venerdì 20 novembre 2015

TUTTI DOTTORI

Veglia a Molenbeek (Belgio)
Dieci ore. Sono bastate dieci ore, quelle immediatamente successive alla tragica notte parigina di venerdì scorso, per trasformare quasi tutti coloro che hanno un account Facebook/Twitter in esperti di terrorismo, strategia militare, servizi segreti, rapporti Occidente- Islam, storia dell'Islam, complottismo, storia segreta dell'Islam, anticomplottismo, colonialismo (intendendo i coloniali da bar), crociate (intendendo le parole crociate), differenze fra sunniti e sciiti, differenze fra cristiani e islamici, differenze fra mele verdi e mele rosse- che non c'entra niente, come tutto il resto.
I social sono diventati agorà telematiche, nuovi templi del Sapere, e gli utenti sono stati investiti d'autorità-la propria- del titolo di poter parlare di tutto senza sapere niente.
Ho letto in questi 7 giorni status di un'ignoranza abissale che avrebbero meritato di essere coperti col pietoso velo dell'anonimato, citazioni coraniche sbagliate e messe lì tanto per passare per dialogatori ecumenici- perché tanto si sa che nessuno va a controllare le stronzate che posti-, pensieri sul rapporto tra cristiani e musulmani scritti da persone che hanno pure viaggiato parecchio e che pretendono di sapere per certo che l'algerino che ti orina sotto casa sia la fotocopia dell'iracheno tanto compito e cortese che ha conosciuto in albergo tempo fa, tanto sono musulmani entrambi, no?
Gente che scrive “PrayforParis” e poi urla, labbra distorte e bava alla bocca, contro la reazione francese contro i terroristi in Siria. “Muoiono dei civili innocenti!” scrivono su Facebook. Ma perchè, scusate, i 130 morti a Parigi cos'erano? A un atto di guerra si risponde con un altro atto di guerra, punto. Occhio per occhio rende il mondo cieco, siamo d'accordo, ma solo se anche gli altri lo sono. Perchè se io vengo attaccato e predico la tolleranza contro il mio stesso sangue che ribolle, contro il mio stesso istinto di reazione, ciò avviene solo a patto che anche l'altro si fermi. E non consideri la mia rinuncia all'azione come un invito a continuare a malmenarmi. E dubito fortemente, cari pacifinti e care pacifinte, che i tagliagole islamici si sarebbero fermati ammaliati dalla possibile inoperosità francese. Quindi, via alla risposta. Non sto dicendo che mi piace, non sto dicendo che sia giusto che il sangue chiami altro sangue. Sto dicendo che è legittimo.
Poi c'è la giornalaia che scrive che “Cristianesimo e Islam alla fine sono uguali”. E no, cara stronza, non so chi ti abbia insegnato la storia o che razza di prete terzomondista hai avuto quando andavi al catechismo, ma Cristianesimo e Islam NON sono la stessa cosa. Il primo indica uno stile di vita; il secondo lo impone. Cristo indica cosa bisogna fare per accedere al Regno, e se non lo fai, ti aspetta la Geena e sono affari tuoi, ti protegga San Michele; ma i Paesi cristiani ed ex cristiani europei e americani hanno avuto un percorso storico per cui Cristo e i suoi insegnamenti sono una cosa, lo Stato e le sue leggi ne sono un'altra: io non vado in carcere perché bestemmio, ma ci vado se diffamo una persona. E la Bibbia ha subito nei secoli una profonda esegesi: oggi nessun cristiano crede che Dio abbia creato il mondo in davvero 6 giorni. In molti Paesi islamici no, Stato e Moschea coincidono, e guai a te se sgarri dal Corano o dalla Sunna del Profeta. Se uno dissente dal Corano, non è un islamico moderato, è un apostata. E lo dice il Corano, non io.
Non potevano mancare gli intellettuali della Magna Grecia, gente sistemata dalla politica in posti amministrativi che, avendo scalato tutti i gradini della scala dei raccomandati, si sentono in diritto di ciarlare di terrorismo e di rapporti Occidente/Islam per il fatto stesso di essere laureati, che sia in Sociologia o in Scienze Aerobiche poco importa, è il foglio quello che conta. Personaggi per i quali i musulmani sono o allegri compagnoni di bevute (contravvenendo così al loro stesso credo) oppure oggetti sociologici mai conosciuti ma da studiare e di cui parlare perché è la moda del momento.
Tutti esperti, tutti dottori, tutti che sapevano cosa sarebbero successo, e dove, e quando, e che cazzo, una chiamata a Parigi potevate anche farla, visto che sapevate tutto, no?
E naturalmente, neppure gli immigrazionisti sinistorsi potevano lasciarsi sfuggire l'occasione di dire la loro. Da quella deputata Pd che vuole i matrimoni gay per combattere il terrorismo (mio Dio, davvero è diventato un porcile Montecitorio) ai giddini per cui non bisogna interrompere il processo di integrazione. Giusto, ma a interromperlo sono stati gli ospiti per i quali quel processo è iniziato, cari voi: mi rendo conto che fin da ragazzetti vi plasmano per vedere le cose in senso inverso alla realtà, ma cavoli gli occhi per vedere ce li avete in fondo.
Oddio, non sto dicendo che ho la verità in tasca e che sono dispensatore di secrete cose riguardo quello che è successo a Parigi, in Sinai e che sta accadendo in questo momento, proprio mentre scrivo e voi leggete, in Mali. Ma ho abbastanza buon senso dal dire l'unico dato di fatto, almeno riguardo la Francia: che regalare la cittadinanza francese, come premio di guerra, agli algerini, fu un colossale errore, e lo dico da anni, non sulla spinta del momento.
E' un fenomeno ricorrente in tutti i livelli di emigrazione: la prima generazione si omologa al luogo in cui arriva, per il quieto vivere e per rifarsi una vita, la seconda e la terza iniziano la riscoperta delle radici. Non sono sentiti come diversi, sono loro che iniziano a differenziarsi. Pensiamo agli italiani a New York, esempio che sulle bacheche di questi ignoranti torna ogni volta che si parla di emigrazione: i nonni si sono omologati, i figli ribellati, i nipoti hanno strutturato e continuato le abitudini italiane in salsa americana.
E vi pare, dottori laureati all'Alma Mater “feisbucchiana”, che ciò non potesse avvenire in un Paese con 5 milioni di musulmani cittadini francesi in base allo ius soli, e dove la laicità, aborrita dagli islamici, trionfa ormai da decenni?

Chi scrive non è diventato Charlie dalla sera alla mattina perché gliel'ha imposto il web e ha pur pregato per i morti parigini, ma per davvero, non postando alcune Torre Eiffel stilizzata a mo' di supplica, come fanno molti per i quali la religione è la vera causa di tutto il male attuale (ah sì? E il petrolio no? E il gas naturale, via Israele, no? E l mancanza d'acqua in Medio Oriente no? E poi quale religione? Tutte? Anche lo shintoismo in Giappone?).
Credo che la liberà la si dimostri ogni volta che serve, non quando va di moda o quando bisogna fare gli alternativi, come quelle che escono al minuto di silenzio dalla classe perchè si sono ricordati solo i morti parigini- seguendo la stessa logica, bisognerebbe chiudere le scuole, visto che ogni giorno avvengono stragi che il tg o il webjorunal di fiducia non vi racconta.

Purtroppo, e i fatti di questa settimana, e i primi post sui fatti di oggi in Mali lo confermano, i social sono come il diritto di voto: non dovrebbero essere accessibili a tutti. E, a differenza del diritto di voto, i social fanno un danno in più: dalla giovane raccomandata all'intellettualoide napoletano, dal complottista perugino all'alternativo comodamente seduto a bersi un drink a Trafalgar Square mentre dà del razzista ai greci sotto pressione degli arrivi siriani, i social rendono manifesta un'ignoranza che dovrebbe restare rigorosamente nascosta.

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