giovedì 28 gennaio 2016

Una fontana...ballerina

Fontana di Nettuno, quand'era ancora in via Medina

Ma chi l'ha detto che i monumenti sono immobili?
Siamo abituati a pensare a essi come manufatti eterni o almeno dotati di lunga vita (ammesso che non ci siano olandesi nei paraggi) e soprattutto stabili, nel senso di fermi al loro posto. Ma è un'impressione falsa, ovvero non applicabile a tutte le vestigia del passato.
Prendiamo ad esempio la fontana napoletana di Nettuno. Quando iniziai le mie esplorazioni adolescenziali di Napoli, acquistai a Port'Alba un libretto molto utile scritto nel 1995, da un tale Gennaro Ruggiero, intitolato "Le piazze di Napoli". Il volumetto dava informazioni storiche, artistiche e perfino toponomastiche delle principali piazze napoletane. Fu così che conobbi la Fontana di Nettuno, che osservate nella foto. Una balaustra circolare che presenta 4 ingressi affiancati da leoni che sorreggono uno scudo e versano acqua dalla bocca, in un bellissimo richiamo di fontane di stile greco. All'interno, poi, troviamo una vasca ottogonale con 4 satiri, figure per metà umane e per l'altra animali, che sorreggono a loro volta la statua del dio Nettuno, contornata da delfini.
Il complesso fu fatto realizzare per volontà del vicerè spagnolo Enrique de Guzman conte di Olivares, che investì della realizzazione lo scultore Domenico Lauria. La parte centrale è stata attribuita a Pietro Bernini, padre di Gianlorenzo, mentre la statua di Nettuno fu scolpita da Michelangelo Naccherino.
E' nota, almeno a me, come la Fontana ballerina, perché ha subito notevoli spostamenti nel corso della sua storia: collocata all'inizio presso l'Arsenale, all'attuale via Nuova Marina, nel 1622 fu trasferita  al Largo di Palazzo, attuale Piazza Plebiscito. Un quindicennio dopo, nel 1637, la troviamo presso Castel dell'Ovo. Nel 1995, quando scrive Ruggiero, era sistemata in piazza della Borsa, attuale piazza Bovio. E, annotavo di mio pugno a fianco allo scritto dell'autore, "veramente, all'11 dicembre 2007 era in via Medina!".
Finalmente a riposo? Macché: mentre scrivo, la fontana adorna la Piazza Municipio recentemente restaurata. E sembra aver trovato finalmente la sua sistemazione...ovviamente, fino al prossimo trasferimento!

lunedì 25 gennaio 2016

Shoah, il rischio di dimenticare.


Articolo pubblicato sul n. 4 del settimanale "Nuovacittà" del 27 gennaio 2012

L'avvicinarsi della ricorrenza del 27 gennaio, proclamata dal Parlamento Italiano come "Giornata del Ricordo" per le vittime dell'Olocausto nazista, ci impone di ripensare a quei morti, non solo ebrei, che persero la vita per la follia di un uomo, sostenuto per lungo tempo da milioni di altri uomini. Non starò qui a ricordare a chi legge cosa sia la Shoah (termine ebraico che significa catastrofe) né come si sia arrivati a quei 10 milioni di morti nei campi di sterminio o sui campi di battaglia; le vicende di quel quinquennio centrale del Novecento sono ormai entrate nel nostro bagaglio culturale fin dai primi studi elementari. Il peggior nemico che quei morti devono oggi affrontare è la dimenticanza. Sembra paradossale che un evento storico possa venire dimenticato, ma non è cosi. Ogni avvenimento porta con sé una carica emotiva che ne accompagna il ricordo e lo preserva dall'oblìo; passata questa, i fatti si cristallizzano,e nel giro di un paio di generazioni essi vengono analizzati freddamente e i particolari vengono dimenticati. Ciò risponde innanzitutto a una logica umana: i giovani di ogni epoca mostrano scarso interesse verso ciò che è accaduto prima della loro nascita, essendo naturalmente proiettati verso il futuro, e non capiscono le passioni di quanti hanno vissuto gli eventi che essi liquidano così sveltamente. Poi c'è la logica prettamente storica: l'umanità non è mai "ferma", ogni anno avvenimenti sempre più diversi si susseguono sul palcoscenico globale,e così il ricordo di quelli passati si riduce alle cerimonie ufficiali celebrate in qualche giorno ufficiale.
Le conseguenze di queste due logiche le abbiamo sotto agli occhi: tanto per rimanere in tema di tragedie, nessuno di noi si batte più il petto per l'eccidio degli Indios compiuto dagli spagnoli nel XVI secolo o per quello, più vicino temporalmente e geograficamente, compiuto dai Giovani Turchi negli anni 1920-1922 ai danni degli armeni nel Caucaso, pur ammettendo che entrambe sono pagine vergognose per l'umanità e i popoli che hanno commesso quelle stragi; l'assassinio di Kennedy ci impressiona ancora più per la pletora di teorie del complotto nate intorno ad esso che per l'omicidio in sè; e già le immagini dei tedeschi assiepati intorno alle rovine del Muro di vent'anni fa iniziano ad avere la patina giallastra del "già visto".
Il genocidio nazista attuato ai danni di persone di varia fede e nazionalità ci colpisce, a differenza degli altri, per la pubblicità straordinaria avuta subito dopo la fine del conflitto,e sostenuta da un numero di pubblicazioni impressionante. Come testimonia Henry Friedlander nel suo "Le origini del genocidio nazista", già dalla fine degli anni Quaranta furono allestiti processi in Europa e in America contro i crimini nazisti, che portarono alla luce una documentazione immensa, finita di esaminare solo negli anni Sessanta. Eppure, già allora iniziò la reazione, per certi tratti di fastidio, rispetto alla celebrazione del dolore collettivo per le vittime naziste; reazione arrivata fino alle ben note teorie di Irving di qualche anno fa. Il punto principale dei "reazionari" era che non erano solo gli ebrei a essere morti nelle camere a gas, e che quindi c'era un "monopolio della memoria" da parte ebraica; da qui, i tentativi per sconfessare tout court la memoria della Shoah. Anni dopo, quella poderosa pubblicità ha avuto l'effetto, questo sì che realmente paradossale, di alimentare filoni di antisemitismo che si mescolano senza continuità a rivendicazioni palestinesi per un territorio proprio e a presunte lotte contro un potere occulto organizzato dagli ebrei (a dire il vero, storie del genere l'avevamo già sentite prima del nazismo, già col caso Dreyfus in Francia). Oggi, dunque, il rischio è che la memoria della Shoah venga dimenticata, sia per il tempo trascorso, sia per l'eccessiva retorica che l'avvolge, che ha sostituito quel dolore privato e collettivo che ne causò la nascita.

sabato 23 gennaio 2016

Fonti storiche e topoi apologetici. Il caso dello Stilita.

Simeone lo stilita
I testi apologetici dei santi del primo millennio sono opere che ogni storico e ogni divulgatore storico dovrebbe prendere con le pinze. Liquidare tutta questa produzione col nome di favole, come qualche studioso medievista ha affermato, è una soluzione fin troppo sbrigativa, e tradisce una scarsa passione per l' analisi dei documenti storici, quali queste apologie sono, e che come ogni documento, potrebbero dare qualche risposta, se le domande sono giuste.
Si badi: non si sta affermando la scientificità di tali racconti, ma si vuole sottolineare che anche essi, in quanto prodotto dell'ingegno di qualche autore, posso dire qualcosa e sull'autore e sull'epoca in cui quest'ultimo è vissuto. Un “classico” in questo senso è l'imponente raccolta di vite dei santi di Jacopo da Varazze, del XIII secolo, conosciuta col nome de “La legenda aurea”.

Analizziamo come esempio la vita di un monaco eremita del IV secolo:

Ad Antiochia, in Siria, un monaco pio, Simeone, cercando di piegare il corpo ad austerità sempre più gravi, giunse a penitenze spaventose. Avendo deciso di non mangiare nulla durante la quaresima, si fece murare per quaranta giorni in una cella. Ebbe poi l'idea di stabilirsi sopra una colonna per trascorrervi i giorni e le notti. Dapprima salì su di una colonna di 3 metri. Dopo alcuni anni, passò su di una colonna più alta, poi su di un'altra più alta ancora.
Infine visse circa 30 anni su di una colonna di 18 metri. Stava su di una piattaforma di circa 4 metri quadrati. Un parapetto lo circondava, ma non vi era alcun riparo; solo, in mezzo al quadrato, un palo, al quale egli si legava durante il digiuno quaresimale. Di solito stava in piedi, esposto alle intemperie, bruciato dal sole. Pregava per tutta la notte e tutta la mattina, piegandosi più di mille volte al giorno in inchini profondi. Simeone morì sulla sua colonna e la sua morte venne constatata soltanto due giorni dopo. Aveva 70 anni e per 37 aveva condotto quella vita.

Nella redazione ho tralasciato l'elencazione dei numerosi miracoli e delle storie collaterali a quella di Simeone lo stilita, come fu poi definito il protagonista di questo racconto.
Possiamo tuttavia ritrovare nel breve testo esposto vari topoi di tipo religioso, che tradiscono la natura didattica di questa vita, vale a dire l'intenzione di dare esempi di esistenze edificanti e votate al sacrificio, in un'epoca in cui la Chiesa coeva non ne dava molti.
Innanzitutto, l'elemento caratterizzante di Simeone è il suo rifiuto del mondo e della vita attiva, visti come impedimenti per la sua ricerca dell'Essenziale. Tale motivo è un'eco della fuga dal mondo dei Padri della Tebaide dei primi secoli cristiani, scelta di vita che la Chiesa inizialmente vide in maniera sfavorevole in quanto era un arrendersi di fronte alla lotta contro il Male. Salvo poi farne una regola codificata con la creazione degli Ordini di vita consacrata. La notorietà di Simeone sta nell'aver scelto come mezzo di isolamento una colonna alta diversi metri, alla quale però potevano accedere, in determinate ore del giorno, coloro che desideravano parlargli. E osserviamo che anche il ricorso al rifugio della colonna avviene dopo il tentativo di isolarsi in una cella, già sperimentato ad esempio da sant'Antonio Abate che prese posto in una grotta.
Le umiliazioni corporali del periodo quaresimale pure richiamano modelli classici della Chiesa primigenia che si erano abbandonati lungo i secoli, o perlomeno essi erano sempre meno apprezzati in un mondo, quello del XIII secolo, che vide la fondazione degli ordini dei Padri Domenicani e Francescani proprio come ripresa di quegli antichi modelli.

Abbiamo infine l'accenno al termine della vita avvenuto a 70 anni, età indicata già nella Bibbia come traguardo dell'esistenza terrena e rinnovato da svariati autori religiosi e non della letteratura, a cominciare da Dante e dal primo verso, fin troppo abusato, della Commedia.

venerdì 15 gennaio 2016

Afragola e le antiche tradizioni religiose


La nostra vita si svolge in un'epoca febbrile, fatta di scadenze precise e appuntamenti puntuali. Difficilmente, dunque, possiamo immaginare i tempi lenti perché lentamente scanditi dei nostri bisnonni. Le giornate passavano scandite dai rintocchi dei campanili, sul breve periodo, e dall'alternarsi delle stagioni, sul lungo. Un contesto rurale che riguardava tutta l'Europa e che passò indenne persino dalla furia “civilizzatrice” delle rivoluzioni sette/ottocentesche, ma che ha dovuto soccombere con l'introduzione di tempi di produzione industriale veloci e meccanizzati.
Scrisse Edward Gibbon che un inglese del XVIII secolo era più simile a un antico romano che a suo figlio del secolo successivo. Potremmo adottare questo paragone calandolo nella realtà storica e geografica di Afragola, affermando che un afragolese del 1916 trovava più cose in comune con il suo avo del 1016 che con il suo pronipote del 2016. Scandire il tempo significava dominare il tempo, e quindi le vite. Non sorprende che uno dei primi atti delle società civili appena costituite fosse l'erezione di una torre civica con tanto di orologio, in modo da organizzare il tempo secondo usi civili e non più religiosi. Tuttavia, il culto cristiano si era così velocemente e profondamente impossessato del tempo che le tradizioni (alimentari, festive) che da questa scansione scaturirono sopravvissero fino ad arrivare, non tutte e in gran parte modificate, ai nostri giorni.
Qui si dà un elenco abbastanza particolareggiato delle tradizioni agricole afragolesi: parlo di tradizioni rurali perchè la vita cittadina, iniziata di fatto solo dal secondo dopoguerra in poi, non ha prodotto nulla di duraturo e caratteristico. Le fonti sono i testi citati nelle Visite vescovili alle parrocchie afragolesi, gli usi tramandati dalla Chiesa generale in determinate occasioni annuali, i racconti degli ultraottantenni. Tale elencazione non è completa, in quanto è un lavoro ancora tutto da fare e da analizzare, ma può dare un'idea di quello che accadeva ad Afragola in un anno del passato, facciamo il 1827.

  • 17 gennaio: celebrazione di Sant'Antonio Abate. Presso l'omonima chiesa in via Guerra, si portavano i rami secchi del Natale appena trascorso e li si bruciavano nel cortile del palazzo Guerra (o in alternativa nei focolari e nelle campagne). Era un segno per gettare via il “vecchio” dell'anno passato (una tradizione trasformata oggi nel gettare via gli oggetti vecchi dalle finestre il 31 dicembre che accade ancora da qualche parte a Napoli). I contadini portavano a benedire gli animali “domestici”: vacche, maiali, cavalli.
  • 2 febbraio: Celebrazione della Candelora.
  • 23 aprile: festa di San Giorgio. A partire da una tradizione risalente al Medioevo, ma testimoniata per la prima volta nel Settecento, gli agricoltori e i contadini portavano gli armenti presso l'omonima parrocchia per la benedizione di rito. A partire dall'Ottocento, essa riguarda solo i cavalli. Scompare nel secondo dopoguerra del Novecento. In questa occasione, veniva organizzata una sagra.
  • 25 aprile: festività di San Marco e inizio delle Rogazioni. Dalla chiesa di San Marco all'Olmo partiva una processione con le reliquie del santo e giungeva fino al tempio medievale dell'antica selva. Dopo la confessione e la penitenza, si poteva ottenere l'indulgenza girando tre volte intorno al tempio di San Marco in Sylvis. Anche in quest'occasione si teneva una sagra, con prodotti tipici agricoli (polpette di San Marco). Nella stessa data, si apriva la settimana delle Rogazioni: dal 25 aprile al 3 maggio, i sacerdoti benedivano i campi per ottenere un buon raccolto. Tradizione scomparsa nel Novecento, dopo il Concilio Vaticano II.
  • Lunedi in Albis (variabile, comunque non oltre il 24 aprile): gli afragolesi andavano in pellegrinaggio al tempio di Santa Maria dell'Arcora, detta Putechella per la presenza di un forno e di piccole botteghe nell'area. Sentita la messa, proseguivano a piedi verso il santuario della Madonna dell'Arco. Tradizione voleva che alla Putechella ci si fermasse per un piccolo ristoro, prima di partire o a volte al ritorno dal santuario. Solo a partire dall' Ottocento si è introdotto l'uso delle chiette con rappresentazioni religiose e un premio in denaro. Le chiette più famose erano quelle di Piazza dell'Arco, Piazza San Giorgio, rione Grottese, Capodivia (attuale piazza Ciampa). Dagli anni Settanta in poi, scompare la motivazione religiosa, assieme al pellegrinaggio, complice il passaggio della Putechella a Casalnuovo avvenuto 40 anni e il Concilio Vaticano II che fece cadere in disuso molte feste religiose.
  • Ascensione (variabile, comunque non oltre i primi di giugno): fino agli anni Settanta, trattori e fedeli si portavano la domenica di 40 giorni dopo la Pasqua alla cappella di Santa Maria la Nova, detta Scafatella, che in passato serviva come luogo religioso, deposito e rifugio dei contadini a lavoro nei campi. Lì il parroco di Santa Maria d'Ajello celebrava la messa, e davanti al tempio fin dalla sera precedente i “cuozzi” cucinavano minestroni di grano o di verdure. Le ragazze si lavavano il viso con acqua in cui galleggiavano dalla sera prima petali di rosa, come segno bene augurante per la bella stagione che stava per iniziare. Dopo la scoperta dell'affresco cinquecentesco nel 1968, la processione vide anche il trasporto di detto affresco dalla parrocchiale di Santa Maria alla cappella, e la sua custodia da parte dei contadini. Oggi qualcosa della festa è rimasto, con le bancarelle multicolore (e squallide a parere di chi scrive) che ogni anno prendono posto davanti alla Scafatella.
  • 13 giugno: Sant'Antonio da Padova, dall'Ottocento.
  • Santa Maria Assunta: festività che già esisteva ben prima della proclamazione del dogma nel 1950. Gli agricoltori lasciavano le loro case private in città e si recavano alle loro masserie, se non l'avevano già fatto a luglio per i lavori della canapa. Se la masseria era grande, tipo la masseria Lupara ancora esistente, essa diveniva domicilio estivo della famiglia padronale. Era uso il 15 agosto cenare con zuppa di granoturco o in alternativa con un cenone come quello natalizio
  • 29 settembre: San Michele. Una piccola sagra, già non più esistente nell'Ottocento, si teneva davanti alla chiesa omonima, che sorgeva molto più di indietro di adesso. Si assaggiava il vino dell'anno precedente
  • San Martino: iniziava il periodo della stagione morta. Si assaggiava il vino novello, e si raccoglievano le messi. Iniziava la raccolta delle fascine per i focolari per affrontare l'inverno
  • Natale: come adesso, la famiglia si riuniva (intendiamo quella patriarcale: nonni, figli, cugini e nipoti e figli dei nipoti) per il cenone, che comprendeva carne (cibo raro sulle tavole della massima parte degli afragolesi fino al boom economico, si mangiava solo di domenica in passato) pesce di Napoli, vino dell'anno precedente, noci del beneventano.

Articoli correlati: "Il culto di San Michele in Afragola" (vedi QUI)
                             "La chiesa della Scafatella" (vedi QUI)
                             "La chiesa di Sant'Antonio Abate" (vedi QUI)







Nota bene: per approfondire i temi storici afragolesi, cliccare sull'etichetta “Afragola” della barra sottostante per visualizzare i titoli del blog dedicati alla città.  

mercoledì 6 gennaio 2016

Il castello, le torri e le stelle di Maddaloni

Il castello di Maddaloni e la Torre Artus, visti dalla Torre Longobarda

Chi segue questo blog saprà che non è la prima volta che mi occupo di Maddaloni. Il primo contatto che ebbi di persona con i monumenti di questa cittadina della bassa Terra di Lavoro fu 4 anni fa, quando visitai il monte che la sovrasta e la Torre Longobarda. Esperienza che ho rifatto questa estate (vedi QUI). Stavolta racconto invece dell'ascesa al castello della città, posto a mezza costa del monte stesso.

Quest'avventura, come al solito tutte le altre, capitò per caso. Eravamo sul finire dell'interminabile estate 2015, allorquando Shirohige, uno dei componenti del gruppo di esplorazioni di Vetus et Novus, lamentò che non era mai stato al castello, che lui voleva visitare assolutamente. Mi sorprese questa passione improvvisa per la cultura castellana, ma mi spiegò subito il motivo: aveva sentito di “strane cose” che avvenivano al maniero e voleva visitarlo. Tutto nella normalità, dunque: e io che già m'ero illuso! Comunque, organizzammo la visita per una domenica di fine ottobre, ma bisognava avere informazioni su come arrivarci.
A questo ci ha pensato la mia fonte di Maddaloni, una cara amica conosciuta nel 2015 tramite Facebook (ecco, questo è quello che ritengo essere un uso intelligente dei social), da me chiamata col nome in codice di Bimbo Alieno. Bimbo mi spiegò che lei di persona visitò una volta sola il maniero, ma mi indirizzò su siti web dove era descritto il percorso per arrivarci. E mi confermò che aveva sentito anche lei voci su riti “strani” che avvenivano lassù, ma non aveva documentazione a riguardo. E così, con le indicazioni e la “benedizione” di Bimbo Alieno, il 25 ottobre ci incamminammo alla volta di Maddaloni, in una bella e assolata domenica pomeriggio.

Calatia e Maddaloni

Maddaloni non è lontana da Afragola, e fra di esse si interpone solo Acerra. Con quest'ultima città, ha in comune le origini antichissime: presso i suoi confini orientali, insisteva la cittadina romana di Calatia, la quale aveva a sua volta ascendenze non latine ma osco- sannite. Posta in una felice posizione pianeggiante e mediana fra Capua e l'area greca di Partenope, Calatia ebbe uno sviluppo economico notevole, non interrotto dalla conquista romana del IV secolo a. C., ma solo con la decadenza che seguì al crollo dell'Impero romano. Caduto l'inquadramento statale che dava sicurezza legale, i calatini si ritrovano a difendersi da soli dalle orde barbariche che giungevano da tutte le parti nell'Alto Medioevo. Kastrum”, parlando del passaggio di Annibale e dei suoi cartaginesi per queste zone. Non bisogna però intendere questo primo nucleo difensivo come un castello nell'accezione che ci è nota oggi: per i romani, anche una torre con tende e assi di confinamento erano “castra”, accampamenti. E' però certo, da questo passaggio, che il monte era già identificato come punto di osservazione rivolto al mare. 
Maddaloni vista dal castello
Quasi certa è l'influenza dei Longobardi, che costrinse parte della popolazione ad abbandonare il piano e a rifugiarsi sul monte S. Michele. Ai piedi di questo erano probabilmente già esistenti dei pagi, piccoli nuclei di contadini e agricoltori, e sul monte erano già presenti costruzioni di tipo bellico, visto che Tito Livio, nella sua immane opera storica “Ab Urbe Condita”, parla di un “
Nel corso dei secoli, il pago di Magalo o Magdalo si accrebbe ai piedi del monte a discapito dell'antica Calatia. Non ho studiato le fonti maddalonesi, ma penso che si potrebbe affermare almeno come ipotesi che Maddaloni sia sorta in modo similare ad Acerra e ad Afragola: non già come centro improvvisato, ma per trasferimento di popolazione da parte di antichi villaggi vicini. Maddaloni sarebbe quindi sorta per spopolamento di Calatia, come Acerra per svuotamento di Suessula, e Afragola per assorbimento dei pagi di Arcopinto, Arcora, Canterello. Ma ovviamente la mia è solo un'ipotesi, e come tale va presa.

Inizia l'ascesa

Ho delineato brevi cenni storici della città per dare un quadro dell'ambiente storico in cui ci muovemmo in quella bella domenica di fine ottobre. Percorsa via Calabricito, giungemmo nel cuore della città, e seguimmo il percorso del navigatore fino alla chiesa di San Benedetto e all'inizio della Via Crucis, tangente all'edificio sacro. Già dalle scale della chiesa avevamo davanti agli occhi un bel panorama di Maddaloni, del monte e delle cupole delle chiese. Iniziammo quindi a salite i gradoni per la Via Crucis, seguendo le indicazioni che mi ero appuntato dal sito web suggeritomi da Bimbo Alieno. A un certo punto del percorso, lo abbandonammo per infilarci in un viottolo a destra, che si inoltrava nel fitto della boscaglia. Il sole entrava a fiotti tra le fronde degli alberi, e iniziammo il primo dei 12 tornanti (di diversa lunghezza, alcuni lunghi meno di tre metri) che ci portavano in cima. Iniziammo a costeggiare così una cava di pietra che ci dava una perfetta visione della prima torre e dei primi contrafforti del castello, mentre salivamo i circa 200 metri di altezza. E' questo il destino di noi trovadori moderni: l'umanità va avanti mentre noi ci attardiamo a raccontare, a chi vuole sentire, le storie del mondo! Al penultimo tornante, incontriamo la prima sorpresa: una grotta! E' il momento delle visite. Alex, Robin, e poi Shiro e io ci inoltriamo alternandoci nell'anfratto, lungo e stretto, e crollato alla fine. Taglienti pietre calcaree sporgono dalle mura, ed è facile dedurre che sia una costruzione annessa al maniero: come, però, non sappiamo.
Cortile esterno
La nostra ascesa fu piuttosto veloce: ricordo ancora come mi sorpresi nel vedere, in capo a 10 minuti, la chiesa di San Benedetto già lontana rispetto a noi. La macchia mediterranea ci avvolgeva, e osservavo funghi stranissimi spuntare presso le cortecce degli alberi (non ne abbiamo raccolto nessuno). Nonostante le ascese estive, agli ultimi due tornanti, dalle curve molto ampie, ho iniziato a sentire la fatica, mentre il resto del gruppo mi precedeva.
Saliamo l'ultimo tratto ed eccoci davanti una stupenda immagine di Maddaloni ai piedi del monte. Certo chi abitava il castello doveva proprio sentirsi il sovrano di tutta la terra, o almeno di quella che poteva vedere. E, infine, arriviamo alla nostra meta.

Un tuffo nella Storia

Ho già citato il Kastrum di Tito Livio nel primo paragrafo. Quella costruzione che videro i cartaginesi e i romani non poteva essere definito castello. Questo venne a formarsi in seguito a numerose stratificazioni susseguenti. I Longobardi, pur senza lasciare tracce rilevanti della loro permanenza (almeno allo stato attuale della ricerca), segnarono il territorio come loro costume: la torre più in alto è definita appunto “Longobarda” e il culto di San Michele, patrono di Maddaloni, fu introdotto da questi genti nordiche, qui come in molte altre zone d'Italia (per il culto di San Michele e il suo valore per i Longobardi, vedi QUA). I Normanni e gli Svevi lo ristrutturarono, in un'ottica difensiva contro gli attacchi provenienti dal mare e dall'interno (soprattutto con Federico II, in un periodo in cui i baroni locali tendevano a mostrare insofferenza per lo Stato autoritario e centralizzato dello Stupor Mundi). Alle fine del XIV fu concesso in feudo a Carlo Artus di Sant'Agata dei Goti, che realizzò la Torre omonima, posta presso il castello. Meno di un secolo dopo fu messo in assedio, assieme alla città, durante il conflitto angioino-aragonese per la successione al trono di Napoli. Da allora, cadde il silenzio sulla struttura, acquisita nel XIX e divenuta struttura formalmente privata.

Le scuderie?
Al castello si accede tramite un modesto ingresso che conduce a quello che doveva essere un cortile d'accesso. Il muro frontale è crollato, mettendo in luce gli ambienti interni e i resti delle scale che portavano dalle segrete al piano superiore. I primi ambienti che ho visitato, sulla destra del cortile, erano vaste camere divise da una colonna portante e illuminate da feritoie. L'assenza di ogni pavimentazione mi ha suggerito che o si trattava di locali che davano all'esterno fin dall'inizio (tipo le scuderie per i cavalli) oppure i ladri nel corso dei secoli hanno fatto un ottimo lavoro. Da questi locali, attraverso un pertugio di pietra, semplice apertura nel muro, ho avuto accesso a una vasta sala, illuminata da quelle che saranno state finestre un tempo, e che davano sulla città. A sinistra, un pertugio conduceva nuovamente all'esterno della struttura, mentre in fondo un'altra apertura portava a un'altra sala, meno grande della prima, e dotata sul fondo di piccoli locali, anche'essi con finestre e orifizi rotondeggianti: le latrine, immagino. Le due sale dovevano essere gli appartamenti di rappresentanza dei conti che abitavano il maniero: sul soffitto, sono ancora evidenti le pitture di stemmi nobiliari, o presunti tali, atti a dare un “tono” diverso a queste stanze rispetto al resto della costruzione.
Ornamenti del primo salone
Presso i bagni, sempre in fondo alla seconda sala, c'era un accenno di scale, e poi tutte pietre smosse. Evidentemente portavano al piano nobile, quello degli appartamenti privati dei residenti. Stante la mia stazza, non sono potuto salire (Bimbo Alieno mi assicurerà successivamente che però c'era un altro accesso ai pieni superiori), mentre Shirohige, che si è issato a rotta di collo e ha passeggiato sul pianerottolo per un certo tempo, mi ha detto che non c'era nulla da vedere. Massima fiducia in Shiro, ma io sono come San Tommaso: se non vedo....
Il tempo di scattare le foto che vedete, e sono rimasto solo nel castello: ognuno se n'era andato per fatti suoi. E così il vecchio Dom, armato di digitale, torcia elettrica e di spirito avventuroso, si è inoltrato da solo nelle segrete dell'edificio. Da vedere non c'era granché: entrato in una camera quasi chinandomi a terra, attraverso l'ennesimo pertugio (non so come altro chiamare quelli che erano porte e che ora sono buchi irregolari nel muro) ho avuto accesso a una stanzetta fiocamente illuminata, dove la polvere si alzava a ogni piè sospinto, e nella quale si aprivano quelle che sembravano due vasche per l'acqua. Che siano state, un tempo, le cucine? Di certo non stavano messe bene, in quanto a pulizia: ovunque bottiglie di birra Tennent's, manifesti di eventi culturali tenutisi al castello, carte, perfino cartoni di pizza indicavano che qualcuno se l'era spassata quaggiù. Che poi perchè debbano venire nei sotterranei di un castello medievale per mangiarsi una pizza è un mistero che vorrei qualcuno mi spiegasse.

Un incontro con le stelle

Risalito in superficie e tornato nel cortile iniziale, mi sono incamminato verso la torre Artus, dove intanto si erano diretti gli altri tre. La torre è altissima, circa 20 metri, e di questa è visitabile solo il piano basamentale, essendo che anche qui le scale per i livelli superiori sono scomparse. Tutt'intorno a essa, insistono 4 contrafforti con feritoie, chiaramente a scopo difensivo. Osservavo quello che vedevo dalle feritoie e mi domandavo quanti morti si potevano fare con un solo colpo, sparando dall'alto.... Visitata una struttura laterale del castello, l'unica con ancora le scale (una torre di guardia antecedente la costruzione della torre Artus, secondo me), abbiamo dato un'ultima occhiata alle stanze di rappresentanza del maniero e siamo ridiscesi ai tornanti. Ma non per tornare a casa: volevamo salire all'ultima torre, quella Longobarda, che io e Robin già conoscevamo, ma gli altri no.
La torre Artus
C'era ancora una mezz'ora di luce, e così ci siamo avviati lungo il sentiero, che da terroso e largo si è fatto pietroso e stretto man mano che uscivamo dalla boscaglia e uscivamo all'aperto sul monte. Chi, da Maddaloni, avesse alzato lo sguardo alla montagna in quel momento, avrebbe visto quattro figure camminare in fila indiana lungo il fianco del monte, per raggiungere l'ultima costruzione militare visibile. Ricordo ancora la fatica della salita, dopo tutto quell'andare avanti e indietro per il castello, ma anche la soddisfazione di rivedere nuovamente la mia “amica” Torre, non già nella luce del sole estivo ma nella tenue illuminazione del tramonto. Come già spiegai nell'articolo di agosto, niente accesso neppure a questa torre: visita finita.
Il viaggio era finito, e aveva raggiunto l'apice: giù Maddaloni, illuminata dalle prime luci della sera; in fondo la linea di costa, bagnata degli ultimi raggi solari; spostato sulla sinistra il Somma- Vesuvio, troneggiante su tutto; in alto, il rosa-viola- azzurro del cielo, e le prime stelle che spuntavano, e salutavano il compiersi di un'altra impresa.
A presto, Maddaloni.

Articoli correlati:


  1. La salita al Matinale (clicca QUI)
  2. Tocco Caudio, o della desolazione (vedi QUI)
  3. Assalto alle torri di Maddaloni (visualizza QUI)
La torre Longobarda vista di sera

Maddaloni e il monte San Prisco al tramonto


lunedì 4 gennaio 2016

Gerardo D'Arminio: presente!

Il 5 gennaio 1976 veniva barbaramente ucciso ad Afragola il maresciallo dell'Arma dei Carabinieri Gerardo D'Arminio. Portava il figlio Carmine, di 4 anni, a comprare una bici in occasione dell'Epifania, il giorno seguente. Al centro dell'attenzione dei vertici dell'Arma e della malavita, fu eliminato con una scarica di lupara in Piazza Gianturco, davanti a un negozio di giocattoli, dove adesso è posta un'epigrafe marmorea che lo ricorda.
Medaglia d'argento al valor militare (alla memoria).

Dal Decreto presidenziale del 14 maggio 1976:

“Sottufficiale di eccezionali virtù militari e spiccata capacità professionale, già distintosi in rischiose azioni di servizio nella lotta contro la malavita organizzata nella Sicilia occidentale, meritando una promozione per benemerenza d'istituto, sebbene più volte minacciato di morte, conduceva con tenacia e generoso slancio complesse indagini contro pericolosissime associazioni delinquenziali operanti nel napoletano, responsabili di gravissimi reati. Nel corso di delicate investigazioni, veniva mortalmente ferito con arma da fuoco. Nobile esempio di esaltante dedizione al dovere e di consapevole ardimento”.


Fonti

  1. Unione Nazionale Mutilati per il Servizio, “Per non dimenticare i caduti per servizio vittime del dovere in tempo di pace”, 2003, pagg. 35-36.
  2. Gerardo D'Arminio, articolo web: vedi QUI e QUI.

domenica 3 gennaio 2016

Jane Eyre, o del coraggio.


Charlotte Brontë, sorella di quella Emily Brontë autrice di “Wuthering Heights”, è considerata il secondo genio della famiglia. Credo che, a una più attenta valutazione, debba invece ottenere il podio. Nel corso della rilettura delle opere presenti nella mia biblioteca, ho ripreso per la seconda volta (la prima fu nell'estate 2009) il capolavoro Jane Eyre, pubblicato nel 1847. In quest'opera, non si sa quanto romanzo e quanto autobiografia, l'autrice esplica a pieno l'evoluzione sentimentale di Jane, dipinge meravigliosamente l'Inghilterra di inizio ottocento, analizza lucidamente i pregiudizi di un'epoca che era moralista ben prima dell'ascesa al trono della regina Vittoria.
Jane è un'orfana accudita da una zia perbenista e snob, che non la sopporta, tanto da mandarla in un istituto di educande, con la speranza che cambi carattere o, in alternativa, la certezza che muoia di fame e malattia (in ciò, l'autrice rievoca un periodo oscuro della sua infanzia, similmente a quanto farà negli anni successivi il ripetitivo Charles Dickens, vedi QUI). In effetti, a pochi mesi dal suo arrivo, Jane perderà l'unica amica che si era fatta – e di cui ornerà la tomba 15 anni dopo- ma viene nel contempo accettata dalle compagne e dalle insegnanti, divenendo lei stessa un'istitutrice. Accettato il posto presso il maniero dei Rochester, incontra e assiste senza saperlo il suo padrone, non bello, non alto, ma affascinante lo stesso.
A questo punto, nella miglior tradizione romantica, sembra quasi scontato il matrimonio fra il nobile e la serva. Ma la Brontë non è certo tipo di tali romanticherie fini a se stesse. Difatti, il corso delle cose viene interrotto dal fratello della legittima moglie di Rochester, una pazza che egli nasconde....vabbè, non vi dico dove sennò vi rovino la sorpresa. Jane, tradita, scappa via, peregrina per giorni nelle spoglie brughiere del Nord (stupende descrizioni queste, degna cornice del libro) e viene tratta in salvo da un sacerdote e dalle sue due sorelle, che si scopriranno essere suoi parenti. Rifiutata la proposta di matrimonio del cugino, Jane ritrova dopo un anno Rochester, cieco e vedovo, e finalmente vivono felici, uniti nel matrimonio e nella speranza di una guarigione della vista di lui.

Un gran bel romanzo, davvero. Alla fine della lettura, come mi succede con tutti i grandi libri, mi duole che non ci sia un seguito, un proseguimento delle avventure della nostra eroina. Jane riesce a realizzarsi, a infrangere le barriere sociali, perché si mantiene sempre fedele a se stessa: non si costruisce, non adula Rochester, non cerca l'approvazione delle donne che la disprezzano., In questo, è un po' l'antitesi della Moll Flanders di Defoe, “vissuta”, per così dire, un secolo prima (vedi QUA). Le descrizioni della società inglese previttoriana sono davvero apprezzabili, paragonabili a quelle de “La fiera delle vanità” (di cui pure parlerò nei prossimi mesi), come pure quelle dell'ambiente, di quella Old Merry England che, nel medio periodo vittoriano, dal 1851, scomparirà gradualmente.
Jane, povera tra i ricchi e ricca fra gli sventurati, rimane una Eyre pur diventando una Rochester. Perciò ci piace.

Titolo precedente di questa rubrica: "Sherlock Holmes "falsificato": Val Andrews" vedi QUI

sabato 2 gennaio 2016

La salita al Matinale.

Il castello di Matinale, sulla collina omonima di Cancello. Notare le mura del XIII secolo

E' curioso come, pur essendo a 15 minuti da casa, il castello Matinale, meglio noto come castello di Cancello, sia stato l'ultima tappa di una serie che ha portato me e gli altri del gruppo di Vetus et Novus in giro per la Campania, dall'estremo nord presso il Volturno al sud del Cilento. Capita anche ai romani: vanno e vengono dalla loro città, e finiscono per entrare due o tre volte nel corso dell'intera loro esistenza in San Pietro, a due passi da casa.
Il punto è che il vetusto maniero posto sulla modesta collina del Monte Tifata (appena 300 metri d'altezza), pur attirando la nostra attenzione, non aveva però mai stimolato troppo la curiosità di visitarlo. Nulla di misterioso, come il monastero di Sicignano (vedi QUI), nulla di inquietante, come Apice o Tocco Caudio (vedi QUA). Tuttavia, ci si è alla fine decisi di esplorarlo, tutti e 4, Alex, Robin, Shirohige e io, lo scorso 15 novembre.

Era una bella domenica pomeriggio, chiara ma fredda. Partiti da casa alle 15, siamo giunti alla base della collina, in via Napoli a San Felice a Cancello, circa mezz'ora dopo, e abbiamo iniziato l'ascesa. Non ricordo con particolare gioia quella salita: i tornanti erano molto lunghi, quasi rettilinei sulla collina, estrema propaggine di quei Monti Tifatini che dall'interno della regione si dilungano nella Piana Campana e quasi la tagliano in due. L'autunno era arrivato: il sentiero era cosparso di foglie gialle, rosse, marroni, e altre cadevano al nostro passaggio, mentre lo sguardo spaziava sulla Valle di Suessula ai nostri piedi. Sotto di noi, San Felice, Suessula e Acerra; sullo sfondo, il monte San Prisco e la collina di Maddaloni (la cui visita descriverò nel corso di questo mese). 
Panorama dell'ascesa 
Il cielo era azzurro, occupato solo dai cirri, e falchetti volteggiavano sulla valle, unico segno di fauna vista durante tutte le due ore di esplorazione. Se ben ricordo, i tornanti erano 7, e lungo il sentiero abbiamo trovato assi rotte e tronchi sparsi: evidentemente, qualcuno particolarmente amante dello stato dei luoghi si era divertito un po' troppo. E' questo il guaio di posti simili: tutti possono venirci e inguaiare il territorio. Ogni tanto spuntava qualche cartello che ci incoraggiava a salire, visto che nel frattempo iniziavamo a credere anche di esserci persi. Dopo una buona oretta di salita, con le gambe già massacrate, siamo arrivati a uno spiazzo pieno di ulivi, sullo sfondo del quale si ergeva il maniero.

Il castello Matinale è stato descritto magnificamente dal professor Pierfrancesco Rescio nel numero 158-9 della “Rassegna storica dei Comuni”, Gennaro- Aprile 2010. A lui rinvio quindi per informazioni architettoniche dettagliate: in questa sede, mi limiterò a dare cenni storici, basandomi su Rescio e su altre fonti che citerò, e le indispensabili coordinate costruttive.
Il maniero fu fondato, si presume, nella seconda metà del XIII dal conte di Acerra, Tommaso d'Aquino, in occasione del suo matrimonio con Margherita di Svevia, figlia naturale dell'imperatore Federico II. La prima citazione di un castrum sul Mons Cancelli è del 1298, in una descrizione della dote di Margherita avuta circa 50 anni prima al momento della sua unione col d'Aquino. La dote comprendeva la valle di Suessula, quindi il casale di Cancello (citato come esistente nel 958 in una carta del censimento dei fuochi) e il castrum che lo sormontava. Non è però detto che la primitiva costruzione risalga a quel tempo: delle fortificazioni longobarde sono già citate nel IX secolo (cosa che contrasta con l'affermazione del Rescio per il quale “il maniero fu innalzato ex novo sulla collina di Cancello”), ed evidentemente il popolo venuto dal Nord potrebbe aver dominato l'area, seppur brevemente, a cavallo del Mille (la documentazione cartacea è piuttosto scarsa, sicché ci restano solo indizi di natura archeologica).
Torri meridionali
Nonostante la sua posizione strategica, il castello non dovette essere considerato molto importante ai fini bellici, se già le fonti, Rescio compreso, lo indicano abbandonato dopo il 1437, anno in cui fu occupato durante la guerra di successione angioino- aragonese. Come sempre accade in questi casi, fu il mondo agreste a utilizzare a propria fini l'opera rimasta incustodita: nel XVIII sono segnalate costruzioni coloniche private entro la cinta di mura originaria, e i resti di una chiesa già diruta e costruita, forse dopo l'occupazione del 1437. Nel 1799 fu trasformato in una delle sedi d'operazione del generale francese Championnet durante la guerra contro il Regno di Napoli, cosa che, secondo fonti locali, accade anche nel 1943, stavolta ad opera del comando alleato. Durante tutti questi secoli, il castello è pur sempre rimasto una proprietà privata, passato di mano dai d'Aquino ai Baracco, oggidì proprietari del maniero.

Il castello è circondato da possenti mura, interrotte da 4 torri angolari e da una quinta torre, adibita a protezione di una posterula, chiusa al momento della nostra visita. Le torri sono formate da bugnati di pietra, che hanno del tutto perso l'intonacatura originale (ammesso che l'avessero) e danno all'edificio l'aspetto geometrico e spoglio con cui è universalmente riconosciuto da chi lo abbia visto almeno una volta dalla Piana Campana. L'ingresso si trova lateralmente, ai piedi della torre di sud- est, e presenta un ampio portone a ogiva di calcare bianco, con un'intercapedine atta a far passare l'inferriata che chiudeva il maniero (una cosa simile la vidi visitando il castello di Lucera, vedi QUI).
Ingresso e portale a ogiva
La corte interna si presentò ai nostri occhi, nella luce sempre più fioca di quel mezzo pomeriggio domenicale, spoglia e infestata di piante e rifiuti di ogni sorta. Le mura erano franate o incrinate, e siamo riusciti con difficoltà a discendere in una stanza inferiore al muro meridionale, adiacente all'ingresso, di imponenti dimensioni e già immerso nel buio. Alla luce delle torce, abbiamo osservato polvere, resti di calcare sparso, e quella che mi è parsa una latrina, con un orifizio che si perdeva nelle fondamenta del castello. Risaliti su alla corte, abbiamo visitato l'unica torre ancora visitabile, quella di nord-ovest. Per arrivarci, abbiamo salito una scala di pietra franata nella parte inferiore: chi scrive ha dovuto arrampicarsi sulla scala con sprezzo del pericolo...e della salvaguardia della propria tuta, tra l'altro!
Con una certa cautela, siamo saliti lungo la scala addossata al muro orientale: Alex, io, Robin e Shirohige che chiudeva al fila. Poteva crollare tutto in quel momento, e nessuno ci avrebbe salvati (non credo che nella stagione fredda il maniero riceva molte visite), ma la fortuna che contraddistingue i nostri viaggi ci ha assistito anche in questo momento catartico. Giunti in cima alla scala, abbiamo visitato una stanza spoglia e illuminata solo da apertura romboidali che secoli fa erano state finestre. Da lì potevamo osservare la piana sottostante che si inscuriva sempre di più.

Tramonto
Ma non ci siamo fermati. Un'apertura conduceva a una stretta scala che saliva sopra: l'antico condotto usato dalle guardie per accedere al piano superiore, evidentemente. Il muro che conteneva il lato che dava sulla corte era crollato, e quindi la scala era in bella vista a noi che la guardavamo di lato. Senza esitazione, Alex e Robin, più atletici si sono arrampicati lungo quegli antichi scalini. Shiro li ha seguiti, e dopo qualche istante, scocciatomi di restare solo, mi sono fatto forza sulle braccia (non c'era più nessuno ad aiutarmi) e mi sono issato sulla scala, nel buio totale, attratto dalle voci che giungevano dal piano superiore. Sono arrivato quindi anche io nell'ultima stanza, quella della guardiola, dove c'erano altre tre aperture per la luce e...una maglietta del Napoli calcio!
Non eravamo dunque i soli a esserci spinti fin lassù, dunque. Il panorama meritava: attraverso una finestra, ho osservato il sole tramontare, il cielo che dal rosa passava al blu profondo, e la prima, argente falce di luna che illuminava la valle, già a sua volta costellata di luci artificiali.
Una brezza leggera arrivava da giù, mentre osservavo la piana. Chissà quanti prima di me si erano affacciati a quella finestra, da quel lontano 1250 circa. Chissà quali occhi avranno visto le genti di laggiù, e con quali sentimenti: odio, amore, indifferenza, bramosia, desiderio....
Alle 17 in punto, siamo ridiscesi per la scala pericolante, e qui l'ultima sorpresa: un sasso, piccolo e levigato, trovato a terra. Apparteneva, evidentemente, alla scala stessa, visto com'era consumato. E' stato l'unico souvenir che mi sono portato a casa, ma per chi ama il Medioevo, ha più valore questo piccolo frammento di scala che altre cose più concrete.

Fonti storiche e di approfondimento:


  1. Pierfrancesco Rescio, Il sistema delle fortezze medievali della contea di Acerra. Il castello di Matinale a Cancello, in “Rassegna storica dei Comuni”, n. 158-9, Gennaio- Aprile 2010.
  2. Carolina De Falco, Un episodio di architettura federiciana in Terra di Lavoro: il Castello di Cancello, in “Atti del convegno di studi di Cultura, città e architettura in età federiciana”, 1996, Napoli


La piana al tramonto, vista dall'alto del torrione di nord-ovest