sabato 12 marzo 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello - Navata centrale.

Santa Maria d'Ajello. Altare Maggiore (XVII sec.)  e altare a mensa. Sullo sfondo, la stupenda pala d'altare (XVI sec.).


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Nota bene: gli articoli pubblicati e che si pubblicheranno di seguito costituiscono sunti del capitolo “Santa Maria d'Ajello: 8 secoli di Storia” della nuova edizione del mio libro, “Il caso Afragola” (clicca QUI). Questo per dire a studiosi appassionati e ad appassionati copiatori dei miei articoli che non inserisco certo tutto nel blog, e che la ricerca archivistica E' FONDAMENTALE e nei libri SI TROVA MOLTO DI PIU' che nei brevi articoli del blog.

Siamo dunque agli interni di Santa Maria.
Salita la scala di 16 gradini di pietra lavica, arriviamo davanti alla porta destra della facciata, che è quella principale e che dà accesso alla navata centrale. La navata è lunga 30 metri e e termina alla balaustra del presbiterio, facendola così risultare meno lunga delle navate minori, anche se per pochi centimetri. Essa corrisponde alla navata unica originaria della chiesa, che prima dei lavori di epoca barocca era priva degli ambienti laterali. Questi furono realizzati dopo il 1583, allorquando la parrocchia ricevette l'eredità del notaio Bernardino Castaldo, morto 55 anni prima. Il progetto non dovette essere uniforme negli anni, come si rivela dalle Sante visite episcopali del Seicento. Ma di questo, e di una particolarità costruttiva di Santa Maria d'Ajello che non si riscontra (allo stato attuale della ricerca) nelle altre chiese afragolesi, darò conto nel capitolo specifico del tempio nella 2a edizione de “Il caso Afragola”, in uscita a maggio di quest'anno.

Navata centrale della chiesa. Foto del luglio 2012

Santa Maria d'Ajello nel 1542.

La prima visita pastorale che citi la nostra chiesa, allo stato attuale della ricerca, è quella del 1542, redatta durante l'episcopato di Francesco Carafa. Nella relazione dei visitatori, giunti in Santa Maria il 21agosto 1542, il tempio non è descritto, quindi non possiamo attualmente sapere quali fossero le particolarità artistiche, e neppure le misure più prosaicamente architettoniche, della chiesa di 5 secoli fa. Le relazioni delle Sante Visite pastorali dei secoli successivi confermano che essa avesse un'unica navata, e nella pregevole opera sulla chiesa dell'arch. Passinetti è aggiunto che essa presentava una copertura retta da capriate lignee a vista1. Una soluzione di questo tipo, a navata unica e con soffitto retto da capriate a vista, la si può osservare oggigiorno nella stessa Afragola, visitando la chiesa di San Marco in Sylvis. Ma attenzione! Anche se San Marco è un buon modello per avere un'idea della Santa Maria di 500 anni fa, pure non è perfettamente congruente a quella, essendo che il tempio mariano presentava già allora la Cappella del Presepe, nucleo originario della chiesa stessa, e quindi un “prolungamento” laterale che la collegasse alla navata (cosa attualmente assente nel tempio marciano). 

Nel 1542, i visitatori si limitarono a dire che tutto era in ordine e non c'era bisogno di riparazione alcuna: “quibus bene visis et consideratis fuit repertum omnia bene disposita et preparata et aliqua reformatione, seu repaatione non indigere2. Nulla è detto a proposito della scalinata antistante, né del campanile, se pure ci fossero. La relazione cita il rettore dell'epoca, i cappellani e i vari altari presenti in chiesa. Erano in tutto 10, alcuni con doppia intitolazione:

  • Altare a San Leonardo
  • Altare a San Michele
  • Altare a Sant'Antonio di Padova
  • Altare a San Nicola (patronato della famiglia Corcione)
  • Altare (o cappella) a Sant'Antonio di Padova o Santa Maria del Carmelo
  • Altare a Santa Maria Annunziata, o alla Santa Trinità
  • Altare a Sant'Antonio di Bienna
  • Altare a San Leonardo (patronato della famiglia Paribelli)
  • Altare a Santa Maria a Parete, San Leonardo e San Giovanni Battista
  • Altare a San Michele Arcangelo e Sant'Andrea

Alcuni altari erano di patronato, cioè eretti e dotati di suppellettili da alcune famiglie notabili, non necessariamente facenti parti della parrocchia, come dimostra un caso particolare che spiegherò nella mia prossima pubblicazione di maggio. La relazione si limita a elencare, in un latino “maccheronico”, gli altari e chi deteneva il patronato in quel momento. I primi 8 sono elencati in specifici paragrafi. Gli ultimi due in un paragrafo a parte, e per segnalare i patroni che non si erano presentati alle interrogazioni dei missi episcopali, e perciò scomunicati.
Carlo Cerbone, in una sua opera recente, è del parere che gli altari in Santa Maria siano 103. A un'attenta lettura del testo del 1542, invece, si può riscontrare come essi fossero molti di più, e che quindi la sua supposizione sia sbagliata (e non sarebbe l'unico errore che il Cerbone, tanto severo nei confronti di chi ha pubblicato prima di lui, scrive nei suoi libri, essendo del resto un non afragolese). Rinvio ancora una volta alla mia pubblicazione di maggio, nel capitolo dedicato alla chiesa.


Navata centrale vista dalla balconata della cantoria, marzo 2016. A detta
del custode Ciro Boemio, nessuno saliva da decenni alla cantoria.
Salendo le scale, ho capito anche io il perché...

Una foto particolare...

La navata centrale della chiesa si presenta oggi occupata dai banchi per i fedeli, e adornata da marmi policromi disposti a “tappeto” che conducono il fedele e la fuga prospettica verso l'Altare maggiore, centro di tutto il tempio. La pavimentazione in blocchi di marmo lucido risale ai lavori degli anni Sessanta, condotti durante le reggenze di don Aniello Castiello e don Giorgio Montefusco. 
Per secoli (ovviamente con opportuni restauri e riparazioni) il suolo del tempio fu costituito da mattonelle in cotto maiolicato, che coprivano il calpestio delle tre navate, interrotte solamente dalle botole che conducevano alle cripte di patronato (nelle navate minori) o alle tre fosse comuni della chiesa (nella navata centrale). Le botole erano coperte di iscrizioni latine, oggi tutte perdute, e di cui conserviamo traccia in un manoscritto del 1850 conservato nell'archivio parrocchiale, realizzato forse da un presbitero della chiesa e allegato in appendice alla già citata opera del Passinetti.
Foto del 1958
Un'idea di come doveva essere il pavimento della chiesa ce la trasmette la foto a lato. Essa ritrae la foto di due sposi, delle famiglie Piccirilli e Castaldo, con i fratelli della sposa, in occasione del matrimonio del maggio 1958, col parroco don Gennaro Balsamo. La trovai un anno fa in Rete e mi misi in contatto con l'erede degli sposi, signor Carlo Piccirilli, per poterla pubblicare. Permesso accordato, come vedete.
L'ignoto autore ha ripreso sposi e parenti davanti all'Altare maggiore, che ha il Tabernacolo coperto dal conopeo. Questo era una copertura importantissima nelle chiese prima del Concilio vaticano II. Cito a questo proposito l'autorità di monsignor Eleuterio Favella: “ Termine e foggia derivano dal greco konopeion, che era una sorta di zanzariera preziosa che tutelava luoghi molto importanti di santuari e palazzi imperiali. In antico veniva usato per tutelare dall'intromissione di insetti il luogo più sacro del tempio, che custodiva le Sacre Specie. Dal basso Medioevo in poi cominciò a prendere i colori liturgici, sicché in molte chiese- fino agli anni Settanta- esso veniva cambiato a seconda dei colori dei parametri”.
Ai piedi degli sposi, notiamo l'antica copertura in cotto maiolicato della chiesa. E, cosa ancora più importante, la botola del presbiterio, dove venivano sepolti i sacerdoti della chiesa (non solo i parroci), con la data del 1842, anno dei rifacimenti effettuati da don Felice Romanucci. Il cotto si presenta rovinato, sia per l'usura del tempo (ben 116 anni) sia per la trascuratezza della cura della chiesa negli anni centrali del secolo scorso. Non si sa che fine abbiano fatto le mattonelle divelte, ed è un peccato che un patrimonio artistico tale sia andato disperso, e che possiamo goderne solo attraverso fotografie, quando in altri Comuni esso è stato preservato. La botola è attualmente tappata dall'altare a mensa conciliare. Anche questo altare ha una storia particolarissima, ma ne parleremo in una prossima puntata.

1 Catello Passinetti, Il complesso monumentale di Santa Maria d'Ajello in Afragola, 2003, pag. 12.

2 Antonio Illibato (a cusa di), “Il Liber Visitationis di Francesco Carafa nella diocesi di Napoli 1542-1543”, Roma 1983, libro II, fogl. 150 retro (o pag. 459 del libro).


3 Carlo Cerbone, Chiesa e società ad Afragola fra Cinque e Settecento, 20042006, pag. 19.

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