mercoledì 6 gennaio 2016

Il castello, le torri e le stelle di Maddaloni

Il castello di Maddaloni e la Torre Artus, visti dalla Torre Longobarda

Chi segue questo blog saprà che non è la prima volta che mi occupo di Maddaloni. Il primo contatto che ebbi di persona con i monumenti di questa cittadina della bassa Terra di Lavoro fu 4 anni fa, quando visitai il monte che la sovrasta e la Torre Longobarda. Esperienza che ho rifatto questa estate (vedi QUI). Stavolta racconto invece dell'ascesa al castello della città, posto a mezza costa del monte stesso.

Quest'avventura, come al solito tutte le altre, capitò per caso. Eravamo sul finire dell'interminabile estate 2015, allorquando Shirohige, uno dei componenti del gruppo di esplorazioni di Vetus et Novus, lamentò che non era mai stato al castello, che lui voleva visitare assolutamente. Mi sorprese questa passione improvvisa per la cultura castellana, ma mi spiegò subito il motivo: aveva sentito di “strane cose” che avvenivano al maniero e voleva visitarlo. Tutto nella normalità, dunque: e io che già m'ero illuso! Comunque, organizzammo la visita per una domenica di fine ottobre, ma bisognava avere informazioni su come arrivarci.
A questo ci ha pensato la mia fonte di Maddaloni, una cara amica conosciuta nel 2015 tramite Facebook (ecco, questo è quello che ritengo essere un uso intelligente dei social), da me chiamata col nome in codice di Bimbo Alieno. Bimbo mi spiegò che lei di persona visitò una volta sola il maniero, ma mi indirizzò su siti web dove era descritto il percorso per arrivarci. E mi confermò che aveva sentito anche lei voci su riti “strani” che avvenivano lassù, ma non aveva documentazione a riguardo. E così, con le indicazioni e la “benedizione” di Bimbo Alieno, il 25 ottobre ci incamminammo alla volta di Maddaloni, in una bella e assolata domenica pomeriggio.

Calatia e Maddaloni

Maddaloni non è lontana da Afragola, e fra di esse si interpone solo Acerra. Con quest'ultima città, ha in comune le origini antichissime: presso i suoi confini orientali, insisteva la cittadina romana di Calatia, la quale aveva a sua volta ascendenze non latine ma osco- sannite. Posta in una felice posizione pianeggiante e mediana fra Capua e l'area greca di Partenope, Calatia ebbe uno sviluppo economico notevole, non interrotto dalla conquista romana del IV secolo a. C., ma solo con la decadenza che seguì al crollo dell'Impero romano. Caduto l'inquadramento statale che dava sicurezza legale, i calatini si ritrovano a difendersi da soli dalle orde barbariche che giungevano da tutte le parti nell'Alto Medioevo. Kastrum”, parlando del passaggio di Annibale e dei suoi cartaginesi per queste zone. Non bisogna però intendere questo primo nucleo difensivo come un castello nell'accezione che ci è nota oggi: per i romani, anche una torre con tende e assi di confinamento erano “castra”, accampamenti. E' però certo, da questo passaggio, che il monte era già identificato come punto di osservazione rivolto al mare. 
Maddaloni vista dal castello
Quasi certa è l'influenza dei Longobardi, che costrinse parte della popolazione ad abbandonare il piano e a rifugiarsi sul monte S. Michele. Ai piedi di questo erano probabilmente già esistenti dei pagi, piccoli nuclei di contadini e agricoltori, e sul monte erano già presenti costruzioni di tipo bellico, visto che Tito Livio, nella sua immane opera storica “Ab Urbe Condita”, parla di un “
Nel corso dei secoli, il pago di Magalo o Magdalo si accrebbe ai piedi del monte a discapito dell'antica Calatia. Non ho studiato le fonti maddalonesi, ma penso che si potrebbe affermare almeno come ipotesi che Maddaloni sia sorta in modo similare ad Acerra e ad Afragola: non già come centro improvvisato, ma per trasferimento di popolazione da parte di antichi villaggi vicini. Maddaloni sarebbe quindi sorta per spopolamento di Calatia, come Acerra per svuotamento di Suessula, e Afragola per assorbimento dei pagi di Arcopinto, Arcora, Canterello. Ma ovviamente la mia è solo un'ipotesi, e come tale va presa.

Inizia l'ascesa

Ho delineato brevi cenni storici della città per dare un quadro dell'ambiente storico in cui ci muovemmo in quella bella domenica di fine ottobre. Percorsa via Calabricito, giungemmo nel cuore della città, e seguimmo il percorso del navigatore fino alla chiesa di San Benedetto e all'inizio della Via Crucis, tangente all'edificio sacro. Già dalle scale della chiesa avevamo davanti agli occhi un bel panorama di Maddaloni, del monte e delle cupole delle chiese. Iniziammo quindi a salite i gradoni per la Via Crucis, seguendo le indicazioni che mi ero appuntato dal sito web suggeritomi da Bimbo Alieno. A un certo punto del percorso, lo abbandonammo per infilarci in un viottolo a destra, che si inoltrava nel fitto della boscaglia. Il sole entrava a fiotti tra le fronde degli alberi, e iniziammo il primo dei 12 tornanti (di diversa lunghezza, alcuni lunghi meno di tre metri) che ci portavano in cima. Iniziammo a costeggiare così una cava di pietra che ci dava una perfetta visione della prima torre e dei primi contrafforti del castello, mentre salivamo i circa 200 metri di altezza. E' questo il destino di noi trovadori moderni: l'umanità va avanti mentre noi ci attardiamo a raccontare, a chi vuole sentire, le storie del mondo! Al penultimo tornante, incontriamo la prima sorpresa: una grotta! E' il momento delle visite. Alex, Robin, e poi Shiro e io ci inoltriamo alternandoci nell'anfratto, lungo e stretto, e crollato alla fine. Taglienti pietre calcaree sporgono dalle mura, ed è facile dedurre che sia una costruzione annessa al maniero: come, però, non sappiamo.
Cortile esterno
La nostra ascesa fu piuttosto veloce: ricordo ancora come mi sorpresi nel vedere, in capo a 10 minuti, la chiesa di San Benedetto già lontana rispetto a noi. La macchia mediterranea ci avvolgeva, e osservavo funghi stranissimi spuntare presso le cortecce degli alberi (non ne abbiamo raccolto nessuno). Nonostante le ascese estive, agli ultimi due tornanti, dalle curve molto ampie, ho iniziato a sentire la fatica, mentre il resto del gruppo mi precedeva.
Saliamo l'ultimo tratto ed eccoci davanti una stupenda immagine di Maddaloni ai piedi del monte. Certo chi abitava il castello doveva proprio sentirsi il sovrano di tutta la terra, o almeno di quella che poteva vedere. E, infine, arriviamo alla nostra meta.

Un tuffo nella Storia

Ho già citato il Kastrum di Tito Livio nel primo paragrafo. Quella costruzione che videro i cartaginesi e i romani non poteva essere definito castello. Questo venne a formarsi in seguito a numerose stratificazioni susseguenti. I Longobardi, pur senza lasciare tracce rilevanti della loro permanenza (almeno allo stato attuale della ricerca), segnarono il territorio come loro costume: la torre più in alto è definita appunto “Longobarda” e il culto di San Michele, patrono di Maddaloni, fu introdotto da questi genti nordiche, qui come in molte altre zone d'Italia (per il culto di San Michele e il suo valore per i Longobardi, vedi QUA). I Normanni e gli Svevi lo ristrutturarono, in un'ottica difensiva contro gli attacchi provenienti dal mare e dall'interno (soprattutto con Federico II, in un periodo in cui i baroni locali tendevano a mostrare insofferenza per lo Stato autoritario e centralizzato dello Stupor Mundi). Alle fine del XIV fu concesso in feudo a Carlo Artus di Sant'Agata dei Goti, che realizzò la Torre omonima, posta presso il castello. Meno di un secolo dopo fu messo in assedio, assieme alla città, durante il conflitto angioino-aragonese per la successione al trono di Napoli. Da allora, cadde il silenzio sulla struttura, acquisita nel XIX e divenuta struttura formalmente privata.

Le scuderie?
Al castello si accede tramite un modesto ingresso che conduce a quello che doveva essere un cortile d'accesso. Il muro frontale è crollato, mettendo in luce gli ambienti interni e i resti delle scale che portavano dalle segrete al piano superiore. I primi ambienti che ho visitato, sulla destra del cortile, erano vaste camere divise da una colonna portante e illuminate da feritoie. L'assenza di ogni pavimentazione mi ha suggerito che o si trattava di locali che davano all'esterno fin dall'inizio (tipo le scuderie per i cavalli) oppure i ladri nel corso dei secoli hanno fatto un ottimo lavoro. Da questi locali, attraverso un pertugio di pietra, semplice apertura nel muro, ho avuto accesso a una vasta sala, illuminata da quelle che saranno state finestre un tempo, e che davano sulla città. A sinistra, un pertugio conduceva nuovamente all'esterno della struttura, mentre in fondo un'altra apertura portava a un'altra sala, meno grande della prima, e dotata sul fondo di piccoli locali, anche'essi con finestre e orifizi rotondeggianti: le latrine, immagino. Le due sale dovevano essere gli appartamenti di rappresentanza dei conti che abitavano il maniero: sul soffitto, sono ancora evidenti le pitture di stemmi nobiliari, o presunti tali, atti a dare un “tono” diverso a queste stanze rispetto al resto della costruzione.
Ornamenti del primo salone
Presso i bagni, sempre in fondo alla seconda sala, c'era un accenno di scale, e poi tutte pietre smosse. Evidentemente portavano al piano nobile, quello degli appartamenti privati dei residenti. Stante la mia stazza, non sono potuto salire (Bimbo Alieno mi assicurerà successivamente che però c'era un altro accesso ai pieni superiori), mentre Shirohige, che si è issato a rotta di collo e ha passeggiato sul pianerottolo per un certo tempo, mi ha detto che non c'era nulla da vedere. Massima fiducia in Shiro, ma io sono come San Tommaso: se non vedo....
Il tempo di scattare le foto che vedete, e sono rimasto solo nel castello: ognuno se n'era andato per fatti suoi. E così il vecchio Dom, armato di digitale, torcia elettrica e di spirito avventuroso, si è inoltrato da solo nelle segrete dell'edificio. Da vedere non c'era granché: entrato in una camera quasi chinandomi a terra, attraverso l'ennesimo pertugio (non so come altro chiamare quelli che erano porte e che ora sono buchi irregolari nel muro) ho avuto accesso a una stanzetta fiocamente illuminata, dove la polvere si alzava a ogni piè sospinto, e nella quale si aprivano quelle che sembravano due vasche per l'acqua. Che siano state, un tempo, le cucine? Di certo non stavano messe bene, in quanto a pulizia: ovunque bottiglie di birra Tennent's, manifesti di eventi culturali tenutisi al castello, carte, perfino cartoni di pizza indicavano che qualcuno se l'era spassata quaggiù. Che poi perchè debbano venire nei sotterranei di un castello medievale per mangiarsi una pizza è un mistero che vorrei qualcuno mi spiegasse.

Un incontro con le stelle

Risalito in superficie e tornato nel cortile iniziale, mi sono incamminato verso la torre Artus, dove intanto si erano diretti gli altri tre. La torre è altissima, circa 20 metri, e di questa è visitabile solo il piano basamentale, essendo che anche qui le scale per i livelli superiori sono scomparse. Tutt'intorno a essa, insistono 4 contrafforti con feritoie, chiaramente a scopo difensivo. Osservavo quello che vedevo dalle feritoie e mi domandavo quanti morti si potevano fare con un solo colpo, sparando dall'alto.... Visitata una struttura laterale del castello, l'unica con ancora le scale (una torre di guardia antecedente la costruzione della torre Artus, secondo me), abbiamo dato un'ultima occhiata alle stanze di rappresentanza del maniero e siamo ridiscesi ai tornanti. Ma non per tornare a casa: volevamo salire all'ultima torre, quella Longobarda, che io e Robin già conoscevamo, ma gli altri no.
La torre Artus
C'era ancora una mezz'ora di luce, e così ci siamo avviati lungo il sentiero, che da terroso e largo si è fatto pietroso e stretto man mano che uscivamo dalla boscaglia e uscivamo all'aperto sul monte. Chi, da Maddaloni, avesse alzato lo sguardo alla montagna in quel momento, avrebbe visto quattro figure camminare in fila indiana lungo il fianco del monte, per raggiungere l'ultima costruzione militare visibile. Ricordo ancora la fatica della salita, dopo tutto quell'andare avanti e indietro per il castello, ma anche la soddisfazione di rivedere nuovamente la mia “amica” Torre, non già nella luce del sole estivo ma nella tenue illuminazione del tramonto. Come già spiegai nell'articolo di agosto, niente accesso neppure a questa torre: visita finita.
Il viaggio era finito, e aveva raggiunto l'apice: giù Maddaloni, illuminata dalle prime luci della sera; in fondo la linea di costa, bagnata degli ultimi raggi solari; spostato sulla sinistra il Somma- Vesuvio, troneggiante su tutto; in alto, il rosa-viola- azzurro del cielo, e le prime stelle che spuntavano, e salutavano il compiersi di un'altra impresa.
A presto, Maddaloni.

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  1. La salita al Matinale (clicca QUI)
  2. Tocco Caudio, o della desolazione (vedi QUI)
  3. Assalto alle torri di Maddaloni (visualizza QUI)
La torre Longobarda vista di sera

Maddaloni e il monte San Prisco al tramonto


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