domenica 3 gennaio 2016

Jane Eyre, o del coraggio.


Charlotte Brontë, sorella di quella Emily Brontë autrice di “Wuthering Heights”, è considerata il secondo genio della famiglia. Credo che, a una più attenta valutazione, debba invece ottenere il podio. Nel corso della rilettura delle opere presenti nella mia biblioteca, ho ripreso per la seconda volta (la prima fu nell'estate 2009) il capolavoro Jane Eyre, pubblicato nel 1847. In quest'opera, non si sa quanto romanzo e quanto autobiografia, l'autrice esplica a pieno l'evoluzione sentimentale di Jane, dipinge meravigliosamente l'Inghilterra di inizio ottocento, analizza lucidamente i pregiudizi di un'epoca che era moralista ben prima dell'ascesa al trono della regina Vittoria.
Jane è un'orfana accudita da una zia perbenista e snob, che non la sopporta, tanto da mandarla in un istituto di educande, con la speranza che cambi carattere o, in alternativa, la certezza che muoia di fame e malattia (in ciò, l'autrice rievoca un periodo oscuro della sua infanzia, similmente a quanto farà negli anni successivi il ripetitivo Charles Dickens, vedi QUI). In effetti, a pochi mesi dal suo arrivo, Jane perderà l'unica amica che si era fatta – e di cui ornerà la tomba 15 anni dopo- ma viene nel contempo accettata dalle compagne e dalle insegnanti, divenendo lei stessa un'istitutrice. Accettato il posto presso il maniero dei Rochester, incontra e assiste senza saperlo il suo padrone, non bello, non alto, ma affascinante lo stesso.
A questo punto, nella miglior tradizione romantica, sembra quasi scontato il matrimonio fra il nobile e la serva. Ma la Brontë non è certo tipo di tali romanticherie fini a se stesse. Difatti, il corso delle cose viene interrotto dal fratello della legittima moglie di Rochester, una pazza che egli nasconde....vabbè, non vi dico dove sennò vi rovino la sorpresa. Jane, tradita, scappa via, peregrina per giorni nelle spoglie brughiere del Nord (stupende descrizioni queste, degna cornice del libro) e viene tratta in salvo da un sacerdote e dalle sue due sorelle, che si scopriranno essere suoi parenti. Rifiutata la proposta di matrimonio del cugino, Jane ritrova dopo un anno Rochester, cieco e vedovo, e finalmente vivono felici, uniti nel matrimonio e nella speranza di una guarigione della vista di lui.

Un gran bel romanzo, davvero. Alla fine della lettura, come mi succede con tutti i grandi libri, mi duole che non ci sia un seguito, un proseguimento delle avventure della nostra eroina. Jane riesce a realizzarsi, a infrangere le barriere sociali, perché si mantiene sempre fedele a se stessa: non si costruisce, non adula Rochester, non cerca l'approvazione delle donne che la disprezzano., In questo, è un po' l'antitesi della Moll Flanders di Defoe, “vissuta”, per così dire, un secolo prima (vedi QUA). Le descrizioni della società inglese previttoriana sono davvero apprezzabili, paragonabili a quelle de “La fiera delle vanità” (di cui pure parlerò nei prossimi mesi), come pure quelle dell'ambiente, di quella Old Merry England che, nel medio periodo vittoriano, dal 1851, scomparirà gradualmente.
Jane, povera tra i ricchi e ricca fra gli sventurati, rimane una Eyre pur diventando una Rochester. Perciò ci piace.

Titolo precedente di questa rubrica: "Sherlock Holmes "falsificato": Val Andrews" vedi QUI

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