lunedì 25 gennaio 2016

Shoah, il rischio di dimenticare.


Articolo pubblicato sul n. 4 del settimanale "Nuovacittà" del 27 gennaio 2012

L'avvicinarsi della ricorrenza del 27 gennaio, proclamata dal Parlamento Italiano come "Giornata del Ricordo" per le vittime dell'Olocausto nazista, ci impone di ripensare a quei morti, non solo ebrei, che persero la vita per la follia di un uomo, sostenuto per lungo tempo da milioni di altri uomini. Non starò qui a ricordare a chi legge cosa sia la Shoah (termine ebraico che significa catastrofe) né come si sia arrivati a quei 10 milioni di morti nei campi di sterminio o sui campi di battaglia; le vicende di quel quinquennio centrale del Novecento sono ormai entrate nel nostro bagaglio culturale fin dai primi studi elementari. Il peggior nemico che quei morti devono oggi affrontare è la dimenticanza. Sembra paradossale che un evento storico possa venire dimenticato, ma non è cosi. Ogni avvenimento porta con sé una carica emotiva che ne accompagna il ricordo e lo preserva dall'oblìo; passata questa, i fatti si cristallizzano,e nel giro di un paio di generazioni essi vengono analizzati freddamente e i particolari vengono dimenticati. Ciò risponde innanzitutto a una logica umana: i giovani di ogni epoca mostrano scarso interesse verso ciò che è accaduto prima della loro nascita, essendo naturalmente proiettati verso il futuro, e non capiscono le passioni di quanti hanno vissuto gli eventi che essi liquidano così sveltamente. Poi c'è la logica prettamente storica: l'umanità non è mai "ferma", ogni anno avvenimenti sempre più diversi si susseguono sul palcoscenico globale,e così il ricordo di quelli passati si riduce alle cerimonie ufficiali celebrate in qualche giorno ufficiale.
Le conseguenze di queste due logiche le abbiamo sotto agli occhi: tanto per rimanere in tema di tragedie, nessuno di noi si batte più il petto per l'eccidio degli Indios compiuto dagli spagnoli nel XVI secolo o per quello, più vicino temporalmente e geograficamente, compiuto dai Giovani Turchi negli anni 1920-1922 ai danni degli armeni nel Caucaso, pur ammettendo che entrambe sono pagine vergognose per l'umanità e i popoli che hanno commesso quelle stragi; l'assassinio di Kennedy ci impressiona ancora più per la pletora di teorie del complotto nate intorno ad esso che per l'omicidio in sè; e già le immagini dei tedeschi assiepati intorno alle rovine del Muro di vent'anni fa iniziano ad avere la patina giallastra del "già visto".
Il genocidio nazista attuato ai danni di persone di varia fede e nazionalità ci colpisce, a differenza degli altri, per la pubblicità straordinaria avuta subito dopo la fine del conflitto,e sostenuta da un numero di pubblicazioni impressionante. Come testimonia Henry Friedlander nel suo "Le origini del genocidio nazista", già dalla fine degli anni Quaranta furono allestiti processi in Europa e in America contro i crimini nazisti, che portarono alla luce una documentazione immensa, finita di esaminare solo negli anni Sessanta. Eppure, già allora iniziò la reazione, per certi tratti di fastidio, rispetto alla celebrazione del dolore collettivo per le vittime naziste; reazione arrivata fino alle ben note teorie di Irving di qualche anno fa. Il punto principale dei "reazionari" era che non erano solo gli ebrei a essere morti nelle camere a gas, e che quindi c'era un "monopolio della memoria" da parte ebraica; da qui, i tentativi per sconfessare tout court la memoria della Shoah. Anni dopo, quella poderosa pubblicità ha avuto l'effetto, questo sì che realmente paradossale, di alimentare filoni di antisemitismo che si mescolano senza continuità a rivendicazioni palestinesi per un territorio proprio e a presunte lotte contro un potere occulto organizzato dagli ebrei (a dire il vero, storie del genere l'avevamo già sentite prima del nazismo, già col caso Dreyfus in Francia). Oggi, dunque, il rischio è che la memoria della Shoah venga dimenticata, sia per il tempo trascorso, sia per l'eccessiva retorica che l'avvolge, che ha sostituito quel dolore privato e collettivo che ne causò la nascita.

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