giovedì 31 marzo 2016

Reloaded- Senatori a vita, sotto a chi tocca.

Quattro ex presidenti della Repubblica in una sola foto: Ciampi, Scalfaro, Napolitano, Cossiga. 


Rovistando nella mia casella mail di Libero.it, ho trovato questo vecchio articolo, del giugno 2013, scritto dopo la morte di Emilio Colombo. In esso, parlando del gruppo dei senatori a vita più discusso della storia della Repubblica, ipotizzavo anche chi ne sarebbero stati i successori alla carica. Non ho azzeccato nessun nome, ma fare l'indovino non è la mia ambizione di vita e non me ne rammarico. Piuttosto, a distanza di quasi tre anni, confermo quanto ho scritto nella chiusa dell'articolo, che lascio alla vostra lettura.

Con la morte di Emilio Colombo, si è quasi del tutto estinto il gruppo di senatori a vita più longevo della storia, e più politicamente discusso. Si inizia così a pensare a nuove nomine, a nuovi “cittadini che abbiano illustrato la Patria per altissimi meriti in campo scientifico, letterario, artistico o sociale”, come recita l'articolo 59 della Costituzione.

Nel 1947, i costituenti decisero di concedere a 5 cittadini, scelti dal Capo dello Stato, l'onore di sedere vita natural durante a Palazzo Madama. Tale onore era riservato anche ai Presidenti della Repubblica quando cessavano il settennato, ed erano tali di diritto.
Nel biennio 2006 – 2008, i 7 senatori senatori a vita in carica, 3 per diritto (Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi) e 4 per merito (Giulio Andreotti, Rita Levi Montalcini, Emilio Colombo e Sergio Pininfarina), furono più volte al centro della polemica politica in quanto sostenitori del governo Prodi, con una maggioranza risicatissima al Senato, e furono fatti oggetto di duri attacchi da parte del centro destra e della Lega. Il quotidiano Libero parlò di “dittatura dei pannoloni”: è tutto dire. Con il governo Berlusconi IV, avente una larga maggioranza al Senato, l'importanza decisiva nelle votazioni dei senatori a vita cessò. E iniziò pian piano la loro scomparsa.
Rita Levi Montalcini
Si iniziò con Francesco Cossiga, il 17 agosto 2010. Era il più “giovane” fra i longevi senatori, ma affetto da tempo da malanni disfunzionali. Ricordo ancora la lettera che fece recapitare alle 4 cariche più importanti dello Stato, con cui manifestava il suo amore per la Patria.
Il secondo ad andarsene fu Scalfaro, il 29 gennaio 2012: se ne andò rabbioso per non essere riuscito a vedere la fine definitiva del Cavaliere da lui tanto detestato. Il 3 luglio dello stesso anno, scomparve l'industriale Sergio Pininfarina. La sua morte e quella di Scalfaro non destarono, a onore del vero, lo stesso trasporto emotivo che ci fu ai funerali di Cossiga. L'anno si chiuse con l'improvvisa morte, il 30 dicembre, della senatrice Rita Levi Montalcini, a ben 103 anni: il mondo scientifico e l'Italia furono private di un emblema di vanto nel mondo intero, sia nel campo sociale che in quello scientifico.
A mezzogiorno del 6 maggio di quest'anno, il mondo è stato raggiunto dalla notizia della morte di Giulio Andreotti. L'ex Presidente del Consiglio aveva 93 anni, ma ormai da due non interveniva più in pubblico, e a febbraio i suoi parenti volevano perfino restituire ai questori del Senato l'ufficio da lui detenuto, visto che passava tutto il tempo in casa. Infine, pochi giorni fa se n'è andato Emilio Colombo, l'ultimo costituente ancora in vita, e con lui è morta simbolicamente anche la Prima Repubblica.

Adesso di quel gruppetto resta solo il Presidente Ciampi, 93enne, in compagnia di Mario Monti, unico senatore a vita per merito, nominato da Giorgio Napolitano il 9 novembre 2011. E ora, come intende comportasi il Capo dello Stato, con 4 posizioni “libere” per le nomine?
C'è da dire che l'assenza di nomine durante la presidenza Scalfaro ha generato uno stacco “qualitativo”: il successore Ciampi infatti ha nominato due soli politici, Colombo e Napolitano, entrambi espressioni della Prima Repubblica. Si può dire che dei rappresentanti della Seconda nessuno sia stato premiato in questi anni, e che quindi, per paradosso, proprio ora che essa è al finire, possano scoccare le prime “premiazioni”. 
Il Divo Giulio
Se limitiamo il campo alla politica, i primi nomi che ci vengono in mente per essere degni di tale carica sono Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Entrambi sono stati i capi delle rispettive aree polari durante gli ultimi 20 anni, ed entrambi sono diventati primi ministri con un' esperienza pluridecennale. Ma il primo è così perseguitato dalla magistratura, ed è così al centro dell'attenzione mediatica, che difficilmente Napolitano deciderà di concedergli il laticlavio a vita. Per Prodi non ci sarebbero problemi, vista anche l'affinità ideologica con il Capo dello Stato, ma una sua elevazione al Senato sarebbe sgradita agli elettori del centrodestra. Viene quindi naturale pensare che Napolitano opterà per nomine politiche il più possibilmente bipartisan: si pensa a Luciano Violante per la sinistra, e Gianni Letta per la destra.
Papabili a una creazione senatoriale sono anche Massimo D'Alema e Walter Veltroni, anime diverse della sinistra, accomunati sia dalla lunga permanenza al potere sia dal fatto di essere attualmente entrambi fuori dal Parlamento, e quindi più in predicato di rientrarvi.
E' anche possibile, ovviamente, che Napolitano decida di non procedere a nessuna nomina o di farne qualcuna che escluda totalmente la politica; ma è prassi che i Presidenti nominino anche esponenti politici di primo piano come premio per il lungo corso politico.
Altri nomi che circolano sono quelli di Emma Bonino, per i suoi (discutibilissimi) meriti sociali, lo scalatore di fama mondiale Reinhold Messner (che farebbe piacere non solo per la fama del personaggio, ma anche per unire ancora di più i sudtirolesi ancora restii al centro del Paese), il presentatore Pippo Baudo e altri di minor caratura.

Chiunque venga scelto, ci aspettiamo che sia allo stesso livello dei senatori a vita che purtroppo ci hanno lasciato: Cossiga e Andreotti, Colombo e Pininfarina, Montalcini e Scalfaro saranno stati discutibilissimi nelle loro prese di posizione politiche, ma erano di una grandezza che, in questo scorcio di Terza repubblica, ci sembra davvero senza eredi.

venerdì 25 marzo 2016

Golgota.



Cristo entra nell'oscuro sepolcro. E' la morte di Dio.
Ma non tutto finisce nella caverna.
Una nuova gioia pervaderà il mondo, proprio da lì, tra poche ore.

sabato 19 marzo 2016

La primazia ecclesiale di Santa Maria d'Ajello.

Santa Maria d'Ajello e campanile (a six), San Marco in Silvis (a dex)

Interrompo la serie descrittiva de "Afragola d'arte" (vedi QUI) per questa e la prossima settimana. Nell'articolo che segue affronto in maniera NON esaustiva il tema della primazia ecclesiale in Afragola, tema che verrà trattato in maniera più ampia e conforme alla ricerca nella 2a edizione de "Il caso Afragola", in probabile uscita nel maggio di quest'anno (vedi QUI). 

(Articolo pubblicato su "Nuovacittà" n. 10 del 19 marzo 2016).


Parlare di antichità di fondazioni quando la ricerca storica è ancora in corso, e probabilmente lo sarà per sempre, può sembrare più una chiacchierata sul sesso degli angeli che tema di primaria importanza. Pure, non si possono sentire certe idiozie che circolano tra appassionati e gente comune, messe in giro da personaggi non molto in confidenza con le fonti storiche. L'articolo che segue non pretende di concludere la vexata quaestio degli inizi della suddivisione parrocchiale in Afragola nel Medioevo, ma almeno di chiarire le idee, per poi suscitare ulteriori studi.

La primazia di Santa Maria attraverso i secoli

Non sappiamo precisamente quando furono effettivamente costruite le tre storiche chiese di Afragola, né si sa quando esse furono erette in parrocchie. La tradizione ci consegna come date quelle del 1179 per San Marco in Sylvis, 1198 per Santa Maria d'Ajello, primi anni del Duecento per San Giorgio Martire. L'antica chiesa marciana sarebbe quindi la più antica delle tre, seguita da quella dedicata alla Madonna e al santo cavaliere.
Riguardo San Marco, tutto nasce da un poemetto presuntivamente scritto dal frate Domenico de Stelleopardis alla fine del Trecento, secondo il quale il tempio sarebbe stato eretto nell' anno 1179, per disposizione del re normanno Guglielmo II (1166-1189). questa “relazione” sarebbe stata ristampata tre volte, nel 1581, nel 1607 e nel 1682, e di essa noi abbiamo solo quest'ultima copia, accompagnata da una prefazione di Giuseppe Bocrene che racconta anche delle famiglie fondatrici di Afragola al tempo di re Ruggero.
L'operetta è un falso per varie ragioni, a cominciare dal fatto che non ne abbiamo l'originale, né le presunte ristampe che avvennero nei secoli successivi: il testo ci è disponibile solo nell'edizione del 1682, cosa che rafforza il sospetto che sia un apocrifo di un sacerdote di San Marco, attribuito al famoso frase per dargli una patente di storicità. L'elemento più antico della chiesa è il campanile, che è però concordemente di epoca angioina, quindi del XIV secolo, la stessa epoca in cui inizia la serie dei rettori della chiesa. Pur non potendo rimandare la fondazione di San Marco al Trecento, dobbiamo escludere che sia la chiesa matrice di Afragola, quella da cui sia partita la distrettuazione ecclesiastica del territorio.
A mio parere, fatta salva l'esistenza di preesistenti cappelle per il bisogno religioso dei contadini, la prima chiesa vera e propria del casale fu Santa Maria Assunta. Ci sono vari assunti che sostengono questa tesi, e ne enumero i principali:

  • la chiesa fu dedicata alla Madonna Assunta in cielo, come la Cattedrale di Napoli, e ciò denuncia un legame forte con la Curia napoletana;
  • fu fondata nel luogo più vicino possibile agli incroci delle vie principali da e verso Napoli;
  • le Sante visite pastorali, cioè le ricognizioni che ogni arcivescovo di Napoli effettua di tanto in tanto nella sua diocesi, Ad Afragola, sono sempre iniziate in Santa Maria;
  • E' sempre stata la parrocchia più popolata;
  • in Santa Maria prendeva incarico l'arciprete di Afragola, figura ecclesiastica particolare che “coordinava” le parrocchie di Afragola e di altri 6 casali.

Futuro santuario?

Naturalmente, la questione della primazia è vasta e ne rinvio la trattazione al capitolo relativo nella seconda edizione de “Il caso Afragola”, in uscita a maggio 2016.

Santa Maria, cuore dell'omonimo e fin troppo dimenticato quartiere, è l'esempio concreto della devozione alla Madonna degli afragolesi di tutte le epoche. Don Giorgio Montefusco, indimenticabile parroco della chiesa, si disse “un innamorato di Maria” e amava ripetere che tutto, nella storica chiesa, parlava della e alla Madre di Gesù. Proprio per questo, durante gli ultimi anni della sua reggenza, fu presentata richiesta alla Curia arcivescovile di Napoli per l'elevamento in Santuario mariano diocesano della chiesa, e dare un riconoscimento formale a questa lunga storia di devozione filiale, lunga 8 secoli. Oggi la parrocchia è magistralmente retta da don Luigi Terracciano, e speriamo che durante la sua reggenza possa prendere concretezza questo antico sogno di don Giorgio e dei parrocchiani dl quartiere.  




sabato 12 marzo 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello - Navata centrale.

Santa Maria d'Ajello. Altare Maggiore (XVII sec.)  e altare a mensa. Sullo sfondo, la stupenda pala d'altare (XVI sec.).


Per l'articolo sul prospetto, clicca QUI
Per l'articolo sul campanile, clicca QUA

Nota bene: gli articoli pubblicati e che si pubblicheranno di seguito costituiscono sunti del capitolo “Santa Maria d'Ajello: 8 secoli di Storia” della nuova edizione del mio libro, “Il caso Afragola” (clicca QUI). Questo per dire a studiosi appassionati e ad appassionati copiatori dei miei articoli che non inserisco certo tutto nel blog, e che la ricerca archivistica E' FONDAMENTALE e nei libri SI TROVA MOLTO DI PIU' che nei brevi articoli del blog.

Siamo dunque agli interni di Santa Maria.
Salita la scala di 16 gradini di pietra lavica, arriviamo davanti alla porta destra della facciata, che è quella principale e che dà accesso alla navata centrale. La navata è lunga 30 metri e e termina alla balaustra del presbiterio, facendola così risultare meno lunga delle navate minori, anche se per pochi centimetri. Essa corrisponde alla navata unica originaria della chiesa, che prima dei lavori di epoca barocca era priva degli ambienti laterali. Questi furono realizzati dopo il 1583, allorquando la parrocchia ricevette l'eredità del notaio Bernardino Castaldo, morto 55 anni prima. Il progetto non dovette essere uniforme negli anni, come si rivela dalle Sante visite episcopali del Seicento. Ma di questo, e di una particolarità costruttiva di Santa Maria d'Ajello che non si riscontra (allo stato attuale della ricerca) nelle altre chiese afragolesi, darò conto nel capitolo specifico del tempio nella 2a edizione de “Il caso Afragola”, in uscita a maggio di quest'anno.

Navata centrale della chiesa. Foto del luglio 2012

Santa Maria d'Ajello nel 1542.

La prima visita pastorale che citi la nostra chiesa, allo stato attuale della ricerca, è quella del 1542, redatta durante l'episcopato di Francesco Carafa. Nella relazione dei visitatori, giunti in Santa Maria il 21agosto 1542, il tempio non è descritto, quindi non possiamo attualmente sapere quali fossero le particolarità artistiche, e neppure le misure più prosaicamente architettoniche, della chiesa di 5 secoli fa. Le relazioni delle Sante Visite pastorali dei secoli successivi confermano che essa avesse un'unica navata, e nella pregevole opera sulla chiesa dell'arch. Passinetti è aggiunto che essa presentava una copertura retta da capriate lignee a vista1. Una soluzione di questo tipo, a navata unica e con soffitto retto da capriate a vista, la si può osservare oggigiorno nella stessa Afragola, visitando la chiesa di San Marco in Sylvis. Ma attenzione! Anche se San Marco è un buon modello per avere un'idea della Santa Maria di 500 anni fa, pure non è perfettamente congruente a quella, essendo che il tempio mariano presentava già allora la Cappella del Presepe, nucleo originario della chiesa stessa, e quindi un “prolungamento” laterale che la collegasse alla navata (cosa attualmente assente nel tempio marciano). 

Nel 1542, i visitatori si limitarono a dire che tutto era in ordine e non c'era bisogno di riparazione alcuna: “quibus bene visis et consideratis fuit repertum omnia bene disposita et preparata et aliqua reformatione, seu repaatione non indigere2. Nulla è detto a proposito della scalinata antistante, né del campanile, se pure ci fossero. La relazione cita il rettore dell'epoca, i cappellani e i vari altari presenti in chiesa. Erano in tutto 10, alcuni con doppia intitolazione:

  • Altare a San Leonardo
  • Altare a San Michele
  • Altare a Sant'Antonio di Padova
  • Altare a San Nicola (patronato della famiglia Corcione)
  • Altare (o cappella) a Sant'Antonio di Padova o Santa Maria del Carmelo
  • Altare a Santa Maria Annunziata, o alla Santa Trinità
  • Altare a Sant'Antonio di Bienna
  • Altare a San Leonardo (patronato della famiglia Paribelli)
  • Altare a Santa Maria a Parete, San Leonardo e San Giovanni Battista
  • Altare a San Michele Arcangelo e Sant'Andrea

Alcuni altari erano di patronato, cioè eretti e dotati di suppellettili da alcune famiglie notabili, non necessariamente facenti parti della parrocchia, come dimostra un caso particolare che spiegherò nella mia prossima pubblicazione di maggio. La relazione si limita a elencare, in un latino “maccheronico”, gli altari e chi deteneva il patronato in quel momento. I primi 8 sono elencati in specifici paragrafi. Gli ultimi due in un paragrafo a parte, e per segnalare i patroni che non si erano presentati alle interrogazioni dei missi episcopali, e perciò scomunicati.
Carlo Cerbone, in una sua opera recente, è del parere che gli altari in Santa Maria siano 103. A un'attenta lettura del testo del 1542, invece, si può riscontrare come essi fossero molti di più, e che quindi la sua supposizione sia sbagliata (e non sarebbe l'unico errore che il Cerbone, tanto severo nei confronti di chi ha pubblicato prima di lui, scrive nei suoi libri, essendo del resto un non afragolese). Rinvio ancora una volta alla mia pubblicazione di maggio, nel capitolo dedicato alla chiesa.


Navata centrale vista dalla balconata della cantoria, marzo 2016. A detta
del custode Ciro Boemio, nessuno saliva da decenni alla cantoria.
Salendo le scale, ho capito anche io il perché...

Una foto particolare...

La navata centrale della chiesa si presenta oggi occupata dai banchi per i fedeli, e adornata da marmi policromi disposti a “tappeto” che conducono il fedele e la fuga prospettica verso l'Altare maggiore, centro di tutto il tempio. La pavimentazione in blocchi di marmo lucido risale ai lavori degli anni Sessanta, condotti durante le reggenze di don Aniello Castiello e don Giorgio Montefusco. 
Per secoli (ovviamente con opportuni restauri e riparazioni) il suolo del tempio fu costituito da mattonelle in cotto maiolicato, che coprivano il calpestio delle tre navate, interrotte solamente dalle botole che conducevano alle cripte di patronato (nelle navate minori) o alle tre fosse comuni della chiesa (nella navata centrale). Le botole erano coperte di iscrizioni latine, oggi tutte perdute, e di cui conserviamo traccia in un manoscritto del 1850 conservato nell'archivio parrocchiale, realizzato forse da un presbitero della chiesa e allegato in appendice alla già citata opera del Passinetti.
Foto del 1958
Un'idea di come doveva essere il pavimento della chiesa ce la trasmette la foto a lato. Essa ritrae la foto di due sposi, delle famiglie Piccirilli e Castaldo, con i fratelli della sposa, in occasione del matrimonio del maggio 1958, col parroco don Gennaro Balsamo. La trovai un anno fa in Rete e mi misi in contatto con l'erede degli sposi, signor Carlo Piccirilli, per poterla pubblicare. Permesso accordato, come vedete.
L'ignoto autore ha ripreso sposi e parenti davanti all'Altare maggiore, che ha il Tabernacolo coperto dal conopeo. Questo era una copertura importantissima nelle chiese prima del Concilio vaticano II. Cito a questo proposito l'autorità di monsignor Eleuterio Favella: “ Termine e foggia derivano dal greco konopeion, che era una sorta di zanzariera preziosa che tutelava luoghi molto importanti di santuari e palazzi imperiali. In antico veniva usato per tutelare dall'intromissione di insetti il luogo più sacro del tempio, che custodiva le Sacre Specie. Dal basso Medioevo in poi cominciò a prendere i colori liturgici, sicché in molte chiese- fino agli anni Settanta- esso veniva cambiato a seconda dei colori dei parametri”.
Ai piedi degli sposi, notiamo l'antica copertura in cotto maiolicato della chiesa. E, cosa ancora più importante, la botola del presbiterio, dove venivano sepolti i sacerdoti della chiesa (non solo i parroci), con la data del 1842, anno dei rifacimenti effettuati da don Felice Romanucci. Il cotto si presenta rovinato, sia per l'usura del tempo (ben 116 anni) sia per la trascuratezza della cura della chiesa negli anni centrali del secolo scorso. Non si sa che fine abbiano fatto le mattonelle divelte, ed è un peccato che un patrimonio artistico tale sia andato disperso, e che possiamo goderne solo attraverso fotografie, quando in altri Comuni esso è stato preservato. La botola è attualmente tappata dall'altare a mensa conciliare. Anche questo altare ha una storia particolarissima, ma ne parleremo in una prossima puntata.

1 Catello Passinetti, Il complesso monumentale di Santa Maria d'Ajello in Afragola, 2003, pag. 12.

2 Antonio Illibato (a cusa di), “Il Liber Visitationis di Francesco Carafa nella diocesi di Napoli 1542-1543”, Roma 1983, libro II, fogl. 150 retro (o pag. 459 del libro).


3 Carlo Cerbone, Chiesa e società ad Afragola fra Cinque e Settecento, 20042006, pag. 19.

sabato 5 marzo 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello- Campanile.

Santa Maria d'Ajello, prospetto e campanile

Prima parte: clicca QUI.

Il campanile della chiesa matrice di Santa Maria d'Ajello è una costruzione a sé stante che domina la piazza e il sagrato antistanti la storica chiesa.
La struttura è di data ignota, ma comunque realizzata fra il 1542, data della prima Santa Visita pastorale finora ritrovata che riguardi Santa Maria d'Ajello, e in cui non si nota il campanile, e il 1698, in cui è esplicitamente citato nella relazione della Santa Visita di quell'anno1. Quindi la torre è stata costruita in pieno Rinascimento, ma con tecniche costruttive che rimandano a usi medievali, come la massiccia solidità dell'impianto e la pianta quadrata. Ciò rimanda a tipiche strutture che non sono inusuali nella nostra regione. Un esempio lo si può trovare a Montefusco, osservando il campanile della chiesa parrocchiale, del XV- XVI secolo. La celletta è di chiaro rimando rinascimentale-barocco, e costruita successivamente, forse in seguito agli abbellimenti del 1780.
E' stata altresì avanzata l'ipotesi che in realtà la torre esistesse già nel 1542, isolata rispetto alla chiesa, e come prova di ciò è stato osservato che, nel momento in cui si dovette ampliare la chiesa e costruire le navate minori, quella destra fu giocoforza realizzata dietro il campanile 2. Ipotesi interessante e non da escludere, ma per comprovarla bisognerebbe dimostrare quando effettivamente sono state realizzate le navate minori, e su questo non c'è certezza, come dirò nel prossimo post parlando degli interni della chiesa di Santa Maria.

Descrizione

Si compone di tre livelli e di un cella cuspidale, con ossatura di tufo listato con mattoni3, suddivisi da cornicioni di piperno nero, ed è alto circa 45 metri (180 palmi secondo i cronisti del 1850- un palmo corrisponde a 25 cm).
Il primo, a livello basamentale, presenta una finestra ad arco con inferriata, che costituisce l'unico elemento che rompe l'uniformità spaziale del livello frontalmente la piazza. A lato, verso il sagrato, è presente un'epigrafe marmorea fatta apporre dal parroco Felice Romanucci per ricordare i lavori del 1847, in seguito alla distruzione del cupolino a causa di un fulmine il 14 dicembre di quell'anno. I lavori di consolidamento furono eseguiti da Luigi Farinari, che operò diverse migliorie alla struttura, apertasi in più punti.
Lapide del parroco Romanucci
Il secondo livello, separato dal primo da un cornicione di piperno, presenta finestre ad arco, verso la piazza e verso il sagrato, contornate da mattoni aggettanti. Un altro cornicione divide dal terzo livello, che presenta pure finestre ad arco, ma più grandi in quanto ospita le campane. Esse erano tre nel 1698, al tempo del parroco Giuseppe Orefice e della Santa Visita pastorale del cardinale Cantelmo. Una o più dovettero però essere rifatte perché crepate o altro, poiché 150 anni dopo, nel 1853, si parla sempre di tre campane, ma la più grande era stata benedetta nel 1838. soli 12 anni prima. Un terzo cornicione di piperno separa la struttura parallelepipeda dall'ultimo livello, contornato da un parapetto con particolari ornamenti a bottiglia, chiuso eccetto che sul lato rivolto alla piazza. Qui ha sede la celletta ottagonale, con finestre ellittiche chiuse per garantire la stabilità della struttura, e un ampio medaglione col bassorilievo della Vergine Assunta tra gli angeli.
L'opera fu realizzata durante i lavori già ricordati del 1847, e il modello prescelto fu quello della pala dell'Altare maggiore della chiesa stessa. Nelle foto degli anni Ottanta del Novecento che ho avuto modo di visionare, il volto della vergine e gli angeli superiori erano stati distrutti, e sono stati ricostruiti solo nel corso dei lavori del 2002. La celletta è sormontata da una cupola maiolicata, in piastrelle verdi e gialle, ancora in buono stato nel fronte rivolto verso la piazza, ma che già presentano fratture e scomposizioni su quello rivolto in via dell'Aquila4.

Il campanile
Il campanile ha accesso nella navata destra, e mi fu concesso dal custode Ciro Boemio di salirci nel settembre 2014. La salita avviene per una stretta scala a chiocciola, illuminata dai finestroni ad arco descritti suddetti. L'ultimo livello, quello che ospita le campane, è anche l'ultimo visitabile, in quanto per raggiungere la celletta è necessaria armarsi di scala a parte e arrampicarsi sopra.
Dal piano delle campane si ha una perfetta visione del quartiere Santa Maria, delle cupole delle navate, e di buona parte del Piano campano, riuscendo a osservare un panorama che va dalla collina dei Camaldoli di Napoli al monte Saro che sovrasta Sarno, in provincia di Salerno. E' ovviamente visibile anche la campagna afragolese, e da lì la rettoria della Scafatella.
Io non sono riuscita a vederla, ma forse sarete più fortunati, riuscendo a scorgerla nell'ultima foto che allego all'articolo, e con cui chiudo questa seconda parte (di 10) dedicata a Santa Maria d'Ajello.


Panorama di Afragola e dei Monti Tifata dall'ultimo livello del campanile


1Cfr. Relazione per la Santa Visita locale della parrocchia di Santa Maria d'Aiello dell'Afragola, 1698, vol. IV, fogl. 534 e segg. Si parla esplicitamente di “Un campanile, tre campane”.

2Catello Passinetti, Il complesso monumentale di Santa Maria d'Ajello ad Afragola, 2003, pag. 17.

3Catello Passinetti, op. cit.


4Come da personale presa visione dell'Autore.