sabato 2 gennaio 2016

La salita al Matinale.

Il castello di Matinale, sulla collina omonima di Cancello. Notare le mura del XIII secolo

E' curioso come, pur essendo a 15 minuti da casa, il castello Matinale, meglio noto come castello di Cancello, sia stato l'ultima tappa di una serie che ha portato me e gli altri del gruppo di Vetus et Novus in giro per la Campania, dall'estremo nord presso il Volturno al sud del Cilento. Capita anche ai romani: vanno e vengono dalla loro città, e finiscono per entrare due o tre volte nel corso dell'intera loro esistenza in San Pietro, a due passi da casa.
Il punto è che il vetusto maniero posto sulla modesta collina del Monte Tifata (appena 300 metri d'altezza), pur attirando la nostra attenzione, non aveva però mai stimolato troppo la curiosità di visitarlo. Nulla di misterioso, come il monastero di Sicignano (vedi QUI), nulla di inquietante, come Apice o Tocco Caudio (vedi QUA). Tuttavia, ci si è alla fine decisi di esplorarlo, tutti e 4, Alex, Robin, Shirohige e io, lo scorso 15 novembre.

Era una bella domenica pomeriggio, chiara ma fredda. Partiti da casa alle 15, siamo giunti alla base della collina, in via Napoli a San Felice a Cancello, circa mezz'ora dopo, e abbiamo iniziato l'ascesa. Non ricordo con particolare gioia quella salita: i tornanti erano molto lunghi, quasi rettilinei sulla collina, estrema propaggine di quei Monti Tifatini che dall'interno della regione si dilungano nella Piana Campana e quasi la tagliano in due. L'autunno era arrivato: il sentiero era cosparso di foglie gialle, rosse, marroni, e altre cadevano al nostro passaggio, mentre lo sguardo spaziava sulla Valle di Suessula ai nostri piedi. Sotto di noi, San Felice, Suessula e Acerra; sullo sfondo, il monte San Prisco e la collina di Maddaloni (la cui visita descriverò nel corso di questo mese). 
Panorama dell'ascesa 
Il cielo era azzurro, occupato solo dai cirri, e falchetti volteggiavano sulla valle, unico segno di fauna vista durante tutte le due ore di esplorazione. Se ben ricordo, i tornanti erano 7, e lungo il sentiero abbiamo trovato assi rotte e tronchi sparsi: evidentemente, qualcuno particolarmente amante dello stato dei luoghi si era divertito un po' troppo. E' questo il guaio di posti simili: tutti possono venirci e inguaiare il territorio. Ogni tanto spuntava qualche cartello che ci incoraggiava a salire, visto che nel frattempo iniziavamo a credere anche di esserci persi. Dopo una buona oretta di salita, con le gambe già massacrate, siamo arrivati a uno spiazzo pieno di ulivi, sullo sfondo del quale si ergeva il maniero.

Il castello Matinale è stato descritto magnificamente dal professor Pierfrancesco Rescio nel numero 158-9 della “Rassegna storica dei Comuni”, Gennaro- Aprile 2010. A lui rinvio quindi per informazioni architettoniche dettagliate: in questa sede, mi limiterò a dare cenni storici, basandomi su Rescio e su altre fonti che citerò, e le indispensabili coordinate costruttive.
Il maniero fu fondato, si presume, nella seconda metà del XIII dal conte di Acerra, Tommaso d'Aquino, in occasione del suo matrimonio con Margherita di Svevia, figlia naturale dell'imperatore Federico II. La prima citazione di un castrum sul Mons Cancelli è del 1298, in una descrizione della dote di Margherita avuta circa 50 anni prima al momento della sua unione col d'Aquino. La dote comprendeva la valle di Suessula, quindi il casale di Cancello (citato come esistente nel 958 in una carta del censimento dei fuochi) e il castrum che lo sormontava. Non è però detto che la primitiva costruzione risalga a quel tempo: delle fortificazioni longobarde sono già citate nel IX secolo (cosa che contrasta con l'affermazione del Rescio per il quale “il maniero fu innalzato ex novo sulla collina di Cancello”), ed evidentemente il popolo venuto dal Nord potrebbe aver dominato l'area, seppur brevemente, a cavallo del Mille (la documentazione cartacea è piuttosto scarsa, sicché ci restano solo indizi di natura archeologica).
Torri meridionali
Nonostante la sua posizione strategica, il castello non dovette essere considerato molto importante ai fini bellici, se già le fonti, Rescio compreso, lo indicano abbandonato dopo il 1437, anno in cui fu occupato durante la guerra di successione angioino- aragonese. Come sempre accade in questi casi, fu il mondo agreste a utilizzare a propria fini l'opera rimasta incustodita: nel XVIII sono segnalate costruzioni coloniche private entro la cinta di mura originaria, e i resti di una chiesa già diruta e costruita, forse dopo l'occupazione del 1437. Nel 1799 fu trasformato in una delle sedi d'operazione del generale francese Championnet durante la guerra contro il Regno di Napoli, cosa che, secondo fonti locali, accade anche nel 1943, stavolta ad opera del comando alleato. Durante tutti questi secoli, il castello è pur sempre rimasto una proprietà privata, passato di mano dai d'Aquino ai Baracco, oggidì proprietari del maniero.

Il castello è circondato da possenti mura, interrotte da 4 torri angolari e da una quinta torre, adibita a protezione di una posterula, chiusa al momento della nostra visita. Le torri sono formate da bugnati di pietra, che hanno del tutto perso l'intonacatura originale (ammesso che l'avessero) e danno all'edificio l'aspetto geometrico e spoglio con cui è universalmente riconosciuto da chi lo abbia visto almeno una volta dalla Piana Campana. L'ingresso si trova lateralmente, ai piedi della torre di sud- est, e presenta un ampio portone a ogiva di calcare bianco, con un'intercapedine atta a far passare l'inferriata che chiudeva il maniero (una cosa simile la vidi visitando il castello di Lucera, vedi QUI).
Ingresso e portale a ogiva
La corte interna si presentò ai nostri occhi, nella luce sempre più fioca di quel mezzo pomeriggio domenicale, spoglia e infestata di piante e rifiuti di ogni sorta. Le mura erano franate o incrinate, e siamo riusciti con difficoltà a discendere in una stanza inferiore al muro meridionale, adiacente all'ingresso, di imponenti dimensioni e già immerso nel buio. Alla luce delle torce, abbiamo osservato polvere, resti di calcare sparso, e quella che mi è parsa una latrina, con un orifizio che si perdeva nelle fondamenta del castello. Risaliti su alla corte, abbiamo visitato l'unica torre ancora visitabile, quella di nord-ovest. Per arrivarci, abbiamo salito una scala di pietra franata nella parte inferiore: chi scrive ha dovuto arrampicarsi sulla scala con sprezzo del pericolo...e della salvaguardia della propria tuta, tra l'altro!
Con una certa cautela, siamo saliti lungo la scala addossata al muro orientale: Alex, io, Robin e Shirohige che chiudeva al fila. Poteva crollare tutto in quel momento, e nessuno ci avrebbe salvati (non credo che nella stagione fredda il maniero riceva molte visite), ma la fortuna che contraddistingue i nostri viaggi ci ha assistito anche in questo momento catartico. Giunti in cima alla scala, abbiamo visitato una stanza spoglia e illuminata solo da apertura romboidali che secoli fa erano state finestre. Da lì potevamo osservare la piana sottostante che si inscuriva sempre di più.

Tramonto
Ma non ci siamo fermati. Un'apertura conduceva a una stretta scala che saliva sopra: l'antico condotto usato dalle guardie per accedere al piano superiore, evidentemente. Il muro che conteneva il lato che dava sulla corte era crollato, e quindi la scala era in bella vista a noi che la guardavamo di lato. Senza esitazione, Alex e Robin, più atletici si sono arrampicati lungo quegli antichi scalini. Shiro li ha seguiti, e dopo qualche istante, scocciatomi di restare solo, mi sono fatto forza sulle braccia (non c'era più nessuno ad aiutarmi) e mi sono issato sulla scala, nel buio totale, attratto dalle voci che giungevano dal piano superiore. Sono arrivato quindi anche io nell'ultima stanza, quella della guardiola, dove c'erano altre tre aperture per la luce e...una maglietta del Napoli calcio!
Non eravamo dunque i soli a esserci spinti fin lassù, dunque. Il panorama meritava: attraverso una finestra, ho osservato il sole tramontare, il cielo che dal rosa passava al blu profondo, e la prima, argente falce di luna che illuminava la valle, già a sua volta costellata di luci artificiali.
Una brezza leggera arrivava da giù, mentre osservavo la piana. Chissà quanti prima di me si erano affacciati a quella finestra, da quel lontano 1250 circa. Chissà quali occhi avranno visto le genti di laggiù, e con quali sentimenti: odio, amore, indifferenza, bramosia, desiderio....
Alle 17 in punto, siamo ridiscesi per la scala pericolante, e qui l'ultima sorpresa: un sasso, piccolo e levigato, trovato a terra. Apparteneva, evidentemente, alla scala stessa, visto com'era consumato. E' stato l'unico souvenir che mi sono portato a casa, ma per chi ama il Medioevo, ha più valore questo piccolo frammento di scala che altre cose più concrete.

Fonti storiche e di approfondimento:


  1. Pierfrancesco Rescio, Il sistema delle fortezze medievali della contea di Acerra. Il castello di Matinale a Cancello, in “Rassegna storica dei Comuni”, n. 158-9, Gennaio- Aprile 2010.
  2. Carolina De Falco, Un episodio di architettura federiciana in Terra di Lavoro: il Castello di Cancello, in “Atti del convegno di studi di Cultura, città e architettura in età federiciana”, 1996, Napoli


La piana al tramonto, vista dall'alto del torrione di nord-ovest

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