martedì 24 novembre 2015

Val Andrews e l'Holmes "falsificato"


Illustrazione per il racconto "Silver Blaze"

Come tutto nacque

Sono un appassionato delle avventure di Sherlock Holmes e del dottor John H. Watson dal 2002 allorquando, durante la piovosa estate di quell'anno, per ingannare il tempo e farlo passare velocemente (non avevo molti amici, anzi gli unici erano quelli di scuola a liceo, e non eravamo dotati allora di cellulari già dalla sala parto in poi), iniziai a collezionare i raffinati volumetti della Fabbri Editori dedicati al detective di Baker Street. Si iniziò con la long story centrale della saga, “Il mastino dei Baskerville”, poi si proseguì con “Le avventure di Sherlock Holmes”, dunque si tornò all'inizio con “Uno studio in rosso”, prima opera in cui il Nostro compare, scritta nel 1886, e seguii le uscite in ordine stavolta cronologico.
Autore della saga, nata per caso e che alla fine consterà di 4 romanzi e 56 racconti, fu lo scrittore Arthur Conan Doyle (1859-1930), baronetto per volontà di re Edoardo VII nel 1903 per i suoi servizi giornalistici relativi alla II Guerra boera conclusasi l'anno prima. Non mi soffermo sulla vexata quaestio della paternità delle sessanta storie, non è il vero tema di questa sera anche se ha il suo fascino e di certo il suo peso nella vicenda del “Canone degli apocrifi”, come viene chiamata la sterminata produzione di romanzi e racconti basati sul celebre dilettante londinese.
Scrivere un apocrifo, cioè una storia basata su personaggi e ambientazioni create da altri, è un'opera sovrumana: bisogna penetrare nella mentalità di un'epoca che magari non è la nostra, adattarsi al modo di scrivere e alla scelta stilistica di un autore che non siamo noi, scrivere qualcosa di nuovo che però non contrasti con l'opera principale, di cui l'apocrifo è una costola secondaria.
Dando per scontato che chi legge abbia avuto che fare almeno superficialmente con qualche storia del Nostro scritta da Doyle, e che quindi abbia una nozione anche approssimativa di Holmes, Watson, dello stile di scrittura di ACD e della Londra degli ultimi vent'anni dell'Ottocento, passo a recensire un'opera disgustosa, un esempio da manuale sul come NON si scrive un apocrifo holmesiano: “Sherlock Holmes e il mistero della sala egizia” di Val Andrews (1995).

Sei proprio elementare, Watson!

Innanzitutto, la prima cosa negativa da citare non riguarda l'opera in sé, ma la traduzione che ne è stata fatta. Nella edizione della Fabbri Editori, a pagina 4, possiamo leggere la seguente frase detta da Holmes a uno Watson appena alzato: “Parola mia, caro Watson, ho l'impressione che ogni giorno ti alzi un minuto più tardi!”. Ti? Ti?? Ma come ha osato il traduttore stravolgere così lo spirito dei due personaggi? Tutti, anche chi non ha mai letto le storie di ACD, sa che i due amici si davano del voi in segno di rispetto reciproco, e tale traduzione è quella più fedele allo spirito compassato di Holmes e Watson, inglesi fino al midollo e che avrebbe mal apprezzato, nella realtà, una confidenza così “latina”. Già questo basterebbe per lanciare il libro nel cestino e non pensarci più. Ma, visto che la traduzione, forse realizzata con Google Translate, miglior amico dei miei studentelli e peggior nemico per chi ama le lingue, non ci interessa, passiamo all'opera, che ho letto sia in italiano che nella lingua madre. Credevo che in inglese le cose migliorassero. Mi sbagliavo.
Pensiamo alla storia. In breve, Holmes viene ingaggiato da un illusionista affinchè ritrovi un anello scomparso durante uno spettacolo di magia. Il cliente però sarà ritrovato morto quella sera stessa, e il detective dovrà così occuparsi anche dell'omicidio, perpetrato da un nano.
L'anello sarà ritrovato, il nano impiccato e tutti saranno felici e contenti, eccetto il lettore.

I personaggi di Holmes e Watson, forse in onore della storia, sono ridotti a fenomeni di baraccone. Watson, che nelle avventure di ACD mai si permette di interferire nel lavoro del celebre amico pur dando la sua massima disponibilità in ogni avventura, blatera a ogni piè sospinto, interrompe Holmes nei suoi interrogatori, diventa nelle mani di Andrews un esperto di magia e si lascia abbindolare come uno sprovveduto dalla signora proprietaria dell'anello. Il buon dottore originale era soggetto al fascino femminile, ma fino a un certo punto, e non si fece mai fregare da una di esse se era in gioco un caso di omicidio. Come se non bastasse, lo vediamo geloso dell'amico, irritato per i mancati pasti e troppo nostalgico dei vecchi casi, messi qua e là nella storia quasi a voler instaurare per forza un legame fra questo orrido pastiche e gli originali.

Tu quoque, Sherlock?

Sherlock diventa, nella versione deell'Andrews, un falso di se stesso. Quando doveva mostrare il detective uscirsene con delle deduzioni, ACD aveva premura di mettere a disposizione del lettore, per mezzo della penna di Watson, tutti i dati che servivano. Era una sorta di sfida tra l'autore e il suo pubblico, ed era anche un modo per giocare “ad armi pari”. In quest'opera, invece, Holmes deduce cose così, all'improvviso, e per giustificare l'exploit finale senza senso viene fatto riferimento a cose accadute fuori scena, di cui chi legge viene a sapere solo alla fine: una vera slealtà che Doyle non commise mai, neppure negli ultimi anni quando la sua sciatteria divenne evidente anche ai ciechi.
Ma Doyle è morto quasi un secolo fa, e ora a noi tocca leggere racconti in cui Holmes, nel bel mezzo dell'inchiesta, chiede a un teste del tabacco forte da pipa perché è in crisi di astinenza. E ciò che a prima vista può sembrare un ingegnoso trucchetto legato all'indagine, già usato nelle storie originali, si rivela alla fine essere solo un episodio anodino, senza senso, non legato a niente e dunque totalmente squallido nel suo mostrare la fredda macchina calcolatrice di ACD così in crisi di astinenza da chiedere tabacco a un possibile indagato.
Eredi, seh!
E che dire dell'ultima trovata, il nano nascosto nella scatola? Per 90 pagine non se ne era fatta menzione, e alla fine Holmes se ne esce persino col nome del tizio assunto, guarda caso, proprio nel teatro dove si esibiva la vittima con cui anni prima aveva avuto dei dissapori. Arma del delitto: un meccanismo da orologiaio, improvvisamente scomparso e che naturalmente l'Holmes versione Andrews non aveva collegato in prima battuta all'omicidio. Ma come era arrivato il dilettante al nano? Ma tramite voci, naturalmente, il peggior metodo secondo l'Holmes originale per lavorare nel campo della deduzione. E con ciò si conclude quest'opera, indegna di tanto nome.

Val Andrews è morto nel 2006, lo stesso anno in cui comprai questo libro a una fiera di paese, nel giorno del solstizio d'estate. Leggo che è stato un famoso attore e mago, e un prolifico autore di apocrifi holmesiani. Ma una lettura dell' Egyptian Hall basta già per farsi un'idea della sua produzione. Dicono che non bisogna mai giudicare un libro dalla copertina. In questo caso, è falso: già dalla miniatura si poteva vedere che non era lo Sherlock vero.

Titolo precedente di questa rubrica: "L'amoralità fatta romanzo: Moll Flanders", vedi QUI

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