abbondavano sul sagrato della chiesa restaurata, e quest'ultima che invece di trasmettere un messaggio di riscatto culturale, ne sottolineava la morte, lassù, dove si sentivano solo i nostri passi e dove, quando tacevamo e stavamo fermi, solo il vento era l'unico a provocare suoni.

Qui è Silent Hill
Mezz'ora: tanto durò la visita al paese, che ci lasciò un senso di solitudine e di inquietudine. Ma era destino che, quella domenica, tutto andasse storto. Vi ho detto del navigatore di mio cugino, che già una volta ci fece allungare il viaggio di ritorno in maniera assurda, a Sicignano degli Alburni (vedi QUI). Ebbene, dopo essere discesi dal monte ed esserci rinfrancati con un paio di grappoli d'uva gentilmente offerti da un produttore locale (appena tre giorni prima delal devastante alluvione che colpì il Sannio), quello sciagurato aggeggio che doveva portarci giù...ci ha ricondotti su, spingendoci nel pieno della nebbia che avvolgeva la cima del Taburno! 
Mentre mi avvio alla chiesa...
Non è la prima volta che capito in un banco di nebbia: mi è accaduto diverse volte, la prima delle quali nel 2007 a Massalubrense. Ma qui era diverso: salivamo i tornanti della montagna e non vedevamo a due metri dall'auto. Shirohige saliva lentamente, e vedevamo le curve solo quando eravamo praticamente davanti a esse – e fortunatamente nessuno scendeva mentre noi salivamo. Il bosco in cima, così rigoglioso nel 2012 quando ci andai la prima volta, ora era diventato un ambiente lattiginoso, in cui non si distingueva nulla se no dei fusti e dei rami quando vi eravamo accanto. Navigavamo in un latte fatto d'aria, praticamente. Finquando, superata la galleria e arrivati all'altro versante del Taburno, ci siamo ritrovati davanti un bel tramonto sulla valle telesina. Eravamo fuori dal banco di nebbia...ma anche dalla aprte opposta rispetto alla nostra meta. Inutili che vi riporti i commenti sul cellulare di Rob, che rese più lungo il viaggio che l'esplorazione stessa!
E con questo chiudo per stasera, sperando in un novembre che sia più “se stesso” rispetto ad ora.


Ringrazio la mia fonte Minion, lei sa perché.


Desolazione

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