sabato 30 aprile 2016

La guerra ad Afragola VI: due afragolesi nella Repubblica Sociale.

Aquila e fascio littorio su tricolore: bandiera della Repubblica Sociale Italiana


Pubblicato sul Nuovacittà, n. 13, 30 aprile 2016

Il 25 aprile si rivela di anno in anno sempre più vuoto come ricorrenza, al netto delle solite polemiche e scambio di insulti tra le due fazioni alimentate da sessantottini mai sazi di protagonismo. Quest'anno la ricorrenza della sconfitta militare e della liberazione ad opera di eserciti stranieri è passata in sordina, un buon segno, poiché al di là delle opinioni, ciò significa che il passato di orrori della guerra civile del 1943-45 sta per essere storicizzato, privato dell'ammanto ideologico e consegnato finalmente alla Storia.
La ricorrenza mi ha fatto tornare in mente un episodio di un anno fa. Nel pieno della polemica sul cambio di denominazione della scuola “Giovanni Ciaramella”, fui invitato a un incontro presso la sede dell'ANMIG diretta da Roberto Giacco per discutere delle possibili reazioni (culturalmente parlando) al succitato cambio. Conobbi allora un cultore di storia locale, che si interessava della storia cittadina, e su invito del mio anfitrione gli chiesi informazioni circa le due vittime afragolesi che avevano militato nella Repubblica sociale di Salò, nel 1943-1944. Avevo trovato un accenno in un discorso di Armando Izzo, il cui figlio Antonio mi donò copia delle opere. Non nutrivo molte illusioni su un eventuale aiuto: lungi dall'aiutarsi o dall'aiutare, gli operatori nel campo della storia locale sono accomunati dall'indifferenza se non vero e proprio mobbing verso i più giovani che accedono al campo. Solo per grazia del mio ospite, inviai dunque una mail a quel cultore di storia locale. Non ebbi risposta né al momento né successivamente da lui, e continuai in proprio la mia ricerca, dedicandole i ritagli di tempo libero. Ho trovato ben poco, essendomi del resto indirizzato verso altri campi di studio.
I due afragolesi che, dopo lo sbando dell'esercito ufficiale seguito all'armistizio dell'8 settembre 1943, furono Alfonso Guadagni e Francesco Campagnolo.
Alfonso Guadagni, di Tommaso, nacque ad Afragola il 7 aprile 1925, tenente della gloriosa X Mas, fu fucilato il 31 maggio 1944 a Nisida, portato dinanzi al plotone d'esecuzione insieme ad Ennio Viviani e Vito Bertolozzi. Non sono riuscito, allo stato della ricerca, a sapere dove si trovi sepolto (di certo una visita all'Archivio comunale anagrafico chiarirà questo punto).
Francesco Campagnolo, di Giuseppe, nacque ad Afragola il 26 agosto 1923, e fu disperso in Croazia nel maggio 1944. Se ne persero le tracce in Dalmazia durante un'operazione di guerra.
Queste le scarne notizie di questi due giovani. Non escludo che anche altri afragolesi possano aver militato nella RSI, non registrati per sviste o omissioni, e che altro materiale si possa ritrovare su di loro. Ma la cultura storica in questa città è talmente sottovalutata, e talvolta apertamente osteggiata, da scoraggiare chiunque voglia poi divulgare notizie e non solamente passare come “sapitore” delle secrete cose, come fin troppo spesso accade nelle realtà locali.

Lo scorso anno, l'elitè culturale afragolese stette in silenzio davanti al cambio di nome della Ciaramella: ci furono un paio di articoli, anche su questo giornale, e poi più nulla. Si potrebbe ricominciare a parlare di seria storia locale partendo proprio dalla storia dei due militi afragolesi della RSI, vergognosamente dimenticati perché italiani “della parte sbagliata”, e gettando una luce nuova su quel periodo buio di cui ho cercato, in questi anni e sul Nuovacittà, di ricostruire.  

Per ulteriori info: cfr QUI

Articoli correlati:
Armando Izzo: link 
La guerra ad Afragola: I (link), II (link), III (link), IV (link), V (link)



martedì 26 aprile 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello- Navata sinistra II.

Altare della 5a cappella con epigrafe settecentesca.

La quinta cappella del lato sinistro, dedicata nuovamente alla Madonna del Carmine, fu fondata nel 1583 da Fabio Donadio e dai fratelli1, anche se l'Appendice di don Puzio, del 1853, ce la dice fondata da Annibale Sabatino e Giulio Donadio, per poi essere patronato della famiglia di quest'ultimo2. L'altare fu eretto nel 1767, e presenta un'epigrafe marmorea che ricorda il decreto con cui il cardinale Spinelli, durante la Santa Visita del 1742, ordinò che si celebrassero su quell'altare tante messe quanto potevano darne rendita grani 22 e mezzo (la traduzione di quest'epigrafe, e di molte altre citate nei prossimi articoli, la presenterò nel relativo capitolo della 2a edizione del mio volume, “Il caso Afragola”). La pala mostra la Vergine del Carmine adorata da San Giovanni Eremita e da San Gennaro, opera di ignoto autore. La Madonna è dipinta in una posa che ricorda molto quella visibile sulla pala d'altare, e per questo Passinetti accredita al Castellano anche questo dipinto3, effettivamente uno dei più belli della chiesa, dopo il restauro conservativo del 2011. San Gennaro è ritratto coi parametri episcopali e l'ampolla del sangue retta con la destra, accenno al noto prodigio del 19 settembre, mentre il San Giovanni si distingue dall'altro presente in chiesa per la mostra disinvolta delle parti nude. In basso, uno scorcio naturalistico, non raro tra le opere presenti in chiesa, mostra un monte e una città turrita, molto probabilmente Napoli. Completano l'opera angeli festanti attornianti la Vergine.
Pala della 6a cappella
La sesta e ultima cappella è dedicata alla Madonna delle Grazie, e fu fondata alla fine del Cinquecento, per i lasciti testamentari del notaio Bernardino Castaldo. Un altare della famiglia Castaldo esisteva in effetti già al tempo della Santa Visita del 15424, e fu ricostituito nel Seicento dai patroni delle famiglie Castaldo e Guerra. La pala rappresenta la Vergine della Grazie col Bambino implorata da Iesso, di ignoto autore ma attribuito a un maestro di scuola “fiamminga” nell'Appendice del Puzio. La Madonna è ritratta col viso sereno, adorata da Iesso che ha un'aureola a contorno della testa, e attorniata da 30 figure femminili. Il restauro del 2011 ha rinvigorito i colori della tela, forse anche troppo. Ricordo che quando rividi la pala dopo due anni di assenza, pensai a tutta prima che l'avessero sostituita con un'altra, tanto erano di forte impatto i colori rispetto alla versione più “spenta” che ero abituato a vedere. Non solo: il restauratore decise di eliminare il corpetto della figura in primo piano a destra, mostrandone i seni! Una scelta orrenda e dissacrante, e che dovrebbe riportare la tela sul tavolo del restauratore quanto prima per eliminare tale sconcezza.
Con questa cappella, termina la navata sinistra, che nel 1698 ne presentava due in più, in seguito distrutte.

1 Santa Visita del cardinale Giacomo Cantelmo in Afragola nella Diocesi di Napoli, 1698, fogl. 534 e segg.

2 Appendice di don Gaetano Puzio, 1853 ca., fogl. IV, in “Il complesso monumentale di Santa Maria d'Ajello in Afragola”, di Catello Passinetti, 2003.

3 Catello Passinetti, “Il complesso monumentale...”, 2003, pag. 25.


4 Liber Visitationis di Francesco Carafa nella Diocesi di Napoli, vol. II.

Articoli correlati: prospetto (QUI), campanile (QUI), Navata centrale (QUI)
                             cappella Corcione (QUI), Navata sinistra I parte (QUI). 

mercoledì 20 aprile 2016

Franz von Papen: il don Abbondio del Terzo Reich.

In primo piano, da sinistra a destra: Franz von Papen, Adolf Hitler, Josepgh Goebbels

Franz von Papen (1879-1969): diplomatico tedesco, conservatore, cancelliere della Germania nel 1932 e vicecancelliere nel 1933-1934, sotto il primo governo presieduto da Adolf Hitler. Cattolico, ma ciò non aggiunge nulla di particolarmente significativo alla sua biografia. Che è quella che ogni dittatore di questo mondo, passato e presente, vorrebbe per i suoi avversari politici. Volete un avversario che vi detesti, e che pur odiandovi si sottomette a ogni vostro volere poiché è pressoché privo di coraggio? Volete un don Abbondio in salsa politica? Franz von Papen è il vostro uomo.
Cancelliere della Germania nel 1932, ispirato da principi conservatori come Bismark, naturalmente avverso alle masse e ai loro diritti come un Lord Melbourne teutonico, guidò un governo che si contraddistinse per una concentrazione quasi assoluta di poteri. Quasi assoluta poiché a capo della Repubblica di Weimar c'era un generale dell'estinto impero, Paul von Hindenburg, che lo aveva scelta alla guida dello Stato e ne teneva a bada le eccessive svolte autoritarie. Papen, sposato alla figlia di un borghese, garantiva gli interessi della classe media più dei vari generali che si erano succeduti al potere e che tenevano ovviamente per la Reichswehr, l'esercito tedesco. Caduto il suo governo, convinto di essere un salvatore della patria e con questa qualifica autoaccreditatosi presso Hindenburg e il Vaticano di Pio XI, era in realtà solo smanioso di potere, potere, ancora potere. Questa cieca concupiscenza di dominio lo portò, lui cattolico, ad allearsi e a divenire il vice di uno degli statisti meno cristiani della Storia: Adolf Hitler.
Per un anno e mezzo, Papen vide progressivamente ridurre i suoi margini di manovra senza poter intervenire, essendo la situazione oggettivamente difficile, con i nazionalsocialisti che occupavano tutte le cariche e diminuivano contemporaneamente le libertà costituzionalmente garantite.
Era caduto nell'errore in cui cadono molti conservatori all'apparire di nuove forze politiche, in occasioni di periodi di crisi: appoggiano i nuovi movimenti con la propria autorità, in modo da garantirli presso le classi medio-alte, e si illudono di poterle manovrare successivamente, per poi esautorarle e tornare al comando dopo che la crisi è passata e i nuovi arrivati si sono sobbarcati le misure impopolari. Papen e Hindenburg fecero coi nazisti lo stesso errore di Giolitti e Vittorio Emanuele III riguardo ai fascisti: credettero di poterli sfruttare, e ne furono sfruttati.

Franz von Papen
Se si esclude il il famoso Reichskonkordat (1933), tra Germania e Vaticano, a lui interamente dovuto, l'unica altra occasione notevole di Papen nell'era nazista fu il discorso all'Università di Marburgo, nell'Assia, tenuto il 17 giugno 1934. In quel discorso, Papen si fece portavoce dei dissensi interni della Germania verso la dittatura hitleriana, criticando la limitazione della libertà di stampa e l'abbandono dei dettami cristiani. Nei suoi scritti successivi alla guerra, Papen rievocherà il momento del discorso in tono enfatico e autoelogiativo, scrivendo: “Sentivo di averli conquistati con la mia libertà di parola”, oppure “Gli applausi scroscianti che salutarono il mio discorso sembrarono esprimere l'anima del popolo tedesco”.
Tutto molto commovente. Peccato che Papen, il pavido Papen quel discorso che gli valse la gloria futura e forse anche la salvezza dal boia di Norimberga, non lo voleva scrivere, e quando gli fu presentato già scritto da altri, non lo voleva leggere. Furono i suoi segretari Edgar Jung e von Tschirschky a convincerlo che bisogna fare qualcosa, bisognava dire qualcosa, per risvegliare le coscienze pulite della Germania, quelle che ancora non erano state ottenebrate dall'ideologia nazista o dalla passività totale. Jung scrisse e riscrisse più volte il discorso, e Tschirscky quasi lo obbligò a leggerlo al prefissato incontro a Marburgo.
Nel suo “La notte dei lunghi coltelli” del 1970, lo storico Max Gallo ricostruisce un significativo episodio, di cui sono protagonisti Papen e Tschirscky. Sono in treno verso l'università, e Papen ha finalmente accettato, dopo mesi, di parlare. A un certo punto, prende i fogli dattiloscritti e con una matita, racconta il segretario citato da Gallo, “iniziò a cancellare certe frasi che gli sembravano troppo chiare e dirette. Gli chiesi: <Signor Papen, ma che fa?>, e si fermò subito”. Questo è l'uomo che dopo la guerra si esalterà nelle sue memorie, scrivendo che sentiva di aver conquistato studenti e professori con la sua “libertà di parola”. Quelle parole che lui, pavido e timoroso di rappresaglie, stava cancellando un paio d'ore prima dell'incontro.
Se egli si fosse fermato all'autoesaltazione dopo la guerra, francamente non ci troverei nulla da stigmatizzare più del necessario, essendo che non sarebbe la prima volta che dei cortigiani dei tiranni valorizzano la propria persona nei loro racconti dopo la caduta di questi ultimi. Inoltre, la data del 17 giugno 1934 è particolare: si era alla vigilia della “Notte dei lunghi coltelli”, l'epurazione (durata due giorni in realtà, dal 30 giugno al 1 luglio) della Sturmabteilung (le SA) di Ernst Rohm e degli avversari politici del Partito nazista, e solo per l'inaspettato intervento di Goring, un suo avversario, questo don Abbondio teutonico non fu una delle vittime.
Quello che a Papen non si può proprio perdonare è stato l'abbandono del suo collaboratore, Edgar Jung, che materialmente scrisse le parole che il vicecancelliere pronunciò solo. Himmler e Heydrich, i due infami nazisti a capo della Gestapo, erano a conoscenza del ruolo di Jung e lo fecero arrestare e torturare il giorno prima della grande purga. Il 29 giugno Papen, il pavido Papen, che era a conoscenza dell'arresto, pronunciò un discorso pubblico in cui diceva: “Nessuno dubita che il cancelliere Adolf Hitler condurrà fino alla vittoria l'opera di rinnovamento della nazione”.
Erano passati solo 12 giorni da Marburgo, solo un giorno dall'arresto di Jung, e Papen dimentica questo e quello, e torna all'ovile.
Lo stesso Gallo, con maliziosa ironia, scrisse sull'episodio del discorso universitario: “Papen saluta tutti, è sorridente, raggiante. Non ha ancora avuto il tempo di avere paura”.1


1 Max Gallo, La notte dei lunghi coltelli, 1970, pag. 171.   

domenica 17 aprile 2016

Arte in pillole: Evangeliario di Teodolinda.

Evangeliario di Teodolinda

L'Evangeliario di Teodolinda (VII secolo) è una delle migliori opere dell'oreficeria dell'era longobarda. La tradizione afferma che fu donato dal Papa Gregorio Magno alla regina Teodolinda per il suo aiuto nella conversione al cattolicesimo dei Longobardi. Improbabile dal punto di vista storico (la conversione completa del popolo germanico avvenne molti decenni dopo la morte del Papa e della regina, che pure la iniziarono), la tradizione però presenta l'eco dei buoni rapporti intercorsi tra il Pontefice e la sovrana. L'opera, di cui resta solo la coperta (o legatura), è composta di due placche in oro decorate con smalti, zaffiri, vetrine e 8 cammei. Due croci gemmate spiccano nella composizione, che ne risulta perfettamente simmetrica.
Il manufatto si inserisce a piene nel grande filone delle opere d'arte ispirate dalla fede (e, se vogliamo, anche dalla Realpolitik) presso i popoli germanici. Non è la prima volta che ne parlo sul blog, e difatti ebbi già modo di far notare tale connubbio di arte e fede nel seguente articolo:

I segreti del misterioso altare (clicca QUI).

sabato 16 aprile 2016

Un genovese a Napoli. Da 800 anni.

Tomba di Innocenzo IV nella Cattedrale di Napoli

Non immaginava di certo di terminare i suoi giorni nella Capitale dell'allora Regno Svevo, il genovese Sinibaldo Fieschi, esponente di una nobile famiglia ligure, eletto Papa nel 1243, col nome di Innocenzo IV. Fieschi veniva a ricoprire la carica papale dopo due anni di Sede vacante, per l'opposizione dell'imperatore Federico II all'elezione di un altro Pontefice a lui avverso. Dopo un iniziale favore, tuttavia, si guastarono i rapporti anche con Innocenzo, e ciò diede il via alla terza fase del conflitto fra le due istituzioni medievali per eccellenza. Nessuno dei due ne vide la fine, però: lo Svevo morì nel 1250, lasciando il trono in bilico e fallendo nell'impresa di unificare i domini tedeschi con quelli italiani. Innocenzo, vittorioso sul piano politico e in panne su quello religioso (non si era ancora chetata l'eresia catara nonostante la crociata di 40 anni prima) convocò un sinodo a Napoli, volendo creare anche nuovi cardinali. Ma una febbre improvvisa lo condusse alla tomba dopo poco più di 10 anni di pontificato. Essendo che il diritto canonico allora vigente imponeva la sepoltura del Papa nella cattedrale della città dove fosse morto, e la conseguente elezione del successore nella medesima città, Napoli ebbe così occasione per l'unica volta di ospitare le spoglie di un Pontefice, e per la prima volta di ospitare l'elezione del successivo (accadrà solo un'altra volta, nel 1294).

martedì 12 aprile 2016

Hier ist kein Warum: indagine su "Explaining Hitler" di Ron Rosenbaum.

Perché tutto questo? Perché a quei bambini? Perché?


Pochi libri di storiografia e indagine storica mi hanno insoddisfatto come “Explaning Hitler”, volume del 1998 edito da Ron Rosenbaum (pubblicato in Italia col titolo de “Il mistero Hitler”).
Buona regola per ogni volume di storia e che parli di storia è quello di distinguere nettamente i processi di spiegazione dei fatti storici (e le teorie che spiegano o pretendono di spiegare tali processi) dalle opinioni dell'autore del volume stesso. Nulla di nuovo: è un metodo che dovrebbe essere applicato anche a un qualunque articolo di giornale che non sia di stampo personale.
E Ron Rosenbaum, giornalista presso numerose testate americane, viene meno al principio, sia dal punto di vista storico, sia da quello giornalistico.

Hitler sincero o Hitler saltimbanco?

Innanzitutto, diciamo dell'impostazione del libro.
E' un volume che, come scrive l'autore, è nato per studiare Hitler ed è finito con lo studiare chi ha studiato Hitler. Raccoglie difatti le conversazioni dell'autore con gli esponenti delle varie correnti teoriche che, nel corso degli anni, hanno cercato di spiegare la particolarità storica di Adolf Hitler, e di rispondere a quella domanda che ha arrovellato studiosi e uomini comuni: com'è possibile che una cultura raffinata come quella tedesca abbia prodotto l'Olocausto, una delle maggiori stragi di esseri umani della storia recente del mondo?
Rosenbaum, in un lavoro che dice durato “quasi un decennio”, intervista i massimi esperti sull'argomento, e passa in rassegna le loro teoria per spiegare, per “normalizzare” il soggetto Hitler all'interno della storia tedesca ed europea. Inizia con la disamina delle due teorie fondamentali, opposte fra loro, dei due principali studiosi della vita del dittatore: Hugh Trevor – Roper (“Hitler era convinto della rettitudine e della sincerità delle proprie azioni”), e Alan Bullock (“Hilter era un saltimbanco che imbrogliò tutti”). Trevor- Roper è più noto nell'ambiente degli studi sull'Olocausto per la colossale figuraccia che fece quando convalidò d'autorità i presunti diari segreti di Hitler, poi rivelatisi un clamoroso falso. Un elemento della sua biografia sul quale Rosenbaum insiste, quasi a voler inficiare l'intera carriera di accademico di Trevor- Roper, o per ridicolizzare la sua tesi, secondo la quale Hitler sapeva che le sua azioni fossero orrende, ma era sinceramente convinto, come chiunque commetta un'azione nel mondo, che fosse giusta. Un colpevole con l'attenuante della buona fede, potremmo chiamarlo in un processo odierno. Possiamo pensare quello che vogliamo di tale tesi (io le sono avverso) ma è degna di menzione e rispetto.
Rispetto che Rosenbaum non le tributa, anche se neppure approva quella contraria, di Bullock, secondo cui Hitler era un saltimbanco, un pagliaccio arrivato al potere e non pienamente cosciente di ciò che faceva. In ciò possiamo essere d'accordo con Rosenbaum: un pagliaccio, un clown non arriva al potere, o anche se ci arriva non resta sulla tolda per 12 anni, conduce il mondo a una guerra planetaria, uccide 10 milioni di persone e poi si suicida. Corollario delle teoria di Bullock è che, se Hitler è uno sciocco clown, i tedeschi dell'epoca e gli uomini politici che lo ammiravano (tra cui anche Churchill) non erano migliori di lui. Tesi troppo semplicistica.

Gli estremisti: Lanzmann&Maccoby

Uno dei maggiori meriti del libro è quello di presentare anche voci fuori dal coro della ricerca storica, come quella di David Irving, che è noto per il suo negazionismo sull'esistenza delle camere a gas e sull'ordine proveniente direttamente dal dittatore di procedere allo sterminio (nota bene: Irving NON nega che lo sterminio sia avvenuto, ma rigetta la tesi, comunemente accettata, che l'ordine sia arrivato da Hitler in persona). Oppure le opinioni di coloro che storici non sono, ma pretendono- è proprio il caso di dirlo- di avere la verità in tasca. E' questa la posizione del francese Claude Lanzmann, autore del film di 9 ore e mezzo intitolato Shoah, e di Hyam Maccoby.
Lanzmann, oggi 91enne, parte da un assunto semplice quanto arrogante: il suo film, Shoah, basato sulle testimonianze di alcuni sopravvissuti agli orrori dei lager, spiega tutto quello che c'è da sapere sull'Olocausto, su Hitler e sugli ebrei uccisi. Quindi tutte le altre teorie, cinematografiche o cartacee, non hanno più senso di esistere. Anzi, dice Lanzmann, non devono più esistere: a chi domanda “Perché tutto questo?”, il regista francese risponde con una frase presa da Primo Levi: “Hier ist kein Warum- Qui non c'è perché”. Se proprio volete capire, guardatevi Shoah, e non rompete più le scatole. E' curioso come un uomo che si definisce antinazista usi la frase di un nazista per proibire ogni speculazione sul perchè di Hitler e dell'Olocausto, e anzi inviti a guarda il suo polpettone a pellicola per soddisfare ogni slancio indagatore. Shoah, il film, che sostituisce la Shoah, la tragedia umana: Lanzmann invita a credere alla sua catarsi cinematografica piuttosto che alla realtà da cui tale opera è tratta. Poi dice che uno considera saccenti i francesi...
Hyam Maccoby si rivela estremista anche lui, ma per un altro verso: la colpa dell'Olocausto è della Cristianità. Maccoby si slancia in un sofisticato discorso nel quale afferma che Cristo, nel dire durante l'Ultima Cena: “Guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito. Meglio per lui se non fosse mai nato”, riferendosi all'ebreo Giuda, sarebbe un “auspicio di sterminio retroattivo che ha spianato la strada allo sterminio proattivo di Hitler”. Esemplare esegesi, non c'è che dire.
Maccoby, all'epoca dell'intervista con Rosenbaum, si diceva isolato nel contesto del panorama storiografico sull'Olocausto, poiché diceva ciò che gli stessi ebrei non volevano dire, e che cioè il Cristianesimo porta intrinsecamente con sé la missione di sterminio degli ebrei. Maccoby si definisce un coraggioso, ma si rivela solo un provocatore, che ignora un assunto fondamentale: se il Cristianesimo porta davvero con sé l'istinto omicida verso gli ebrei, perchè tale istinto ha atteso 19 secoli per manifestarsi? Doveva arrivare un Hitler, che secondo una anodina teoria sarebbe stato anche per un quarto ebreo, a far notare ai cristiani quello che sarebbe stato sotto il loro naso da due millenni, cioè che le Scritture incitavano allo sterminio? E quindi i cristiani che morirono anch'essi nelle camere a gas, erano poveri allocchi? Quelli che nascosero gli ebrei, erano degli eretici secondo la propria religione? Maccoby non risponde, Rosenbaum del resto neppure lo incalza, ed entrambi si domandano come possa il Cristianesimo riscattarsi da tale tara genetica. Maccoby ha la risposta pronta: i cristiani non devono più basarsi sulla morte di Gesù, ma sulla sua vita. Non seguire più la credenza che sia morto o risorto, ma i suoi precetti morali. In pratica, Maccoby chiede ai cristiani di non essere più tali. La sua idea, non è molto dissimile, a ben guardare, da quella nazista: indicare una categoria di persone, farne la quintessenza del male, affermare che esse sono naturalmente maligne, e proporne al mondo il cambiamento radicale o la sparizione totale, è qualcosa che assomiglia paurosamente a quello che Hitler affermava a proposito degli ebrei.

Explaining Hitler...or explaining Rosenbaum?

In un misto di ironia pungente e aperte critiche, Rosenbaum giunge alla fine del libro, e sposa l'unica teoria, delle tante, che non ha un solido impianto probatorio: quella di Lucy Dawidowicz, che nel suo “Tha war against the Jews” del 1975, afferma che il dittatore austriaco avrebbe deciso lo sterminio degli ebrei fin dal 1918, quando subì lo shock della resa della Germania nella I guerra mondiale. La storiografia moderna è pressoché concorde nel ritenere che l'idea dell'Olocausto si sia fatta strada nella mente contorta del leader nazista solo a II guerra mondiale inoltrata, nel 1940 o al massimo nel 1941. La Dawidowicz non dà prove solide della sua teoria, e si limita a riportare quello che Hitler stesso scrive nel suo “Mein Kampf”. Rosenbaum, dopo aver passato 516 pagine a scrivere che fidarsi di Hitler è un errore fenomenale, appoggia la teoria della Dawidowicz che appoggia a sua volta le parole di Hitler! Conclusione magnifica.
Ron Rosenbaum
Il volume è un importante tassello nella storiografia sull'Olocausto, poiché ha il merito di raccogliere in una sola sede le opinioni di numerosi autori che sul genocidio e su Hitler hanno scritto nel corso di 50 anni (ho evitato di riportare anche le altre teorie citate nel testo, come quelle di George Steiner e Christopher Browning). Inoltre, pone l'accento una volta di più su un fatto banale ma che sembra essere ogni anno sempre più dimenticato: Hitler non era un pazzo, era un uomo cosciente di sé, che volle davvero lo sterminio di 10 milioni di innocenti, per il solo fatto che li odiava, e li odiava per il solo fatto che essi esistevano. Un odio ontologico.
Pure, non tutto è perfetto in Rosenbaum. Il ridicolizzare autori che non gli sono a genio anche se di essi denuncia la propria stima e ammirazione, l'ambiguo appoggio a teorie estremiste e fragili come quelle di Maccoby e Dawidowicz, la tutto sommato poca attenzione che dedica a Hitler spingono i lettori a domandarsi perchè ha scritto questo volume.
Credo che il giornalista sia caduto nel comune errore tipico a chi scrive di Storia senza essere storico, foss'anche dilettante: credere di essere giudice implacabile di chi è venuto prima di lui. E' lo stesso errore in cui cadde, due anni prima di lui, nel 1996, l'altro studioso del periodo nazista Daniel Goldhagen col suo “I volenterosi carnefici di Hitler”, e fu per questo pubblicamente umiliato in un convegno aperto dagli altri storici del calibro di Yeruda Bauer.
Rosenbaum, passando in rassegna tutte le spiegazioni su Hitler e i loro propugnatori, mostr più volte insoddisfazione per questa o quella teoria, insoddisfazione in un paio di casi anche personale riguardo l'autore stesso. E' significativo che l'unica tesi che abbracci e che elogi sia quella dell'unica donna citata, la Dawidowicz,che è anche l'unica persona che non ha intervistato poiché defunta. L'autore, credo a livello inconscio, si pone come giudice degli studiosi, e li ritiene, chi più chi meno, insufficienti nelle loro argomentazioni. L'autore più volte si domanda come sia possibile che Hitler non sia stato spiegato, e implicitamente richiede, pretende quella spiegazione, chiusa in chissà quale cassetta di sicurezza di qualche banca svizzera. Ma del resto, lui stesso non propone nulla di proprio, per sostituire quelle teorie. Lamenta che il dittatore non è stato ancora spiegato, ma non prova neppure ad abbozzare una sua ipotesi.
E perciò “Explaning Hitler”, se non spiega in fondo nulla di Hitler proponendo almeno 15 spiegazioni diverse, “spiega” piuttosto i desideri di Rosenbaum nei confronti di quell'Europa di cui lui, ebreo americano, si sente creditore.




domenica 10 aprile 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello- Cappella Corcione.

San Nicola di Bari, pala d'altare del XVIII secolo, cappella Corcione
Nota bene: gli articoli pubblicati e che si pubblicheranno di seguito costituiscono sunti del capitolo “Santa Maria d'Ajello: 8 secoli di Storia” della nuova edizione del mio libro, “Il caso Afragola” (clicca QUI). Questo per dire a studiosi appassionati e ad appassionati copiatori dei miei articoli che non inserisco certo tutto nel blog, e che la ricerca archivistica E' FONDAMENTALE e nei libri SI TROVA MOLTO DI PIU' che nei brevi articoli del blog.


La quarta cappella della navata sinistra era di patronato della famiglia Corcione, che aveva la proprietà anche di un analogo ambiente nella chiesa di San Marco in Silvis.
La cappella esiste fin dal primo Cinquecento, essendo già citata nella Santa Visita pastorale del cardinal Francesco Carafa1 del 1542. L'altare, come tutti quelli delle altre cappelle, era posto sulle mura della navata centrale, all'epoca l'unica che la chiesa avesse, per poi essere demolito e ricostruito all'incirca un secolo dopo, con la fondazione delle navate laterali. Cappellano nel 1542 era Mizio Russo, nominato da Francesco Corcione e da Nardo Corcione. La cappella era già intitolata a San Nicola di Bari, e un'immagine del Santo è citata nella Santa Visita pastorale del 16982. Non sappiamo del legame che univa la famiglia Corcione al Santo, Nè del resto sappiamo con precisione quando sia stata fondato l'ambiente sacro: nella stessa relazione del 1698, il parroco Orefice scrive espressamente che “non v'è cognitione de' fundatori3.
Formella del ciborio
La pala e l'altare che oggi ammiriamo risalgono al Settecento. L'ara è un'opera barocca in marmi policromi, e con un ciborio coperto da una statua dello Spirito Santo in forma di colomba. La pala d'altare riprende San Nicola circondato da angeli. Il santo asiatico (era nato in Lidia, attuale regione della Turchia, nel III secolo) è ritratto coi parametri episcopali (fu vescovo di Mira nel IV secolo) e il pallio, simbolo di autorità religiosa. Ai piedi è venerato da un religioso, ed è contornato da angeli.
Due miti ricordano il vescovo: il primo, più noto, riguarda la donazione di tre sacchi d'oro a un padre di tre figlie per permettere loro di sposarsi ed evitare la via della prostituzione; il secondo narra che Nicola, entrando in una locanda, resuscita tre fanciulli che erano stati uccisi, squartati e messi sotto sale in un barile da un macellaio. Dei due miti, l'ignoto autore della pala di Santa Maria d'Ajello ha scelto quest'ultimo, dipingendo tre fanciulli nell'angolo in basso a destra della pala. Tuttavia, è presente anche una memoria della prima leggenda nella rappresentazione di una fanciulla a destra del santo e da lui accarezzata, e delle tre palle d'oro (ricordo dei tre sacchi di monete) poggiati su un libro, retto a sua volta da un angelo, a sinistra di Nicola, sotto il pastorale.
Sopra la tela vi è una tavola lignea posta trasversalmente con un distico in latino, due versi che ricordano la venerazione dei Corcione per San Nicola:

TE VETERES NICOLAE COLUNT A JURE PATRONO
CORCIONI O FAMILIOS USQUE TUERE TUOS.

Il manoscritto di Gaetano Puzio, economo di Santa Maria d'Ajello negli anni Cinquanta dell'Ottocento e pubblicato in appendice all'opera di Catello Passinetti, ricorda come una sentenza del 17 luglio 17934 riconobbe il patronato dei Corcione sul luogo.
In basso al centro della pala c'è lo stemma della famiglia Corcione (scolpito anche ai lati dell'altare), mentre è scomparsa la botola per l'accesso alla cripta privata e il cotto maiolicato, eliminati durante i lavori di “restauro” degli anni Sessanta del Novecento.

Altare della cappella Corcione, XVIII secolo. 

Note:

1Liber visitationis” di Francesco Carafa nella Diocesi di Napoli, 1542, libro secondo, 153r (pubblicata a cura di Antonio Illibato, 1983).

2Santa Visita del cardinale Giacomo Cantelmo nella Diocesi di Napoli, 1698, fogl. 535 v.

3Ibidem.

4Il complesso monumentale di Santa Maria d'Ajello in Afragola”, 2003, appendice di don Gaetano Puzio (1850 circa), foglio VI. Passinetti, a pag. 24, sbaglia però la data e la citazione, attribuendo la sentenza, ricordata da una lapide marmorea, al distico sopraddetto.

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venerdì 8 aprile 2016

Un altare.

Altare della chiesa della Compagnia della Santa Croce, Napoli.
Desolazione.
"Ma Dio aveva altri progetti...".

martedì 5 aprile 2016

L'altare di Ratchis. Una nota.

Adorazione dei Magi, uno dei 4 pannelli dell'altare.
Del noto altare del Duca Ratchis mi ha sempre colpito il pannello de “L'adorazione dei Magi”. Il manufatto longobardo è di per sé un capolavoro, ma la rappresentazione dell'episodio evangelico ha il merito di evidenziarsi rispetto al contesto coevo. Abbiamo, in questo bassorilievo, ancora imperfezioni artistiche, che però già risentono del prolungato contatto con l'arte romana (l'ara è datata negli anni 744-749, nel pieno del secondo periodo d'oro della storia longobarda e subito dopo il ducato del Ratchis stesso).
La Madonna in trono manifesta una maestà plastica, che fa da piacevole contrasto con Bambino che ha in grembo e che allarga le braccia e si sporge per ricevere i doni dei re Magi. Questi ultimi hanno l'aspetto di persone comuni, senza differenze nel vestiario, che consiste in una tunica cinta alla vita da una fascia e di sandali ai piedi. Un angelo in volo in una curiosa posizione e una figura posta in preghiera dietro il trono completano il parco dei personaggi. L'angelo regge con la sinistra la stella cometa, ed è uno dei tre personaggi, insieme alla Vergine e a Gesù, a possedere un'aureola, simbolo di santità. I corpi hanno forma rettangolare, e solo le pieghe delle vesti danno una tenue rappresentazione delle curve anatomiche. Parimenti dicasi dei volti, di forma allungata e triangolare. L'ignoto autore, influenzato dai modelli romani, ha cercato di introdurre elementi naturalistici e verosimili, simboleggiati dalle mezze margherite e dalle palme che alludono a un manto erboso, e dalle stelle che indicano il cielo.

La rappresentazione riprende l'episodio dell'Epifania, e si discosta dall'iconografia classica per l'aspetto orientaleggiante dei Magi, senza distinzioni di razza, e per la monumentalità, influenza romana sul taglio tipicamente germanico della scultura su pietra carsica, tipica dell'area friulana da cui proviene il reperto.

lunedì 4 aprile 2016

Afragola d'arte. Santa Maria d'Ajello- Navata sinistra I.

Deposizione di Cristo, XVIII secolo, 1a cappella sinistra di Santa maria d'Ajello


Riprendiamo la serie di articoli dedicati alla chiesa matrice di Santa Maria d'Ajello. Nel corso dei miei studi, sono rimasto insoddisfatto delle tesi avanzate nel corso di questi anni dagli storici locali, e ne ho confutate un bel po' nel capitolo “Santa Maria, 8 secoli di storia” della 2a edizione de “Il caso Afragola” (vedi QUI). Questi articoli sul blog si limitano a dare qualche coordinata storica e a descrivere le ricchezze artistiche della chiesa. Coloro che fossero interessati ad approfondirne la storia, e la tormentata genesi, possono acquistare il succitato libro, tra pochi mesi nelle librerie.

La navata sinistra fu realizzata in seguito ai lavori di inizio Seicento, dovuti all'eredità del notaio Bernardino Castaldo, fatta alla chiesa quasi un secolo prima. Gli autori che si sono occupati del tempio fanno risalire l'ingrandimento dello stesso, originariamente ridotto a un'unica navata, al 1583. Un'attenta lettura delle fonti, e alcuni elementi probatori di natura architettonica, mi hanno convinto che in realtà le due navate laterali non furono costruite se non 20 anni dopo. Un'ipotesi, la mia, rafforzata anche dall'aspetto particolare del campanile e che espliciterò ampiamente nella 2a edizione del volume “Il caso Afragola”, che spero veda la luce entro quest'estate (purtroppo, i desideri degli autori non sono mai considerati ordini da parte delle case editrici). La navata è accessibile sia dal portale principale, che da un accesso secondario, contornato di piperno e dotato di una porta di legno. E' costituita di 6 cappelle, un tempo di patronato delle famiglie nobili del casale di Afragola.
Addolorata ai piedi della Croce
La prima cappella è priva di altare (ne ebbe uno fino al 1757) e presenta una tela di Angelo Mozzillo del 1787, rappresentante l'Addolorata ai piedi della croce con San Biagio e San Francesco di Paola. La Vergine è rappresentata col capo coperto da un velo, lo sguardo afflitto verso la Croce (su cui era sovrapposta un'opera in cartapesta di Cristo crocifisso, di cui attualmente è priva), lo spadino che le trafigge il cuore. San Biagio è ammantato delle vesti episcopali, e china il capo davanti al mistero della Croce, mentre San Francesco di Paola è visibile dietro di lui. Alla base del piede destro della Madonna, c'è la scritta “D. A. D'Adamo, PRIORE”, che ricorda la committenza del dipinto, la Confraternita della Disciplina che era proprietaria della cappella. L'opera è ben conservata, seppure inscurita dal tempo, ed è l'unica opera del Mozzillo presente in parrocchia (per approfondimenti, leggi QUI).
La seconda cappella presenta il vano della pala occupato da una pregevole statua di Santa Lucia, la santa degli occhi. La cappella era intitolata alla fine del XVI secolo a San Giovanni Evangelista, ma nel 1698 la troviamo reintitolata alle Anime del Purgatorio1. L'altare fu realizzato nel Seicento, e presenta un paliotto (intelaiatura che ricopre la facciata anteriore di pietra di un altare) con una croce intarsiata in un tondo2. Ai lati dell'altare sono presenti due “vuoti”: sono i punti in cui erano due teste d'angelo di epoca barocca, trafugati durante un furto nel 1979. Ai lati della pala, incorniciata da una bordatura in stucco, troviamo due bassorilievi in marmo, raffiguranti le “Anime del Purgatorio tra le fiamme”, realizzati nel XVIII allorquando la Confraternita di Santa Maria del Suffragio, detta anche “del Purgatorio”, acquistò la cappella.
Vergine con Bambino e santi
Concludiamo infine questa prima parte della trattazione riguardante la navata sinistra di Santa Maria d'Ajello con la terza cappella, dedicata alla Madonna del Carmine. Nel 1698 era però intitolata a Sant'Andrea Apostolo, ed era di patronato dei Cimino, il cui avo Giovan Pietro aveva acquistato la cappella nel 1605. La pala d'altare è molto rovinata, e presenta vistose abrasioni. Rappresenta la “Vergine incoronata con Bambino con San Giovanni Battista e Sant'Andrea apostolo”. Nonostante le cattive condizioni di conservazione, sono da segnalare il bel volto della Vergine (a mio parere uno dei migliori presenti in chiesa) e il realismo naturalista che fa da sfondo alle figure (con la rappresentazione dei monti di Palestina).

1 Santa Visita del cardinale Giacomo Cantelmo nel casale dell'Afragola, 1698, fogl. 534 e segg.

2 Catello Passinetti, Il complesso monumentale di Santa Maria d'Ajello in Afragola, 2003, pag. 23

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