sabato 12 dicembre 2015

L'Isis al liceo Brunelleschi


Eccettuata una breve visita prima del mio trasferimento in Germania nel 2014, non mettevo piede al liceo “Filippo Brunelleschi” di Afragola da ben 9 anni. A questo pensavo quando stamattina mi sono avviato verso questo moderno tempio del sapere, dove avvenne la mia ultima formazione culturale nei primi anni Duemila e che adesso, da poco più di un anno, è retto dalla preside nonché mia ex insegnante in Lettere Adele Vitale.
Motivo della mia visita era la presentazione di un libro scritto a quattro mani dai giornalisti Simone Di Meo e Giuseppe Iannini, che tratta di una tematica attualissima. Lo si comprende dal titolo: “Soldatessa del Califfato.”. L'Aula Polifunzionale, al primo piano, era gremita fino all'inverosimile di studenti, prof e giornalisti. A mediare l'incontro la parlamentare Pina Castiello, che ha anche introdotto i lavori con una sua prolusione sul tema del fondamentalismo islamico: “ Credo che il problema delle relazioni con il mondo musulmano, che è molto vario e non si può ridurre solo ai terroristi islamici, debba essere risolto con una coalizione dei Paesi interessati, per arrivare a risolvere questa minaccia mondiale”.
Di Meo ha spiegato la genesi di questo libro: “Abbiamo raccolto la testimonianza di una donna che, a Raqqa, seguendo il marito tunisino, è entrata a far parte del Califfato islamico e delle sue organizzazioni (…). Ciò che ci ha raccontato è stato sottoposto a un serrato fact checking (cioè controllo delle informazioni rivelate da un test, ndr) per verificare la veridicità delle notizie che questa persona ci rilasciava attraverso Internet. Abbiamo anche verificato l'esistenza stessa di questa persona, Aisha, e della sua storia personale, e i fatti sono stati tutti confermati”.
Il giornalista prosegue raccontando particolari atroci della condizione femminile nelle zone occupate dall'Isis: “ Le donne, le bambine di 13-14 anni, vengono raccolte in campi di concentramento per essere pronte a soddisfare gli istinti bestiali degli uomini del califfato, anche più volte durante la stessa giornata. E dopo, quando a giudizio di chi organizza tali mostruosità esse non sono più “indispensabili”, diventano donatrici forzate di sangue per i miliziani feriti durante gli scontri armati. Non solo vengono stuprate, ma diventano anche oggetti di rifornimenti di sangue e lasciate poi morire da sole, abbandonate e dissanguate”. Un orrore che si accompagna alle devastazioni delle città occupate e alle trucidazioni di uomini e bambini. “Sono convinto- ha proseguito De Meo, in risposta a una domanda degli studenti- che siamo davanti a uno scontro di civiltà. E' poco politicamente corretto dirlo, ma l'Occidente è responsabile di quanto accade in quanto si è voluto abbattere tiranni, come Saddam Husseine Gheddafi, che però erano leoni a guardia di migliaia di iene. Eliminati loro, è stato facile per gli uomini del Califfato riempire il vuoto, anche grazie alla straordinaria autonomia economica che l'organizzazione ha, in quanto ogni giorno l'Isis, nelle sue varie forme, spende decine di migliaia di dollari.Ma bisogna ricordare anche che la divisione interna al mondo islamico risale al VII secolo, tra sunniti e sciiti, e l'Occidente in questo non è responsabile”.

Sala del convegno

Iannini ha concentrato il suo intervento insistendo sull'uso che gli organizzatori dell'Isis fanno dei social: “A differenza di Al-Quaeda, l'Isis dispone di social network quali Facebook, Twitter, Whatsapp, e può così reclutare più uomini e donne possibili in poco tempo. Esiste persino una pagina Facebok dove vengono reclutati i miliziani, cui sono assegnati uno stipendio e una casa (…). L' Occidente è solo in parte responsabile della situazione, in quanto le divisioni del mondo islamico risalgono, come ha detto Simone, agli albori della civiltà musulmana, e non si poteva pretendere di intervenire ovunque contro il mondo musulmano. Naturalmente, ci sono stati interessi” continua, rispondendo a una domanda dello studente Antonio Chianese “ma bisogna considerare che il mondo arabo musulmano è vario,e non tutto riconducibile all'Isis”.

Questi gli autori. Chiudo questa mia cronaca con una nota di mio pugno.
La domanda di Antonio Chianese – i lettori assidui di questo blog di storia e cultura se lo ricorderanno, un paio di volte ho ospitato due suoi articoli- era: “Perchè l'Occidente bombarda la Siria e non gli Emirati Arabi Uniti, dove un giornalista è stato frustato 300 volte giorni fa?”.
In verità l' “Occidente” - e già dovremmo chiederci di cosa stiamo parlando- già intervenne nell'area durante le due Guerre del Golfo, nel 1991 e nel 2003. Come detto dai due autori e dalla parlamentare Castiello, non si può ridurre tutto il mondo islamico, politicamente parlando, a un territorio da bombardare. Se nel Golfo non c'è democrazia, sono affari dei sudditi dei sauditi, non certo nostri. Possiamo partecipare emotivamente, possiamo richiedere interventi forti dei nostri governi, ma questi oltre a un simpatico accenno di 20 secondi durante gli incontri che avvengono con gli esponenti di quei Paesi non possono fare altro. Essi le prenderebbero per indebite intromissioni nei loro affari interni, come del resto lo sono.

E, francamente, pur rispettando la formazione di tutti, direi che sia ora di piantarla di dire che l'Occidente attacca solo dove ha interessi, se si parla di Libia e Iraq, o dove non ne ha, se si parla degli Emirati.. Bisogna scegliere una delle due. Non veniamo dalla montagna e due conti sappiamo farli anche noi: le polemiche fine a se stesse, per quanto nobilmente animate, non interessano.


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