venerdì 30 dicembre 2016

Nuovo millennio, nuovo corso politico.

Enrico II fra due dignitari di corte


Morto Ottone III senza eredi diretti, i grandi feudatari tedeschi elessero come re di Germania un suo lontano parente, Enrico di Baviera. La scelta non fu dettata tanto da motivi dinastici, quanto dall'opportunità di scegliere un uomo che fosse gradito agli elettori. Essendo Enrico Duca di Baviera, fu necessario convincere della sua candidatura i Sassoni, ma fu eletto senza difficoltà il 6 giugno 1002 grazie al sostegno dell'alto clero, in particolare dell'arcivescovo di Magonza, Villigiso. Enrico, II di questo nome nella serie degli imperatori, concentrò la sua attenzione in gran parte sulla Germania. Ebbe come modello Ottone I, ma si distanziò dalla sua politica romana favorendo le gerarchie locali ecclesiastiche, appoggiando una riforma che doveva partire da lui e non dal Papato - in tal senso bisogna vedere la fondazione del vescovato di Bamberga, centro propulsore della riforma di stampo enriciano, e avverso inizialmente a quella di ispirazione cluniacense. I nobili laici, invece, gli furono contro: la maggior parte di essi erano "homini novi", feudatari che erano giunti a possedere territori più vasti delle comuni contee e recavano danni all'autorità imperiale, come al solito indebolita dal fatto di non possedere un esercito regolare. Non migliori le cose in politica estera: alle alterne vicende con la Borgogna, dove regnava suo zio Rodolfo III, all'amicizia con Stefano I d'Ungheria agli scontri con Boleslao di Polonia e Moravia, fino ai freddi rapporti di "buon vicinato" con Canuto il Grande, che confinava in Danimarca con l'Impero. E l’Italia?

LE GRANE ITALICHE

L' imperatore Enrico II, pur tutto concentrato negli affari tedeschi, dovette per forza di cose rivolgere la sua attenzione anche all'Italia, per interessi dinastici e per l'incoronazione imperiale, che poteva avvenire solo a Roma. Il Regno Italico, o quella parvenza che n'era rimasta dopo il periodo ottoniano, era dominato dalla figura di Arduino d'Ivrea. Costui, già in lotta contro i vescovi piemontesi come Leone di Vercelli e ricondotto a più miti consigli da Ottone II, approfittò della morte di Ottone III per riprendere le posizioni perdute, continuando le razzie ai danni delle chiese locali e dei diritti episcopali. Arnolfo di Milano, in una Dieta tenuta a Roncaglia, invitò Enrico a venirsi a prendere la corona del Regnum Italiae. Il re tedesco inviò il duca di Carinzia, convinto della poca forza di Arduino, il quale sorprendentemente sconfisse il duca a Campo di Fabbrica nel 1003. Nella primavera del 1004 Enrico stesso si presentò a Pavia e a maggio fu incoronato re d'Italia, ma in mezzo a segni d'insofferenza da parte dei cittadini, che lo sentivano come straniero. A questo punto bisogna dire che la figura di Arduino è stata troppo mitizzata nel corso dei secoli a lui posteriori: se n'è fatto un eroe prerisorgimentale contro il dominio straniero sull'Italia, quando in realtà nella sua azione non c'era nessuna idealità superiore e egli agiva solo per proprio interesse, senza richiamarsi a motivi "nazionali". Enrico ripartì per la Germania e così Arduino si ripresentò a Pavia, giubilato dalla popolazione non in quanto "Italico" ma in odio all'Impero come istituzione. Quando Enrico tornò a sud delle Alpi 10 anni dopo, Arduino tentò di accordarsi con lui (altro che "riscossa nazionale") e solo i rovesci militari tedeschi lo resero padrone del campo e libero di commettere razzie, fino al suo ritiro nel 1015 nell'abbazia di Fruttuaria per motivi sconosciuti (malattia? sfiducia nel suo dominio? crisi religiosa?). Intanto Enrico aveva già da tempo rivolto la sua attenzione a Roma.

UNA SEDE TRABALLANTE.

A Roma la situazione era magmatica e confusa. Morto Ottone III, la città cadde in mano a Giovanni Crescenzio III, un esponente della famiglia Crescenzi che vantava legami parentali coi Teofilatti, la famiglia che aveva dominato Roma per 70 anni tra i secoli IX e X . Crescenzio III dominò l'Urbe evitando di mettersi in contrasto con le forze esterne ad essa (Impero a nord, greci a sud) e dominando indirettamente le elezioni papali. A Silvestro II, morto nel maggio 1003, era succeduto il 16 dello stesso mese Giovanni XVI, che però resse per appena 6 mesi la Sede petrina, e di cui conosciamo appena le date di elezione e morte. Gli successe un altro Giovanni, XVII di questo nome, che regnò 6 anni e diede nuovo impulso all'evangelizzazione degli Slavi, iniziata da Gregorio V un decennio prima. Morto Giovanni, la Sede petrina ebbe un nuovo Papa (il quarto in meno di un decennio), Sergio IV. Anche di questo Pontefice conosciamo poco: alleviò le sofferenze dei romani durante una carestia e fece erigere un'epigrafe sulla tomba di Silvestro II. Morì il 12 maggio 1012, quasi in contemporanea con l'enigmatico Crescenzio III, che così non potè dominare la successiva elezione papale. E fu un bene, perché la Sede di Pietro stava per essere presa da uno dei più energici successori dell'Apostolo: Benedetto VIII.


UN PAPA ENERGICO NELLA ROMA TUSCOLANA.

La morte di Giovanni Crescenzi III permise al clero di Roma di eleggere un proprio candidato al Soglio, proveniente dalla famiglia dei Conti di Tuscolo, che vantava anch'essa legami coi Teofilatti di un secolo prima. Il primo Papa di casa tuscolana fu Teofilatto, che assunse il nome di Benedetto VIII e che giunse al papato direttamente dallo stato laicale nel 1012. 
Benedetto VIII
Si rivelò subito energico e privo di scrupoli, doti non negative ma anzi necessarie in quel contesto violento, e impose da subito un programma riformatore che anticipò di decenni il movimento gregoriano. Si intese subito con Enrico II e lo incoronò imperatore il 14 febbraio 1014, accontentando il sovrano che aspettava da un decennio la corona, in cambio dell'assunzione del ruolo di "advocatus ecclesiae" da parte del tedesco. Prima del 1020 fu Benedetto ad andare in Germania, per chiedere l'aiuto enriciano per una spedizione contro i Greci nell'Italia meridionale. La spedizione non ebbe un buon successo, ma portò Enrico a conoscere anche il mondo bizantino. Poco dopo, Papa e imperatore tennero una Dieta a Pavia per discutere della riforma ecclesiastica. E' curioso notare come Enrico fosse preoccupato di richiamare il clero all'osservanza dei suoi doveri morali, mentre Il Papa fosse più interessato ai danni derivanti dalla dispersione dei beni delle chiese. I fatti successivi, con la lotta alle investiture, diedero ragione a Benedetto più che a Enrico, che pure ebbe difficoltà nell'introdurre i precetti riformatori in Germania. Ma il loro tempo era finito: nel 1024 morirono entrambi, Papa e imperatore, a poca distanza l’uno dall’altro.
Nuovi paradigmi politici si stagliavano già all’orizzonte.

sabato 24 dicembre 2016

Davide Maiello e la magia del Natale.

Davide Maiello in una foto d'autore

Per leggere la prima intervista di Davide, segui questo LINK.


E’ passato un anno e mezzo da quando il giovane talento afragolese Davide Maiello (4 agosto 1999), appassionato di musica e di violino, mi concesse l’onore della sua prima intervista. Fu un incontro interessantissimo, che aprì anche a me nuovi orizzonti, ed è per questo che ho chiesto e ottenuto un nuovo incontro, dopo 18 mesi, per fare il punto delle esperienze da lui vissute.

Davide, innanzitutto una presentazione per i lettori del blog, sia quelli vecchi che già lessero la prima intervista sia quelli nuovi.


Sono Davide Maiello, nato a Napoli nel 1999, ho intrapreso un percorso musicale intorno agli 8 anni insieme a mio fratello Antonio, prima per competizione poi come passione. Ho intrapreso i miei studi col maestro Leopoldo Fontanarosa di Torre Del Greco, per poi proseguirli col maestro Antonio Colica del Conservatorio di San Pietro a Majella. Ho avuto numerose esperienze in ambito musicale: localmente inizialmente grazie a Enzo Gambardella ed Enzo Campagnoli, con lo stesso maestro Fontanarosa suonando in convegni universitari, e una bella esperienza fu all’Osservatorio Vesuviano l’anno scorso, un tributo al compositore rivitalizzando le sue opere antiche. Ho avuto esperienze nella basiliche più importanti di Napoli, come a San Domenico Maggiore, cosa che mi ha fatto scoprire Napoli. A scuola, al liceo scientifico “Filippo Brunelleschi” di Afragola (diretto dalla mia ex insegnate di italiano e latino, prof Adele Vitale, ndr) sono stato coinvolto grazie alla prof Rosa Fortunato in numerose iniziative nel Giardino Didattico, riprendendo le attività che vorremmo che i ragazzi oggi seguissero. Il giovane d’oggi ormai ha una vita seguita da una colonna sonora continua, e questa è la cosa più bella del mondo. Nel 98% dei casi, oggi per strada vediamo un ragazzo con le cuffiette alle orecchie. Non c’è più un momento per la musica: ci alziamo e ci addormentiamo con la musica, la musica è poesia, usa un linguaggio universale che non ha bisogno di essere tradotto.

Darwin diceva in fondo che la musica è innata nell’uomo.

Sì. Pensiamo al neonato: il pianto di un bambino è il suo primo atto sonoro, quello con cui viene al mondo, anche quella è musica, anche lui, appena nato, manifesta la musica nell’unico modo in cui può farlo, è uno dei suoi primi bisogni.

In questi 18 mesi, quali altre esperienze hai maturato?

Ho avuto altre esperienze col maestro Tommaso Travaglino, presentando il suo libro in giro per l’Italia: Campobasso, Rimini, Bologna, il prossimo 27 gennaio saremo a Messina e a Palermo, bellissime esperienze. E continuo a suonare ogni domenica sera nella Basilica di Sant’Antonio ad Afragola, con la guida del maestro Pasquale Castaldo.

Sei un talento afragolese di una città che di talenti ne ha molti, ma, ahimè, nascosti. Tra poco dovrebbe aprirsi la stazione Tav che collegherà laq città alle grandi città italiane e europee. Secondo te quali opportunità può dare questo nuovo collegamento?

Collegarsi alle grandi metropoli d’Italia può fra aprire Afragola che è chiusa nella propria cultura, un’ apertura mentale, e queste influenze con altri popoli non possono portare altro che positività.

Come la vedi Afragola da adolescente?

Afragola, come Napoli, è nascosta, ha dei luoghi nascosti. Il sabato sera possiamo vedere anche dell’arte. Nella zona del Parco S., Antonio a volte vedo i ragazzi che affrontano sfide di free style, di stile molto americano, ci sono posti su cui puntare, ma i giovani sono delusi, non hanno quell’immaginazione che può spingerli oltre, non coltivano la passione, non crescono., Questo è il problema: vedere tanti ragazzi stare in quell’ozio costante è terribile, perché è anche Afragola che non li spinge ad attivarsi.

Davide Maiello

Come vive il Natale Davide Maiello?

Si è imposto, categorizzato che a Natale ci siano determinate emozioni, determinati sentimenti. Il Natale deve essere vissuto con un’interpretazione propria, ma che porta comunque un’atmosfera calda. E’ un periodo meraviglioso, che vivo con grande serenità, mi piace tanto l’aria natalizia, il sentimento di rinascita di questa stagione. Vivo il Natale come un periodo felice, un periodo di collettività, anche se è diventato un periodo materialista, in cui alcuni perdono di vista i valori veri, che influenzano ancor oggi la cultura umana. Magari è il periodo in cui c’è più altruismo, una stagione in cui si cerca di portare la felicità a se stessi e al prossimo.

Nell’altra intervista accennasti al rapporto col tuo primo fratello. Parlaci del rapporto con Antonio.

Io e mio fratello abbiamo sempre avuto un rapporto di amore-odio, ma ci siamo sempre sentiti stretti, legati. E’ stato l’esempio a cui ho potuto più accedere, perché ho avuto spunti da lui: lui faceva karate, e io andai karate, lui iniziò violino e lo iniziai anche io, idem l’arbitraggio….C’è sempre stato questo rapporto di ispirazione, di reciproco rispetto, di reciproco amore, di reciproco aiuto. Se io faccio qualche errore, lui mi rimprovera severamente, e quindi mi ha cresciuto come un vero fratello maggiore. Talvolta capita qualche litigio perché siamo entrambi delle teste “dure”, ma raramente, perché ci vogliamo un gran bene. E’ un modello per me, ma non lo voglio dire sennò si monta...(risate).

Solo in una cosa mi pare non ti abbia ispirato: lui segue Giurisprudenza, mentre tu mi dicesti che vorresti intraprendere Medicina…

Sì, fin da piccolo ho sognato fare il medico, ispirandomi anche a mio padre che era responsabile della Croce Rossa Italiana. Vedere il sorriso sul viso delle persone in difficoltà mi ha sempre emozionato, e credo che fare il medico, aiutare gli altri, sia la cosa più giusta per me.

L’altra volta chiudemmo con una tua bella frase, “Suonare è poesia”. In futuro, come si evolverà questa tua passione, se rimarrà tale, o evolverà.

Per me la musica è la voce dell’anima. Ho scoperto qualcosa che mi ha davvero commosso e mosso dentro. Mi capita ancora oggi di emozionarmi ascoltando un brano musicale, e perciò non riesco a capire quei musicisti che suonano con freddezza. Credo che chi intraprende un’arte deve farlo col cuore, ho sempre cercato di emozionarmi ed emozionare, perché se l’emozione non parte da me non può arrivare agli altri. Per me la musica è poesia e rimarrà tale per sempre, la musica smuove sentimenti che con le parole non è possibile fare. Il mio percorso musicale continuerà comunque, anche se dovrò dare il giusto spazio alla musica e all’ambito lavorativo. Voglio restare in Italia, perché voglio provare che non serve la fuga dei cervelli, dobbiamo essere grandi e non dobbiamo esportare questa grandezza fuori dal nostro Paese.

Grazie, Davide, ci risentiamo, magari fra un anno. 
Buon Natale a te e ai lettori del blog.

domenica 18 dicembre 2016

Afragola d'arte. San Domenico - Nota storica e prospetto.


Chiesa di San Domenico o del ss. Rosario

Avvertenza: l’avvicinarsi della pubblicazione della 2a edizione de “Il caso Afragola” mi rende necessariamente più sintetico nelle note storiche di questa rubrica, essendo che esse costituiscono il nucleo del volume di prossima uscita. Ho già spiegato il perché di tale scelta editoriale nei mesi scorsi, ma preferisco ribadirla affinché chi la ignori non accusi poi un abbassamento della qualità dei miei articoli.

Dopo aver trattato le tre storiche sedi parrocchiali, la nostra rubrica riprende fiato e si ferma idealmente presso la seicentesca chiesa di San Domenico o del Santissimo Rosario, nel cuore del quartiere omonimo posto fra Santa Maria e San Giorgio. Il tempio e l’adiacente ex convento furono fondati nel 1602 dai padri dell’Ordine Domenicano, insediatisi ad Afragola fin dal 1575. I predicatori furono inizialmente ospitati presso al chiesa di San Giorgio, in una casa di proprietà della stessa parrocchia, ma poi chiesero e ottennero l’autorizzazione di realizzare una propria struttura al centro del casale di Afragola. Nel 1603 furono completati i lavori della chiesa, mentre il convento, con annessa scuola di Metafisica, fu completato nel decennio successivo, con ampi rimaneggiamenti lungo tutto il XVII secolo. La scuola ospitava sia seminaristi sia giovani del casale, per i quali l’amministrazione si impegnava a versare 20 ducati per la loro istruzione. Il convento afragolese era uno dei principali della Provincia domenicana della Campania, e aveva rendite provenienti sia dai beni di patronato sia da terre possedute in Terra di Lavoro. Nel 1809 fu chiuso per disposizione del regime filonapoleonico instauratosi a Napoli, e i padri furono dispersi per le diocesi campane. Rimasero però due ecclesiastici a custodia della chiesa. Con la Restaurazione, i Domenicani abbandonarono definitivamente la città dopo un tentativo di ricostituzione della comunità, e l’ex convento e la chiesa passarono di proprietà alla municipalità. La chiesa divenne comunale, per poi essere chiusa, mentre il convento fu adibito a carcere cittadino. Per buona parte dell’Ottocento la situazione rimase inalterata, fino al 1899, quando la struttura passò all’Arcidiocesi. Fu quindi costituita una collegiata di sacerdoti nei locali dell’ex convento, e la vita della stessa comunità non fu sempre avulsa da conflitti e lotte per il potere. Nel 1927 la chiesa divenne sede parrocchiale, e tale rimase fino alla riorganizzazione diocesana degli anni Ottanta, quando fu soppressa. Il sisma del 1980 apportò notevoli danni alla struttura, che fu chiusa per diversi anni. Dal 1999 il tempio fu riaperto, a cura dei padri missionari francesi che tuttora svolgono la loro attività nell’antica struttura domenicana.

Il prospetto che il tempio offre al fedele affaccia su una piazza scarna e ancora incompleta nel suo arredo urbano. Un’ elegante cancellata racchiude la gradinata che porta al portale d’ingresso. Questo è racchiuso da lesene piatte e da un piccolo cornicione aggettante che lo separa dalla finestra ad arco, chiusa da vetrate che recano il simbolo della Sacra Ostia. Portale e finestra sono racchiusi da una cornice formata da semicolonne di stile ionico e da un timpano, rifacimenti di fine Ottocento. Al di sotto del timpano leggiamo il cartiglio con la dedicazione della chiesa alla Madonna del Rosario:

VIRGINI A SACRATISSIMO ROSARIO INSIGNE CANONICORUM COLLEGIUM


Adiacente alla facciata e senza soluzione di continuità con questa è il piccolo campanile, con due campane. Il prospetto si presenta semplice e in condizioni degradate, segno della scarsa cura data alla ricostruzione post terremoto.

mercoledì 7 dicembre 2016

Democrazia apocalittica.




Articolo pubblicato su "Kairos" n. 5 del 3 dicembre 2016

Ho già preparato tutto. Ho messo da parte centinaia di chili di alimenti surgelati, ho raccattato quanto più denaro possibile nelle più diverse valute dei più diversi Paesi, ho rinforzato quanto più potevo le pareti del mio bunker sotterraneo delle campagne di Afragola, ho dato abbracci commossi ai miei più cari amici che hanno scelto altre vie di salvezza. Sono dunque pronto. All’Apocalisse referendaria, ovviamente.
In queste settimane più che di un referendum costituzionale si è parlato della fine dell’Italia, dell’Europa e va da sé del mondo il giorno dopo il referendum stesso. Il popolo, i politici, la gente comune, perfino i vescovi e i preti si sono divisi nelle due tifoserie del sì e del NO, nel solito tifo da stadio di ogni tornata elettorale italiana. Però questa volta i toni sono stati totalitari, biblici, apologetici, escatologici. I partigiani del sì hanno promesso la Terra Promessa, un nuovo Ordine (mondiale?), una nuova Alleanza fra Governo e Popolo, e più terra terra un risparmio per le casse pubbliche che è tutto da verificare. I sostenitori del NO hanno gridato che siamo già in Israele, ma niente funziona perché sono i farisei del sì che non vogliono che qualcosa funzioni, che la Costituzione, la nostra Bibbia, funziona perfettamente e non ha bisogno né di modifiche né di esegesi alcuna.
Entrambi gli schieramenti hanno promesso che, se vincono gli avversari, arriverà la fine del mondo, hanno solo diversificato le modalità di estinzione dell’italica razza. Se vince il NO, quelli del sì dichiarano che il governo illuminato cadrà e farà buio su tutta la Terra (e non si capisce perché anche austriaci e cileni debbano essere condannati al nostro stesso destino), la Borsa crollerà, le banche perderanno milioni di dollari/euro/yen (ma non lo fanno già oggi, tipo Monte dei Paschi?), l’equilibrio europeo si spezzerà , lo spread s’innalzerà (insieme al livello del mare, che salirà di botto di due metri ovunque), arriveranno terremoti che manco in Irpinia nel 1980 e via di seguito. Se vince il sì, i sostenitori del NO annunciano che saremo nelle mani dei potentati lobbistici stranieri, che aumenterà la povertà ovunque, che milioni di italiani lasceranno l’Italia per un destino ignoto (ma non succede già adesso?), che torneranno i Savoia (e questo sì che sarebbe apocalittico), che prevarranno le Porte dell’Inferno, vale a dire che con il giochino della nomina dei sindaci al Senato ci terremo per vent’anni personaggi politici sullo stomaco.
L’Apocalisse, dunque, al netto delle trombe degli angeli sterminatori per chi non ha fede religiosa. Forse solo nelle Politiche del 1948 si arrivò a un tale stato di ansia, di scontro frontale, di accuse di annientamento della specie umana se avesse vinto il fronte avversario.
Ora, al netto dell’ironia, bisogna guardare alla realtà: la Costituzione ha bisogno di modifiche perché sono 70 anni che ha solo limature e non cambiamenti organici, e il mondo va più veloce della luce. Ma essa non ha bisogno di QUESTE modifiche, che neppure stavolta ci faranno votare da soli e senza intermediari il Presidente della Repubblica, che in caso di approvazione sarà eletto da una Camera dominata da un solo partito e da un Senato che funzionerà meno senza per questo costare anche di meno.
I sostenitori del sì parlano del “treno che arriva una sola volta nella vita”, dimenticando che è già la seconda volta in 10 anni che votiamo sulle modifiche alla Costituzione; e non riuscendo a farci capire perché chi vota NO è un troglodita uscito dalla caverne mentre chi vota sì è un progressista che punta al futuro, quando il capo stesso della riforma appartiene al partito più antico presente oggi in Parlamento.
Le urne diranno chi ha convinto di più. Intanto, se pure non vi sarà nessuna Apocalisse (in Austria e in Cile ringraziano) pure mi rinchiuderò nel mio bunker da domenica sera, ché sentire i commenti post-voto dei politici è pur sempre una tortura da risparmiarsi.

domenica 4 dicembre 2016

"Il parroco ha pigliato a calci il povero sagrestano..."

Chiesa matrice di Santa Maria d'Ajello, XII - XVIII secolo, Afragola.


Non lasciò indifferente le cronache dell’epoca. Vuoi per il suo carattere sanguigno, vuoi per le chiacchiere sul suo conto da parte di parrocchiani anch’essi non proprio di specchiata moralità, vuoi perché all’epoca non poteva andare diversamente. Certo è che il parroco Romualdo Pelella, a capo di Santa Maria d’Ajello dal 1885 fino alla morte, fu uno dei sacerdoti più discussi dell’Afragola di fine Ottocento. Prima di lui, agli “onori” delle cronache paesane, c’era stato il parroco di San Marco, don Giuseppe Scala, di cui mi occupai un anno e mezzo fa (vedi link in fine articolo).
Sul Pelella disponiamo di alcune preziose fonti pubblicate in un testo del 1996 di Carlo Cicala, “La collegiata del Ss. Rosario”. In questa sede noi analizzeremo le fonti più credibili: una relazione del vicario foraneo e una lettera di un gruppo di afragolesi.

Avaro, vendicativo, manesco…

Il ritratto in negativo del parroco Pelella fu stilato in un rapporto redatto dal vicario foraneo, Michele Sibilio, inviato alla Curia arcivescovile di Napoli il 7 dicembre 1900. In questa relazione, che raccoglieva le indagini portate avanti dal vicario stesso sul discusso sacerdote, emergevano tutte le rimostranze della popolazione e del clero afragolese contro Pelella. In questa fase le trascriverò così come appaiono nel testo del Cicala, per poi dare alcune inferenze storiche sotto la mia unica responsabilità.

Il vicario parte nella sua disamina dalla critiche alla pastorale del parroco, che ai suoi occhi sono peggiori di quelle che seguono dopo, circa la sua condotta morale.
Al capo 1 della relazione, Sibilio scrive che Pelella “non fa mai l’omelia al popolo né nelle domeniche, né in altre feste dell’anno. Solo nelle ore vespertine di alcune domeniche dell’anno spiega il Vangelo dalla cattedra” (1).
Al capo 2, è scritto che il parroco “chiamato per assistenza o per confessione degli infermi, se è in casa sua fa dire che non c’è; se è in Parrocchia, con vari pretesti si nega. Nella messa dei giorni feriali non vuole mai fare la Comunione ai fedeli, e vieta al sagrestano di richiederlo”.
Al capo 3 iniziano ad emergere le sue colpe morali, sempre a detta del vicario: “E’ oltremodo dominato dall’avarizia e dall’interesse, onde avviene che persone specialmente povere, dopo sposate civilmente, vivano in concubinato, perché questo Parroco si nega di benedire le loro nozze, se prima non ha esatto i suoi diritti” (2).
Al capo 5: “Ha introdotto uno scisma tra i sacerdoti beneficiati e non beneficiati nella sua Parrocchia, mentre nelle altre parrocchie vi è un perfetto accordo” (3).
Al capo 8 : "Da ultimo con il suo fare presuntuoso, caparbio, vendicativo, si è reso detestabile a tutto, al Clero e al popolo”.

Nota 1: Il cardinale Sisto Riario Sforza (1845- 1877) nel suo episcopato si era molto impegnato per l’adeguata preparazione del clero diocesano, in un ‘epoca in cui positivismo e persecuzione liberale antiecclesiastica mettevano in discusso il primato morale della Chiesa. Quindi, agli occhi della Curia napoletana che ancora risentiva degli insegnamenti sforzeschi, il non predicare il Vangelo e il non assistere i moribondi era la colpa più grave di un sacerdote con responsabilità parrocchiali.

Nota 2: il matrimonio civile era stato introdotto nell’ordinamento unitario già da quasi 30 anni. I parroci cercavano di impedire il matrimonio civile, considerandolo un’offesa a Dio, non riconoscendo ancora la Chiesa cattolica il Regno sabaudo. Nella prassi, però, si era addivenuti a una tacita accettazione della situazione di fatto, e se i parroci non potevano impedire il matrimonio in Comune, almeno riuscivano ad ottenere che si svolgesse anche quello in chiesa. Il parroco Pelella, da questa testimonianza, lungi dall’apparire un moralista, ci appare contrario ai matrimoni civili solo perché così non può esigere i diritti, cioè i guadagni spettanti dalla cerimonia religiosa.
Nota 3: la critica si riferisce ai benefici che alcuni sacerdoti ricevevano in quanto facenti parte della collegiata del Ss. Rosario, e che volevano comunque celebrare anche nella parrocchia di Santa Maria d’Ajello. In questo caso, però, allo stato attuale delle fonti, sembra che avesse più ragione Pelella che i suoi avversari, come vedremo in un prossimo articolo.

Una lettera degli afragolesi.

Cicala riporta anche una lettera che un gruppo non meglio specificato di afragolesi spedì direttamente all’indirizzo dell’Arcivescovo, enumerando le critiche al Pelella e i suoi comportamenti ben poco evangelici nei confronti dei figliani. Di essa riporto l’inizio e la parte centrale:



Come s’è Ella fidata di mantenere fino ad ora il parroco di Santa Maria d’Ajello al posto di parroco, e non l’ha tolto non lo possiamo intendere, ohimè! (…). Non fa un millesimo di elemosina, se si presenta a lui qualche infelice per strada, chiedendogli qualche cosa, sordo non sente, e se quel poverello spinto dalla fame gli ripete due o tre volte di volere qualcosa, alza il bastone e lo caccia, senza pietade, come si cacciano i cani (…).
Se poi si tratta di spendere e comprare bazzecole, non bada al denaro(…). E’ un superbo fuori limiti, se alcuno poco istruito in quanto volle fedi da farsi per contrarre le nozze, si presenta a lui a dimandare di essere istruito, o poco ha capito, immantinente si alza sbuffando d’ira, dicendo: << Quando si ha a che fare con le bestie, cogli animali, che c’è da rispondere...vedete come si possa fare il parroco...è una morte...non si può tirare avanti...è un continuo mentire...sacrestano, sacrestano>>, chiama, dicendo: <<cacciate quest’imbecille animale fuori,buttatelo giù, nol me lo fate vedere>>. E se il sacrestano non è lesto con le buone maniere a metterlo fuori, dopo uscito quel povero malcapitato, dalla chiesa si sente nella sacrestia rumore, fracasso, grida; ch’è il parroco ha pigliato a calci e pugni il povero sacrestano.

Un sacerdote alquanto irascibile, quindi, il nostro Romualdo Pelella, ultimo parroco dell’Ottocento e primo del Novecento a Santa Maria d’Ajello. Le critiche si riferiscono ai primi 15 dei suoi 40 anni di parrocato, ma è probabile che con l’avanzare dell’età (era nato nel 1846) il suo carattere non sia cambiato in meglio. Sibilio,nella sua relazione, fa capire che l’ira di pelella contro tutti sia dovuta alla sua mancata nomina ad Arciprete, nomina che arrivò nel 1902, al momento non sappiamo se con soddisfazione, oltre che dell’energico parroco, anche della parrocchia. C’è una questione in cui, però, Pelella aveva ragione e i suoi critici abbastanza torto. Ma di questo parleremo un’altra volta.



Articolo correlato: “Un parroco a luci rosse nell’Afragola ottocentesca”, vedi LINK.

domenica 27 novembre 2016

Affare tenebroso, lettura luminosa.


Incontrai per la prima volta Honoré de Balzac (1799- 1850) nel mio cammino nel mondo della letteratura nel maggio 2004. Partecipai a un concorso letterario, per il quale bisognava spedire un proprio racconto a una commissione giudicatrice. Arrivai secondo, e alla premiazione che si tenne a Salerno (fu la mia prima volta anche nella città di Arechi) ricevetti “Papà Goriot”, uno dei più noti romanzi dello scrittore francese. Di quest’opera parleremo nelle prossime settimane, per adesso basti dire che da allora ammiro Balzac, amo Salerno e odio i concorsi letterari – un trittico meraviglioso di sentimenti.
La successiva opera dell’autore d’Oltralpe giunse nella mia biblioteca piuttosto tardi rispetto alla prima, e fu “Un tenebroso affare”, acquistato alla solita bancarella a Port’Alba a Napoli il 27 dicembre 2007. Fu una giornata particolare, quella, la ricordo benissimo anche senza avere sottomano il mio diario dell’epoca. In mattinata visitai il mio antico insegnante, il padre gesuita Pietro Michele Garofalo, nella sua casa in viale Sant’Ignazio di Loyola, ai Camaldoli; e dopo quell’incontro, carico di libri da lui donati, feci incetta di altri volumi in quel tempio della letteratura a basso costo che era Port’Alba a Napoli. In quel giorno molti amici entrarono a far parte della mia cerchia, e ritrovai anche Balzac. Fu un giorno unico, e irripetibile, sia perché Port’Alba è cambiata parecchio (ne ho scritto qualcosa qui: link) sia per la scomparsa di quella fiduciosa speranza giovanile nell’avvenire, che si ha sempre a 20 anni e che termina presto come stoppa al fuoco.
Ma torniamo a dopo dopo questa paura di rimembranza.
Un tenebroso affare”, dunque. Pubblicato nel 1841, è basato, per così dire, su una storia vera: il rapimento del senatore Clemente de Ris durante il periodo del Consolato di Napoleone Bonaparte (1801- 1804). Da questo fatto storico, Balzac realizza la trama dell’opera, che intreccia personaggi reali (Napoleone, Talleyrand, Fouché) a creature della sua fantasia (Laurence Cinq- Cygne, il fattore Michu, il curato di Gondrenville) e realizza una trama densa di azione, di memorabili parti dialogate e col classico colpo di scena finale. Lo scrittore di Tours imbastisce un romanzo che è stato definito “poliziesco” - il primo del suo genere, anticipando il Dupin di Edgar Allan Poe- ma che è un misto tra “noir” e avventura. Protagonista assoluto dell’opera è la Francia postrivoluzionaria, descritta meravigliosamente nelle sue valli e nei suoi campi agresti, per nulla turbati dal caos che regna a Parigi, dove il Direttorio è stato rovesciato e Napoleone si è incoronato imperatore dopo la breve parentesi del consolato. In uno scenario mutevolissimo, dove uomini dell’Antico Regime, come Talleyrand, sostengono Napoleone ma organizzano poi una congiura contro di lui quando si convincono che a Marengo sarà sconfitto – mai previsione fu più bocciata dagli eventi- viene ritratta la contessa Laurence, che dovrebbe essere l’eroina del romanzo. Più che eroina, è un impiastro di prim’ordine, l’unica nota stonata nell’opera. Laurence, che porta il nome di una sorella di Balzac morta anni prima, è dipinta algida e fredda come un uomo, che mostra poco la sua femminilità, che è in contatto coi cugini Simeneuse, nemici della Rivoluzione che li ha privati delle terre e dei genitori, e li fa rientrare segretamente in Francia. Sarà un suo gesto di sfida e di odio verso un ufficiale di polizia, Corentin, a provocare l’avvio di un meccanismo tortuoso e mortale per tutti. Adamantina come una roccia, Laurence si lascia trascinare nel suo odio verso Napoleone dando un fatale consiglio ai cugini, rimproverata dal curato di Gondrenville (“Dite sempre delle sublimi sciocchezze!”) e alla fine si umilierà allo stesso Corso, illusa di aver ottenuto i risultati sperati. Sarà un particolare dimenticato dal fattore Michu a dare un tono tragico alla vicenda: se solo si fosse ricordato che anche i poliziotti sapevano del nascondiglio del bosco….
La spiegazione finale di tutta l’opera sarà data nell’ultimo capitolo, anzi proprio nell’ultima pagina, per tenere desta fin all’ultimo l’attenzione del lettore.
Lettore che è stato esaltato dalla prosa balzachiana, e dalle stupende descrizioni dei tipi umani della società civile, un dono che Balzac aveva e che ritroveremo poi raramente in seguito nel mondo letterario francese.
Prendiamo questa descrizione di Malin, il senatore poi rapito: “E’, come Fouché, uno di quei personaggi che presentano tante facce diverse e tanto spessore sotto ogni faccia, che sono impenetrabili quando giocano e non sono capiti se non molto tempo dopo la conclusione della partita”. Se esistono i dipinti in letteratura, Balzac può benissimo essere considerato il Rembrandt della Francia letteraria ottocentesca.
Cos’era, del resto, la sua  Comedie Humaine , se non un affresco della natura umana?

Titolo precedente della rubrica: “Dracula, il principe della letteratura gotica - link

venerdì 18 novembre 2016

Spazio liturgico e simbolismo medievale.

Giudizio Universale, particolare dell'affresco della chiesa dell'Annunziata in Sant'Agata dei Goti


Nei precedenti articoli sul simbolismo medievale (vedi post di settembre e ottobre sulla pagina Facebook del blog) abbiamo trattato il tema nei suoi risvolti artistici. Ma anche la religione gioca ovviamente il suo ruolo – del resto abbiamo detto più volte come quest’epoca può essere compresa appieno solo considerando la sua natura essenzialmente religiosa. Nel Medioevo, lo spazio liturgico ha una precisa connotazione simbolica. La disposizione interna di una chiesa o di una basilica rispecchia le concezioni medievali dell’azione divina sulla Terra. Di conseguenza, ogni luogo liturgico nel tempio corrisponde a una parte del creato, e solitamente riprende, quando può, le misure della Gerusalemme Celeste descritte nell’Apocalisse. Il fedele medievale, ricco o povero, cittadino o contadino che sia, vede la facciata della sua chiesa spoglia (a meno di edifici grandiosi patrocinati da nomi che contano, di solito dal X secolo in poi, e ubicati nelle città) poiché simboleggia la dura vita terrena. Il portale che immette nella chiesa, se in bronzo o altro materiale plastico, presenta raffigurazioni tratte dal Vangelo. Entrati nel tempio, si abbandona simbolicamente il secolo e si entra in un luogo intermedio fra l’umano e il divino, e tutto avrà una forma allegorica. A cominciare dalla controfacciata, che secondo i canoni liturgici medievali è affrescata con scene tratte dall’Apocalisse, o che comunque riprendono il Giorno del Giudizio universale. Dritto davanti a sé il fedele avrà il Tabernacolo dell’Altare maggiore (o semplicemente dell’unico altare per le chiese più piccole), coperto da un pesante drappo detto capaneo , dal greco konopeion, che era una sorta di zanzariera preziosa che tutelava luoghi molto importanti di santuari e palazzi imperiali. In antico veniva usato per tutelare dall'intromissione di insetti il luogo più sacro del tempio, che custodiva le Sacre Specie. Dal basso Medioevo in poi cominciò a prendere i colori liturgici, sicché in molte chiese esso veniva cambiato a seconda dei colori dei parametri. La navata, unica o centrale, era illuminata da bifore o finestre strette. Solo dall’ XI secolo si inizierà a pensare giochi di luci con ampie vetrate in angoli strategici in modo che essa renda in pratica immateriale l’interno del tempio. Nel 1144 l’abate Suger dell’abbazia di Saint – Denis redasse un’opera, il “De consecratione”, nella quale espose la sua teoria sull’estetica nella liturgia. Per Suger l’arte deve essere un mezzo per accedere al divino, e avvicinare al sacro il popolo di Dio. Se ben utilizzata, l’arte consente l’anagogia, cioè il “movimento” delle anime verso il cielo. L’abate suggeriva quindi che i riti liturgici dovessero avvenire entro precise cornici architettoniche e cromatiche. Innanzitutto gioca un ruolo di primo piano la luce: filtrata da alte finestre ad arco disposte secondo il percorso del sole in cielo, essa dona agli interni dei templi un’atmosfera intangibile, rendendo immateriale l’edificio. Poi gli alti archi rampanti, che danno al fedele entrato in chiesa l’impressione di uno spazio infinito al di sopra di sé. Sempre il fedele medievale era attratto dall’incenso e dai canti in latino delle messe votive che si celebravano sugli altari laterali. Le chiese paleocristiane e altomedievali ebbero un solo altare per il Sacrificio solenne anche per la semplicità dei templi cristiani. A partire da Cluny e dalla riforma cluniacense del X e XI secolo gli altari furono moltiplicati per due motivi: si costruirono chiese più grandi ( pensiamo proprio a Cluny) e si richiede la speciale protezione di santi particolari come i Ss. Pietro, Stefano, Antonio Abate, Benedetto,Scolastica ecc. Oltre che naturalmente l'altare a Maria, segno dell'espansione della devozione mariana ad opera soprattutto dei Papi tedeschi e dei monaci benedettini. Gli altari avevano immagini dei santi titolari, dipinti o musivi, per stimolare l'affezione dei fedeli verso di essi - e fu questo uno dei motivi di scontro con l' Oriente iconoclasta. Altri elementi architettonici di particolare significato erano le absidi e gli amboni. L’accrescimento del numero degli altari durante i secoli centrali del Medioevo sviluppò non solo una rete cultuale dedicata ai santi, ma permise la possibilità di celebrare, in teoria, una messa in ogni ora del giorno, aldilà di quella dell’altare maggiore. Le absidi, elemento architettonico di tipo orientale ma diffusissimo in Occidente, sopratutto dopo il breve regno di Ottone III (vedi il seguente post: link), accolgono il presbiterio o anche il solo altare maggiore, cuore di tutta la chiesa, perché – ecco il simbolismo – Cristo è cuore della vita di ogni cristiano e centro dell’universo mondo. Un altro elemento architettonico è la cripta, spesso funeraria ma non solo, posta di solito al di sotto dell’altare maggiore. In essa si custodivano i tesori e le reliquie, se si trattava di una chiesa abbaziale, o riposavano i defunti, in una chiesa diremmo secolare. Essa richiamava nel suo simbolo le parole della Genesi: “E polvere ritornerai”. Un ritorno alla terra, al di fuori degli occhi del mondo.

Cuore cattolico, stomaco luterano.



Non gli andava proprio giù, no. A Erasmo da Rotterdam (1466- 1536) non piaceva affatto l’usanza alimentare cattolica del venerdì, per la quale era proibito mangiare carne, non essendo lui amante di nessun tipo di pesce. Non riusciva a capire come una tale obbligo – oggi ripreso solo un venerdì all’anno, quello Santo, e neppure da tutti i cattolici – si fosse imposto nella Chiesa. E fu per questo che, nella sua Autoanalisi, scrisse con la solita ironia: “Il mio cuore è cattolico, ma il mio stomaco è luterano”.
Era un modo scherzoso di porre la questione fra Cattolicesimo e Protestantesimo, negli anni infuocati della rottura provocata da Martin Lutero. Nato a Rotterdam – ma forse più probabilmente nella vicina Gouda – come figlio di un prete e della sua governante, presumibilmente il 28 ottobre 1466, Erasmo entrò nell’ordine dei canonici agostiniani e divenne prete nel 1492. Ciò non gli impedì di iniziare già da giovane a criticare le regole monastiche, ormai fuori dal tempo, o il comportamento poco evangelico dei superiori. Lasciato il convento a inizio del Cinquecento, si diede ai vagabondaggi in Europa: studiò a Parigi, conseguì il dottorato a Torino e visse alternativamente tra Olanda, Francia, Inghilterra e Belgio, prima di stabilirsi a Basilea. Dal suo ritiro nella cittadina svizzera, rimasto sempre dichiaratamente fedele a Roma, Erasmo non mancava però di avvertire i Papi che una riforma andasse fatta, per eliminare il consenso alle critiche che sempre maggiori si levavano nelle terre tedesche contro il “papismo”. Rifiutò l’invito di Lutero ad aderire alla Riforma, e al tempo stesso non volle accettare incarichi in Curia da Papa Adriano VI (1521- 1522), olandese come lui e come lui desideroso di eliminare il malaffare insediatosi in San Pietro. Volle restare neutrale, convinto com’era che il suo compito fosse quello di fare da intermediario fra le due fazioni e aiutarle nella ricomposizione. La parte che più gli piaceva era quella di giudice delle idiozie umane, che aveva già raccolto e ridicolizzato nel suo noto “Elogio alla follia”, uno scritto satirico sull’irragionevolezza umana e sulle sciocchezze di cristiani, teologi ed ecclesiastici, redatto nel 1509 durante una visita a Londra dal suo amico Tommaso Moro.
Questa sua indipendenza non fu da tutti capita e non sempre gli fu positiva, ma lui la mantenne convinto com’era che la Riforma era solo uno dei tanti accidenti della Storia della Catholica e sarebbe rientrato presto, tanto più che già negli anni Trenta del Cinquecento iniziavano i primi ripensamenti da parte dei luterani della prima ora. Non seppe prevedere, Erasmo, a causa della sua superficialità nel trattare l’argomento – e, diciamocelo francamente, anche per il timore tutto umano di restare coinvolto in situazioni più grandi di lui in età tarda – che la Riforma stava già creando altre riforme più piccole, e che lo stesso Lutero ormai non aveva più il controllo della situazione.

Erasmo si spense il 12 luglio 1536, per tifo, forse pentendosi alla fine di non essere sceso in campo. Ma il profondo dissidio di quell’anima cattolica nell’intimo e luterana nella pratica non gliel’avrebbe mai permesso.

martedì 15 novembre 2016

Afragola d´arte. San Marco in Sylvis - Le croci e la Pietra di San Marco.

La Pietra di San Marco


Articoli correlati: Nota storica (link), Prospetto e campanile (link), Navata e cappelle (link).
                             Croce templare di San Marco (link).

L’ultimo articolo della nostra rubrica riguardante la vetusta chiesa dedicata al santo Evangelista tratterà delle croci marmoree e della famosa Pietra, tutti ornamenti esterni al tempio marciano.
La “Relatione historica”, poemetto imperfetto che tratta della miracolosa fondazione del tempio e che nell’articolo “Nota storica” abbiamo confutato, riporta che fu l’arcivescovo di Napoli Sergio III, nel 1179, in visita alla chiesa, a farle apporre sulle mura perimetrali. L’arcivescovo fu colpito dalle voci che circolavano sull’erezione del tempio, che sarebbe stato iniziato nel quartiere di Casavico (più o meno dove oggi sorge la chiesa del Santissimo Sacramento, alias San Marco all’Olmo), e sarebbe stato trasportato in volo al sito attuale dagli angeli, che poi l’avrebbero terminato in poche ore, con stupore degli afragolesi al mattino. Le croci dell’arcivescovo avevano quindi valore di simbolo: esse dovevano segnalarne ai fedeli posteri che “tutto quello che v’è dalle croci in su, opera d’uomo non è ma di Giesù” e ricordare l’intervento divino nella costruzione della chiesa. Se dobbiamo prestar fede alla relazione, dovremmo dire che essere segnano i punti in cui gli angeli, nottetempo, si misero a costruire la chiesa lasciata incompiuta dagli uomini. Ma, molto più prosaicamente, notiamo che il topos letterario della chiesa “spostata” dal suo sito originario e terminata per un lavorio angelico è tipico della zona nolana. Già due anni fa, nel trattare la croce templare posta nella seconda cappella destra del tempio, rilevai come molti fossero i legami tra l’area nolana e la chiesa di San Marco. Se difatti c’è un punto in cui presto fede alla relazione, è quello in cui si afferma che il terreno su cui sorge San Marco fu un cimitero occulto di martiri cristiani, di epoca romana, provenienti da Nola. Non sarebbe una cosa strana: dobbiamo immaginare che i cristiani perseguitati cercavano scampo ovunque, e per nascondersi si allontanavano anche diversi chilometri dalle loro abitazioni. Nè deve sorprendere l’umiltà del cimitero in cui furono sepolti dai correligionari: era tipico di quei tempi, e se pensiamo che perfino la tomba di San Pietro fu per un secolo segnalata non da una croce ma da due tegole sovrapposte, la cosa non ci apparirà tanto strana.
Delle molte croci che originariamente dovevano esserci lungo le mura del luogo, ne restano solo due, poste in riquadri scavati nelle mura. Sono di marmo bianco, dai bordi irregolari, e realizzate probabilmente con uno scalpello rudimentale. Di marmo bianco e di forma irregolare è anche la Pietra di San marco, un basolo fissato nelle mura del presbiterio, sormontato da un’edicola che reca tracce sbiadite di un affresco. Tale pietra si è sempre considerata sacra fin da tempi antichi, tanto che, posta originariamente all’interno della chiesa, fu nel 1600 spostata all’esterno, dimodochè i fedeli potessero espletare la loro devozione. La tradizione riporta che, in tempi successivi, si siano seduti su questa roccia San Marco e San Gennaro, mentre si avviava a Pozzuoli, e che essa poteva guarire uomini e animali dai mali del corpo. Anche questa devozione mostra il sapore del “già sentito”: n particolare le virtù taumaturgiche del sasso ricalcano quelle della pietra posta nella Basilica di Pietrasanta a Napoli. Croci e pietre, ammantate di sacro, hanno più un valore folkloristico che artistico, e con esse chiudiamo la nostra permanenza nel tempio marciano. Lungi dal pensare, però, che tutte le storie su di esse non siano nate “non senza disposizione divina”.

La Pietra in particolare

Foto o dipinto?

Autunno a Triflisco (Caserta).

domenica 6 novembre 2016

Dracula - Il principe della lettura gotica.


Dracula di Bram Stoker, uno dei migliori film horror della Storia.

Ultimo dei romanzi gotici, “Dracula – il Principe delle Tenebre” è uno di quei libri che segnano per la vita. Abraham Stoker, che lo diede alle stampe nel 1897, giusto alla fine di quell’Ottocento romantico e tenebroso che era iniziato con “Frankestein”, ha creato, forse per l’ultima volta nell’ambito del romanzesco, un archetipo che ha lasciato ben presto le pagine del suo unico libro per acquisire una vita propria, più “vera” di quella dello stesso autore. Capita sempre così, con i capolavori: usciti dall’ingegno fantasioso di un autore, lo surclassano nella realtà. La massa, “la grande massa priva di capacità analitica” (cit. Sherlock Holmes), conosce abbastanza fedelmente, per sentito dire, le vicende del dottor Jekyll e mister Hyde o che Robinson Crusoe è rimasto naufrago per decenni su un’isola deserta; pochi però, al di fuori degli appassionati, ricorda chi fossero Robert Louis Stevenson o Daniel Defoe. Così è capitato anche col conte Dracula, assurto a vita autonoma mondiale in vece di Stoker, morto dimenticato 15 anni dopo l’uscita del suo unico successo.

Luoghi tenebrosi, morti misteriose, crescendo d’ansia.

Già l’inizio del libro è immerso nell’azione, col giovane avvocato Johathan Harker che attraversa i selvaggi territori dell’estremo Oriente europeo, diretto in Transilvania, per giungere al castello del suo cliente, isolato in cima a una montagna, assieme a un muto e misterioso cocchiere, durante la notte di Valpurga. Il conte appare come un vecchio ospitale e stravagante, dalla pelle bianchissima e dalla stratta di mano d’acciaio, e in meno di una settimana Harker dovrà ricredersi mostruosamente sul suo conto. Un piano diabolico, che ha atteso la sua realizzazione per secoli, è ricostruito indizio dopo indizio dal lettore attento, tenendo presenti tutti gli episodi anodini delle lettere dei vari protagonisti (il romanzo è in forma epistolare), nel mentre avvengono morti inspiegabili. Solo tardi, quando Lucy Westerna, amica di Mina, fidanzata di Harker, sarà vampirizzata, si capirà che il conte è a Londra, nella civilissima Londra, pronto a popolarla con migliaia di Non- Morti. La scena della liberazione di Lucy dalla maledizione del vampiro è una delle più terrificanti che siano mai state scritte, una delle scene madri del libro. Da allora in poi il gruppo di eroi, guidato dal professore Abraham Van Helsing, e composto da Harker, Mina, Quincey Morris, John Seward e Lord Godalming, si batterà anima e corpo contro il conte. Sfuggito a un attacco a Londra per un caso fortuito, il vampiro verrà definitivamente eliminato giusto al tramonto di una sera di novembre, in Transilvania, al di sotto dell’altura dove sorge il suo castello. Morris morirà nell’impresa, ma avrà l’onore di dare il nome al figlio degli Harker, che porta anche quelli degli altri del gruppo.

Il conte e il professore.

Dracula e Van Helsing. Il romanzo può benissimo basarsi su questa dicotomia. Se nella prima parte del libro tutti i personaggi hanno una dignità e uno spazio uguali, all’arrivo del professore sulla scena non ce n’è più per nessuno. Van Helsing capisce immediatamente che Lucy non sta soffrendo di anemia; è l’unico del gruppo dei protagonisti a conoscere la natura del vampiro, a rendersi conto che la giovane e solare ragazza è diventata parte della schiera dei Non- Morti, e bisogna passare alle conseguente estreme: ficcarle un paletto nel cuore e tagliarle la testa. Ancora, è lui a organizzare l’azione, a consacrare le casse di terra fatte portare dal conte a Londra, ad indovinare i passi del conte in fuga. Gli altri sono tutti pedine nelle sue mani, quando non lo diventano nelle mani del conte, e per questo il romanzo gira intorno a questi due protagonisti assoluti, il Bene e il Male, il professore e il conte, lo scienziato che porta con sé l’Ostia consacrata ovunque e l’antico guerriero che impalava i turchi invasori della Romania. Gli altri hanno il loro ruolo ma sono da contorno: la stessa Mina, “amante di sangue” del conte, viene abbandonata da questi quando capisce che Van Helsing gli ha tolto ogni rifugio a Londra. Il vecchio scienziato dai capelli rossicci e dalla fede incrollabile in Dio fa da contraltare al conte, che un tempo difendeva i suoi domini in nome dello stesso Dio, ma che ora si è rivolto alle tenebre.

Grande romanzo, fine ingloriosa.

Molte sono le scene di autentico terrore nel romanzo: la comparsa di Lucy fuori dalla sua tomba, quando anche i nervi di ferro di Van Helsing cominciano a cedere; la sua depurazione, per mano dell’amato Lord Arthur; le passeggiate notturne di Harker per il castello di Dracula; l’apparizione delle tre spose di Satana, prima nel maniero e poi nella selva della Transilvania. Un’opera del genere avrebbe dovuto avere una fine all’altezza. Ora, i gusti sono gusti, e magari Stoker era un sentimentalista della prima ora e noi siamo troppo abituati a finali di sangue grazie alla buon’anima di Wes Craven. Ma che il conte faccia quell’assurda fine (non la rivelo per non rovinare la lettura a chi non la conosca), è davvero una toppa, l’unica del resto, in un bellissimo abito da cerimonia nero lucido. Nero come la notte. Nero come il mantello del misterioso occhiere dai denti aguzzi. Nero come le vesti del di Dracula, dal volto pallido e dagli occhi rosso. Rosso sangue.

Titolo precedente della rubrica: Ivanhoe, l´eroe mancato - link.

lunedì 31 ottobre 2016

Capodanno nel Medioevo.

Una tipica meridiana medievale




BUON ANNO! MA QUANDO?

I Romani erano soliti iniziare l’anno il 1 gennaio, secondo la riforma attuata da Giulio Cesare durante il I secolo a. C.. Il Medioevo, il cui carattere essenziale, non ci stancheremo mai di ripeterlo, era la profonda religiosità, si discostò da quest’uso, adottando varie soluzioni. La più comune era quella di far partire l’anno dal 25 marzo, data tradizionale del concepimento di Gesù ad opera dello Spirito Santo. Era l’uso “ab Incarnatione”, in vigore nei regni sassoni dell’Inghilterra e poi sotto il regime normanno dell’isola, e a Firenze. Un altro uso era quello di far iniziare l’anno il 25 dicembre, alla nascita di Cristo: l’uso “ab Nativitate” era in vigore a Roma, nei principati ecclesiastici tedeschi e in Catalogna. Più complesso far iniziare l’anno in coincidenza con la suprema festa cristiana della Pasqua, che è una festa mobile, che varia dal 22 marzo al 24 aprile. L’anno civile in tal caso poteva durare dagli 11 ai 13 mesi! Per ovviare a tale problema, i giorni differenziali venivano contati come facenti parte dell’anno appena trascorso: se la pasqua cadeva il 5 aprile 1216, e l’anno successivo invece cadeva il 18 aprile, i 13 giorni in più erano contati come facenti parte del 1216. Tale sistema fu in uso in Francia, dal XII secolo in poi. Fu solo dal XVI secolo in poi che si riprese l’uso di iniziare l’anno dalla data della Circoncisione, il 1 gennaio, forse sotto l’influsso dei mercanti che tenevano a un sistema di computo unico per tutte le nazioni.

IN CHE ANNO SIAMO?

L’uso romano di contare gli anni dalla fondazione di Roma (ab Urbe condita) si perse in Occidente solo progressivamente, e sembra scomparso del tutto e ovunque solo dai tempi di Papa Gregorio Magno (590- 604). Ma non si passò neppure immediatamente al conteggio basato dalla nascita di Gesù: nel V secolo si usava datare in relazione agli anni di regno di un imperatore (fino a quando ce ne furono), di un Papa o di un sovrano romano- barbarico. Nel VI secolo, com’è noto, Dionigi il Piccolo adottò il sistema di numerazione “ab Nativitate”, metodo diffuso prima in aabito monastico e poi in ambito pubblico. La datazione dalla anscita di Gesù divenne un sistema universale in un mondo che aveva sconfitto il paganesimo e ove quasi tutti i popoli europei erano cristiani, e rese universale ogni datazione, prima indicata in forma relativamente locale, come abbiamo accennato. Talvolta, nei documenti pubblici, compare anche la numerazione basata sulle Indizioni. Esso era un calcolo dell'anno di uso romano, legato al sistema d'affitto di terre del demanio, che durava 15 anni. Caduto l'Impero, fu utilizzato ancora come sistema di computo, togliendo 3 anni alla cifra di un anno (i cicli iniziarono nel 3 a. C.) e dividendo per 15.                                                    
 Ad esempio, il 1143 fu il sesto anno del ciclo 76, perché (1143 – 3) :15 = 76.

domenica 30 ottobre 2016

La devozione per i santi ad Afragola, tra passato e presente.

Madonna delle Grazie fra i Ss. Paolo, Antonio e Pietro.

Città di antico insediamento (Ruggero il Normanno permettendo o meno), Afragola ha sempre avuto una religiosità viva, talvolta eccessiva fino a trascendere nella superstizione. E’ stato in effetti il destino del Cristianesimo un po' ovunque nelle terre a sud di Roma: sostituire, spesso confondersi con i culti pagani locali, rinverdirli sotto altra forma, pur apportando quella novità eccezionale che è il messaggio evangelico al paganesimo preesistente. Abbiamo già detto, in un precedente articolo di un anno fa circa, della devozione mariana che gli afragolesi manifestano da tempo; e qualcosa di più esteso dirò nella seconda edizione del mio “Il caso Afragola”, in ristampa a partire da inizio 2017. Ma anche il culto dei santi, devozione, come quella dedicata a Maria, tipicamente cattolica, ha sempre avuto vasta accoglienza presso il nostro popolo, convinto nell’opera di mediazione dei santi tra l’umano e il divino. A questi uomini di eccezionali virtù gli afragolesi hanno affidato le loro suppliche, le loro pene, i loro ringraziamenti per una grazia ricevuta, e generazioni di famiglie sono state sempre devote a “determinati” santi, come dimostrano le dedicazioni degli altari di patronato nella chiese (ne parleremo in un prossimo articolo).

Le devozioni afragolesi.

Potrei citare Sant’Antonio da Padova, per esemplificare tutto, ma il Santo delle Tredici Grazie non è l’unico a cui gli afragolesi di rivolgano in momenti di difficoltà. Innanzitutto, bisogna dire, proprio a proposito di Sant’Antonio, che il suo culto fu rafforzato dai francescani insediatisi nel nostro territorio a partire dal 1631, ma non fu introdotto da loro: come testimonia il bellissimo e anonimo affresco della chiesa di San Marco in Sylvis, che mostra il Santo in una veste iconograficamente diversa da come lo conosciamo, egli era venerato dagli afragolesi già dall’inizio del XVI secolo (l’affresco è datato 21 agosto 1521, unica data certa del panorama afragolese prima dell’avvento di Angelo Mozzillo due secoli dopo). Nello stesso polittico vediamo ritratti anche San Pietro, che porta una spada o piccolo coltello, in memoria del noto episodio evangelico nel Getsemani, e San Paolo che porta una croce. Afragola è “affezionata” ai due santi: delle loro rappresentazioni erano presenti nelle nicchie della facciata della chiesa della Scafatella, che risale allo stesso periodo, più o meno, di San Marco; e un tondo di San Pietro era ospitato nell’oratorio della Confraternita dell’Immacolata, adiacente a Santa Maria d’Ajello. Non solo: secondo la leggenda, San Marco, che di Pietro fu discepolo e segretario, si fermò per primo presso la pietra che porta il suo nome. Sempre nell’antico tempio marciano, che presenta notevoli pitture della fine del periodo medievale, abbiamo anche una rappresentazione di Santo Stefano, ritratto con un rivolo di sangue che gli esce dalla fronte, a memoria del suo martirio (fu ucciso con la lapidazione). Santo Stefano non è un santo che viene rappresentato ovunque, nell’area a nord di Napoli e tanto più importante è quindi la presenza in questo tempio afragolese. I nostri avi ebbero poi speciale devozione per tre santi guerrieri, simboli della lotta armata contro il demonio: San Michele Arcangelo, San Giorgio, San Martino. I primi due hanno ancora chiese loro dedicate, il terzo la ebbe, anzi potrebbe essere stata la prima in assoluto costruita sul nostro territorio, ma fu distrutta definitivamente nel XVIII secolo- un ricordo di San Martino resta comunque in una tela e in una cappella dedicatagli, entrambe in San Giorgio. Tale devozione “bellica” non è un mistero: il territorio della futura Afragola fu, nell’Alto Medioevo (V- X secolo) al confine tra il mondo bizantino, che venerava San Giorgio, santo orientale, e quello longobardo, che faceva di San Michele, dopo la conversione al cattolicesimo, il suo santo patrono in tutti i conflitti con gli altri popoli. San Martino, uomo d’arme e poi vescovo francese, fu un culto quasi certamente introdotto nell’età normanna, dal XII secolo in poi. Dal XVI secolo, fu introdotto il culto di San Domenico, ad opera dei frati domenicani insediatisi nel 1581 nel rione San Giorgio, mentre l’insediamento dei frati sul territorio, a partire dal 1631, favorì la devozione all’Immacolata, favorita dai frati medesimi. Piu´complesse le vicende delláffezione a San Gennaro, di certo in conseguenza dell´influenza proveniente dalla Capitale, ma poco sentita al giorno d´oggi dagli afragolesi (vedi nota a fine articolo). San Giuseppe ha oggi una cappella dedicatagli fin dai tempi storici in Santa Maria d´Ajello e due statue, una nel tempio dei domenicani e l´altra nel Santuario dei Ss. Cuori. Il suo culto tradisce la devozione che i nostri padri hanno sempre sentito per la Sacra Famiglia e per le tradizioni patriarcali.


San Nicola di Bari
Santi “scomparsi”.

Non sempre una devozione è rimasta nel cuore degli afragolesi: il passare dei secoli ha spento il vivo sentimento religioso che portava a intitolare una chiesa, una cappella o una strada a un santo o a una santa in particolare. Le Sante Visite apostoliche degli arcivescovi di Napoli in città annotano chiese dirute e lasciate abbattere senza che le intitolazioni fossero riprese. Ad esempio, fino al Cinquecento è esistita nell’attuale Piazza Municipio una chiesa intitolata a S. Nicola da Bari. A inizio Seicento risulta già abbattuta senza che il santo avesse intitolata una nuova chiesa, anche se la sua devozione fu “trasferita” alla chiesa madre di Santa Maria d’Ajello, tanto da divenire il patrono della famiglia Corcione – una tela ritraente il santo è ancora custodita nella chiesa mariana.                                                   Meno “fortunato” è stato S. Tommaso: a lui era intitolata una cappella esistente presso l’attuale chiesa di San Domenico (conosciuta popolarmente come chiesa del Ss. Rosario), abbattuta già in epoca moderna: a tutt’oggi non esiste nessun luogo di culto dedicato al santo. La lista si allunga con S. Leonardo: ritratto in una nicchia nella strada a lui intitolata, oggi non ha né l’una e nè l’altra: la nicchia è scomparsa (già nel 1835 era segnalata come distrutta) e la strada è oggi nota come via Principe di Napoli. Stessa sorte per Santa Caterina: onorata di una strada a lei dedicata in un punto non meglio precisato fra la chiesa di S. Domenico e quella di S. Giorgio, certamente per la presenza di una nicchia che ne ospitava un’immagine, oggi non ha titolarità né di un luogo di culto né di una via. Dal Seicento viene introdotta la devozione per la Madonna del Carmine, in un modo “inusuale”. Ma di questo parleremo un’altra volta.


Note correlate

1. Per il culto dei tre santi guerrieri in Afragola, rinvio ai seguenti link: S. Michele (link), S. Giorgio (link), S. Martino (link).

2. Per il cuto di S. Gennaro: link.

3. Per il culto di San Nicola di Bari: link.

domenica 23 ottobre 2016

Afragola d´arte. San Marco in Sylvis - Navata e cappelle.

Affresco della Vergine con Bambino adorata dai Ss. Pietro, Paolo e Antonio. Ignoto, 1521.

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L’interno di San Marco si presenta a unica navata allungata e di forma rettangolare. La volta non esiste, e le capriate lignee che sostengono il tetto sono ben visibili. L’ambiente è intonacato di bianco e illuminato da piccole monofore, risalenti alal fabbrica medievale, e da finestroni moderni. La controfacciata presenta la balconata della Cantoria, il cui elemento precipuo è il tondo chiuso del piccolo rosone che un tempo illuminava la chiesa. La Santa Visita del cardinale Cantelmo, risalente al 1698 e che abbiamo usato spesso per la nostra rubrica, riporta che tutte e tre le antiche chiese di Afragola presentavano un rosone di piccole dimensioni, ma solo San Marco l’ha conservato, sia pure “tappato”. Su questa piccola particolarità, e sul perché il tondo sia fuori asse rispetto alla facciata, rinvio a questo articolo: link. Tornando a noi, la navata presenta archi in muratura che dovrebbero risalire ai restauri vandalici del 1868, regnante sulla parrocchia il discusso parroco don Giuseppe Scala (vedi questo link per sapere di cosa stiamo parlando, se non lo sai ancora).
I primi due archi a sinistra immettono in cappelle intercomunicanti. La prima, che era di patronato della famiglia De Iorio, mostra l’opera più preziosa della chiesa, e più antica di Afragola: l’affresco polittico della “Vergine delle Grazie con Bambino”. L’opera ritrae la Madonna con il Bambino nel registro superiore, e tre santi in quello inferiore, il santo centrale è Sant’Antonio di Padova, ed è da notare che questa è la più antica immagine del Santo esistente ad Afragola. La vivacità dei colori e lo sguardo della Vergine fanno pensare allo stesso autore ignoto dell’affresco originario della Madonna di Costantinopoli nella Scafatella, cappella che condivide con la chiesa dell’Evangelista la posizione ad est, eccentrica rispetto all’abitato. In basso a destra, abbiamo anche la data di completamento dell’opera: 31 agosto 1521. Questa è l’unica data certa per quanto riguarda tutta la produzione artistica afragolese in epoca prebarocca, prima dell’avvento di Angelo Mozzillo, vecchia “gloria” del nostro blog (clicca su questo link); per dare un’idea della vetustà dell’affresco, si pensi che nel 1521 Santa Maria era ancora a navata unica e San Giorgio aveva l’entrata ancora rivolta a est.
Fra il terzo e il quarto arco a sinistra vediamo un’altra apertura ad arco della chiesa, la quale all’esterno si presenta sormontata da un altro arco, un tempo ospitante un affresco della Vergine col Bambino. Questa particolarità architettonica stava a significare l’importanza dell’ingresso, detto dei Notabili, da dove accedevano i maggiorenti del rione. Il quinto arco presenta un calpestio più basso rispetto al pavimento, e porta a pensare che quello della fabbrica originaria fosse a una quota inferiore rispetto a oggi, come abbiamo già detto in un precedente articolo. Sul fondo, è stato rinvenuto nel 1987 un’antica nicchia con i resti, sfocatissimi, del “Monte Calvario”, risalente anch’essa al Cinquecento. 
Madonna con Bambino, ignoto, XVI secolo
A destra troviamo le altre due cappelle, molto più profonde rispetto a quella sinistra. Subito dopo il terzo ingresso della chiesa a sud, nel quarto arco si apre una vano decorato con stucchi barocchi nel Seicento, e dedicato a San Giovanni Evangelista, di cui è conservata un’effige. La cappella presenta un altare in muratura e una cupoletta semisferica senza tamburo e poggiante direttamente sul soffitto della cappella stessa. Nel pilastro fra quarto e quinto arco è visibile un affresco del XVI secolo raffigurante la Madonna con Bambino, ancora in buone condizioni di visibilità e con colori vivaci. Il quinto arco presenta l’ultima delle tre cappelle, molto più elaborata delle altre, e dedicata, come la prima, alla Vergine delle Grazie, di patronato della famiglia Alfieri. La parete sinistra presenta un trittico sbiadito che mostra la “Madonna con Bambino fra Santo Stefano e San Marco”, sormontate da una lunetta in cui sono visibili lacerti di affresco del “Creatore”. Faccio rilevare sopratutto l’immagine di santo Stefano Protomartire, con un rivolo di sangue che gli esce dalla fronte, a ricordo della sua morte per lapidazione, e rarissima rappresentazione del santo nell’area a nord di Napoli.
Il presbiterio è un vano rettangolare illuminato da un finestrone posteriore all’altare a mensa, di fattura recente e che custodisce una reliquia di San Luigi Orione. Dell’altare settecentesco non si ha più traccia. Un’immagine poco originale del Santo titolare chiude il presbiterio e la navata. Da qui arriviamo alla sagrestia, che occupa il piano basamentale del campanile. Nel piccolo vano è presente un’ edicola con un affresco raffigurante la “Vergine che regge il Cristo morto”.
(Continua).