lunedì 21 dicembre 2015

Uno strano regolamento. Del 1876.

Capita a volte di aprire un vecchio faldone per riordinarlo e catalogarne il contenuto, e di ritrovarsi davanti a questo, un Regolamento Vaticano del 1876, che elencava una serie di norme che gli impiegati della Santa sede dovevano seguire durante il loro periodo di servizio.
La fonte presenta delle curiosità, come quelle del punto 6, che possono spiegarsi solo tenendo presente la mentalità dell'epoca e le contingenze immediate: siamo negli ultimi anni del pontificato di Pio IX (1846-1878), Papa recluso entro le Mura leonine a causa della presa sabauda di Roma; positivismo e minacce alla Chiesa giungono da ogni dove, e ciò spiega il clima di sospetto che permea la fine del testo; e la Rerum Novarum, firmata dal successore di Pio IX, è di là da venire.


  1. Gl'impiegati dell'ufficio devono scopare i pavimenti ogni mattina, spolverare i mobili, gli scaffali e le vetrine.
  2. Ogni giorno devono riempire le lampade a petrolio, pulirle e regolarne gli stoppini. Una volta la settimana dovranno lavare le finestre.
  3. Ciascun impiegato dovrà portare un secchio d'acqua e uno di carbone per le necessità della giornata.
  4. Gli impiegati uomini avranno una sera libera alla settimana a scopo di svago, e due sere libere se vanno regolarmente in Chiesa.,
  5. Dopo che un impiegato ha lavorato tredici ore in ufficio, dovrà passare il rimanente tempo leggendo la Bibbia o altri buoni libri.
  6. Ciascun impiegato dovrà mettere da parte una somma considerevole della sua paga per gli anni della vecchiaia, in modo che non diventi un peso per la società.
  7. Ogni impiegato che fumi sigari spagnoli, faccia uso di liquori, frequenti biliardi o sale pubbliche o vada a radersi dal barbiere, ci darà una buona ragione per sospettare del suo valore, delle sue intenzioni, della sua onestà.

venerdì 18 dicembre 2015

Un intervallo...diabolico


La subcultura massone- illuminista è riuscita in quello che non riuscì neppure ai Romani coi loro peggiori imperatori: la completa damnatio memoriae di un periodo storico, il Medioevo, che è riuscita a durare nei secoli ed è sopravvissuta agli stessi illuministi – che alla fine, non illuminarono un granché. Il pregiudizio antimedievale non poteva che ampliarsi in un'epoca, la nostra, dominata dal pressapochismo e in cui, tramite un social interattivo o i giornali a grande diffusione, ognuno pensa di poter dire la propria, non solo nei campi che gli competono (ed è legittimo), ma anche laddove si mostri una palese ignoranza.

Leggo ad esempio, capitando in un sito che pretende di parlare di Medioevo, del cosiddetto “intervallo del diavolo” musicale. Si tratta di un intervallo di quinta diminuita (ad esempio Do Fa diesis, ma non ci contate troppo, vado a memoria dei miei antichi studi musicali) che sarebbe stato vietato dalla Chiesa musicale perché troppo dissonante e dissacrante per le orecchie umane, che sarebbero state distratte dalle funzioni sacre a causa di quella pausa. Da qui il nomignolo di intervallo del diavolo, tratto da una frase di un testo medievale, attribuita a Guido d'Arezzo, secondo cui “Mi contra Fa est diabolus in musica”.
La Storia si sarebbe poi presa la rivincita sui medievali rozzi e oscurantisti, utilizzando tale intervallo per le musiche Blues, rendendolo molto più familiare alle nostre orecchie. Non solo: possiamo trovare questa sospensione anche nella canzone Maria di West Side Story, e perfino nei primi 4 secondi della sigla dei Simpson, quando fra l'inizio della musichetta, l'articolo “the” e il cognome degli uomini gialli sembra passare un' eternità (senti QUA, i primi istanti del motivetto). 
Bello vero? Peccato che l'intervallo del diavolo, o come l'hanno definito, sia stato adottato dei medievali, ma non l'abbiamo “inventato” loro. Difatti già gli antichi Greci,memori delle lezioni di Aristotele, definivano tale pausa inappropriata all'educazione dei giovani, poiché guastava la bellezza musicale con una pausa ricca di tensione, da film horror. E la Chiesa, che dell'educazione e dell'istruzione si fece maestra e garante nei mille anni (e non solo) dell'Età di Mezzo, riprese il loro giudizio estetico. Dobbiamo quindi concludere che i Greci siano stati dei rozzi e degli oscurantisti? A sentire i neo-illuministi, che non illuminano niente se non la loro ignoranza, sì.

sabato 12 dicembre 2015

L'Isis al liceo Brunelleschi


Eccettuata una breve visita prima del mio trasferimento in Germania nel 2014, non mettevo piede al liceo “Filippo Brunelleschi” di Afragola da ben 9 anni. A questo pensavo quando stamattina mi sono avviato verso questo moderno tempio del sapere, dove avvenne la mia ultima formazione culturale nei primi anni Duemila e che adesso, da poco più di un anno, è retto dalla preside nonché mia ex insegnante in Lettere Adele Vitale.
Motivo della mia visita era la presentazione di un libro scritto a quattro mani dai giornalisti Simone Di Meo e Giuseppe Iannini, che tratta di una tematica attualissima. Lo si comprende dal titolo: “Soldatessa del Califfato.”. L'Aula Polifunzionale, al primo piano, era gremita fino all'inverosimile di studenti, prof e giornalisti. A mediare l'incontro la parlamentare Pina Castiello, che ha anche introdotto i lavori con una sua prolusione sul tema del fondamentalismo islamico: “ Credo che il problema delle relazioni con il mondo musulmano, che è molto vario e non si può ridurre solo ai terroristi islamici, debba essere risolto con una coalizione dei Paesi interessati, per arrivare a risolvere questa minaccia mondiale”.
Di Meo ha spiegato la genesi di questo libro: “Abbiamo raccolto la testimonianza di una donna che, a Raqqa, seguendo il marito tunisino, è entrata a far parte del Califfato islamico e delle sue organizzazioni (…). Ciò che ci ha raccontato è stato sottoposto a un serrato fact checking (cioè controllo delle informazioni rivelate da un test, ndr) per verificare la veridicità delle notizie che questa persona ci rilasciava attraverso Internet. Abbiamo anche verificato l'esistenza stessa di questa persona, Aisha, e della sua storia personale, e i fatti sono stati tutti confermati”.
Il giornalista prosegue raccontando particolari atroci della condizione femminile nelle zone occupate dall'Isis: “ Le donne, le bambine di 13-14 anni, vengono raccolte in campi di concentramento per essere pronte a soddisfare gli istinti bestiali degli uomini del califfato, anche più volte durante la stessa giornata. E dopo, quando a giudizio di chi organizza tali mostruosità esse non sono più “indispensabili”, diventano donatrici forzate di sangue per i miliziani feriti durante gli scontri armati. Non solo vengono stuprate, ma diventano anche oggetti di rifornimenti di sangue e lasciate poi morire da sole, abbandonate e dissanguate”. Un orrore che si accompagna alle devastazioni delle città occupate e alle trucidazioni di uomini e bambini. “Sono convinto- ha proseguito De Meo, in risposta a una domanda degli studenti- che siamo davanti a uno scontro di civiltà. E' poco politicamente corretto dirlo, ma l'Occidente è responsabile di quanto accade in quanto si è voluto abbattere tiranni, come Saddam Husseine Gheddafi, che però erano leoni a guardia di migliaia di iene. Eliminati loro, è stato facile per gli uomini del Califfato riempire il vuoto, anche grazie alla straordinaria autonomia economica che l'organizzazione ha, in quanto ogni giorno l'Isis, nelle sue varie forme, spende decine di migliaia di dollari.Ma bisogna ricordare anche che la divisione interna al mondo islamico risale al VII secolo, tra sunniti e sciiti, e l'Occidente in questo non è responsabile”.

Sala del convegno

Iannini ha concentrato il suo intervento insistendo sull'uso che gli organizzatori dell'Isis fanno dei social: “A differenza di Al-Quaeda, l'Isis dispone di social network quali Facebook, Twitter, Whatsapp, e può così reclutare più uomini e donne possibili in poco tempo. Esiste persino una pagina Facebok dove vengono reclutati i miliziani, cui sono assegnati uno stipendio e una casa (…). L' Occidente è solo in parte responsabile della situazione, in quanto le divisioni del mondo islamico risalgono, come ha detto Simone, agli albori della civiltà musulmana, e non si poteva pretendere di intervenire ovunque contro il mondo musulmano. Naturalmente, ci sono stati interessi” continua, rispondendo a una domanda dello studente Antonio Chianese “ma bisogna considerare che il mondo arabo musulmano è vario,e non tutto riconducibile all'Isis”.

Questi gli autori. Chiudo questa mia cronaca con una nota di mio pugno.
La domanda di Antonio Chianese – i lettori assidui di questo blog di storia e cultura se lo ricorderanno, un paio di volte ho ospitato due suoi articoli- era: “Perchè l'Occidente bombarda la Siria e non gli Emirati Arabi Uniti, dove un giornalista è stato frustato 300 volte giorni fa?”.
In verità l' “Occidente” - e già dovremmo chiederci di cosa stiamo parlando- già intervenne nell'area durante le due Guerre del Golfo, nel 1991 e nel 2003. Come detto dai due autori e dalla parlamentare Castiello, non si può ridurre tutto il mondo islamico, politicamente parlando, a un territorio da bombardare. Se nel Golfo non c'è democrazia, sono affari dei sudditi dei sauditi, non certo nostri. Possiamo partecipare emotivamente, possiamo richiedere interventi forti dei nostri governi, ma questi oltre a un simpatico accenno di 20 secondi durante gli incontri che avvengono con gli esponenti di quei Paesi non possono fare altro. Essi le prenderebbero per indebite intromissioni nei loro affari interni, come del resto lo sono.

E, francamente, pur rispettando la formazione di tutti, direi che sia ora di piantarla di dire che l'Occidente attacca solo dove ha interessi, se si parla di Libia e Iraq, o dove non ne ha, se si parla degli Emirati.. Bisogna scegliere una delle due. Non veniamo dalla montagna e due conti sappiamo farli anche noi: le polemiche fine a se stesse, per quanto nobilmente animate, non interessano.


lunedì 7 dicembre 2015

1943: Afragola nelle mani dei nazisti

Pubblicato sul n. 32 del settimanale "Nuovacittà" del 5 dicembre 2015

Una premessa: a fronte della mole delle fonti scritte e orali che sono a disposizione (e queste ultime, ahimé, ancora per poco) il periodo bellico ad Afragola è stato sempre poco studiato, sia in città sia riguardo ai nostri concittadini impegnati sul fronte. Con la speranza di vedere anche ad Afragola la pubblicazione di un volume di memorie storiche, in questa sede mi limiterò a offrire alcune delle numerose testimonianze sul periodo che va dal 25 luglio al 3 ottobre 1943, dalla caduta del fascismo all'arrivo degli Alleati.

25 luglio 1943: Benito Mussolini è estromesso dalla carica di Primo Ministro dal Gran Consiglio del Fascismo, ed è tratto in arresto per ordine del re Vittorio Emanuele III. L'annuncio, dato con un bollettino reale che annuncia il passaggio dei poteri a Pietro Badoglio, rivela nel pomeriggio di quel giorno tutta la sua carica esplosiva per tutto lo Stivale e le isole.
Armando Izzo
Per Afragola abbiamo la testimonianza eccellente di Armando Izzo, ancora non “Comandante Fragola” (sarebbe partito per la Liguria come partigiano cattolico poche settimane più tardi). Nelle carte donatemi gentilmente dal figlio, Antonio Izzo, il futuro sindaco trascrive uno spaccato di quei momenti: “Ad Afragola la Casa del Fascio, che era all'inizio dell'attuale via Gramsci, fu fatta oggetto di saccheggio. Tutto volò dai balconi! Non risultano rappresaglie verso fascisti o dirigenti dal momento che il 99% e più eravamo tutti fascisti”. La fine della dittatura aveva generato al felicità degli afragolesi, convinti che con l'epoca mussoliniana sarebbe terminata anche la guerra. Nessun attentato alle persone, dunque. Del resto, la nostra città ebbe sostanzialmente risvolti positivi dal podestariato di Luigi Ciaramella, con l'ampliamento della rete urbana, l'arrivo dell'illuminazione in vaste zone periferiche, la costruzione di nuovi edifici e il riattamento dei corsi principali. Il futuro partigiano riconosce molto onestamente quello che invece fu sempre un tabù per chi viene dalla sinistra: in Italia non è mai esistito un antifascismo, stante il Duce al governo.
Continua Izzo: “Verso la metà di luglio ero in licenza a casa ed un pomeriggio in pieno sole andai a Cardito da mia zia (...) allorquando suonarono le sirene. Poco dopo ricordo il ritmo della contraerea tedesca, che era nel rione Marconi, il cui edificio (evidentemente parla dell'attuale scuola, ndr) era adibito ad ospedale militare tedesco; le sirene degli automezzi che correvano verso il nord della città. Dopo apprendemmo che due apparecchi nemici avevano sganciate tutte le bombe in una sola volta, che caddero a casaccio in fondo alla zona di via Arturo De Rosa”.
I tedeschi si erano stabiliti alla Marconi, edificio recente per allora e vicino alla diramazione che portava a Casoria, e quindi a sud. Verso la Sannitica, aveva realizzato il loro campo di concentramento, ignoto ancora oggi ai più, nel Casone Spena, nei pressi dell'attuale parco commerciale de “I Pini”, dunque a controllo delle uscite nord e ovest della città. Dal campanile di Santa Maria d'Ajello, secondo la testimonianza di Nando Cuccurese, potevano inoltre osservare i movimenti nelle campagne del Contorolloro e delle Cinquevie, quindi a est: un accerchiamento completo.
Sempre Cuccurese racconta del clima di terrore che si respirava in quei giorni: “Nel paese si diceva che un cittadino afragolese collaborava coi tedeschi, ai quali suggeriva dove andare per trovare i giovani. Più volte per questi allarmi si scappava, scavalcando i muri dei giardini e molte volte ci incontravamo con i giovani che scappavano da zone opposte. A questo punto io e mio cognato decidemmo di andare in campagna e rimanervi finquando non si sarebbero (sic) calmate le acque. Entrammo in una masserie della zona “Cinquevie”, di proprietà Iovino, e vi rimanemmo per 15 giorni. Per tutti questi giorni la padrona della masseria, Angela Iovino, Dio l'abbia in gloria, ogni mezzogiorno mandava una ragazza in bicicletta a portare da mangiare a cinque giovani che eravamo ivi nascosti”.
I tedeschi rastrellavano i giovani per portarli al Casone Spena, e da lì condurli al Comando centrale di Maddaloni, e dunque in Germania (vedi QUI ).
Il 3 ottobre gli Alleati entrarono in Afragola, ma i nazisti commisero un'ultima strage di civili il giorno prima. Racconta Cuccurese: “Passando per la stazione dei tram di Casoria, vidi delle carrozze sui binari sfondate e colpite in pieno. Più avanti, al Corso Garibaldi di Afragola, vidi due persone e un cane morti a terra, fuori un portone chiuso, dove forse cercavano riparo. Fatalità volle che del gruppo di 5 giovani che andammo per dare il benvenuto agli Inglesi, soltanto io facessi ritorno a casa”.






mercoledì 2 dicembre 2015

Uno scritto dal passato

Il logo del Centocinquantenario

Rovistando oggi fra le vecchie mail del mio account di Libero, ho riesumato questa perla scritta nel 2012, in occasione di un evento che organizzai nella mia città. Ha il tono un po' ridondante tipico della ricorrenza che intendevo celebrare (l'Unità d'Italia, di cui l'anno prima c'era stato il 150esimo anniversario) e contiene affermazioni che oggi mi fanno sorridere, a 4 anni di distanza, ma che non rinnego essendo quel me stesso del 2012 un “altro da me”. Ve lo riporto pari pari.

Riaccendete la fiamma della Patria!

Le celebrazioni per il Centocinquantenario dell’Unità hanno messo in evidenza come una parte degli italiani non avverta in sé un sentimento patriottico e/o di attaccamento alla patria. Ciò è spiegabile solo in parte con la generale decadenza del sentimento nazionale che, dal secondo dopoguerra ad oggi, ha interessato i popoli europei, anche in un’ottica europeista sovranazionale. Il vero motivo, a mio parere, della scarsa affezione di una parte degli italiani all’Italia, è da ricercarsi soprattutto nell’atavico campanilismo del nostro Paese. Non è errato dire che per un italiano medio la Patria si riduca al suo campanile; difatti, sempre più spesso sentiamo critiche verso le istituzioni che nascondono un malessere più profondo e antico, per un’Unificazione avvenuta in fretta e furia e per opera di una classe borghese di una ben precisa zona geografica del Paese, quella piemontese, senza il consenso dei popoli interessati. È per questo processo veloce e poco omogeneo, e per la mancanza di politiche davvero unitarie nel secolo e mezzo seguente, che il 17 marzo abbiamo dovuto vedere Bolzano senza tricolori e i neoborbonici manifestare a Napoli contro i Savoia e l’Unità. In Alto Adige il sentimento anti italiano è ancora forte dopo quasi 100 anni dalla conquista della regione nel 1918 (eccetto quando devono arrivare le sovvenzioni da Roma in quanto Provincia Autonoma: in tal occasione, la SVP, il partito autonomista che dal 1945 governa ininterrottamente la Provincia, è ben lieta di definirsi un partito italiano!). A Napoli,invece,il movimento segue l’ideale antistorico di un nuovo Stato indipendente, affermando che l’Unità ha spezzato il circolo economicamente virtuoso del Meridione. Come al solito, da un verità storica ( il trasferimento di ingenti risorse industriali e bancarie dal Sud al Piemonte), si dipartono idiozie e dimenticanze ad hoc, come quando costoro dimenticano di ricordare tutti gli interventi che il governo centrale ha attuato per il Meridione da Nitti ( Legge speciale per Napoli,1905) in poi, pur di non riconoscere che il degrado oggettivo in cui versano le 6 Regioni sia dovuto a arretratezze storiche, risalenti proprio ai Borboni e anche al vicereame spagnolo, e all’incapacità degli amministratori locali, da Comuni alle Regioni. L’anno in corso, celebrando quell’Unità così raffazzonata ma anche così provvidenziale (immaginate che facile terra di conquista sarebbero state le entità politiche preunitarie durante la Prima Guerra Mondiale), vuole ricordarci che dopo 150 anni è inutile continuare a guardare a un passato che non tornerà più,un passato che si vuole d’oro ma che in realtà era buio, un passato che ci ha visti deboli e divisi per 15 secoli. In quest’anno, riscoprite in voi il sentimento della Nazione, riaccendete in voi la FIAMMA della PATRIA, quel fuoco di cui erano pervasi Dante, Petrarca, Cola di Rienzo, Federico II di Svevia, Papa Giulio II, Galileo Galilei, Daniele Manin, Goffredo Mameli, Cavour, Garibaldi, Giolitti, Matteotti, Mussolini, Degasperi, e tanti altri nei decenni successivi. Sentitevi figli di una sola Patria,di una sola Nazione, di un solo Ideale,che da secoli esiste e che da secoli freme nei cuori di chi nasce in questo meraviglioso Paese,tra le Alpi e il Mediterraneo. Riaccendete in voi lo spirito nazionale dell’Italia!